La Seconda e Terza Guerra Punica Tratto da un codice dell'Ambrosiana

Part 3

Chapter 34,011 wordsPublic domain

Della battaglia che fu in Puglia collo re Anibal, la quale io vi conto, vi dico io ch'ella non fu tosto finita, imperò ch'e Romani volevano prima morire ch'essare venti o cacciati del campo, e le genti dello re Anibal, che molto erano usati d'avere vittoria sopra loro nemici, non volevano perdare uno piè di loro terreno per paura di loro nemici; e per questo grande orgoglio, ch'era nell'una parte e nell'altra, e per lo grande ardimento che avevano, che mostravano che avessero maggiore voglia di morire che di vivare, e così durò la battaglia tre dì interi, e sì vi furo morti vinti miglia uomini o più, che non vi sarebbero morti, se la battaglia fusse per alcuna delle parti lassata. Ma sappiate che ciò non poteva essare, anzi incresceva molto a tali che v'aveva, che la notte veniva sì tosto, che li faceva dipartire e ritrarre addietro, e tali v'aveva che disideravano la morte, per ciò che lassi erano e duramente difendevano loro riposo; e sappiate ch'ello durava poco, come infine alla mattina e all'ora erano montati li buoni cavalieri a cavallo e armati, e li buoni pedoni apparecchiati, che loro schiere ordinavano per assembrare alle mortali battaglie.

XXV.

Infra la gente dello re Anibal e li Romani che là erano, era la battaglia sì intrapresa, che tutti erano alla battaglia per avere vittoria tale, come ciascuno aspettava d'avere; e sappiate che di quella battaglia avvenne peggio a' Romani che mai avvenisse in nulla battaglia, e sappiate bene che gran dolore e gran gravezza averebbe altri di contiare e di dire sì fatta perdita, come e Romani fecero, se fussero stati Cristiani, ed avessero adorato il nostro Signore Iddio, imperò che in questa battaglia che io v'ô detta, vi fu morto lo consolo Emilio e vinti altri tra consoli e pretori di Roma, e quali menavano e conducevano Roma, e anco vi furo morti trenta senatori, onde la città di Roma fu duramente sconsigliata, e fuvi morti bene cento dieci altri uomini nobili e di grande lignaggio, e tre milia cavalieri e bene quaranta migliaia di pedoni tutti provati e pieni d'ardimento e di gran prodezza[28]; e sappiate bene certamente, che innanzi che quelli che io v'ô detti, morissero o fussero presi, n'uccisero molti di loro nemici e molto duramente li menovaro, e allora fu la forza dello re Anibal molto menovata.

Uno consolo che aveva nome Varro, si fuggì con cinquanta cavalieri verso Morinde, quando vidde che tutta sua cavallaria fu venta e morta, e di ciò non siate in dottanza, che quello dì non fu l'ultimo della battaglia, chè sappiate che se lo re Anibal n'avesse auto o uno o due più, l'onore e la podestà di Roma era al tutto perduta senza potere ricoverare; e sappiate che se lo re Anibal, ch'era molto buono cavaliere e pro', fusse andato dritto a Roma quando ebbe la battaglia venta, l'arebbe presa senza contradizione nissuna; ma elli non fece niente così, perciò che non se ne accorse, e altri non può essere d'ogni cosa appensato, ma sappiate che lui fece ine dimoro molto gran prezzo e molto longo tempo. Poi fece un'altra cosa, che fece tutto il campo cercare per sua gente cognosciare da' Romani, imperò che li voleva fare sotterrare e onorare secondo l'usanza del paese; e quando ebbe ciò fatto, elli fece prendare tutti li corpi de' suoi uomini ch'erano morti, e sì li fece ardare e mettare in cenare, chè cotale era il costume del paese a quel tempo. E quando tutto ciò fu fatto, lo re Anibal fece trarre tutte l'anella del dito a' Romani, e sappiate che quelli che portavano anello in dito, erano e più alti uomini di Roma, e quali uomini erano stati morti nella battaglia; e sì li fece tutti ragunare insieme, e poi li fece misurare con dritta misura, e mandonne in Cartaggine tre mine e più in testimonio della gran vittoria ch'avevano auta contra a' Romani, e in tale maniera vi furo portati per buoni messaggi che Anibal vi mandò; e quando quelli di Cartaggine viddero queste cose e questo bel presento[29], ne furo sì lieti e sì gioiosi, che ciò fu maraviglia, imperò che non potevano credare di potere avere vittoria contra sì forte gente, come erano li Romani.

NOTE:

[28] Eutropio dice che in quel combattimento «periit Æmilius Paulus consul, consulares et praetorii XX, senatores capti aut occisi XXX, nobiliores viri CCC, militum XL millia, equitum tria millia et quingenti.»

[29] Il Boccaccio nelle _Rime_:

E allora ch'Annibal ebbe 'l presento Del capo del fratel.

XXVI.

Ora sappiate ch'e Romani ch'erano a Roma a quel tempo, caddero allora in sì grande disperazione, che nullo il potrebbe dire, perciò ch'egli erano così sconfitti e vinti da Anibal, e furo in sì gran confusione, ch'e senatori ebbero gran volontà di lassare la città di Roma e tutta la terra di Italia, e d'andare a trovare altre terre e altre contrade stranie, ove potessero abitare più comodamente, imperò ch'egli erano in sì gran sospezione, che credevano tutti essere morti e distrutti in picciolo tempo, e none aspettavano aiuto nè soccorso da persona del mondo. Queste cose e parlamento disse primamente Cecilio Metello, uno de' maggiori consoli di Roma, e così tutti li altri l'avarebbero volentieri fatto e consentito, e sì avarebbero la città tutta vota, se non fusse uno savio uomo che là era, che aveva nome Cornellio Scipio, ed era allora conestabile della cavallaria, il quale fu poi chiamato Scipio Affricano. Costui trasse la spada fuore tutta innuda dinanzi a coloro ch'erano al conseglio, e disse una parola di molta fierezza e di gran prodezza, che disse che innanzi che lassasse la città di Roma, elli tutto solo combattarebbe con tutti suoi nemici e la difendarebbe da tutti, malgrado dello re Anibal e de' suoi, nè ellino non fussero sì arditi che lassassero la signoria di Roma, ma fussero tutti prod'uomini e leali; e sì difendarebbero molto bene a loro podere loro paese e loro contrada, e non facessero sì che di loro andasse mala fama in altrui paese, che troppo grande ontia e troppo grande malvagità sarebbe, ma fussero di buono cuore tanto come vivessero, e sì guardassero bene loro onore e loro franchigia e loro drittura, chè ciò dovevano bene fare; e tutti li valenti uomini e quelli che savi erano, non dovevano niente tanto dottare la morte, che n'avessero ontia e disonore, imperò che non avevano a morire più ch'una volta, e meglio lo' veniva di morire a onore che di vivare in viltà. Per queste parole e per più altre che Scipio disse, e per lo grande tremore di lui tornaro li Romani in buona speranza, e furo tutti rassicurati come coloro ch'erano tutti sbigottiti, e poi presero cuore e ardimento per le parole dì Scipio.

XXVII.

Allora e in quello tempo ch'e Romani erano sì intrapresi, li principi e tutti li maggiori della città furono insieme; infra loro era uno giovano uomo, che Junio era chiamato, il quale era molto alto uomo e pro e ardito e di molto grande scienza. Questo Junio ragunò tanti giovani insieme d'età di diciesette anni e di meno, infra li quali non era nissuno che passasse diciesette anni per quello ch'altri sapesse, e di questi giovani ne ragunò tanti quanti ne potè avere, e quando gli ebbe, tutti ragunati, egli gli fece tutti cavalieri per lo bisogno che allora era in Roma; e quando ebbe ciò fatto, elli fece contiare tutta sua gente e cavalleria, e si trovarono quattro legioni tutti armati. Erano ciascuna legione sei milia sei cento sessantasei cavalieri, siccome io v'ô detto altra fiata; tanti cavalieri erano allora a Roma di rimanente, e sì erano tutti giovanotti, che none dovevano essere cavalieri da inde a buon tempo. Allora pensò Junio un'altra cosa, che tutti e servi ch'erano grossi e membruti e di bella forma, fussero franchi e tutti cavalieri, e così fu fatto, come elli divisò.

XXVIII.

Allora era Roma in grande stretta, quando lo' conveniva fare cavalieri de' servi e de' giovani per loro difendare, e molti ve ne furo, a cui falliro e l'armi per armarsi nel tempio di Jano, che tutto ne soleva essare pieno; ma allora lo' convenne andare agli altri tempii per lo bisogno, per gli scudi e per l'arme, che gli alti uomini v'avevano messe per loro Iddii onorare, in cui avevano fidanza, e col mancamento dell'arme, che nella città era sì grande, fallivano l'altre ricchezze e l'avere, del quale solevano tanto avere in comune, che tutto loro bisogno ne facevano; ma ora erano tutte spese e andate a niente, onde era molto grande dannaggio, che tutto era speso per le crudeli battaglie ch'eglino avevano auto; ma allora ragunaro insieme tutto l'avere che avevano e ricchi uomini e povari, per difendare la città da' loro nemici. Junio, che di tutta la città aveva la cura e la signoria per lo senno e per la bontà che in lui era, comandò per accresciare sua forza e suo aiuto, che tutti li sbanditi della città o contado, per qualunche cosa si fusse, tornassero sicuramente in Roma, sapendo che tutti sarebbero fatti cavalieri dal comune di Roma. Quando queste novelle furono sparte per lo paese, e coloro ch'erano sbanditi l'udirò dire, ellino si ragunaro insieme e vennero tutti a Roma, che furono bene otto milia, e furono fatti cavalieri per la città difendare e guardare.

XXIX.

Intanto tutta Campagnia e tutta Italia si rendè allo re Anibal, imperò che disperati erano ch'e Romani mai potessero avere onore o signoria, e rendersegli città e castella e ville, e sottomissersi alla sua signoria del tutto, e anco in quello tempo li Gallici assembrarono gente per andare contra a' Romani. Contra a costoro fu mandato Lucio Ponponio, che consolo era allora, ma male ne li avvenne allora, perciò che lui e sua gente furono sconfitti e morti, e pochi ne tornarono addietro. Così avvenia allora a' Romani e cresceva loro male di dì in dì, e sì erano sbigottiti, che non sapevano che si fare; ed allora erano consoli di Roma Sempronio Gaio e Quinto Fabio[30]. Per lo conseglio di costoro fu mandato Marcello contra lo re Anibal, chè tutto lo regno di Puglia e di Calavria e di Italia e di Campagnia ubbidivano a lui, e facevano sue comandamenta. Questo Marcello Claudio ch'era consolo, andò tanto lui e sua gente, ch'elli assalse lo re Anibal e sua oste a uno stretto d'una riviera, dov'elli doveva passare l'altro dì, ed ine l'assalse Marcello, e da più parti fece gridare _Roma_ e sonare trombe e corni, d'ond'elli sbigottì molto lui e sua gente duramente per lo grande romore e per lo grande grido; e sappiate che là fu gran parte della gente dello re Anibal sconfitta e distrutta, imperò che di niuna persona dubitavano, nè di questo incontro non prendevano guardia; e sì tosto come lo consolo si potè partire, elli si trasse addietro col grande guadagno ch'elli aveva fatto, e lo re Anibal, che passati avevano l'acqua, s'attendaro dolenti e corrucciosi di questa sconfitta; e queste novelle furo tosto sapute a Roma, d'onde gran gioia fu fatta, chè non potevano credare che nullo potesse danneggiare lo re Anibal; ma Claudio Marcello lo danneggiò molto duramente e gravò. Ma infra li mali, grandi avventure e grandi pericoli, ove li Romani erano, fu Claudio Marcello lo primo che lo' donasse speranza di potere lo re Anibal sormontare e vinciare.

NOTE:

[30] Sembra che fossero allora (anno 538 circa di Roma) consoli Quinto Fabio Massimo e Tito Sempronio Gracco II. L'amanuense nel trascrivere i nomi incespica quasi sempre.

XXX.

Allora mandò lo re Filippo di Macedonia suoi messaggi allo re Anibal, e sì li mandò a dire ch'elli mandarebbe aiuto di buoni cavalieri e d'altra gente incontro a' Romani per tale condizione, che quando elli avesse Roma distrutta, che lui l'aitarebbe contra i Greci, che molto il guerreggiavano. Li messaggi di Macedonia cavalcaro tanto per loro giornate, che per avventura incontraro li Romani per la via, e allora furono presi e menati a Roma, e sì li menaro dinanzi a' senatori ed a' consoli per sapere e domandare la verità del fatto di ciò che cercavano collo re Anibal, e che novelle e' portavano, e sì tosto come li messaggi furono dinanzi a' senatori, sì lo' convenne dire, volessero o no, tutta la certezza del fatto; e sì tosto come li senatori e consoli ne seppero la verità, ellino mandarono in Macedonia Valerio Nimio[31] consolo per combattere co' Macedoni, sì che fussero ingombrati in tale maniera, che allo re Anibal non potessero dare aiuto nè soccorso.

NOTE:

[31] Valerio Levino (an. 541 di Roma.)

XXXI.

In quello tempo li senatori e popolo di Roma elessero li due Scipioni, che andassero in Ispagna contra Astrubal fratello dello re Anibal, che là era. Questi due Scipioni andaro tanto, che condussero loro genti in Ispagna contro allo re Astrubal, che là era rimaso, per acquistare lo reame. Là furo molto grandi battaglie infra li Romani e li Poonii, de' quali Astrubal era signore; e sappiate ch'e Romani fecero molto bene in quella battaglia, ch'ellino sconfissero lo re Astrubal e tutta sua gente, de' quali fecero molto grande dannaggio e molta grande perdizione, che sì come Eutropio conta e Orosio lo testimonia, ch'egli uccisero e presero bene vinticinque milia d'uomini; e sì lo danneggiaro ancora in altra maniera, ch'io vi dirò, ch'e Cartaginesi avevano soldati li Tiberieni, una gente molto ardita e molto cavallerosa[32]. Costoro soldaro li Romani e tolserli a' loro nemici; ma quelli di Cartagine mandarono ad Astrubal dodici milia di pedoni e quattro milia cavalieri, e sì li mandaro venti olifanti per accresciare sua forza, e ancora mandaro molta di loro gente nell'isola di Sardegna. Contra costoro mandaro li Romani Manlio Torquato consolo per combattare contra a loro, imperò ch'e Romani avevano lassati per lo re Anibal, a cui s'erano dati.

NOTE:

[32] _Cavalleresca_; è voce nuova ai dizionarii; forse dinota anche dovizia di cavalleria.

XXXII.

Così come voi avete udito, erano li Romani caricati in quattro parti di gravi e crudeli battaglie: l'una contra lo re Anibal in Italia, che troppo l'era presso, l'altra in Macedonia contra lo re Filippo, l'altra in Ispagna contra Astrubal, la quarta in nella terra di Sardegna; e bene sappiate che tutte queste genti, che in queste quattro parti erano, se fossero tutte insieme contra lo re Anibal, si credarebbero avere poca gente per loro soccorrare ed aitare, e ciò era grande maraviglia come potevano tanto durare; ma sappiate che troppo andò la cosa peggio che non credevano, che Manlio Torquato, che fu mandato in Sardegna, sconfisse li Cartagginesi, ed uccise di loro genti dodici migliaia d'uomini, e sì ne prese bene due milia, e mandolli a Roma colla preda e collo acquisto ch'egli aveva fatto, e così vinse lo consolo Junio li Macedoni, ch'erano molto forte gente e molto ardita, e sì conquistò molta preda e molto avere; e Claudio Marcello, che molto era nobile cavaliere e pro, sì prese a molta gran pena la città di Serragozza e la terra di Sicilia, che molto era diviziosa terra e piena di tutti beni, la quale aveva per altre volte assediata, ed alla prima fiata che l'assediò, nolla potè prendare in nulla maniera, nè per ingegno che sapesse fare o pensare, sì vigorosamente la difendeva Archimede, ch'era cittadino della città, che per suo senno e per sua forza distruggea tutti l'ingegni, ch'e Romani facevano per la città prendare. Ma altri non die sua matera tralassare se non il meno che può; perciò vi dirò dello re Anibal, per seguitare la storia che io v'ô cominciata, e sappiate che mai in vita vostra non udirete parlare di più vera storia, nè ove abbia meno falsità e bugie; e per meglio dire la verità, ve la contio senza nulla rima, onde è più da credare e da pregiare.

XXXIII.

Il decimo anno che lo re Anibal era venuto in Italia, allora erano consoli di Roma Gaio Fulvio e Pubblio Supplizio[33], grandi signori e molto valenti, e bene sappiate ch'e' dottavano poco lo re Anibal e tutto suo potere; ed in quello tempo mosse lo re Anibal tutta sua oste di Campagnia, ov'elli avea molto soggiornato, e venne presso a Roma ad una lega e mezzo, e là s'attendò con tutta sua gente, che molto era grande e bella, e alloggioro in sulla riviera del Tevare, e allora corsero li scorridori infino alla città, ove le genti erano molto spaventate, che alla fine credevano essere tutti morti o presi. Li senatori e li alti baroni di Roma e tutto l'altro popolo, che là entro erano, stavano in molta gran sospezione della città guardare e difendare, e di procacciare dardi e saette e altre armi difendevoli; e spezialmente l'alte donne di Roma erano duramente spaventate e sbigottite, che per la gran paura ch'aveano, parea che fussero fuore di loro sentimento; ed appresso sì corrivano suso per le mura e per le bertesche di Roma, ch'erano cariche di pietre e di lancie e di balestre, d'onde primamente volevano difendare la città, s'ella fusse assalita.

NOTE:

[33] Caio Fulvio Centumalo e Publio Galba Massimo.

XXXIV.

Mentre ch'e Romani erano sì duramente sbigottiti, lo re Anibal fece tutta sua gente armare e sua cavallaria, e sì cavalcò primamente nella fronte dinanzi Anibal con molta gran parte di sua eletta cavallaria, e non finò per infine tanto che venne presso alla città orgogliosamente e fieramente, imperò ch'elli credette avere senza indugio la città, e non credette niente che si potessero longamente tenere contra a lui; ma quando giunse là, e vidde che le porti non gli erano aperte, e vidde che coloro delle mura li gittavano pietre e dardi e saette, sappiate che n'ebbe grande ira, e perciò fece sua gente ordinare e schierare a battaglia, ed appresso fece fare ingegni per le mura assalire; ma quando li senatori e li alti uomini viddero ciò, ellino parlarono insieme, e dissero che meglio lo' venia d'uscire della città e combattare collo re Anibal, che stare dentro alla difesa della città, e meglio lo' venia di morire ad onore in difensione di loro paese e di loro contrada, che essare presi per forza dentro alle mura e menati in servaggio.

XXXV.

Sì tosto come ciò fu divisato e detto, ellino assembrarono allora tutta loro gente e loro forza e loro potere, e tutti coloro che arme potevano portare, furo tutti ragunati in Campidoglio, ed allora furo pregati che arditamente e vigorosamente combattessero, siccome per loro difendare e loro donne e loro figliuogli, ch'e loro nemici desideravano di menare in loro contrada per fare loro volontà. A queste parole furo le schiere ordinate, e le nobili donne e le pulzelle saliro su per le mura della città, tutte spogliate di loro migliori robbe, per la città difendare, se loro gente fusse sconfitta. Intanto furo li Romani usciti della città, e nullo pensiero avevano, se non o essare tutti morti o tutti presi innanzi che tornare per forza dentro alla città. Quando lo re Anibal vidde che li Romani erano usciti tutti fuore di Roma contra di lui nella campagna, e tutti ordinare e apparecchiare per combattare, elli si pensò bene ch'ellino non volevano tornare addietro, che loro si vendicarebbero del duolo e del dannaggio ch'elli l'aveva fatto; e perciò comandò che sue genti fussero bene ordinate e schierate per combattare, e pensò che se potesse tanto fare, che si mettesse tra loro e la città, giammai uno solo non avarebbe potere di ritornarvi nella città; e tantosto furo d'una parte e dell'altra le schiere ordinate assai tostamente, ma sì tosto come quelli da cavallo si volevano muovare per combattare, e quelli da piei s'erano già tanto appressimati, che già gli archi tiravano per trarre l'uno all'altro; e intanto venne una sì gran piova ed uno sì gran vento mescolato con gragniuola, e dè lo' adosso per sì fatto modo, che mai sì grande piova e grandine non avevano veduta, e ciò fu una delle maggiori maraviglie, che altri udisse mai parlare.

XXXVI.

Quella piova fu sì grande, che appena potevano vedere l'uno l'altro, e non si potevano cognosciare l'uno l'altro, e non si potevano tenere ritti, nè tenere suo scudo nè sue armi, sì duramente l'oppressava la piova, che li mollava[34] troppo forte. Per questa avventura tutti li cavalieri ch'erano armati, e tutti e pedoni e cavalli poco si falliva che non venivano meno del tutto, e sì non sapevano partire loro schiere, che assembrare dovevano; e medesimamente quelli della città appena tornarono dentro, e quelli del campo tornarono a' loro padiglioni, e così rimase la battaglia il dì per la piova che fu così smisurata; ma la mattina sì tosto come apparve il giorno, e 'l sole rendea suoi raggi sopra la terra, s'apparecchiaro nell'oste per combattare, e dall'altra parte quelli della città s'apparecchiavano di loro armi, e sì le fecero rischiarare, che erano tutte scure per lo forte tempo che avevano auto, imperò che le volevano belle e chiare mostrare a' loro nemici, e dall'altra parte volevano tosto andare alla mortal battaglia; e sì tosto come furo nella campagna tutti assembrati e apparecchiati per ferire l'uno l'altro, ed eccoti siccome lo dì dinanzi una sì gran tempesta e più forte assai che quella dinanzi, e con sì grande tempesta lo' venne adosso, sicchè era una maraviglia, sicchè lo' tolse l'ardimento e 'l coraggio, che l'uno avea di tollare la vita a l'altro. E così come avevano fatto l'altro dì, sì si tornarono addietro a' loro alberghi; e per così maravigliose venture sì si trasse lo re Anibal addietro nella campagna, che li fu veramente avviso alle disavventure che aveva aute, che lui li sottomettarebbe e signoreggiarebbe, e farebbe di loro e di tutta la contrada tutta sua volontà, fuore solamente della città di Roma; e di ciò era bene sicuro, per ciò che sapeva bene che ella era di troppo grande forza.

NOTE:

[34] _Macerava_ o _allentava_.

XXXVII.

Ora sguardate come ciò può essare, che Roma non fusse presa a quella fiata, e ciò non fu per la forza ch'e Romani avevano, anco fu per la volontà del nostro Signore Jesù Cristo, da cui ebbero buono aiuto e buono soccorso; e sappiate che per la loro forza non fu niente, imperò che s'eglino avessero auta altrettanta gente, quanta eglino avevano, non avarebbero potuto contra lo re Anibal nè forza nè vertù, tanto avea lo re Anibal gran gente e forte, e insieme con tutto ciò erano pieni di sì grande ardimento e di sì grande prodezza, ed erano sì duri per male sofferire, che ciò era una grande maraviglia. Or sappiate dunque, e di ciò non siate in dottanza, che ciò fu per volontà del nostro Signore Iddio, che Roma fu a quella fiata difesa, imperò che non volse per sua pietà e misericordia che allora la città fusse distrutta del tutto, la quale avea eletta ad essare donna e capo del mondo e di tutta Cristianità, avvenga ch'allora fusse maestra degl'idoli e della legge pagana; e ciò possono bene sapere quegli, che la grande potenzia di Dio ânno cognosciuta, e perciò fu Roma difesa, ch'ella non fu presa dallo re Anibal, ch'aveva la forza grande, e Dio la difese in tale maniera, come voi avete udito, che lo' mandò le gran piove da cielo.

XXXVIII.

Di ciò vi lassarò ora stare, che ciascuno che â senno e discrezione, può bene sapere e cognoscere che assai sono più grandi l'opere del nostro Signore Dio e suoi provedimenti, che non si possono dire nè pensare. Io v'ô detto come li Romani sconfissero Asdrubali in Ispagna; ora dirò del re Anibal, che per tutta Italia, sì grande com'ella è, tenea sua signoria, chè chi â il principio d'una cosa inteso e non la fine, non sa che se n'è avvenuto, e avviene che ne perdono loro buono intendimento, ch'ânno auto al principio; e perciò è buona cosa di seguire in ordine ciò che altri comincia, e perciò mi conviene tornare a ciò quando luogo e tempo sarà, e seguire la materia sì che altri la possa bene intendare.