La Seconda e Terza Guerra Punica Tratto da un codice dell'Ambrosiana
Part 2
Quando la città si fu arrenduta, Anibal fece prendare l'oro e l'argento, e drappi della seta e l'altre ricchezze, e poi vi fece mettare lo fuoco per tutta la città, e così fu distrutta Serragoza per Anibal re di Cartaggine; e questa fu la vendetta e lo cominciamento della distruzione che Anibal fece per lo re Amilcar suo padre, il quale era stato sconfitto, ond'elli odiava li Romani sopra tutte creature, e perciò si vendicò in questa maniera. Allora comandò Anibal, che molto era fiero e crudele, ad Astrubal suo fratello, che rimanesse in Ispagna per conquistare tutto lo reame tanto come si stendeva infino al mare, che molto era grande e maraviglioso, e quando elli avesse ciò fatto, elli disse che mettesse in sua signoria tutte l'isole del mare; poi venisse dopo lui per Gaule e per Italia tosto e prestamente, che sì voleva combattare colli Romani, ch'elli odiava mortalmente, e sì voleva avere la potestà e la signoria di Roma. E quando ciò fu divisato infra due frategli, Anibal venne con sua gente verso Italia, ed Astrubal rimase in Ispagna, ove prese molti forti castelli, e conquise molte fortezze innanzi che la mettesse sotto sua volontà. Di Astrubal vi lassarò ora stare, il quale rimase in Ispagna per acquistare lo reame, e non ne udirete parlare più al presente, ma innanzi che la fine venga, vi dirò che ne fu; ed ora al presente vi dirò di Anibal, che verso e monti di Meos prese sua via il più dritto che potè con sua grande oste, se ciò non fusse cosa ch'eglino uscissero del camino per ponare campo sopra fontane o sopra riviere, chè bene potete sapere senza dottanza, che sì grande gente, com'elli aveva assembrata, non poteva passare senza acqua, perciò ch'elli aveva grande gente appiè e a cavallo.
X.
E così andava Anibal, che tutto confondeva ciò che trovava dinanzi da lui, ed a gran pena passò li monti di Spagna per le strette vie che non erano battute nè usate, ma elli fece la via acconciare e dilargare con picconi di ferro e d'acciaio, acciò che sua gente che lo seguiva, passasse più sicuramente, se bisogno fusse d'essare assaliti. Quando lo re Anibal fu oltre passato e sua gente a gran pena, eglino andaro poi due mesi interi, e presero loro via il più tosto che potero verso lo Rodano; ma innanzi che vi giugnessero, assembrarono li Gallici da tutte parti, e quali combatterono con Anibal e con sua gente con ciò che poterono, ma e' nollo vensero niente nè sconfissero, chè troppo avea con lui grande gente e grande cavallaria, di che furono molto dolenti e molto ontiosi[21] che non ne vennero a fine, ma s'accordaro con lui.
NOTE:
[21] Anche _ointoso_ disse Bacciarone di messer Baccone: «Assai più è ointoso».
XI.
Non vi maravigliate niente, se tutte queste genti di quelle parti vennero contra Anibal, chè ben sappiate che Guascogna, Navarra e Anio, Ponto e Franca e tutta Borgogna infra monti, e la città Sainna la vecchia, erano tutte queste terre, ch'io v'ô qui dette, chiamate Gaule, e le genti Gallici di stranie nazioni nominate. In quello tempo Anibal se ne veniva verso i monti di Italia per passare. Allora erano consoli di Roma Cornellio Scipio e Publio Sempronio, che per lo comandamento de' senatori di Roma, che la terra avevano a guardare, si mossero questi due consoli, ch'io v'ô nomati, per andare contra loro nemici in qualunque luogo li sapessero, per essar lo' alla rincontra, acciò che non venissero tanto innanzi, che lo' facessero troppo danno, e per combattare con loro. Publio Sempronio andò con sua gente in Cicilia, la quale era allora molto buono paese e piena di tutti beni e guarnita di buone vivande; e Cornello Scipio dall'altra parte se n'andò verso e monti di Mongieu[22] con tutta sua gente per sapere e per intendare se Anibal si volesse trarre verso quella parte; e così si partiro quelli due consoli in due parti e tutta loro gente.
Questo Scipio Cornello, del quale io vi parlo, non fu niente lo savio Scipio Cornellio, ma sì vi dico certamente che fu molto buono cavaliere e pro e ardito e pieno di grande prodezza, e perciò lo ricordo qui ora, acciò che voi non crediate che in Roma non fusse solo uno Scipio Cornellio, anzi ne furo due, siccome io vi contio, consoli di Roma, e quali sostennero assai pene e dolore per Roma mantenere dal tempo di Bruto fino al tempo di Iulio Cesare, che per lui solamente la signoria e la potestà di Roma fu molto dottata e temuta, e di ciò vi lassarò ora stare per seguire mia materia. E sì vi dirò di Anibal, che molto aveva impresa grande cosa a fare, e sappiate che tornava addietro con sua grande oste, ma innanzi assembrato li Gallici appiei li monti di Mongeu ne' gran diserti che allora v'erano, per difendare e per guardare l'entrata, sicchè per le valli non passassero niente; e sappiate che là sì combattè Anibal contra a' Gallici, e sì vi fu molto grande danno d'una parte e dall'altra, ma nella fine andò tanto la cosa, che s'accordaro e fecero pace, però che Anibal per conseglio de' savii uomini che là erano, lo conseglionno che s'accordasse con loro se volesse passare contra a' Romani, e così fece, sicchè in pace lassare passare lei e sua compagnia per li salvatichi diserti. Quando ciò fu fatto, sì avvenne che molta gran gente d'oltre lo Rodano e de' monti s'assembraro colla gente di Anibal, e sì li furo in aiuto di ciò che potero.
NOTE:
[22] Il Mongiove o Gran S. Bernardo.
XII.
A quello tempo non v'era mai passata nulla umana creatura. Lo re Anibal, che vidde le grandi montagne che si stendevano fino al cielo, molto dottò di passare, e sì domandò quelli della contrada, se vi si potesse trovare nulla via per nullo ingegnio ch'altri sapesse fare o dire. Eglino risposero che le montagne erano sì orribili e sì pericolose d'acqua e di nieve e di ghiaccio e d'altezza, che non v'avevano mai veduto passare nulla creatura che fusse nel mondo, se ciò non fusse o orsi o lioni e altre bestie salvatiche di diverse maniere. Quando Anibal udì così contiare a quelli della contrada, ne fu molto sbigottito, e tuttavolta diceva che voleva passare li monti. Allora fece assembrare tutti suoi maestri, ch'egli aveva nell'oste, come fabri e maestri di pietra e di legname, per conseglio avere come potesse passare le montagne; là furo divisati picconi e martelli per rompare e gran sassi e fare la via; e sì tosto come furo trovati, incominciaro a fare la via appiei la montagna con gran travaglio e con gran pena, e sì tosto come avevano rotto e sassi, sì vi gittavano suso sangue di bestie[23], acciò che la nieve non vi ghiacciasse suso, e tenessele calde contra la nieve e la freddura, che v'era grande ed aspra.
NOTE:
[23] T. Livio, lib. XII, narra che quel passaggio fu aperto aspergendo d'aceto la rupe infuocata, impiegandovi quattro giorni; racconto abbastanza inverosimile.
XIII.
Così come voi udite, fece lo re Anibal di Cartagine primamente tagliare li monti di Mongeu per fare la via con gran costo e con gran pena, e ciò possono sapere coloro che l'ânno veduto e che vi sono passati; e quando ciò ebbero fatto, Anibal passò oltre con tutta sua gente, e al sesto giorno giunse dall'altra parte al piano; e quando ebbero tanto aspettato che giunsero tutti, e tutti furono passati, cavalieri e pedoni e ogni bestiame, elli fece sua gente annoverare per sapere lo numaro di sua gente, e sì trovò ch'egli aveva con seco cento migliaia d'uomini appiei, e sessanta migliaia di cavalieri tutti armati; e sì dice Eutropio e contia ch'elli aveva cento olifanti senza e camelli ed altri animali, de' quali aveva sì grande abbondanzia, ch'appena se ne potrebbe fare il numaro.
XIV.
E tuttavolta crescevano e multipricavano le genti ad Anibal molto grandemente delle contrade che si ragunavano con loro. Allora cavalcò Cornello Scipio molto forte, e con lui suo figliuolo, che fu poi chiamato Scipio Affricano (e la ragione perchè vi contiarò innanzi che sia la fine di questo libro) con gran popolo di Roma per combattare contra Anibal, che per suo grande orgoglio voleva combattare la terra d'Italia, che ora è Lombardia chiamata. Quando furo tanto approssimati[24] l'osti d'una parte e d'altra, che non v'era altro che abbassare le lancie, ellino broccaro[25] li cavalli delli speroni, e sì si corsero a ferire sì duramente, che più di due milia cavalieri tra l'una parte e l'altra si gittarono a terra de' cavalli, de' quali vi furono molti feriti villanamente. E sappiate che ine si cominciò lo stormo fiero e mortale, che non si risparmiavano niente, anzi vi dico bene di verità che si faceano il peggio che poteano; lo padre non avarebbe riguardato lo figliuolo, e lo figliuolo lo padre. Li Romani credeano per forza sconfiggiare li Affricani per loro grande forza e per loro grande orgoglio, onde erano sì pieni, che non dottavano persona del mondo, ma nollo valse niente, chè troppo avevano gran gente e gran cavallaria quelli di Affrica; e là fu lo consolo Scipio ferito molto duramente, e sì fu abbattuto a terra, ed ucciso l'avarebbero, se non fusse Scipio suo figliuolo, che vigorosamente lo soccorse, d'onde sofferse molta gran pena; e sappiate che là furono morti de' Taliani e de' Romani tanti, che pochi ne camparono col consolo e col figliuolo, e quali si partirono dolenti e tristi; e in questa maniera ebbero dolore li Romani a quella prima fiata, per la sciagura ch'eglino ebbero contra Anibal, che di quella prima vittoria ebbe molto gran gioia. Allora ebbe Scipio Cornellio molto gran dolore quando fu ferito, e più per sua gente che morta era, la quale aveva di Roma menata; e per quella ontia vendicare assembrò gente, e richiese quanto potè il più tosto che potè, e ritornò contra lo re Anibal, il quale odiava dentro a suo cuore, perciò che tal dannaggio gli aveva fatto, come di sua gente uccidare e tagliare, e assembrare al fiume di Trema.
Sappiate che la battaglia fu ine grande e pericolosa, ed allora furo ine li Romani sconfitti e tutti morti e messi a perdizione. Publio Semplonio lo consolo, ch'era in Cicilia, seppe ed intese che Scipio suo compagno aveva auto sì gran dannaggio di sua gente e di sua cavallaria. Allora si mosse con tutta la sua gente e con quanto aiuto elli potè avere con lui per venire centra Anibal, e per vendicare li Romani del gran dannaggio e della gran perdita ch'egli avevano fatta; e tanto andò Sempronio consolo con tutta sua oste, che venne ove li Romani erano stati sconfitti l'altra fiata, e là trovò ancora lo re Anibal e sua gente, che veniva incontra al consolo a battaglia; e sappiate che là furo fatte grandi prodezze per l'una parte e per l'altra per difendare loro corpi e loro vita e loro avere. In quella battaglia fu lo re Anibal ferito d'una saetta molto duramente, ma sappiate che non morì a quella fiata, anzi lo' vendè molto cara l'ira e lo corruccio ch'egli ebbe di sua piaga e del dolore e dell'angoscia ch'egli ebbe; fu elli sì ripreso di mal talento, che fece tanta di prodezza e d'ardimento, poi che fu ferito, che più di mille Romani ne perdero la vita. E sappiate che Publio Sempronio fu sconfitto in quello stormo, ch'era consolo e molto buono guerriere e valente cavaliere, e sì vi fu sì villanamente menato, ch'a pena ne scampò, e così ebbero li Romani gran perdita e gran dannaggio dallo re Anibal a quella fiata.
NOTE:
[24] Il Cavalcanti nella _Medicina del cuore_, 235: «Come s'appressima la salute, così s'appressima la tentazione».
[25] _Punsero_; nel _Ciriffo Calvaneo_, 3: «Ed in un tratto poi il destrier brocca».
XV.
Anibal inforzò e crebbe molto contra li Romani per queste vittorie in tal modo, che la maggiore parte di quelli di Italia vennero a sua mercè per paura ch'egli avevano di lui e di sua gente, e sì si sottomissero a sua signoria, e lassaro li Romani con chinche eglino erano, e là soggiornò Anibal tutto verno, e quando venne la primavera, elli si misse in via per venire in Toscana. Ma sì tosto come venne al monte Apennino, venne una sì gran tempesta di nieve e di gragnuola mescolata insieme, e con ciò folgori sì aspre e sì maravigliose, che ciò era terribile cosa a vedere, per la quale cosa due mesi tutti interi non si potero mutare; anzi furo caricati li olifanti e camelli e cavagli e altre bestie e tutta l'oste di nieve e di freddura e di gragnuola in tal modo, che appena si potevano tenere in piei nè muovare, ed erano sì coperti di nieve l'armadure e le bestie, che non si cognoscevano di che pelo si fussero. E sappiate che lo re Anibal perdè molti de' suoi cavalieri e delle sue bestie per la gran freddura che non potevano sofferire, e di poco si fallì, che tutti li olifanti non perdero la vita. E quando Anibal vidde ciò, elli si partì il più tosto che potè della montagna; e sappiate che ciò non fu niente grande maraviglia, se si partiro d'onde eglino avevano auto tanta pena e travaglio, e per questa pistolenzia e per questa disavventura ricevette lo re Anibal molta grande perdita e molto grande dannaggio maggiore che none aveva fatto in tutta l'altra via. Allora se n'andò Scipio figliuolo dell'altro Scipio, ch'era stato sconfitto per lo re Anibal nelle terre di Spagna.
XVI.
Allora e in quello tempo avvenne a Roma uno maraviglioso segno e per tutta la contrada, sicchè i Romani ne furono sì sbigottiti, che non sapevano che si fare di loro medesimi, imperò che 'l sole scurossi a tutto e menovò sì che quello che se ne vedeva, non era quanto una stella delle più picciole, e quelli d'Arpos viddero nel cielo scudi veramente, per quello che lo' paresse, sì ordinati, come se dovessero combattare, e sì viddero venire a battaglia il sole e la luna l'uno contra l'altro, e l'uno percuotare l'altro, e quelli di Campagna viddero due lune insieme nel cielo, e in Sardegna viddero due scudi che gocciolavano sangue, e molti altri viddero cadere da cielo gocciole di sangue.
XVII.
Queste novelle ch'io v'ô qui dette, spaventaro molto li Romani, che credevano che ciò fusse segno della distruzione di Roma per lo re Anibal, che molto avea perduta della sua gente per la smisurata freddura, siccome voi avete udito; ma perciò non lassò niente Anibal, che elli assembrò tutta sua gente quanta ne potè avere e concogliare[26], e sì si posaro e presero agio e scaldaronsi, come coloro che grande bisogno n'avevano; e quando furo posati e invigoriti, ed ebbero passato quello grande disagio e quello grande dolore ch'eglino avevano auto dinanzi, lo re Anibal li fece muovare d'inde, e sì se n'andò in quella parte di Italia, ove Saramma[27] corre, il quale traboccava ed era uscito del suo letto per le gran piove del forte verno ch'era stato, e per le grandi nievi delle montagne, che giù erano discese. E sappiate che lo re Anibal si misse per queste vie, perciò che li senatori di Roma avevano mandato lo consolo Flammineo con molta buona cavallaria per combattare con lui, e sì era già tanto andato questo consolo, che s'era attendato sopra al lago Trasimeno con sua cavallaria.
NOTE:
[26] _Concogliare_ per _raccogliere_ non trovasi nei dizionarii.
[27] Il Sarno?
XVIII.
Lo re Anibal, che molto era sottile e malizioso e savio di guerra, si misse per le campagne, ove l'acque erano state, ch'erano ristate e tornate addietro, ma innanzi che n'escisse, ricevette molto grande dannaggio di sua gente e di sue bestie, chè l'acque ch'escivano de' fiumi e de' paludi e delle valli grandi, li molestavano sì duramente, che non sapevano che si fare e dove andare o tornare. Allora là venne molto gran dannaggio e mala ventura, che si imbattero ne' paludi, che la riviera aveva ripieni, e sopra tutto ciò gli assalse la freddura, e perdeano spesso l'uno l'altro, che per la nebbia non si potevano vedere, e per ciò perde molta di sua gente lo re Anibal, e ciò non fu niente maraviglia, tanto dolore avevano e tanta mala ventura, ed elli medesimo appena scampò vivo in sur uno olifante, che gli era rimasto di tutti quegli ch'egli aveva menati con lui di lontane contrade.
XIX.
Sopra questo olifante era lo re Anibal, quando elli uscì fuore di questo palude e di queste gravose vie. Allora perdè lo re Anibal uno occhio, il quale di prima avea molto infermo, che per lo grande travaglio e per la grande freddura l'iscì fuore della testa; ma non di meno per tutte queste sciagure non lassò che non cavalcasse là ov'elli sapea che Flammineo lo consolo era con sua gente, la quale era in loro tende, e sì tosto com'elli s'appressimò, elli fece sonare suoi corni e sue trombette e sue genti armare e ordinare per schiere; e così fece Flammineo lo consolo, che molto avea con lui gran gente appiè e a cavallo. Questa battaglia cominciò sopra 'l lago di Trasimeno, e sappiate che tutto ciò fece fare lo re Anibal a pensato, per mettare più tosto li Romani in isconfitta e a perdizione. Là cominciò tra queste genti gran battaglia e orribile e maravigliosa e piena di grievi affanni e dolore. Lo re Anibal, che molto sapea d'ingegno e di malizia, fece sue schiere ritrare verso le tende, perciò che volea li Romani mettare verso il lago, sicchè non potessero in nulla maniera da nulla parte tornare a fortezza nè a sussidio veruno, se non si mettessero in forti poggi, ove fussero certi che perdarebbero la vita tosto, nè scampare non potrebbero in nulla maniera. Allora s'appressaro sì che delle lancie e delle spade si potevano ferire e danneggiare l'uno l'altro.
XX.
Allora vi dico che non lassaro per niente che non s'andassero a ferire l'uno l'altro e uccidare senza nissuno risparmio; là volavano dardi e saette, che l'uni e l'altri traevano sì spessamente più che la piova che cade da cielo; e bene sappiate che là lo' fece molto bene lo consolo Flammineo e li altri Romani che là erano, che difendevano loro e loro terre valentemente, ma poco lo' valse alla fine, chè vi fu morto lo consolo Flammineo, buono cavaliere e savio e pieno di gran prodezza e di grande ardimento. E bene sappiate che poi che fu morto, si difendero sì duramente li Romani come ardita gente e forte, sì che tolsero la vita a più di mille di quelli dello re Anibal. Là fu la battaglia sì orribile e sì grande, che le storie raccontiano, che quella contrada in quello tempo tremò sì forte, che molte case e difizii caddero per terra, e più montagne avallare giuso; e sappiate ch'e fiumi lassaro loro corso e tornarono addietro tanto quanto lo tremuoto bastò, ma di tutto ciò non sentivano niente coloro che combattevano, tanto attendevano l'uno l'altro a uccidare; e là furo tutti sconfitti li Romani, senza che, siccome io v'ô detto, lo consolo Flammineo, che tanto era pro' e ardito e pieno di grande virtù, vi fu morto, e con lui vinticinque migliaia di sua gente, e se' miglia presi, e quagli non perdero allora la vita, anzi li fece lo re Anibal mettare in prigioni, e mandonne in Cartaggine tutto l'avere e la gran preda, ch'avevano guadagnata della battaglia.
XXI.
Così fu lo consolo Flammineo morto e sua gente altresì tutta vinta, ma li Romani che gran dolore facevano, mandarono lo consolo Fabio Manlio incontra lo re Anibal, sì che poco lo' valse, fuor ch'elli stroppiò allo re Anibal l'andare di Puglia, lo quale paese li Romani avevano pressochè tutto preso, come gente piena di forza e d'ardimento, ed Anibal li volea rimettare nella signoria di Cartaggine, la quale cosa molto desiderava. Ma sappiate che nella fine fu Fabio Manlio sconfitto, e sua gente venta e messa a destruzione. Allora se n'andò Anibal in Puglia per la contrada prendare e mettare in sua signoria, e tanto cavalcò che vi giunse. Ine avea molte terre piene di molti beni, siccome appare ancora, e sappiate che là fu molto lo re Anibal ad agio e tutta sua gente, e molto erano lieti per le grandi strette che avevano aute.
XXII.
Allora avvenne nell'anno DXLI, che Roma era stata primamente fondata, ch'e senatori e consoli e tutti li altri uomini di Roma erano tutti sbigottiti delle gran perdite e de' grandi dolori, ch'egli avevano riceuti, e dello re Anibal, che sì l'incalciava e sì li distruggeva per sua buona cavallaria, ch'elli aveva menata con lui, la quale e Romani dottavano molto duramente. Allora s'assembrare li savi uomini e possenti di Roma, per conseglio prendare e domandare che potessero fare sopra lo re Anibal, il quale non intendeva se none a prendare e distruggiare Roma, e per queste cose vendicare fu eletto Emilio Publio; e bene sappiate che questo consolo era molto buono cavaliere e valente e ardito, e sì era nato di grande lignaggio. Costui fu mandato contra lo re Anibal, che molto aveva fatto grande danno a' Romani, e perciò andò questo consolo contra lui con grande gente per lui sconfiggiare se potesse; ogiomai appresso costui non averebbero conforto nè speranza di lui vinciare, che tanti ve n'avevano mandati, che poco era rilevato, che ciò era maraviglia, e perciò erano li Romani sbigottiti e smagati.
XXIII.
Allora e in quella battaglia andaro li senatori e consoli e li alti uomini di Roma, ch'erano chiamati pretori, e molta gente appiè e a cavallo in sì gran quantità, che ciò era una maraviglia; e sappiate certamente che questa fu la più gran parte della forza di Roma. Così come voi udite, si mossero li Romani con grande apparecchio e con molta grande forza per andare contra lo re Anibal, che molto era altresì bene apparecchiato dall'altra parte con sì gran gente appiè e a cavallo, che ciò era una maraviglia. Emilio, a cui li Romani erano ubidienti, cavalcò tanto per sue giornate elli e Romani appiè e a cavallo, che vennero in Puglia e albergano dinanzi alla città di Cannes presso d'una foresta in una bella prataria sopra una riviera, che corriva verso il mare bella e chiara, e là si riposaro li Romani, perciò che viddero il luogo bello e chiaro e netto, e la prataria grande e bella, e loro cavalli si riposaro altresì, e sì apparecchiaro loro armi, e ciò che apparecchiare si debba a battaglia. E sappiate ch'e Romani erano sicuri d'avere una grande battaglia, imperò che lo re Anibal l'era assai presso, il quale non finò e non cessò di venire contra loro con tutta sua gente; e sappiate che sì tosto come li Romani e li Affricani si viddero, elli si armaro tantosto sanza indugiare, ed assembraro allora per tale forza, che pareva certamente che 'l cielo s'inabissasse sotto loro piei; e sappiate che là non aveva mestiere nullo giuoco nè nulla gabbarìa, chè non v'era sì ardito che non fusse in gran dottanza e in gran paura di non per dare la vita. E bene sappiate che cuore codardo non v'aveva mestiere, che vedevano bene che lo' conveniva passare per mezzo de' ferri, chè la cosa era così divisata per l'una parte e per l'altra, imperò che diliberato avieno l'una parte e l'altra o d'essare tutti morti o presi, od egli averebbero sopra di loro nemici la vittoria; e quando le schiere furono tutte venute insieme, bene potete certamente credare, che molti vi cadevano, che poi non si rilevavano, imperò che morivano. Là furo teste e braccia tagliate, e sì v'ebbe assai cavalieri pro' e arditi feriti, che non ne scamparo di quello dì; onde fu molto grande dannaggio e molta grande tribulazione; e sappiate che mai dinanzi a Troia non fu sì grande battaglia nè sì crudele, come fu quella.
XXIV.