La Seconda e Terza Guerra Punica Tratto da un codice dell'Ambrosiana
Part 1
SCELTA DI =CURIOSITÀ LETTERARIE= INEDITE O RARE =DAL SECOLO XIII AL XVII.=
=In Appendice alla Collezione di Opere inedite o rare.=
Dispensa CXLVIII.
PREZZO LIRE 5.
=Di questa SCELTA usciranno dieci o dodici volumetti all'anno: la tiratura di essi verrà eseguita in numero non maggiore di esemplari 202: il prezzo sarà uniformato al num. dei fogli di ciascheduna dispensa, e alla quantità degli esemplari tirati: sesto, carta e caratteri, uguali al presente fascicolo.=
=Gaetano Romagnoli.=
LA SECONDA E TERZA GUERRA PUNICA
TESTO DI LINGUA INEDITO
TRATTO DA UN CODICE DELL'AMBROSIANA PER =ANTONIO CERUTI=
Dottore della medesima
BOLOGNA PRESSO GAETANO ROMAGNOLI
1875.
Edizione di soli 202 esemplari ordinatamente numerati.
N. 193
Regia Tipografia.
AL NOBIL UOMO MARCHESE GEROLAMO D'ADDA ERUDITO BIBLIOGRAFO INTELLIGENTE CULTORE DEL BELLO IN SEGNO DI RIVERENTE ESTIMAZIONE ANTONIO CERUTI
D. D. D.
PREFAZIONE
Un Codice dell'Ambrosiana diligentemente scritto nel mezzo del sec. XV, cartaceo in foglio, ed appartenente un tempo a Battista Cozzarelli, indi a Muciatto Cerretani, ambedue fiorentini, porta il titolo: «_La prima, seconda e terza guerra punica_ di Leonardo Aretino.» Consta esso di due parti distinte: la prima contiene la versione volgare, d'ignoto autore, dell'opera attribuita a Leonardo Bruni _De Bello Punico_, in cui narra le guerre de' Romani co' Cartaginesi[1]. Alcune edizioni di quest'opera recano in fronte il nome di Polibio come autore, come quelle di Brescia del 1498 e di Badio Ascensio fatta nel 1512 a Parigi, e quantunque l'Aretino dichiari nel suo Prologo di avere scritto la storia di quella guerra sulle tracce di Polibio e di altri scrittori greci e latini[2], tuttavia ei fece poco più che volgere in latino la storia dello scrittore megalopolitano, discepolo di Panezio, secondo il Suida. Secondo un Codice Mediceo Laurenziano[3], egli eseguì la sua versione verso il 1421, trovandovisi scritto in calce: «Leonardus Arretinus edidit Florentiae XVIII kalendas januarias MCCCCXXI,» come nota il Mehus nel Sillabo delle opere di quell'autore, del quale tessè la vita nel vol. I delle di lui lettere[4]. Più edizioni vennero fatte di quest'opera: il Fabrizio dice che la prima apparve nel 1498 a Brescia[5], ma è certo che ve n'ha una anteriore, cioè del 1490; altra è di Parigi del 1512 dell'Ascensio già menzionata[6], poi quella di Augsbourg nel 1537[7].
Anche la versione volgare di questa Storia, di cui pure esistono più codici mss. nelle Biblioteche, fu sovente stampata, ma ne è controverso l'autore e l'epoca in cui fu eseguita. Il Paitoni[8] l'attribuisce a Donato Acciaioli, ma sembra che questi non abbia volgarizzato dell'Aretino che la Storia Fiorentina; altri a Lodovico Domenichi, ma questi pure caddero in errore, poichè anzitutto egli visse nel sec. XVI, e il volgarizzamento fu lavoro anteriore d'un buon secolo; d'altronde sebbene il Domenichi nell'edizione di Venezia del 1545 per G. Giolito de' Ferrari, da lui dedicata al conte Clemente Pietra, nella dedica stessa asserisca d'aver compito pochi mesi innanzi la traduzione di Polibio, e sul frontispizio asserisca _nuova_[9] la versione da lui pubblicata delle Guerre Cartaginesi, pure il testo è affatto identico a quello stampato nel sec. XV. Gli antichi codici e le stampe attribuiscono la versione italiana chi, come quella del 1544, ad un amico, chi ad uno scolare di Leonardo, ma senza accennare mai ad alcuno scrittore speciale, ed è fuor d'ogni dubbio ch'essa è anteriore al 1449, data d'un codice Riccardiano. Checchè sia del volgarizzatore, del primo libro si ha una traduzione volgare stampata in Venezia per Bartolommeo d'Alessandria e Andrea de Asula compagni nel 1485[10] in f.º, unita alla storia di Tito Livio della medesima edizione. Il Prologo di Leonardo sopra lo stesso libro primo uscì di nuovo pochi anni dopo in Venezia ancor in seguito alla versione delle Deche dello storico padovano[11], ed ebbe in seguito molte ristampe nello spazio di pochi anni, specialmente in Venezia.
Ora il Codice Ambrosiano sopra accennato contiene nella sua prima parte il volgarizzamento, come già dissi, della storia dell'Aretino o meglio di Polibio, col titolo di _Prima e seconda guerra punica_, e corrisponde esattamente tanto alla traduzione latina, quanto al volgarizzamento stampato; manca solo il titolo dell'opera, ommesso dall'amanuense, che tuttavia ne lasciava nel Codice lo spazio, e che pure leggesi nelle più antiche edizioni, forse perchè vi fosse scritto da qualche calligrafo e abbellito da ornato; si chiude esso colla frase: «Finito il Libro di messere Lionardo d'Arezzo, detto primo bello punicho. Deo gratias.»
Dopo questa chiusa ha principio nel Codice stesso, come seconda parte[12], un racconto che è la continuazione della storia precedente, e s'intitola: «_Della seconda e terza guerra punica_.» Non appare ch'anch'essa sia una versione di istoriografo anteriore, che abbia scritto quella narrazione in altro idioma, bensì un lavoro originale di autore quattrocentista certamente toscano, rimastoci ignoto[13], non essendovi indizio alcuno del di lui nome; solo ci rimase quello del copista, Giacomo di Buccio di Ghinucci da Siena, che a sua volta non fa cenno del ms., da cui trasse la sua copia scritta nel 1454, nè fornisce alcuna notizia bibliografica in proposito; egli è però assai commendevole per la diligente accuratezza con cui eseguì il suo lavoro; solo i nomi di persone e di città sono sovente falsati e scorretti, colpa forse del ms. da lui copiato. Il testo, rimasto finora inedito, cred'io, ed ignoto agli storici della nostra letteratura[14], distinto in brevi capitoli, come viene fedelmente riprodotto in questa stampa, ritrae non poco qua e là di alcune forme del parlare senese, linguaggio del trascrittore, ma è mirabile per ischiettezza di frasi, purità di lingua, semplicità e vigore d'espressione, e per tutti que' pregi, che splendono negli aurei scritti dei primi secoli della lingua italiana; pel che mi lusingo d'aver fatto cosa non ingrata agli amatori di simili scritture nè inutile alle lettere nostre il rendere di pubblica ragione questo nuovo Racconto.
Milano, nel dicembre 1874.
A. C.
NOTE:
[1] Nell'edizione d'Augsbourg del 1537 ha per titolo: «De Bello Punico libri II, quorum prior bellum inter Romanos et Carthaginienses primum continet, hactenus apud Livium desideratum, alter seditionem militis conductitii et populorum Africae a Carthaginiensibus defectionem. Bellum item Illiricum et Gallicum, quae et ipsa apud Livium desiderantur.»
[2] Parlando di quelli che scrissero sopra questa materia, dice:
«La guerra Punica che fu tra i Cartaginesi e i Romani da molti de' nostri latini e da molti greci fu trattata e scritta; ma e primi e più antichi scrittori di quella furono dalla parte de' Romani Marco Fabio Pittore, e dalla parte de' Cartaginesi fu uno che ebbe nome Filino. Questi furono quasi in questo medesimo tempo che fu la guerra, e per affezione della patria sua ciascuno di loro tirato, benchè nelli eventi e fatti della guerra scrivessero il vero, nientedimeno nelle giustificazioni e nelle cagioni l'uno e l'altro sanza passione si truova avere scritto. Filino Cartaginese molti greci dottori e scrittori seguitavano, intra i quali fu quasi come principale Polibio Megalopolitano greco scrittore e di grande alturità, e Fabio Pictore ancora de' nostri latini andarono dietro, et massime Tito Livio patavino padre delle storie Romane, e libri del quale se fussero in piè, non sarebbe bisognio di prendare nuova fatiga; ma perchè questa parte dell'opere sue insieme con molte altre è perduta, noi a ciò che la fama di così gran fatti non perisse, da Polibio e da altri greci ricogliendo, abbiamo composto e di nuovo scritto questa guerra, ecc.»
[3] Cod. XIV, Pl. LXV. L'Aretino nato nel 1369 morì 75 anni dappoi; il Poggio e Giannozzo Manetti gli dedicarono orazioni funebri.
[4] Pag. LVI. Mittarelli, _Bibliot. di S. Michele_, p. 659.
[5] Brixiae apud Iacobum Britannicum, 1498 in fol.; Parisiis apud Badium Ascensium, 1512; Augustae Vindelicorum apud Philippum Ulhardum, 1537 in 4.
[6] Quell'edizione finisce con questa chiusa: «Polybii historici Megalopolitani liber tertius et ultimus finitur.» Il Negri nella _Storia de' Fiorentini Scrittori_, p. 352, dice anch'egli che Badio Ascensio nell'edizione parigina di quest'opera v'ha posto in fronte il nome di Polibio, persuaso con altri che l'Aretino non abbia fatto in essa altra fatica, che dal greco tradurre quello scrittore in latino, abbenchè egli prevenendo questa censura, nella sua Prefazione lo neghi.
[7] _Biblioth. lat. mediae et inf. latinit._, T. 1 pag 293: «De Bello Punico lib. III prodierunt primo Brixiae anno 1498 sub hoc titulo: Polybius historicus de primo Bello Punico latino Leonardo Aretino interprete.
[8] _Bibliot. degli Aut. Greci e Lat. volgarizz._, nel T. 34 della Collez. Calogerà, p. 267.
[9] _La prima guerra di Cartaginesi con Romani di M. Lionardo Aretino nuovamente tradotta e stampata ecc._ Il Fabrizio (_Biblioth. Graeca_, T. IV, p. 331) nota le edizioni venete nel 1546 e 1564 dell'intera Storia di Polibio nella versione di Lodovico Domenichi, e alla pag. 329 nota la versione latina dell'Aretino dal greco di Polibio del libro _de Bello Punico_, della quale ricorda due Codd. mss. della Biblioteca di S. Michele di Venezia e nella Laurenziana.
[10] Argelati, _Bibliot. de' Volgarizz._, T. I, p. 188.
[11] Per Bartholomaeum de Zanis, 1490 et 1511 in f. Quella del 1493 conclude così: «Finite le Deche de Tito Livio padovano historiographo vulgare historiate con uno certo tractato de bello punico stampate nella inclita cittade de Venetia per Zovane Vercellese ad instancia del nobile Ser Luca Antonio Zonta fiorentino nell'anno M.CCCC.LXXXXIII, adì XI del mese di febbraio.»
[12] Di questa l'Argelati (op. cit.), additando pure il Codice Ambrosiano, non fa alcun cenno, e probabilmente essa gli passò inosservata, credendola parte della precedente _prima e seconda guerra_.
[13] Appare dalla sua narrazione ch'egli si giovò dell'autorità e degli scritti di Eutropio, a cui sovente si riferisce. Sarebbe egli mai lo stesso Leonardo, che compito da altri il volgarizzamento delle guerre precedenti, siasi accinto a continuare il racconto come suo lavoro originale? Ai dotti la sentenza.
[14] Nelle Biblioteche di Firenze esistono molti Codici, taluni membranacei e pregevolissimi per calligrafia e per belle miniature, che contengono il testo, quale fu già impresso, delle guerre cartaginesi, recate in volgare, dicono essi, da un amico o da uno scolaro dell'Aretino; ma nessuno ha la presente continuazione. In alcuni di essi leggesi nel primo foglio questo distico:
Tu che con questo libro ti trastulli, Guardal dalla lucerna e da' fanciulli.
DELLA SECONDA E TERZA GUERRA PUNICA
I.
Erano le porti del tempio di Giano in Roma serrate dopo la malvagia e lunga guerra suta infra 'l popolo di Roma e quello di Cartagine, che ventiquattro anni era durata con molto grieve danno e perdita di ciascuna delle parti, e riposavansi in quieta pace li Romani; quando poco di tempo interposto, Amilcar imperadore di Cartagine con sua gente passato in Ispagna, cominciò e mosse nuova guerra, per la quale Anibale figliuolo d'Amilcar vi fu sconfitto e lui morto; e l'anno appresso li Ilciani ammazzaro li messaggi de' Romani, che andavano per lo trebuto; per la quale cosa lo tempio di Giano fu aperto, e fu mandato per vendicare l'ontia Fulvio Postumio consolo contra di loro, il quale fatta battaglia con loro, rimase vincitore, e tornò in Roma triunfando. Ed in questo si levò nuova guerra fra li Gallici e li Romani, della quale li Romani molto sbigottiro; ed assembrata oste quanto potero, vennero contra li Gallici, essendo consoli Emilio Lucio ed Attilio Livio, con ottocento migliaia d'uomini, ed a Trento trovati li Gallici, fecero battaglia molto crudele e mortale, nella quale fu morto Attilio lo consolo, e molto malmenati li Romani in due battaglie che fecero insieme. Alla fine li Romani furo vincitori e ottennero la vittoria, e tornati a Roma, fu Emilio da' Romani onorato.
II.
Un'altra battaglia fecero li Romani co' Gallici, nella quale Flamineo consolo fu mandato contra di loro, e dopo molta dura battaglia tornò vittorioso; per la quale cosa i Gallici turbati assembraro gente, e vennero contra li Romani novellamente con grande gente e molto bene guernita. Rincontra a quelli furono mandati due consoli, ciò furo Claudio Marcello e Cornello Scipio[15] e fatta battaglia con loro, tornaro a Roma vittoriosi. Altre battaglie fecero i Romani con quegli d'Osterich, delle quali furo vittoriosi.
NOTE:
[15] C. Flaminio Nepote fu console nell'a. 531 di Roma e 223 a. C., e Claudio Marcello nell'a. seguente con Gn. Cornelio Scipione Calvino; nel 223 infatti i Romani trionfarono dei Galli.
III.
In quello tempo medesimo avvenne che Aniballo, che sire e imperadore era di Cartagine, assembrò grande gente, tanta quanta più ne potè avere, per vendicare lo re Amilcar suo padre di coloro che l'avevano sconfitto e morto in Ispagna; e lo re Aniballo aveva bene udito ed inteso, ch'e Romani avevano malmenati quelli di Cartagine e tutti quelli d'Affrica, e tutti coloro che li erano stati in aiuto. Per questa crudeltà vendicare ragunò gente a maraviglia di tutto lo regno d'Affrica e di Grecia, e d'onde potè avere soccorso; da ogni parte ragunò gente per amore e per preghiere e per doni, però ch'egli era molto ricco, sì che aveva assai che donare, e per questo modo ragunò tanta gente lo re Aniballo, che mai dinanzi a Tebe o a Troia, che furo (così come voi avete udito dire) due de' più maravigliosi assedii che mai fussero, non ebbero tanta gente come Anibal assembrò a quella fiata per sua preghiera e per suo potere; e sappiate che tutta quella gente assembrò tutta sotto Cartagine lungo la marina. Anibal domandò consiglio a' re e a' baroni, cui elli potesse lassare in sua contrada per guardia del paese. Li nobili uomini tutti s'accordaro insieme che vi lassasse Margone suo fratello, che re e sire era di Poonia, e così fu fatto, e tantosto comandò che le navi fussero apparecchiate e cariche quelle che al porto erano, che bene sappiate che uno solo porto non bastava a tutto il naviglio. L'avereste veduto molto ricco avere portare nelle navi, e molti ricchi destrieri ed olifanti di strania fattura menare nelle navi, e di ciò che faceva mestiero a fare guerra, ed ogni e ciascuna cosa missero nelle navi.
IV.
Quando tutte le navi furono cariche di bestie e di vivande e di vino e d'acqua e d'armadure, e di ciò che faceva mestiero a portare in oste a sì ricco uomo, li re e duchi e prencipi entraro in loro navi, e li arditi cavalieri e sergenti, ch'erano più di cento milia, erano in altre navi. Là averebbe altri potuto vedere molte ricche navi di diverse fatture e molti ricchi arboli alti e dritti, ove l'antenne che portavano le vele della seta erano; là erano molte ricche galee e barche e molte ricche navi, ove li arditi cavalieri erano e li savi marinari per andare dinanzi al navilio, quando fusse mosso per prendare porto, quando bisognasse. Così come voi udite, entrò Anibal in mare e con lui Astrubal suo fratello e molti altri prencipi; e quando furo entrati in mare, li mastri marinari, che del mare sapevano la natura e l'usanza, comandarono che l'àncore fussero gittate nelle barche, che le navi seguitavano a pieno corso, e le vele fussero sviluppate in sulli arboli per tosto dilungarsi da terra; e sì tosto come le vele furono spiegate, uno vento ferì entro sì buono, che 'l mare ne gonfiò in più parti. E bene sappiate che molto fu maravigliosa cosa a vedere tante ricche vele partire da terra, ma molto fu più maravigliosa cosa, quando le navi ebbero tal vento, che corsero e passaro senza avere nulla tempesta, tanto che furo arrivati nel porto di Spagna, e allora ebbero molto gran gioia all'uscire delle navi, ed a trare fuore le grandi ricchezze. Allora quelli della contrada, quando li viddero a maravigliane, furo sbigottiti di sì grande popolo, che sopra loro era venuto, d'onde non si prendevano guardia in nulla maniera, che venire vi dovessero, e della gran paura ch'egli ebbero, tutti si ritrassero e fuggiro alle castella e fortezze e città per più sicuramente loro difendare contra loro nemici; e tosto fu la novella saputa e sparta la boce infino alli monti di Pitaneos, in Gaule ed in Italia e a' senatori e consoli in Roma; ma di tutto ciò non curò lo re Anibal, che suoi corridori fece corrare per mezzo la contrada per le prede raccogliare e prendare, e per combattare le fortezze, che molte ve n'erano, acciò che a sua gente non facessero noia e gravezza, e sì comandò a' suoi marinari che tornassero colle navi in Affrica per vivanda, acciò che l'oste non patisse bisogno di nulla cosa.
V.
Quando ciò fu fatto e divisato, e l'oste fu riposata otto dì interi in sulla marina verso Sibilla, lo re comandò e fece sua gente tutta muovare, e suoi stormenti tutti sonare. Allora si partì lo re Anibal con sua grande oste dal porto, e sì andò tanto, che venne dinanzi alla città di Serragoza, che allora era ricca e possente e bene fornita di buoni sergenti e di fina cavalleria, e sì era allora dell'amistà de' Romani e di loro aiuto. Quando quelli di Serragoza viddero che Anibal gl'incalciava sì duramente per loro distruggiare, ellino il fecero sapere a' senatori di Roma il più tosto che potero. Quando li senatori e li consoli intesero queste novelle, ellino fecero loro aito[16] ordinare tostamente per andare contra a Anibal; ma innanzi che quelli di Serragoza fussero assediati dentro a loro ricca città, fecero fare fossi e mura grosse e alte con torri di buone pietre. Ma poco valea a quelli della città l'uscire fuore a combattare contra lo re Anibal, chè poca aveano gente e cavallaria per tenere battaglia contra agli Affricani, o sofferire stormo, che contra loro venivano sì sforzati; ma non pertanto innanzi che si traessero addietro dentro a' primi steccati, fecero ellino molto bene e molte belle prodezze, siccome gente che non erano sbigottiti; ma nella fine quando videro che gli Affricani gl'incalciavano per sì gran forza, ellino si credettero ritrarre verso loro fortezza con meno perdita che non fecero, imperò che una gran gente di Poonia s'erano messi tra loro e la città in aguatio[17], e là fu sì grande battaglia forte e dura; quelli della città si difendevano maravigliosamente, ma tutti sarebbero stati morti e presi, s'e pedoni della città no gli avessero soccorsi con archi e con saette, per li quali li Pooni si trassero addietro; e quando quelli che scamparo, furo dentro alla città, ellino serraro le porti, e cavalieri montarono su per le mura per la città difendare. Allora assediò Anibal la città, la quale non prese sì tosto come volea, chè vi stette sette mesi tutti interi, come la storia conta, e' nella fine di sette mesi la prese per fame, che più non potevano durare.
NOTE:
[16] _Aito_ non evvi nei dizionarii.
[17] _Aguatio_ e _aguaito_, _contiare_, _guatiare_, _ontia_, _ontioso_, ecc. son forme usate sovente dagli antichi.
VI.
Allora quando Anibal stava all'assedio di Serragoza con cento cinquanta migliaia d'uomini d'arme, siccome Eutropio racconta, vennero a lui messaggi da Roma, e sì li dissero da parte de' senatori e de' consoli, ch'elli lassasse Serragoza e sì se n'andasse, ma non ne volse fare nulla per cosa ch'elli dicessero, anzi minacciò li messaggi e villanamente li accomiatò. Li messaggi che tornarono a' senatori, dissero la risposta di Anibal e la villania ch'elli aveva detta. Allora ebbero li senatori e consoli consiglio, che mandassero a Cartaggine, siccome fecero, e mandaro a' Cartagginesi sopra alla pace, ch'ell'avevano promessa, che mandassero a Anibal loro re, che contra quelli di Serragoza, che loro amici erano, non combattessero nè non tenessero assedio dinanzi a loro città. Li Cartagginesi risposero alli messaggi di Roma, che già non se ne tramettarebbero, nè niente per li Romani farebbero, ma tornassero tosto addietro, altrimenti perdarebbero la vita. Con tali parole e con più altre villaneggiaro molto li messaggi de' Romani, e quali si partiro da loro il più tosto che potero, e contiaro bene a' senatori ed a' consoli ciò che l'era stato detto e fatto. Intanto fu Serragoza presa non per forza ma per fame, chè quelli della città avevano sì grande caro, che mangiaro tutte le bestie della città, e tutto ciò che potevano avere senza nulla dimoranza; ed appresso si tennero tanto, ch'egli erano tutti infiati innanzi che si volessero arrendare; ma nella fine non potero più sofferire, che si convenne che si arrendessero allo re Anibal.
VII.
Ahi! Dio, come la morte è dottata[18]! Quando ella è presso a uno dì altrui, altri per rispetto di quello dì darebbe tutto lo mondo se fusse suo, e ciò sanno e medici, che n'ânno auti di gran doni e di gran ricchezze e d'avere e d'onore; ma molto poco vale medicina o lattovare o niuno onguento, che altri possa fare per sanità avere; poi che la morte viene, non ci â neuno rimedio nè niente d'indugio. Signori ricchi, se fate bene, farete come savi ed acquistarete grande onore, chè ben sappiate che la morte vi spia e guatia forte, che sempre tiene la spada innuda per voi ferire; chi corpo e avere perde, nolli vale niente a rispetto dell'anima, quando ella è santificata e pura e netta e piena di tutte virtù, ed ella è prugata[19] della sozzura e viltà del peccato, il quale ci dilonga da Dio, tanta è la sua gravezza.
NOTE:
[18] _Temuta_; il Compagni, parlando di Firenze: «Ricca di proibiti guadagni, dottata e temuta per sua grandezza dalle vicine».
VIII.
Sì fatta gente debbono la morte dottare, che in questo mondo ânno il molto avere, e poco n'ânno dato per l'amore di Dio, che tanto ne l'â dato e prestato; e quando cotali si partano di questo secolo[20], sì sono molto duramente sbigottiti, sì che non sanno che si fare, e se potessero tornare a misericordia uno solo dì in loro ricchezze, ellino darebbero molto volentieri cento milia tanto più che non ânno, per avere l'amistà di nostro Signore Dio. Per lo ben fare ch'altri lassa in questo mondo, non si fa dottanza della morte, e così fecero molti e fanno, che grandi ricchezze ânno ed avevano aute. Similemente fecero coloro di Serragoza, che le grandi ricchezze avevano aute; quando sentirono la gran distretta della morte per la gran fame ch'egli avevano, ciascuno si pensò che meglio lo 'veniva la morte schifare e fuggire che morire, e sì non sapevano ove si dovessero andare morendo, e se vivessero anco, potrebbero avere onore per avventura, e per tali ragioni s'arrenderono; e bene sappiate che non è sì gran distretta come la fame, imperciò che si conviene o morire o arrendare, e perciò s'arrenderono, che non volsero morire.
NOTE:
[19] Per metatesi in luogo di _purgata_.
[20] Il Barberino nel _Reggim._ ecc., P. VI:
Vidi quel viso, che suol luce dare Colli suoi raggi per tutto il paese, Bagnato ed irrigato Di quelle lagrime che escan dagli occhi. Ver è che molte si partan dal vero.
IX.