La rivoluzione di Milano dell'Aprile 1814

Part 9

Chapter 93,690 wordsPublic domain

Guicciardi e Castiglioni, prese le istruzioni dal Duca di Lodi per il modo di seguire l'ambasciata, partirono per Mantova, e Castiglioni partí, per la insinuazione degli amici e non senza difficoltà. Portatisi a Mantova, ritornarono in Milano senza effettuare la commissione; e non essendomi ben noto ciò che in Mantova è avvenuto, mi riservo informarmene dai delegati medesimi ed aggiungerne le relazioni.

Mentre il Senato sedeva, in tutto quel giorno il partito contrario al Governo non rimase ozioso, e nella città cresceva il fermento. La sera tale era la vivacità dell'opposizione che nel gran teatro della Scala fu proposto di andare al Senato ed ivi manifestare l'opinione del popolo e costringere il Senato a dimettere qualunque idea che tendesse ad avere il Principe Eugenio in sovrano. Ma, fosse per caso o per arte di un commesso della Polizia come fu detto, sparsasi nella platea del teatro la voce che il Senato era sciolto ed i senatori partiti, fortunatamente il progetto non ebbe effetto. Che se il popolo occupava di notte il Senato, questa infelice città avrebbe sofferta una terribile calamità, ed i senatori non avrebbero potuto salvarsi, tanta era l'animosità del partito che divulgava volere il Senato il Principe in sovrano e tanta l'avversione popolare. Mosso il popolo e mossa di notte la plebaglia, i cattivi, per vendetta di parte e per avidità di saccheggio, avrebbero posta la città tutta in un vero caos di disordini e di crudeltà.

La mattina del giorno 18 andai a fare un piccolo passeggio verso Porta Orientale, e passai lungo la corsía de' Servi: la sera mi fu detto, non essere io stato riconosciuto da quelli che si trovavano alla bottega di caffè, se non quando la aveva oltrepassata, e che n'ebbero dispiacere, perché riconoscendomi prima m'avrebbero fatto applauso. In quello e nel seguente giorno 19 sempre crebbero i discorsi pubblici, l'incertezza delle cose politiche, l'avversione ai Francesi: lo spirito di partito agitava tutte le menti. Varie persone vennero da me, colle quali io procurava d'insinuare la quiete, assicurandole che il Senato nulla aveva fatto che si opponesse al bene generale e che la risoluzione presa era savia e prudente. Non mancò chi voleva la mia firma ad una carta rivoluzionaria, firma alla quale mi rifiutai, esortando chi la propose che considerasse a quante calamità esponesse lo Stato ed a quanti pericoli sé medesimo.

E qui piacemi narrare un fatto che può divertire il lettore. Una mattina, non so se il giorno 18 o 19, mentre secondo il mio consueto me ne stavo a letto scrivendo, il cameriere mi annunziò esservi una signora che bramava parlarmi. Entrata ed avvicinatasi al letto, m'abbracciò e baciommi. Era donna di mezza età e di condizione civile. Sorpreso da questo singolare tratto, sorridendo le chiesi quale mai fosse il motivo di tanta tenerezza con me, mentr'io non aveva l'onore di conoscerla. Al che ella rispose che il carattere da me spiegato in Senato aveva eccitato il piú vivo sentimento di stima e di affezione in tutti; che essa si trovava in casa con vari amici e che mentre parlavano di me con lode, essa disse che volentieri m'avrebbe dato un bacio; e che applaudendo quelli alla proposizione si determinò ad eseguirla. Fatti alcuni vicendevoli complimenti e manifestata la sorpresa mia, poiché non aveva fatto se non ciò che il dovere e le circostanze esigevano e che altri pure in Senato aveva fatto, dopo breve dialogo partí. Seppi da essa il suo nome, ed essere moglie di un viceprefetto, e che alloggiava in casa Serbelloni ai Servi, ma non mi sovviene né il nome, né la viceprefettura; né piú la vidi, sebbene fosse mia intenzione di farle una visita, che le mie successive occupazioni non mi hanno poi permesso.

Le pubbliche voci, ciò che da varie persone mi fu detto del malcontento generale, il fermento nella platea del gran teatro della Scala, ove vi fu chi propose la sera di lasciare il teatro e portarsi tumultuarii avanti al Senato, come già dissi, e varie altre circostanze presagivano un generale turbamento; ond'io, sebbene vivessi già da qualche tempo quasi privatamente attendendo alla mia sempre incerta salute, e poco anzi frequentassi il Senato stesso, deliberai portarmi dal conte Melzi Duca di Lodi, per informarlo del pericolo in cui trovavasi la città e lo Stato. E sebbene già da molto tempo fosse egli obbligato dalla gotta, che abitualmente lo affliggeva, a dimorare in casa, era però il primo fra i Magistrati, essendo Cancelliere Guardasigilli del Regno, rispettato dal Viceré, ed in diretta corrispondenza con Napoleone; sicché, assente il Viceré, doveva considerarsi la prima persona del Governo. Melzi era stato vicepresidente della Repubblica Italiana, nella quale coi suoi distinti talenti, colla grandezza del pensare, colla somma probità e con idee liberali confermò quell'alta opinione che tutti i buoni avevano di lui. Presiedeva il Consiglio dei ministri ed a lui era affidata l'alta polizia nell'assenza del Principe. Mosso io pertanto dal desiderio di liberare la mia patria dallo sconvolgimento, che tutto presagiva, tutto a lui esposi; ma, per quanto dicessi, non mi riuscí persuaderlo dell'imminente pericolo. Non lasciai di fargli osservare aver egli sempre in me considerata certa tranquillità di carattere e nessuna tendenza di troppo mobile immaginazione, onde pur si persuadesse che non esagerate ma veritiere erano le circostanze tutte ch'io gli riferiva, e che, malgrado l'indole mia né esagerata, né timida, io non poteva se non considerare la città, il Senato, il Governo in grave pericolo.

Ma o fosse che la lunga malattia di gotta avesse in lui diminuita la forza delle intellettuali facoltà, o fosse egli male assistito dal magistrato di Polizia, come poi seppi da lui stesso, o non conoscesse l'opinione pubblica per il suo genere di vita affatto domestico, non vedendo che pochissimi amici e parenti, furono inutili tutte le mie parole. Fu questa la prima volta che egli non poté accostarsi alla mia opinione, e non senza mia gran maraviglia, imperocché come prefetto e consigliere di Stato ebbi sempre piú felice sorte. Quanto io gli andavo dicendo colla maggior forza di ragionamento, tutto fu inutile a porlo in diffidenza. Cosí sembra che il destino combinasse tutti gli elementi al fatale sconvolgimento dello Stato, accecando anche le menti de' piú illuminati e zelanti: di tale accecamento si scorgeranno le prove in tutto ciò che sono per dire, giacché il tutto forma un complesso di errori politici e governativi, altrettanto strano quanto fatale.

Trascorsero cosí i giorni 18 e 19 aprile, nei quali le private società non s'occuparono d'altro che di ragionare sulle circostanze dell'Impero francese e del Regno d'Italia, e tutte si posero in moto le passioni dirette da vari ed opposti interessi. Molti, come suole accadere, speravano cangiando governo. La coscrizione militare spinta agli estremi, il timore di perdere nelle persone impiegate, la gravezza delle imposte, la lusinga di sorgere dalla dimenticanza nella quale molti nobili si trovavano sotto il dominio di Napoleone, l'attaccamento dei piú vecchi fra questi avversissimi ai Francesi e che molto speravano dagli Austriaci, ponendo in moto gli animi li agitava; e ciascuno agiva e si offriva pronto ad agire secondo le particolari sue mire ed il proprio interesse. Ma il partito che sembra avere in fatti influito allo sconvolgimento è quello dei vecchi nobili. Questi, dei quali potrei nominare alcuni, a quanto pare servendosi dell'autorità loro fondata sull'età e sulla nobiltà del sangue, approfittando della facile mobilità di alcuni giovani e della loro irritabile animosità, riscaldati gli animi hanno secondato o fatto nascere espressamente il progetto di portarsi al Senato nella prima seduta e di esprimere popolarmente il voto contrario al Governo francese. Ma quando pur voglia supporsi che retta nei principî fosse l'intenzione di un tale progetto, non era però fondata su principî di prudenza né di saggia previdenza, coi quali sarebbesi dovuto riflettere quanto facile cosa sia il porre in moto la plebe e quanto poi difficile il reprimerla nei suoi eccessi. Giovani erano questi primi motori e delle cose pubbliche inesperti, e forse furono essi medesimi maravigliati di un esito cosí inaspettato e pericoloso. Né sarebbesi da essi saputo frenare quel moto a cui diedero principio, né evitare i terribili mali di un generale saccheggio, al quale essi imprudentemente avevano aperta la strada.

Era la sera del giorno 19, quand'io secondo il consueto me ne stava in casa colla società degli amici e parenti, allorché ricevetti la solita lettera d'invito al Senato per il giorno seguente. Aveva il Senato due sedute fisse in ciascun mese, cioè il 10 e il 20. Cosí anche in quelle tumultuose circostanze il Presidente fece spedire l'invito come cosa regolare e di pratica. E qui pure veggonsi i gravi errori politici e amministrativi. Era notorio il fermento pubblico, era generale il malcontento; nessuno ignorava che la sera del 17 nel teatro della Scala fuvvi chi propose, come si è detto piú sopra, di andare tumultuariamente al Senato per costringerlo a non secondare il progetto favorevole al Principe Eugenio. La seduta del Senato era di mera formalità per essere il 20 del mese, e non eravi alcun affare interessante e nessuna forza che assicurasse la tranquillità della seduta. Letta la lettera, tutti quelli della società, singolarmente in vista della debole salute in cui mi trovava per la sofferta malattia di petto, mi persuadevano a non espormi alla necessaria mutazione di vestito ed al diverso ambiente delle stanze. Grato all'interesse degli amici, fermo in me stesso d'intervenire alla seduta, risposi che mi sarei determinato secondo mi ritrovassi di salute nella mattina seguente.

Il giorno 20, mi vestii di costume, come si soleva, e postomi in carrozza andai al Senato. Temendo però che passando per la corsía dei Servi potessero dai caffè che vi sono essermi fatti quelli applausi, che mi fu riferito non essermi stati fatti quando vi passai il giorno 18 per non essere stato conosciuto, volli che il cocchiere prendesse la contrada di S. Vittore Quaranta Martiri, poi quella del Senato. Giunto al ponte che sta a capo di essa, vidi alla porta del palazzo del Senato un complotto di venti persone circa, e non piú, colle ombrelle di seta perché pioveva. Fra quelle persone potei distinguere un giovane nobile da me conosciuto, il quale allo spuntare della mia carrozza fece un cenno e conobbi che indicò essere quella la carrozza mia. Fatto il piccolo tratto che sta fra il ponte e la porta del palazzo, udii grandi evviva, applausi e batter di mani a me diretti; feci un profondo inchino, e rapidamente entrato sotto il portico e sceso, continuando gli applausi, facendo inchini me ne andai frettolosamente alla gran sala. Venivano in seguito di mano in mano altre carrozze di senatori, e mentre lentamente io montava le scale, udii urli e fischiate non prive di minacce, colle quali gli altri senatori erano ricevuti ed accompagnati. Passati i due lunghi portici, entrai nella prima stanza degli uscieri, e mentre pensava dirigermi alla destra, ove solevano radunarsi gl'individui prima di porsi nell'aula della seduta, mi fu indicato che i senatori erano nell'aula suddetta. Come ciò accadesse io non lo so; ma forse quello schiamazzo, sebbene di poche persone, aveva indotto i senatori a porsi subito nell'aula della seduta, sia per ottenere il vantaggio di rappresentanza pubblica del Corpo primario dello Stato, sia per accelerare le discussioni e le provvidenze che potessero occorrere.

Entrato nell'aula, ritrovai non molti senatori avermi preceduto, e fatti i consueti offici d'urbanità, vidi il Presidente che stava in piedi innanzi ad alcuni senatori seduti: mi accostai e lo salutai. Stavano gli altri separatamente parlando come nella società si costuma, poiché non era incominciata la seduta per mancanza del numero legale. Osservai che il Presidente discorreva con quelli ch'erano seco su alcune carte che avevano in mano, e vedendo che il loro discorso mostrava inquietudine, voltomi al Presidente, chiesi vedere le carte, e data una rapida occhiata, vidi contenere una forte protesta contro il Governo francese, e parmi vi fosse la domanda della convocazione dei Collegi elettorali e del richiamo della Deputazione spedita a Mantova. Osservai una grande quantità di firme d'individui delle piú ragguardevoli famiglie e di persone distinte, coll'annotazione che molte ed assai piú non erano state trascritte per mancanza di tempo. Rivoltomi pertanto al Presidente, lo interpellai, se egli aveva ricevute quelle firme, e gli dissi che a me facevano grande impressione e che non sembravami cosa da prendersi leggermente, ma da essere ponderata assai. Appena ebbi ciò detto, un araldo entrò e disse che un aiutante del Comandante della piazza chiedeva di entrare. Ammesso nella sala, disse che per ordine del Comandante avvertiva il Senato che il popolo contornava il palazzo, che la folla cresceva e che vi era pericolo. È veramente meritevole di molta considerazione questo messaggio, senza che dal Comandante si accennasse provvedimento alcuno da lui dato, né forza comandata in difesa del Corpo e della pubblica sicurezza: cosí pure che ad alcuno dei senatori non si presentasse l'idea, che pur doveva essere la prima a sorgere, d'interpellare l'aiutante sulle provvidenze che fossero state date e da potersi dare. Io rimprovero me stesso di tanta mancanza, e non posso cessare dalla maraviglia come ciò non sia sovvenuto né a me, né ad alcuno.

Mentre però la sorpresa sembrava aver colpito i senatori, sentendo che il popolo era alla porta del palazzo e riflettendo agli applausi fattimi, rivoltomi ai senatori dissi: «Se lo giudicate, mi presenterò al popolo onde conoscere la cosa e procurare la calma». Avendo essi aderito, uscii subito, e passati i lunghi portici, sceso dalla gran scala, mi portai alla porta del palazzo. Osservai non esservi ivi di guardia che sette od otto soldati, numero minore del consueto, e fu mio primo consiglio l'ordinare al capo-posto che nessun soldato facesse violenza. Pioveva; mi posi sul limitare esterno: ma quale fu la mia sorpresa allo scorgere totalmente cangiata la qualità delle persone ivi affollate. Eranvi al mio arrivo cittadini tutti per lo meno di civile condizione, e tutti con ombrelle di seta; ma ora non si ravvisavano che individui del piú basso popolo, nessuno fra essi di mia conoscenza, nessuno che mi conoscesse. Chiesi cosa si bramasse, e replicatamente dissi il mio nome; chiesi piú volte se vi fosse chi mi conoscesse personalmente, pregai perché alcuno s'inoltrasse e parlasse dichiarando quanto si chiedeva. Ma tutto fu inutile; nessuno proferí parola, nessuno si mosse dal luogo: quella massa non grande di popolo rimase muta, immobile, tranquilla, ma era composta di figure che non presagivano alcun bene e sembravano fatte per il saccheggio e la rapina. Dopo replicate inutili istanze, non movendosi alcuno, nessuno parlando, credetti mio dovere di fare una breve esortazione, nella quale, lodata la buona indole della popolazione e rammentata la savia condotta tenuta dai miei concittadini nei tempi della generale rivoluzione, assicurata quella gente sulla mia parola d'onore che il Senato non aveva agito e non pensava che in conformità del pubblico interesse, esortai alla calma ed a ritirarsi ciascuno a' proprii offici domestici.

La tranquillità ed il silenzio conservato da quella parte di popolo che si era presentato alla porta del palazzo, che non ascendeva forse a sessanta persone, davano motivo di considerare quel piccolo tumulto come cosa da poco e calmato dal breve discorso fattogli. Ritornai pertanto al Senato; ma appena fui nella sala riferendo l'occorso, alcuni degli uscieri ed impiegati entrarono sbigottiti annunziando che il popolo s'ingrossava in modo minaccioso. Come ciò accadesse io non saprei assicurarlo. Forse la naturale curiosità, per cui suole il popolo accorrere ovunque si formi unione di gente, poté in poco tempo accrescere la folla; o forse, come da alcuni si è asserito, molta gente erasi anche radunata preventivamente dal partito dei giovani nobili, che pel primo diede il moto, e la teneva collocata nel bosco attiguo al palazzo. E sebbene dalla porta di questo all'aula del Senato siavi qualche distanza per i lunghi portici dei due cortili, né io potessi andare con passo molto celere perché convalescente, pure la rapidità colla quale il popolo si era ingrossato può in certo modo confermarne il sospetto.

Al nuovo annunzio nacque un momento di silenzio, ed io, vedendo che nessuno parlava, dissi: «Se lo credete, o senatori, ritornerò, e mi presenterò al popolo». Aderirono essi, ed i senatori Massari e Felici si offrirono a venire con me. Scese le scale, ritrovammo essere il popolo entrato nel primo portico inferiore. Felici e Massari, mischiatisi colla moltitudine, la esortavano alla quiete, assicurandola della retta intenzione del Senato, ed io con essi faceva lo stesso. Eravamo vestiti da senatori, come solevasi allorquando si sedeva in Senato. Mentre però con urbane e ragionevoli esortazioni procuravamo, cosí frammischiati col popolo, persuaderlo alla quiete ed a ritirarsi, io osservai che non piú eravi silenzio, quiete, immobilità, come quando mi presentai solo, ma che il popolo questionando si avanzava, dimenticato quel rispetto che avrebbe dovuto mantenere alla presenza di tre magistrati in abito di costume e nel palazzo medesimo del primario Corpo dello Stato. Questo diverso contegno mi fece impressione ed ebbi un momento di dubbio sulla sicurezza dei nostri individui e del rispetto dovuto alla dignità del grado senatorio. Temetti, sebbene fossi stato applaudito all'ingresso, poi rispettato parlando solo al popolo, che in quella tumultuosa folla poco conosciuto potessi facilmente essere insultato, ché troppo diverso dal primo era il contegno di questa seconda massa. Nella prima l'immobilità ed il silenzio davano luogo a sperare certo rispetto; nella seconda, superiore assai di numero, non piú silenzio, non piú immobilità: si questionava continuamente, la moltitudine andava inoltrandosi verso le scale, non mancavano schiamazzi, e tutto presagiva non aversi rispetto alcuno né al luogo, né alle persone.

Eransi i due senatori, che meco discesero le scale, separati, e ciascuno di essi parlava al popolo separatamente, esortandolo alla quiete con adatti modi. Ma questa separazione nostra e il frammischiarsi ciascuno separatamente colla massa ivi concorsa, togliendo molto alla dignità della rappresentanza, dava sempre piú animo ai tumultuanti; ond'io vedendo l'inutilità di quelle allocuzioni e che il popolo disputando e piuttosto confusamente mormorando s'inoltrava, credetti prudente cosa e necessaria rimontare le scale e rientrare in Senato. Il mio dubbio era giustamente fondato su tutte quelle poco felici speranze; infatti appena rientrai nell'aula, incominciai a riferire quanto accadeva nel primo gran cortile, che anche gli altri due senatori rientrarono. Trascorsi pochi momenti, crescendo il tumulto, sbigottiti gli uscieri e gli altri impiegati, alcuni bussando alla porta del Senato palpitanti, pallidi per lo spavento chiesero di entrare, e con interrotte parole annunziarono che il popolo s'ingrossava con manifesto pericolo. Fattosi un momento di silenzio, come suole accadere nelle circostanze che portano seco il sentimento della sorpresa ed esigono per la loro importanza ponderazione e consiglio, io di nuovo mi offrii per arringare il popolo. Riflettendo però all'occorso sopra narrato, dissi: «Senatori, se cosí giudicate, io di nuovo mi proverò presentandomi alla moltitudine, ma bramerei presentarmi solo». Acconsentirono essi, ed io, per quanto le deboli forze me lo permettevano, presto uscii, e passati i lunghi portici superiori scesi la grande scala, e giunto al ripiano che dà all'ultima parte di essa che sta di faccia al lungo portico, lo vidi tutto pieno di gente, che confusamente faceva strepito. Era frattanto giunto al palazzo un corpo di Guardia nazionale, con vari ufficiali di essa. Alcuni di questi mi si avvicinarono dicendomi cose assai obbliganti, né mancò chi mi disse; «Siate pur fermo e tranquillo, noi siamo disposti ad esporre la vita; ma voi sarete salvo, ed in qualunque evento vi difenderemo». Io non saprei esprimere quali sentimenti eccitassero in me cosí lusinghiere espressioni, la condotta del popolo verso di me, la folla del tumulto e le circostanze tutte che lo accompagnavano. Giunto pertanto al ripiano superiore della prima salita, avendo di contro i lunghi portici del cortile pieni di popolo irrequieto e tumultuante, io rimasi sul ripiano, poi discesi circa alla metà della prima gradinata. Dissi qualche parola, ma lo strepito confuso degli insorti e la debolezza della mia voce rendevano inutile qualunque esperimento. Alcune guardie nazionali eransi poste in ordine lungo il primo gradino al piano del portico: qualche uffiziale ed alcuni impiegati del Senato eran meco sulla scala. Essendo inutile per lo strepito il parlare, levatomi di tasca un fazzoletto bianco lo mostrai al popolo, tentando cosí con questo segno di pace e con volto ilare d'indurlo ad ascoltarmi. Ma ciò non ottenni se non dopo qualche tempo, imperocché alcuni indiscreti, probabilmente bramosi di tumulto onde approfittarne saccheggiando, non desistevano dagli urli e dallo schiamazzo; ed altri gridando silenzio, e non subito secondati, accrescevano lo strepito, che fu grande. Finalmente fattosi silenzio, io parlai, e chiesi qual fosse lo scopo di tanto movimento. Dopo un variare di voci di bisbiglio, tentando io di poter essere ascoltato e non riuscendomi, debole d'altronde di voce per fisica indisposizione, chiesi che alcuno di petto mi avvicinasse, onde portare la parola e dare campo alla persuasione. Il conte Confalonieri, giovane di bel carattere e di talento, mi si avvicinò, e cosí procurato di nuovo il silenzio, si chiese al popolo che dicesse qual fosse il motivo che lo moveva e quale l'intenzione, cosa chiedesse, mentre nello strepito confuso nulla potevasi comprendere. Frattanto io procurava, coi gesti e coll'ilarità del volto, di rendere la calma a quella furibonda massa; finalmente vi fu chi ad alta voce disse volersi sapere cosa aveva decretato il Senato il giorno 17, nel quale si ordinò una Deputazione di alcuni senatori. A questa domanda successe un pieno silenzio, talché io stesso risposi ne' seguenti precisi termini e fui inteso: «Due buone cose ha il Senato decretato, per le quali ha nominata una Deputazione alle Alte Potenze alleate: primo per chiedere non un semplice armistizio, ma una piena cessazione di ostilità.» E qui applausi del popolo; e poi soggiunsi: «Secondo, che sia conservata l'indipendenza dello Stato, con un re indipendente che sia aggradito dalla nazione». Anche a questa seconda parte il popolo applaudi. Aveva il Senato, come si è sopra narrato, aggiunto in quel suo decreto un complimento sulla persona del Principe Eugenio Viceré; ma di questo io non feci parola: il solo accennarlo sarebbe stata imprudenza produttrice di maggior disordine. Calmossi il popolo dopo il riscontro da me dato, e dava segni di quiete, di tal modo che sembrava sciogliersi la turba tranquillamente ragionando sulla rettitudine dell'operato.