La rivoluzione di Milano dell'Aprile 1814

Part 8

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Il vicepresidente Melzi avrebbe voluto destinarmi non a Como, ma in qualche altro dipartimento piú interessante, e probabilmente aveva fisso nell'animo quello del Mella, la cui capitale è Brescia. Ma le circostanze soprallegate fecero ch'io rimanessi nella mia prima adesione per il solo Lario in Como. Dopo circa un mese di sospensione, il vicepresidente, vedendomi costante, mi nominò per il Lario. Ma vari signori bresciani, mossi da propria opinione e probabilmente dal Governo istesso, mi fecero istanze assai lusinghevoli perché cangiassi di pensiero e accettassi il Mella, e tali furono le istanze che non senza imbarazzante difficoltà sarebbe accaduto che io mi dispensassi; al che si aggiunse una obbligantissima lettera del cittadino Villa, ministro dell'interno, colla quale mi partecipava il desiderio de' Bresciani e quello del Governo istesso, che io non mi rifiutassi per il dipartimento del Mella. Erano pertanto le cose a tal segno spinte che il rifiuto sembrava inurbana ostinazione, onde mi determinai a secondare l'istanza. Ma se la vivacità di quella nazione e le difficoltà che poteva presentare lusingavano e mi rendevano assai preferibile il Mella al Lario, pure la poca salute, la distanza da' parenti, dagli amici e dalle mie proprietà mi facevano preferire il Lario. Quindi in giugno del 1802 partii per Brescia: onorevolmente accolto, ivi rimasi fino al settembre del 1804, nel quale tempo ebbi una grave malattia di petto e fui nominato Consigliere legislativo. Quale memoria abbia fortunatamente lasciata di me nel dipartimento non istà a me il dirlo: il Governo ne fu contento e mi premiò coll'avanzarmi di grado in patria.

Venuto in Milano nel 1805 Napoleone per prendere la Corona di ferro, fece una nuova nomina per il Consiglio interinale di Stato, poi la fece stabile; ed in entrambe vi fui nominato. Poi, istituito l'Ordine della Corona di ferro, fui tra i primi nominato Commendatore, e n'ebbi la decorazione nella prima e sola funzione pubblica che si fece in Sant'Ambrogio, dalle mani del Principe Eugenio Viceré, seduto sotto il trono in piena formalità. Varie e distinte incombenze ebbi come consigliere, nelle quali anche fui nominato il primo ove si trattava di piú consiglieri nominati. Tale fu la commissione per la Dalmazia, ove io fui nominato per Zara e suo distretto; ma per motivi di salute mi dispensai. Cosí fui nominato il primo, e nei primi dipartimenti, come Ispettore di pubblica beneficenza.

Finalmente nel principio di aprile dell'anno 1808 il Principe Viceré, sebbene io per mia indole non avvicinassi né la real Corte né i Ministri, con maniere obbliganti mi chiese se avrebbe potuto disporre di me; al che risposi che tutto mi sarebbe stato gratissimo e ad onore, sempreché la mia poca salute ed i miei pochi talenti avessero potuto secondare le viste di S. A. R. Passati pochi giorni, il Principe con suo viglietto mi scrisse che mi disponessi a partire per Ancona e che conservassi il segreto che affidava alla mia discretezza. Poi volle a me solo manifestare il motivo della partenza, il quale era doversi da me organizzare i tre dipartimenti della Marca, cioè il Metauro, il Musone ed il Tronto. Comandava in essi, come governatore, il generale francese Lemarois. Volle il Principe ch'io carteggiassi direttamente con lui e diedemi per compagno Giacomo Luini, Consigliere uditore. Partii in aprile, pretestando un giro nei dipartimenti del circondario di pubblica beneficenza a me affidato, e giunsi in Ancona prima del giorno 21 del mese, epoca assegnatami. Rimasi in Ancona sino a tutto l'agosto, e ritornai in patria lasciando contente quelle popolazioni; e persino gli ecclesiastici di Roma non disapprovarono la mia condotta. Il real Governo ne fu contento ed il Principe, pagate le spese, mi regalò una bellissima tabacchiera col suo ritratto contornato di brillanti. Non è a tacersi essere io andato in quei dipartimenti senza istruzioni, senza notizie delle finanze, essendosi il real Principe interamente affidato, com'egli graziosamente diceva, alla mia saviezza.

Erettosi da S. M. l'Imperatore Napoleone il Senato del Regno d'Italia, ed essendosi riservata la nomina di alcuni, oltre quelli che gli fossero stati presentati dai Collegi elettorali in conformità dello Statuto, mi nominò Senatore con decreto del giorno 10 ottobre 1809.

Questa è la carriera da me percorsa nei pubblici impieghi, dai quali sono stato alieno fino all'anno cinquantesimo di mia vita e per i quali non ho mai fatto passo alcuno sia colla Corte, sia coi Ministri. Dal che facilmente si scorge che nel Governo della Repubblica italiana ed in quello del Regno d'Italia i sudditi chiamati a pubblico impiego ottenevano la confidenza del Governo, e non erano gl'Italiani trattati come semplici operai e sottoposti all'umiliante diffidenza, che disgraziatamente forma uno dei principali caratteri del Governo austriaco verso gl'Italiani.

Ciò premesso per notizia della famiglia, passo ora alla seconda epoca, cioè a quella del cangiamento di Governo. Scrivendo ciò che la memoria potrà fornirmi e senza prevenzione di partito, non esporrò che i fatti certi, dai quali potrà chi legge dedurre quelle conseguenze che offrono da loro medesimi. Parlerò molto di me, poiché la Memoria che stendo ha per iscopo principale appunto quello di lasciare in famiglia un documento di quanto m'è accaduto, perché possa da esso dedurre argomento delle stabilità politiche, e quanto meglio sia il fondare la felicità sull'esistenza propria, sulle abitudini e geniali occupazioni, sui lumi, sullo studio, di quello che sugli impieghi dipendenti sempre dall'altrui volere e dall'impensato cangiamento degli eventi politici ed amministrativi.

Era la sera del giorno 16 aprile 1814, quand'io essendo colla società di varie persone, che seralmente da me si sogliono unire già da vari anni, ricevetti lettera d'avviso che la mattina seguente si univa il Senato in seduta straordinaria. Convalescente per recente malattia di petto e debole assai, gli amici mi consigliarono a non intervenire alla seduta; ma riflettendo io che questa seduta, attese le cose di Francia e le sventure di Napoleone delle quali correvano incerte voci, doveva essere effetto di oggetto interessante, mi determinai d'andare al Senato, anche esponendo la propria salute. Ignorava di che trattar si dovesse; e la mattina del 17 me ne stavo seduto in letto trattenendomi in alcune geniali occupazioni ed attendendo l'ora di alzarmi, quando venne da me il conte Alfonso Castiglioni mio nipote. Premessi i soliti atti di famigliare amicizia, egli mi chiese se pensava di andare al Senato; al che risposi affermativamente adducendone il motivo. Continuò egli interpellandomi se mi era noto l'oggetto della convocazione, e risposi che lo ignoravo. Allora egli mi disse: «Io ve lo dirò. Trattasi di un messaggio al Senato per ottenere che il Principe Eugenio, viceré d'Italia, sia dichiarato re.» Ignorando io ciò che era accaduto in Francia, come s'ignorava da tutti, fui sorpreso e meravigliato, onde ne parlai con stupore non potendo persuadermi di quanto mi veniva detto; ma il conte Castiglioni mi assicurò in modo cosí deciso e fermo che dovetti in certo modo persuadermi essere vero quanto mi diceva.

Dopo breve dialogo partito il Castiglioni e rimasto solo, riflettei fra me medesimo cosa dovessi fare e dubitai se fosse prudente cosa il non intervenire alla seduta, giacché la poca salute mi offriva giusto motivo. Da una parte io sentiva le molte obbligazioni mie verso il Principe, che sempre mi ha distinto sebbene io non frequentassi la Corte; non ignoravo, d'altronde, che già da un anno il pubblico non gli era piú affezionato e che molto di lui si doleva. Rammentavasi l'ordine, da lui emanato, di dare cinquanta colpi di bastone ciascun giorno di un intero mese a' vari condannati ai lavori forzati in Mantova per essere fuggiti: decreto che fu eseguito per alcuni giorni, poi sospeso, essendosi da Mantova mandati in commissione speciale alcuni cittadini onde revocare sí terribile decreto, che riduceva quelli infelici a dura morte per cancrena. Né fece poca impressione nell'animo degli Italiani la condanna a morte per fucilazione del sig. ...... guardia d'onore, di famiglia distinta di Corinaldo, dipartimento del Metauro, per pensata e non effettuata diserzione. Varie altre cose spargevansi già da qualche tempo contro il Principe, e singolarmente alcune sue espressioni di disprezzo pe' militari italiani. Né poteva il pubblico tollerare l'influenza del signor Méjan, suo segretario degli ordini, né quella di qualche suo aiutante disprezzatore degli Italiani. Spiaceva inoltre che il signor Darnay fosse stato fatto Direttore delle poste, e dicevasi che le lettere erano tutte aperte, molte trattenute ed abbruciate. Il partito opposto al Governo esagerava questi fatti e declamava: i tributi gravosissimi diretti dal ministro Prina odiato dal pubblico; la coscrizione militare che offriva al macello tanta gioventú e che non lasciava famiglia che non fosse in profonda desolazione; la lusinga sempre facile nel popolo di migliorare la sorte presente con un nuovo Governo; la reazione del partito dei nobili e di quelli che dimenticati dal Governo speravano nelle vicende della guerra, dopo i disastri sofferti nel fine della campagna di Russia, davano animo ad eccitare il generale malcontento con tutti quei mezzi e con tutte quelle dicerie, che l'entusiasmo e la vivacità dei partiti hanno poste in opera in tante fatali circostanze dell'età nostra.

Questi pensieri ed il dubbio del carattere che il Senato fosse per assumere in cosí difficile circostanza, l'intimo sentimento mio di esprimere il mio voto sempre diretto dall'onore, dal dovere e dal pubblico bene, mi davano grande perplessità e timore di espormi inutilmente. L'incertezza delle notizie, l'ignoranza del vero stato politico delle cose, la volubilità degli eventi, la generale avversione al Governo francese, le declamazioni contro il Principe erano tutti oggetti gravissimi di seria riflessione. Considerando però che l'uomo appunto nelle circostanze difficili non doveva smentire il proprio carattere e che l'uomo appunto in queste occasioni deve prestarsi in favore dello Stato e del bene della società, mi determinai di andare al Senato nella ferma risoluzione di parlare con quella libertà che era di preciso dovere, quand'anche avessi dovuto sacrificare me stesso, e di ragionare in conformità di quanto fosse stato proposto alla discussione del Corpo, giacché realmente non sapevo immaginare sotto quale aspetto, con quali motivi e come potesse essere disposto l'affare.

Giunto al palazzo del Senato, dubitando che la prevenzione di alcuni individui, la debolezza di molti, le private viste ed un antecedente maneggio potessero indurre il Senato o ad essere sospeso o a non mantenere quel nobile carattere e quella saviezza che conveniva al primario Corpo del Regno, avvicinai due o tre senatori, e, chiesto loro se avessero notizia di quanto doveva trattarsi, essendomi stato risposto che lo ignoravano, dissi loro che l'affare doveva essere grave e che li esortava ad essere attenti e cauti contro qualunque sorpresa.

Era presidente il conte Veneri, modenese, ex-ministro del tesoro del Regno. Aperta la seduta, fu letto un messaggio del signor Duca di Lodi, guardasigilli del Regno, col quale annunziava al Senato che le vicende politiche e le circostanze esigevano la piú seria attenzione, ed essere necessario:

1º di spedire una Deputazione alle Alte Potenze alleate contro la Francia, onde interessarle a sospendere le ostilità e conservare il Regno coll'indipendenza dello Stato.

2º Convocare i Collegi elettorali.

Con questo messaggio venne proposta anche la forma del decreto da adottarsi, e dopo i due suddetti articoli eravi il terzo ed ultimo, col quale volevasi che

3º La Deputazione esprimesse alle Alte Potenze alleate il sentimento di riconoscenza che la nazione nutriva verso la persona del Principe Eugenio viceré, per l'ottima sua condotta nell'amministrazione pubblica.

Grande fu la sorpresa del Senato alla lettura di questo messaggio, col quale, tacendosi gli eventi accaduti in Mantova ed a Parigi, si vedeva invitato a cangiare il Sovrano. E veramente in quell'epoca destinata a tanti cangiamenti, si sono commessi errori politici da tutte le parti, e anche da chi aveva dati non piccoli saggi di esperimentata prudenza e saviezza; come si vede dall'irregolare, imprudentissimo messaggio del Duca di Lodi al Senato, e come meglio apparirà considerando gli effetti degli opposti partiti, dei quali l'uno fu tanto imprudente da muovere la plebe contro il Senato, e l'altro non seppe, con opportuni modi, operare in favore dell'indipendenza dello Stato. Cosí avvenne in Roma per la dissensione fra la nobiltà e la plebe, allorché odiando quella la facoltà tribunizia e questa la consolare, si crearono i Decemviri; imperocché in quella straordinaria circostanza gravi errori commisero il Senato, la plebe e i Decemviri.

Fatta al Senato la proposizione, io voleva chiedere la parola; ma il senatore Guicciardi mi prevenne e fece una mozione d'ordine, chiedendo come il signor presidente avesse convocato il Senato in seduta straordinaria, la quale non poteva farsi senza un decreto del Principe. Parmi che il presidente rispondesse che il Duca di Lodi, guardasigilli, era autorizzato e che le circostanze lo esigevano; ma quali fossero quelle circostanze ignoravasi dal Senato. Chiesi, dopo Guicciardi, la parola; ma sedendo io nel rango superiore, poiché le sedie stavano in due giri, l'uno piú alto dell'altro, il senatore Dandolo, che era appunto sotto di me nel circolo inferiore, si alzò e parlò con molta eloquenza e saviezza, ragionando sulle tante incongruenze, che di sua natura offriva quello strano progetto appoggiato a nessuna positiva notizia e solo in generale alle urgenti circostanze.

Dopo il conte Dandolo, chiesi la parola e mi limitai a poche domande: chiesi pertanto se l'imperatore Napoleone viveva o no, poiché le voci plateali ed il messaggio stesso davano luogo a supporlo morto; se, qualora fosse morto, non esistesse il figlio, re di Roma; se, vivo, Napoleone avesse abdicata la corona per sé e per la discendenza sua, senza di che il Senato si renderebbe colpevole di fellonia e di ribellione. Insorta cosí una viva discussione, voleva il presidente che senz'altro si adottasse il progetto di decreto; ma il Senato, per quanto mi sovviene, sulla ferma proposizione di Dandolo determinò che il progetto di decreto proposto al Senato fosse esaminato da una commissione, che ne facesse rapporto nello stesso giorno: la seduta fu dichiarata permanente. Fattosi lo scrutinio, furono nominati per la commissione Guicciardi, Bologna, Castiglioni, Dandolo, Cavriani, Verri e Costabili.

Rimaneva però sempre il dubbio con quale autorità legale vi fosse stata quella straordinaria convocazione; onde il Senato delegò Guicciardi, Dandolo e Verri, perché tosto si portassero personalmente dal Duca di Lodi per intendere da lui le facoltà che avesse, e se vi fosse un armistizio fra il Principe Eugenio e l'armata nemica, poiché il ministro Vaccari, mentre il Senato discuteva sull'interessante oggetto, accennò che si era fatto un armistizio. È da sapersi che i ministri potevano intervenire alle adunanze del Senato quando pure non fossero senatori, ed in quell'occasione i ministri Vaccari dell'interno e Luosi della giustizia, che certamente erano al fatto e consci di tutto, intervennero. Anzi si poté sapere in seguito, e la condotta loro lo confermò, che Vaccari singolarmente ed alcuni senatori, cioè Prina, Paradisi e Carlotti, avevano avuta parte nel formare un cosí strano e assurdo progetto, o per lo meno ne erano prevenuti; progetto che per le sue incongruenze appena sembra credibile. Né fu poca la maraviglia mia e di altri estimatori ed amici del Duca di Lodi, nel vedere che egli approvasse e potesse secondare e dar mano a tanta assurdità. E tale fu la sorpresa nostra che io, sull'istanza che alcuni mi fecero, mi portai al gran tavolo ove sedeva il presidente co' segretari, e chiesi di vedere la firma del Duca di Lodi, dubitando di qualche sorpresa; tanto era lo stupore. Esaminata la firma, vi trovai sottoscritto il _Segretario Villa per espressa commissione di S. E. il Duca di Lodi impedito dalla gotta;_ ed il carattere era del Villa, a me notissimo.

Eseguendo la commissione del Senato andai subito co' senatori Guicciardi e Dandolo dal Duca Melzi, il quale ci partecipò l'armistizio, l'abdicazione di Napoleone e l'autorità a lui concessa per le occasioni straordinarie che potessero occorrere essendo assente il Viceré. Non è fuori di proposito di osservare che il Senato fu convocato in questo giorno 17 marzo, ad un'ora dopo mezzogiorno; che l'invito fu diramato il giorno antecedente e che l'armistizio suddetto non fu notificato che un'ora appunto dopo mezzogiorno del 17 istesso; come risulta dalla stampa pubblicatasi in Mantova, la quale incomincia, ecc.[37]

Ritornati noi al Senato, dopo lunga discussione, dichiarata permanente la seduta, partiti i senatori, rimanemmo noi sette delegati per esaminare e modificare il progetto di decreto stato proposto. Nessuna difficoltà si trovò nella forma dei due primi articoli del decreto, i quali furono facilmente tra noi ad unanimità di parere combinati, cioè:

1º Per l'invio di una Deputazione di tre senatori al quartiere generale delle Potenze alleate, onde supplicarle, in conformità de' liberali principî da esse pubblicati, non solo a sospendere, ma a cessare dalle ostilità e conservare il Regno con un sovrano indipendente.

2º Per la immediata convocazione dei Collegi elettorali.

Ma molte e gravi difficoltà insorsero nel combinare, ciò che riguardava il Principe viceré. Trattavasi, nel primo progetto di decreto presentato al Senato, di un elogio del Principe da farsi alle Alte Potenze alleate, e di tal natura che sembrava indicarsi il vóto della nazione per averlo in sovrano. Ma il Senato non poteva parlare in nome della nazione, non avendone la rappresentanza, e questa dovevasi considerare, in quelle circostanze singolarmente, come riposta ne' soli Collegi elettorali; al che si aggiungeva il fermento generale del popolo contro il Governo francese e le fatali declamazioni contro il Principe. Egli è ben chiara cosa che l'interesse personale dei senatori e fors'anche il vero interesse della nazione ottimamente combinavano colla nomina del Principe Eugenio in sovrano. Ed in quanto a me lo avrei bramato assai, onde, parlando in Senato, dissi: nessuno piú di me essere riconoscente e per dovere essere a lui affezionato; ma che sfortunatamente l'opinione generale da qualche tempo erasi cosí cangiata riguardo al Principe che pericolosa cosa sembravami il proporlo ed anche l'insinuarlo come bramato dalla nazione. Il fatto provò quanto fosse fondato il timor mio, come si vedrà nel seguito di questa relazione. Quindi, dopo tentati tutti i mezzi fra noi sette delegati alla riforma ed all'esame del progetto, né ritrovando il modo di formare il terzo ed ultimo articolo, combinando i nostri privati sentimenti colle sfavorevoli circostanze della generale opinione e col moto che scorgevasi nella città contro il Principe ed i Francesi, si stese un articolo nel quale il Senato esprimeva la sua riconoscenza verso il Principe. Nessuno di noi era contento di quel troppo semplice articolo e troppo meschine espressioni; ma che potevasi fare, quando il dire di piú esponeva il Senato al furore del popolo e la nazione ad una rivolta? Noi fummo occupati tutto il rimanente del giorno, studiandoci di trovare una piú onesta uscita; ma non ci fu possibile immaginarla.

Unitosi pertanto di nuovo il Senato la sera e montato alla tribuna il conte Dandolo, fece al Senato a nome della commissione formale rapporto e propose la riforma del decreto alla sanzione dei senatori. Qui grande discussione insorse: molto parlò il senatore Paradisi e con lui il senatore Prina, tentando con mille ragionamenti d'indurre il Senato a determinazioni piú analoghe al primo progetto; ma inutili furono i loro sforzi, persistendo il Senato nell'opinione della commissione. Sarebbe troppo lungo il riferire quanto fu detto; né io ora saprei colla necessaria esattezza narrare tutto l'occorso. Basterà pertanto il dire che il Senato passò alla nomina di tre individui da spedirsi in commissione alle Alte Potenze alleate, e furono nominati Guicciardi, Testi e Castiglioni. Io ero stato interpellato da Guicciardi, se potessi esporre la mia debole salute per la patria accettando di essere della commissione, ma risposi che sarei sicuramente rimasto ammalato in cammino; e troppa infatti era la debolezza mia fisica per età non solo, ma per convalescenza di malattia di petto.

Mentre queste cose in Senato non senza vivacità si discutevano, quando si pervenne alla lettura del terzo articolo il ministro Vaccari, spinto dall'attaccamento suo al Principe, e poco o nulla ragionando sulle circostanze, alzatosi dalla sedia, disse: «Oh, questo poi è troppo, ed è un insulto, poiché appena è detto ciò che si direbbe ad un subalterno che cessa dal servizio». Che poco fosse il complimento ciascun di noi, con vero dispiacere, lo sentiva; ma come porvi rimedio? Questa mossa però del ministro Vaccari fece sí che alcuni senatori studiarono stendere in piú onesta maniera l'articolo; ma in fatto sempre insorgeva la terribile difficoltà che in nome della nazione il Senato non poteva parlare e che qualunque elogio fatto al Viceré, il quale potesse dare idea alle Potenze alleate che il Principe fosse bramato in sovrano, incorreva nella fatale contrarietà della fermentante opinione del popolo, con grave pericolo del Senato e della pubblica quiete. Dopo vari tentativi fu letto un articolo, che parmi fosse scritto dal senatore conte Mengotti, nel quale si stabiliva che fossero fatti i dovuti ringraziamenti al Principe per l'ottima sua amministrazione; fosse a lui partecipata la riconoscenza e l'affezione del Senato, con alcune altre espressioni atte a dare favorevole opinione del Principe, che ora bene non saprei risovvenirmi. Fu quell'articolo adottato per istanchezza piuttosto che per persuasione in modo tumultuario, essendosi alzati i senatori ed essendo inoltrata la notte.

Aveva il conte Testi, nominato tra i delegati alle Alte Potenze alleate, dichiarata l'impossibilità di aderire alla propria partenza, adducendo il fisico incomodo che tuttora aveva negli occhi, incomodo che realmente sussisteva e non di poca conseguenza. Stette egli fermo nell'iscusarsi, e il Senato a tenore del suo decreto doveva supplire con altra nomina, onde tre fossero gli ambasciatori; ma il presidente, non avuto riguardo a questa circostanza, dichiarò sciolta la seduta: e sebbene io gli dicessi che ciò era irregolare e che la rinuncia del conte Testi esigeva un supplemento, egli rispose con qualche impazienza che la seduta era sciolta e che usava l'autorità della quale era investito. Fu la fine di questa seduta irregolare, e priva d'ordine, come spesso accade nelle assemblee quando gli animi sono stanchi; e mentre il senatore Paradisi, che molto aveva parlato in sentenza contraria alla generale opinione del Senato, se ne uscí frettolosamente col senatore Carlotti e mentre gli altri alzatisi dalle sedie si frammischiavano nella sala per partire, il ministro Vaccari disse che «la deputazione doveva prendere la strada di Mantova e presentarsi al Principe Eugenio prima di portarsi al quartiere generale delle Potenze.» D'onde nacque in molti non poca meraviglia come ciò si dicesse da un ministro, che niuna autorità aveva sopra il Senato, e lo dicesse dopo levata la seduta.