La rivoluzione di Milano dell'Aprile 1814

Part 6

Chapter 63,482 wordsPublic domain

Conscio della purezza delle mie azioni, ed indagando la causa di sí strano avvenimento, fui oltremodo commosso nell'udire che si pretendesse derivarlo da quella stessa recente commissione che mio malgrado accettai, nella sola speranza di concorrere, col piú leale ed onorato adempimento, a render paghi i pubblici voti. Confortato però dall'intima convinzione della mia innocenza, credetti che per comprovarla in modo positivo ed assoluto, bastar dovesse il mettere in chiaro que' fatti che, o non ben conosciuti, o forse alterati, hanno potuto dare spinta all'errore, o prestato fede alla malevolenza. Quindi determinato a pubblicare con le stampe la relazione del mio operato, col corredo di tutti i documenti che vi hanno rapporto, la sottopongo precisamente ai lumi del governo provvisorio, e perché altamente apprezzo il di lui suffragio, e perché fu sempre mio principio di agire colla protezione delle leggi e del governo.

Lo scopo di questa mia rimostranza è di provare, che tanto nella qualità di senatore che in quella di deputato, ho sostenuto gl'interessi piú cari della patria, e seguita costantemente la via sacra dell'onestà.

Invoco sul primo punto la testimonianza di quelli fra i miei colleghi che seggono fra voi, o signori membri della Reggenza, e quella in particolare dell'ottimo vostro presidente. Con esso ebbi la sorte di essere socio nella commissione incaricata dell'esame del progetto, presentato dal governo al Senato nel giorno 17 del corrente aprile, commissione da me diretta ed instantemente promossa contro la proposta di un comitato segreto, che, per il consueto sommario metodo di procedura, mi sembrò non convenire all'importanza di un lecito argomento. Con esso e con altro de' membri della commissione mi recai dal cancelliere guardasigilli, per avere gli opportuni lumi di fatto, e sull'autorizzazione sua a convocare il Senato, e sulla gravezza ed urgenza de' motivi che lo avevano determinato.

Riferitene quindi le risultanze alla commissione composta di sette membri, unanime fu il voto di lei, e per la necessità di occuparsi dell'oggetto e per la riforma del decreto del governo.

Riunito il Senato, e lettovi il parere della commissione, chi piú di Dandolo che ne fu il relatore, chi piú del vostro presidente, chi piú di me lo difese e lo sostenne? Chi piú di me liberamente espose al Senato gli argomenti tutti, e politici e costituzionali, che ci comandavano imperiosamente la reiezione del terzo articolo del progetto del governo? Chi, se non io, dimostrò l'incostituzionalità della subdola e seducente mozione di un nostro, ahi troppo infelice collega, i cui sommi talenti lasciavano desiderare meno durezza di cuore e non servile adulazione? Ignoro se il processo verbale di quella seduta portasse tutta la discussione, e se siasi preservato dallo svolgimento degli effetti e delle carte del Senato; ma in di lui difetto, supplico l'invocata testimonianza de' membri del Senato, e sopra ogni altra quella del vostro presidente, che con la sua eloquenza e col suo amore di patria sostenne meco il progetto della commissione, che con leggera modificazione venne definitivamente adottato dal Senato, con una maggioranza di voti superiori ai due terzi.

Cadde sfortunatamente sopra di me, forse per gli accennati liberi sentimenti espressi, la nomina in altro de' deputati al quartiere generale delle AA. PP. AA., unitamente ai signori senatori Castiglioni e Testi; ed essendosi quest'ultimo per attuale infermità scusato, feci registrare nel processo verbale, che ove il decreto del Senato non fosse coattivo per tutti, nessuno aveva di me maggior titolo per esserne dispensato. Ma la seduta fu levata senza occuparsene. Rinnovai all'indomani presso il signor Duca di Lodi, cancelliere guardasigilli, i miei tentativi per ischermirmi. Ma avendo egli autorevolmente risposto che ogni indugio poteva compromettere la convenienza del Senato e gl'interessi piú sacri della nazione, immolai a questi ogni privata considerazione, e diedi parola di partire, a condizione che anche il conte Castiglioni vi si prestasse, mentre mi era noto che egli pure si adoperava in ogni modo per esserne dispensato.

Fin qui, signori, ho parlato del mio contegno come senatore; parlerò come deputato.

Il protocollo che vi presento corredato di tutti gli atti relativi tanto alle cose proposte e deliberate in Senato, quanto a quelle che concernono la missione, rende conto del mio viaggio, soggiorno e ritorno da Mantova, ed io sfido arditamente chiunque possa impugnare la verità: sull'esame del medesimo voi potete fondare il nostro giudizio.

La prima censura che intesi farsi ai deputati, è di essersi recati al quartier generale del principe a Mantova, in vece di prendere la via piú breve e piú diretta per Parigi, ove si trovano i sovrani alleati. Parvero sorgere da ciò diffidenza e sospetto di parzialità, e sino di collusione col principe: ed ecco come un intempestivo giudizio e la mancanza di cognizione de' fatti può per un momento far decadere l'uomo innocente da quel grado distinto cui ha diritto.

Leggansi le istruzioni del cancelliere guardasigilli, cui dal Senato era dato il carico di stenderle; e si vedrà che i deputati hanno eseguito un ordine preciso loro imposto da chi ne aveva diritto, né mai l'obbedienza potrà essere indizio di rea intenzione.

Nell'accennare questa circostanza, sono bene lontano di versare sopra altri ombra di colpa o di sospizione, ed anzi devo soggiugnere che il cancelliere guardasigilli ci mostrò l'ordine del principe, che dietro i concerti presi da esso con S. E. il signor maresciallo conte Bellegarde, dovesse sollecitare la pronta partenza de' deputati per Mantova. Né altrimenti avrebbesi potuto fare, perché senza la preventiva adesione del sullodato signor maresciallo, e senza i suoi passaporti regolari non avrebbe la deputazione potuto attraversare i posti delle armate coalizzate, e corso avrebbero rischio di non giungere troppo tardi al luogo di sua missione.

A quella necessità, al quartier generale del principe ed a quello del signore maresciallo, altra importantissima si aggiungeva, quella cioè di ottenere lettere credenziali per le altre potenze alleate, giacché il signor Duca di Lodi muniti li aveva di una sola per il signor principe di Metternich ministro di S. M. l'imperatore d'Austria. La missione essendo diretta ad implorare la protezione di tutte le auguste potenze alleate, ogni ragione voleva che appresso ciascuna delle medesime fosse accreditata.

Giustificata la gita a Mantova con le ricevute istruzioni strettamente analoghe col decreto del Senato e la necessità delle credenziali e de' passaporti, non resterebbe ora che a parlarsi del contegno tenuto dai deputati col principe.

Il protocollo dettaglia il modo con cui furono accolti, le ritardate udienze, i colloquî e la franchezza del linguaggio tenuto con esso. Era il principe pienamente e minutamente informato delle discussioni del Senato, e delle opinioni de' senatori, né certo io poteva lusingarmi, dopo quanto aveva detto ed opinato, di una migliore accoglienza: ora come mai potrebbesi supporre tanta incoerenza di principî, come conciliare fatti sí diversi, idee cotanto disparate, per dedurre malignamente, che un uomo, la cui fermezza nella propria opinione è da tanto tempo conosciuta, la cui onestà e riputazione fu sempre illesa, volesse prostituirsi colludendo col principe, deviando dal proprio mandato, dalla mente espressa de' suoi colleghi, e della pubblica opinione da lui sí ben conosciuta? che se pure tutti questi argomenti non bastassero a convincere le persone piú diffidenti e maligne, il carattere, la probità, l'avvedutezza ed il civismo del di lui condeputato, uomo sí puro, sí accreditato, non avrebbe dovuto togliere e dissipare il primo la piú lieve ombra di sospetto? Né temo di avvilirmi accennando motivi, dove bastar dovrebbe il dire: «Non ho mai mancato al mio onore.» Ma l'afflizione che ho provato per sí nera calunnia ha voluto qualche sfogo.

Appena ebbero i deputati la notizia dell'occorso in Milano il giorno 20 aprile, senza alcuna lettera di comunicazione di quanto era seguito al Senato, senza il menomo officiale avviso del loro richiamo, presero congedo dal principe, ritornarono a Milano. Ed eccovi, o signori, altra luminosa prova che niun rapporto mi legava al principe, che nulla piú curai che l'interesse della patria, che rispettai la volontà del Senato e della nazione, qualunque fosse stato il modo, con cui era stata espressa. Cosí mostrai che come deputato fui sempre coerente coll'opinione manifestata come senatore.

Signori del governo, la mia giustificazione è compiuta: leggete tutti gli atti che vi rassegno, e pronunciate; io attendo con quella calma che l'uomo giusto ed onesto sa conservare in mezzo alle oscillazioni e alle politiche vicende. Non dubito che riconoscerete aver io adempito al mio dovere, ed in tale fiducia domando alla vostra giustizia, che mi sia lecito di dare alle stampe questa mia memoria, col protocollo e tutti i suoi allegati.

Ogni uomo ha diritto al proprio onore, e molto piú un pubblico funzionario. Io devo anche a me stesso e alla numerosa famiglia mia la conservazione illibata del mio buon nome. Voi rappresentate il governo, ed il governo deve tutelare i diritti degl'individui. Vivo dunque nella fiducia che cotesta Reggenza aggiugnerà agli altri tratti di saggezza, che seguono i primi di lei passi, quello che rispettosamente richiama chi ha l'onore di essere colla maggiore venerazione.

Milano 29 aprile 1814.

N. VII.

REGNO D'ITALIA.

_Milano 8 maggio 1814._

LA REGGENZA DEL GOVERNO PROVVISORIO

_Al Sig. Conte Guicciardi._

La Reggenza ha letto la di lei memoria 29 aprile prossimo passato ed i relativi documenti.

Ella dovette sempre confermarsi nell'opinione che il di lei operato non aveva bisogno di giustificazione.

Nell'attestarle pertanto i sentimenti della particolare sua stima, dessa non fa che riconoscere nuovamente in lei quel diritto alla medesima, che le eminenti sue qualità personali ed i lunghi importanti servizi resi allo Stato le hanno da gran tempo meritamente acquistato.

La Reggenza poi, nella ferma opinione che la di lei convenienza non sia menomamente lesa, non crede di aderire alla richiesta fatta per la stampa della memoria di cui si tratta, giacché con ciò si farebbe rivivere delle animosità che vogliono essere sopite, e si urterebbe col principio adottato e proclamato dalla Reggenza, di coprire di un velo le cose avvenute.

Aggradisca, sig. Conte, le assicurazioni della maggior considerazione e somma stima.

_Per la Reggenza. Firmato_ VERRI _Presidente_.

_Il Segretario generale_ ANTONIO STRIGELLI.

N. VIII.

_Nota delli Conti Veneri Presidente e Guicciardi Cancelliere del Senato Consulente del Regno d'Italia_

_A S. E. il Sig. tenente Maresciallo Generale Sommariva Commissario Imperiale._

Alcune false voci, che il Senato, nella seduta straordinaria dal giorno 17 aprile, avesse proclamato al trono d'Italia il principe Eugenio, in allora Vicerè, ed a tal oggetto spedita una deputazione alle auguste potenze alleate, avevano sparso qualche allarme in Milano; quanto fosse ciò falso lo dimostrano gli atti di quel giorno che si rassegnano.

Nella successiva seduta ordinaria del giorno venti, una folla di persone, eccitata da chi credeva o affettava di credere siffatte voci, recossi al palazzo del Senato, impedí la regolare unione de' senatori, ed estorse dal presidente la qui unita dichiarazione. Persuasa poscia la stessa folla che ivi vi fosse il Ministro delle finanze Prina, lo ricercò invano per le stanze ove credevalo nascosto, e come sempre avviene in simili agitazioni popolari, disperse in gran parte gli effetti e le carte del Senato; di là si trasferí alla casa del detto Ministro, ed ebbero luogo que' tragici avvenimenti, che l'onore nazionale vorrebbe coperti di perpetua obblivione.

In tali luttuose circostanze, a freno di mali maggiori si credette di nominare un governo provvisorio della città e di unire i Collegi elettorali. Tutto derivava dalla lodevole intenzione di ristabilire la quiete. Le savie misure del governo provvisorio, l'imponente attitudine della guardia civica, l'ottima direzione del generale comandante in capo, ottennero l'intento piú presto di quello che si fosse potuto sperare.

Intanto fu proclamata la convocazione de' Collegi elettorali, esclusi però tutti i membri di que' dipartimenti che erano occupati dalle armate alleate (quantunque un rispettabile numero di essi si trovasse in Milano), o dimenticati i dotti e i commercianti degli altri dipartimenti. La prima operazione dei Collegi fu quella di confermare il governo provvisorio, e di estenderne l'autorità agli otto dipartimenti non ancora occupati, colla riserva di aggiungervi altri individui tolti dai medesimi. Ma ben tosto sorpassando ogni confine costituzionale, abolirono e modificarono imposte, annullarono o restrinsero leggi amministrative e giudiziarie, e dichiararono aboliti i primari corpi dello Stato, e fra questi quello del Senato, alla conservazione delli di cui diritti è diretta la presente nota.

A dimostrare la mancanza d'ogni autorità ne' Collegi per tale operazione, basta l'esame delle loro attribuzioni costituzionali e di quelle del Senato. L'unito allegato ne presenta l'analisi.

Le attribuzioni de' Collegi elettorali, come importa lo stesso loro nome, tutte si riducono a nomine, a presentazione di candidati. I Collegi, o sono generali o sono dipartimentali. I primi devono unirsi in tre camere separate di possidenti, di dotti e de' commercianti, e ciascuna camera nella città destinata dalla costituzione. I secondi si uniscono nel capoluogo del dipartimento in una sola camera.

Appare chiaramente dall'esame delle loro attribuzioni, che ambedue i Collegi elettorali di tutto il Regno, uniti nelle forme e nei luoghi costituzionali, non hanno alcun diritto di abolire altri corpi dello Stato voluti dalla stessa costituzione, per la quale essi esistono, e tanto meno poi il Senato, il quale per l'art. XV del sesto statuto costituzionale giudica sull'incostituzionalità degli atti de' Collegi elettorali.

Come mai dunque ciò che non avrebbero potuto fare tutti gli elettori del Regno, uniti legalmente nel numero di 1153, avrà potuto fare una frazione de' medesimi, che non oltrepassò mai il numero di 170? Nel qual proposito è da rimarcarsi che per la validità degli atti de' Collegi si richiede l'intervento almeno del terzo del loro numero totale. Cresce poi l'argomento per la circostanza che la maggior parte de' senatori furono nominati sulle proposizioni de' Collegi generali di tutto il Regno, e quindi al Regno intiero, e non ad una sola frazione appartiene il Senato. Né deve tacersi che la carica di senatore non si perde, se non per quelle cause per le quali si perde il diritto di cittadino, circostanza che rende ancora piú manifesta l'ingiustizia della pretesa abolizione.

Riducendo quindi ai semplicissimi termini la questione, ne emerge il seguente dilemma. O esiste costituzione, e deve esistere il Senato, che è il primo corpo permanente dalla medesima voluto, ed è solo autorizzato dall'articolo XVIII del sesto statuto costituzionale a far conoscere al Re i voti e i bisogni della nazione: o non esiste costituzione, e in tal caso neppure esistono Collegi elettorali, onde nulla e viziosa sarebbe la loro unione.

Le auguste potenze alleate hanno fatto la guerra alla Francia, e non ai popoli, ed hanno altamente proclamato colla pace del mondo l'indipendenza delle nazioni; in tutti i paesi occupati dalle loro armi vittoriose, hanno provvisoriamente conservate tutte le leggi fondamentali e le autorità nazionali sin tanto che nella maturità de' loro consigli determineranno la sorte dei medesimi. Tale è pure l'intenzione di S. E. il signore Maresciallo Conte Bellegarde, che nel Regno d'Italia le rappresenta, come appare dagli articoli IV e V della convenzione 23 aprile, e dal relativo proclama di S. E. il tenente Maresciallo generale Sommariva. Quindi all'acclamata loro imparziale giustizia ed illuminato loro giudizio appoggia il Senato e sottopone le tante e sí chiare ragioni che lo assistono, e conchiude la presente nota con le seguenti riflessioni:

Primo. Il Senato del Regno d'Italia nella sua deliberazione de' 17 aprile altro non vi propose che di venerare gli alti principi delle AA. PP. AA., inviando alle medesime rispettosi omaggi e suppliche per la finale cessazione delle ostilità e per l'indipendenza del Regno.

Secondo. Non può esistere costituzione nel Regno d'Italia, se con i Collegi elettorali non esiste anche il Senato.

Terzo. Ogni fiducia del Senato è intieramente riposta nella magnanimità delle AA. PP. AA., nelle convenzioni stipulate e ne' proclami emanati da' loro legittimi rappresentanti, anteriori in data e in promulgazione all'incostituzionale abolizione pronunziata da una sola frazione de' Collegi elettorali, la quale nemmeno fu fino al giorno d'oggi legalmente pubblicata, nè si conosce da' senatori, se non per essere stata inserita ne' pubblici fogli del giorno 27 aprile 1814.

Milano, li 29 aprile 1814.

_Firmato_ VENERI, _Presidente._ GUICCIARDI, _Cancelliere_.

La presente nota è stata sottoscritta ed approvata dagl'infrascritti conti Senatori,

Conte Moscati Conte Paradisi Conte Leonardo Giustiniani Conte Luigi Massari Conte Leopoldo Armaroli Conte Tommaso Condulmer Conte Sebastiano Bologna Conte Barnaba Oriani Conte Agostino Bruti Conte Federico Cavriani Conte Daniele Felici Conte Sigismondo de Moll Conte Simone Stratico Conte Leonardo Thiene Conte Giacomo Lamberti Conte Testi Conte Carlotti Conte Francesco Mengotti Conte Alessandro Volta Conte Marco Serbelloni.

NOTE

Il SAINT-EDME, pubblicando nel 1822 la sua traduzione francese di questa operetta, vi aggiunse alcune _Notes du traducteur_, delle quali per piú rispetti si deve tener conto; però ho creduto opportuno riferirle o riassumerle, con richiamo ai luoghi stessi cui il traduttore le appose. Nella nota (28) ho, naturalmente, corretti i molti errori nei quali il SAINT-EDME cadde pei cognomi italiani, e v'ho aggiunto molte altre indicazioni di uffici e personaggi notabili del Regno italico.

[27] «Tout traducteur desire savoir le nom de l'auteur qu'il traduit. Ayant fait de vaines démarches pour parvenir à me satisfaire, j'ai dû chercher dans l'ouvrage même quelque indice qui pût m'éclairer. Après un mûr examen, j'ai été porté à croire que M. le comte Guicciardi, chancellier du sénat, était mon anonyme, ou que ce mémoire devait être attribué à un ennemi de cet ex-chancelier. Voici les motifs sur lesquels je m'appuie». Seguono gli argomenti, che ho riferiti nella prefazione, dai quali appare manifesto che qui ov'è detto doversi tribuire lo scritto a un _ennemi_ del Guicciardi si ha senza dubbio un errore di stampa, poiché il SAINT-EDME aveva certo il pensiero a un _ami_ dell'ex-cancelliere.

[28] «Afin--scriveva il SAINT-EDME--de faciliter au public la lecture de cette traduction, je crois devoir lui donner ici le nom des différentes personnes qui occupaient les hauts emplois du royaume d'Italie»; e ciò ch'egli credeva già utile nel 1822, è oggi assolutamente necessario, poiché gli uomini e le cose del Regno italico sono ormai cadute per grandissima parte nella dimenticanza. A ravvivarla nella memoria degli studiosi potranno giovare le indicazioni seguenti, le quali si danno rettificando e allargando quelle del traduttore francese e per le quali si è seguito l'_Almanacco reale per l'anno MDCCCXIII_, che fu l'ultimo pubblicato di una serie oramai irreperibile.

GRANDI UFFICIALI DEL REGNO:

MELZI D'ÉRIL Francesco di Milano, Duca di Lodi, } Cancelliere guardasigilli. } CODRONCHI Antonio di Imola, Arcivescovo di } Ravenna, Grande elemosiniere. } Grandi ufficiali FENAROLI Giuseppe di Brescia, } della Corona. Gran maggiordomo maggiore. } LITTA Antonio di Milano, Gran ciambellano. } CAPRARA Carlo di Bologna, Grande scudiere. } ALDINI Antonio di Bologna, Ministro Segretario di Stato [1805-1814]. LUOSI Giuseppe di Mirandola, Gran giudice Ministro della giustizia [1805-1814]. MARESCALCHI Ferdinando di Bologna, Ministro degli affari esteri [1802-1814]. VACCARI Luigi di Modena, Ministro dell'interno [1809-1814]. FONTANELLI Achille di Modena, Ministro della guerra e marina [1811-1814]. PRINA Giuseppe di Novara, Ministro delle finanze [1802-1814]. VENERI Antonio di Reggio, Ministro del tesoro [1813-1814]. . . . . . . . . . . . . . . . . Ministro del culto [titolare era stato, 1802-1812, BOVARA Giovanni; poi ff. di ministro, 1812-1814 fu GIUDICI Gaetano]. . . . . . . . . . . . . . . . . Arcivescovo di Milano [Sede vacante]. BONSIGNORI Stefano di Busto Arsizio, Patriarca di Venezia. CODRONCHI, predetto, Arcivescovo di Ravenna. . . . . . . . . . . . . . . . . Arcivescovo di Bologna [titolare OPIZZONI Carlo, non riconosciuto]. FAVA Paolo Patrizio di Bologna, Arcivescovo di Ferrara. PINO Domenico di Milano, Generale di divisione, primo Capitano della Guardia reale. COSTABILI-CONTAINI Gio. Battista di Ferrara, Intendente generale dei beni della Corona. MÉJAN Stefano francese, Segretario degli ordini del Viceré.

SENATO CONSULENTE:

I Principi della Casa Reale. I Grandi ufficiali della Corona. FAVA, predetto, Arcivescovo di Ferrara. BONSIGNORI, predetto, Patriarca di Venezia. MOSCATI Pietro di Mantova, nominato 19 febbraio 1809. PARADISI Giovanni di Reggio, id. COSTABILI-CONTAINI, predetto, id. GUICCIARDI Diego di Lugano, id. GIUSTINIANI Leonardo di Venezia, id. CARLOTTI Alessandro di Verona, id. MASSARI Luigi di Ferrara, id. VIDONI Giuseppe di Cremona, id. DI BREME Luigi Giuseppe di Sartirana, id. POLCASTRO Girolamo di Padova, id. CASTIGLIONI Luigi di Milano, id. BOLOGNA Sebastiano di Vicenza, id. LONGO Lucrezio di Brescia, id. ALESSANDRI Marco di Bergamo, id. FELICI Daniele di Rimini, id. VOLTA Alessandro di Como, id. CAVRIANI Federico di Mantova, id. TESTI Carlo di Modena, id. LAMBERTI Giacomo di Reggio, id. PEREGALLI Francesco di Debbio in Valtellina, id. FRANGIPANE Cinzio di Udine, id. THIENE Leonardo di Vicenza, id. BARISAN Giovanni di Treviso, id. MENGOTTI Francesco di Belluno, id. BRUTI Agostino dell'Istria, id. CAMERATA Antonio di Ancona, id. SGARIGLIA Pietro di Fermo, id. ARMAROLI Leopoldo di Macerata, id. VENERI, predetto, nominato 10 ottobre 1809. PRINA, predetto, id. BERIOLI Spiridione di Città di Castello, arciv. di Urbino, id. MELANO PORTULA Vittorio di Cuneo, vesc. di Novara, id. SERBELLONI Marco di Milano, id. MOCENIGO Alvise di Venezia, id. MARTINENGO Giovanni Estore di Brescia, id. CONDULMER Tommaso Gaspare di Venezia, id. ORIANI Barnaba di Milano, id. STRATICO Simone di Zara, id. DANDOLO Vincenzo di Venezia, id. FIORELLA Pasquale Antonio còrso, generale di divisione, id. VERRI Carlo di Milano, id. LUOSI, predetto, nominato 7 febbraio 1810. DE MOLL Sigismondo di Trento nominato 23 dicembre, 1810.

CONSIGLIO DI STATO:

I. _Consiglio legislativo:_ DE BERNARDI Stefano presidente--MAESTRI Giovanni--BAZZETTA Giovanni--SANFERMO Rocco--D'ADDA Febo--BARGNANI Cesare--MÉJAN Stefano--PARRAVICINI Raffaele--GUASTAVILLANI Giovanni Battista--COSSONI Antonio--BOSSI Luigi--POLFRANCESCHI Pietro--LUINI Giacomo--PEDRAZZINI Michele--QUIRINI-STAMPALIA Luigi--SCOPOLI Giovanni--COLLE Francesco--GIOVIO Ludovico.

II. _Consiglio degli uditori:_ PALLAVICINI Giuseppe presidente--ALDINI Giovanni--SOPRANSI Luigi--VALDRIGHI Luigi--BARBÒ Francesco--RIVA Cristoforo--NANI Tommaso--COMPAGNONI Giuseppe--BRUNETTI Vincenzo--CACCÍA Gaudenzio--CASATI Giuseppe--TORNIELLI Giuseppe-- CUSTODI Pietro--BURRI Giovanni--BORGHI Carlo Jacopo--BREBBIA Giuseppe--RE Antonio--FAGNANI Federico.