La rivoluzione di Milano dell'Aprile 1814
Part 4
Anche piú estesi erano i desiderî degli elettori; ma furono avvedutamente moderati da qualcuno, il quale fece riflettere, nella sua saviezza, che non si dovesse poi legare le mani alle Alte Potenze coalizzate. Si credette però ommesso, e fu aggiunto in altra seduta, che si chiedesse un «Principe nuovo onde allontanare ogni idea di desiderio e di affetto verso il cessato». Decisero pure di «pregare i Monarchi di concedere la libertà de' loro figli prigionieri, vittime da tanto tempo di una causa ingiusta». Combinarono finalmente che la Reggenza nominasse «una Commissione tra i cittadini piú distinti, per recarsi al quartier generale delle potenze, onde esprimere a quei Monarchi il vóto della rappresentanza Nazionale Italiana». La Commissione fu subito formata da un cittadino di Brescia e da altri cinque e da un segretario milanese. Fu il primo il sig. Marc'Antonio Fè, e furono gli altri i signori Federico Confalonieri, Giacomo Ciani, Alberto Litta, Giacomo Trivulzi, Pietro Balabio capo battaglione, oltre Giacomo Beccaria segretario, li quali all'istante partirono.
Mentre lo spirito di vertigine agitava cosí le teste milanesi, li conti Guicciardi e Castiglioni si trovavano ancora in Mantova, ove si erano recati per prendere le credenziali del Principe ed i passaporti dal F. M. Conte di Bellegarde e per recarsi indi a Parigi per la via piú sicura di Baviera, via che prima di essi avevano tenuta li deputati dell'armata, i generali Fontanelli e Bertoletti. Seppero eglino appena quanto era avvenuto di disgustoso nella capitale, che subito si restituirono ad essa, tuttoché non richiamati da alcuna lettera, da alcun avviso officiale. Avevano già tenuto col principe Eugenio quel grave e dignitoso linguaggio, proprio di due personaggi, di cui è stata sempre unica scorta l'onore e la lealtà. Continuando nel medesimo contegno, credettero di prendere congedo da lui e dispensarsi definitivamente sulla deputazione; ma invece di meritare cosí l'elogio dei milanesi, si videro investiti al ritorno da calunnie le piú impudenti. Non tardò il conte Guicciardi a garantirsene con un'apologia che presentò alla Reggenza, onde avere il permesso di pubblicarla colla stampa. La giustificazione fu ben accolta ed elogi sommi si prodigarono alle eminenti sue qualità personali, non che al contegno da lui tenuto in qualità di senatore, di deputato; ma la stampa non si permise, per la addotta ragione che «con ciò si farebbero rivivere delle animosità che si vogliono sopite, si urterebbe col principio adottato e proclamato dalla Reggenza, di coprire di un velo le cose avvenute». È pure necessario alla storia che ora tal memoria e la lettera della Reggenza siano conosciute, ed è perciò che si inseriscono ai num. 6 e 7.
Se il Principe Eugenio avesse fatto marciare sopra la capitale una porzione delle truppe italiane che restavano sotto i suoi ordini, poteva reprimere i sediziosi e restituire l'ordine facilmente; ma, riflettendo che con l'abdicazione di Napoleone era terminata la sua rappresentanza come Viceré, deliberò di abbandonare il Regno e di restituirsi in Baviera e poi in Francia; lasciò che l'ordine fosse ripristinato dalle armi di S. M. l'Imperatore d'Austria, al quale oggetto combinò nel dí 23 aprile una seconda convenzione col F. M. Conte di Bellegarde, in forza di cui, e non mai delle non valutate deputazioni spedite dalla Reggenza alli diversi corpi delle armate alleate, prese questi possesso della capitale e dei paesi non ancora occupati. Difatti il generale Sommariva, giunto in Milano nel dí 25, scrisse alla Reggenza che in vista di essa capitolazione spiegava la sua qualità di Commissario delle AA. PP. e si poneva alla testa di tutte le Autorità. Ciò, a dire il vero, non fu grato ai sovrani novelli, a' quali molto meno fu accetto l'ingresso successivo delle armi austriache in Milano. Si trovò scritto a grandi caratteri, in tutti i quartieri di guardia civica, le parole: _O indipendenza, o morte_. Il _Giornale Italiano_, redatto e pubblicato sotto l'influenza e sotto la sorveglianza del Governo, come foglio officiale, nell'annunziare l'arrivo di dette truppe disse, che «la Guardia Civica ed una numerosa folla di popolo le accolsero con quelle dimostrazioni di gioia e di gratitudine ch'eccitar dee da per tutto la presenza di guerrieri che hanno tanta parte nella pacificazione dell'Europa; ma conservarono nello stesso tempo quel nobile contegno, che caratterizza una nazione il cui primo vóto è l'indipendenza».
Tanto e cosí gagliardo era in que' giorni il riscaldamento e il fanatismo da far pietà. Non risparmiando i Collegi alcuna delle attribuzioni sovrane, avevano annullato nella seduta dei 25 i celebri decreti di Berlino e di Milano[35] ed i relativi regolamenti; imponendo restrizioni preventive al loro Monarca, cui non si faceva torto, subito che nuovo doveva essere e non conosciuto, gli avevano limitato la riserva della caccia di Monza al solo parco, escluso il circondario esterno, ed alle sole valli ed ai boschi del Ticino. Avevano abolite diverse leggi penali, avevano dichiarata la cessazione del Senato ed avocata alla Nazione la sua dotazione, la cessazione del Consiglio di Stato con la sua segreteria, delle cariche di ministri e di consiglieri di Stato.
Questi elettori, che tanto di Nazione parlavano, non sono giunti mai a numero maggiore di 170. Erano 1153 gli elettori di tutto il Regno ed in forza della costituzione[36] doveva concorrere almeno un terzo perché fosse valida la convocazione. Anzi che giungere a questo prescritto numero, fu anzi tanto maggiore la nullità delle sessioni, perché tutti e dotti e commercianti del dipartimento di Olona vi concorsero, e dagli altri dipartimenti non si chiamarono che i possidenti, il che non fu senza grande artifizio, per la tema che persone intelligenti, saggie e non calde, non frastornassero col numero i concepiti giganteschi progetti. Quanto goffamente presumesse una tale assemblea rivoluzionaria di distruggere i primi corpi del Regno, è dimostrato nella nota inserita in calce di questa memoria, al num. 8, la quale fu offerta all'Austriaca autorità dal presidente e dal cancelliere del Senato.
Il F. M. Sommariva, cui si presentò una deputazione de' Collegi, fece conoscere la poca sua soddisfazione che questi continuassero ne' loro lavori, acconsentí soltanto a di loro preghiera che alcun'altra seduta a propria convenienza tenessero, senza però nulla risolvere e determinare. L'ultima si convocò nel giorno due di maggio, in cui gli elettori dichiararono «aggiornate le loro operazioni fino al ritorno della deputazione diretta agli Augusti Sovrani, e finché per parte de' medesimi non siano intervenuti interessanti dispacci». Dichiararono infine che «l'esercito italiano ha sempre meritato della patria.» La sessione fu chiusa con un discorso del presidente, di cui fu acclamata la stampa. Mi sia permesso di ripeterlo per intiero, affinché meglio si riconosca fino a qual esaltazione si delirasse in quel corpo.--_I Collegi elettorali hanno saviamente determinato, nella seduta di ieri l'altro, dichiaratisi permanenti, di aggiornarsi fino a che, diradandosi il velo politico del nostro orizzonte, possano ancora riunirsi ad operare il bene, e a tutte realizzare le concepite liete speranze. Nell'atto che manifesto a' Collegi la somma mia gratitudine per l'immeritata onorificenza, ancora trepidante per l'incertezza di avere anche scarsamente corrisposto a tanta fiducia, fo mozione che venga indirizzato alla Reggenza un messaggio, in cui, dandole parte della sospensione dei nostri lavori, accolga fortemente i voti unanimi dei Collegi elettorali per la sua indipendenza, senza la quale non v'è né bene, né patria. Sia questa, mercé la protezione delle Alte Potenze alleate, dalle sue rovine ricomperata, e possa sotto un virtuoso indipendente Governo gloriosamente operare._
Anche un'altra volta figurò, non piú, la rappresentanza elettorale, allorché si recò in deputazione al F. M. Conte di Bellegarde, nel giorno dieci di maggio, giorno successivo al suo ingresso in Milano. Anche un'altra volta eloquentissimamente arringò il presidente Giovio, e pronunziò parole, che a tutt'altro che ad un consigliere di Stato convenivano, il quale tanta influenza aveva avuto nelle operazioni tutte del cessato governo. _Il voto generale, che vi manifestiamo_ (disse egli al F. M.), _si è l'indipendenza protetta da savie leggi e da un principe, che tutte accolga le nostre benedizioni. Pervenga questo nostro ardente desiderio agli Augusti Sovrani alleati. Non è egoismo, né orgoglio che domandare ne faccia una esistenza politica alla loro generosità, ma un sentimento caldissimo degno d'ogni animo virtuoso, quello di assicurare la felicità di un buon popolo che ha lottato finora con ogni sorta di mali._
Dopo quindici giorni sparí del tutto l'illusione dell'indipendenza italiana; con proclama de' 23 maggio il F. M. Conte di Bellegarde solennemente promulgò che non piú in nome delle Alte Potenze coalizzate, ma bensí per il suo sovrano e padrone l'Imperatore d'Austria, Re d'Ungheria e di Boemia, riteneva Milano e le annesse provincie. Dichiarò nel tempo stesso, che da quel giorno cessava l'attività e l'influenza de' Collegi, non meno che del Senato e del Consiglio di Stato, e soppresse in seguito la guardia civica. Cosí palesò che il suo governo in niun conto aveva tenuto l'abolizione dei due primi corpi dello Stato, che con tanto strepito e trionfo si era operata dall'assemblea milanese. Essi sono cessati per effetto di sistema, e non per il capriccio e l'animosità di pochi elettori.
La sola Reggenza rimase, di cui alla testa si pose il Maresciallo col carattere di Commissario plenipotenziario. A compimento della storia resta pure, che si dia qualche cenno degli atti di questa provvisoria magistratura composta in origine di sette cittadini milanesi, alli quali nel dí 25 aprile associarono i collegi, con non giusta proporzione, altrettanti individui per gli altri sette dipartimenti. Gli oggetti di finanza richiamarono le prime cure della Reggenza. Essa trovò alla sua installazione che il generale Pino, il Podestà e il Consiglio comunale avevano ridotti a metà i prezzi del sale, del tabacco e la tariffa dei dazî consumo; a ciò essa aggiunse l'abolizione totale della legge del registro, e nel dí 23 aprile diffuse a tutti i dipartimenti tali provvidenze, con aver anche ristretto a due sole terze parti il dazio sulle derrate coloniali, compreso lo zucchero. Limitò quindi a metà la tassa delle lettere; annullò quella del contributo delle arti e mestieri, e cosí pure la ritenuta del quinto sul soldo della truppa, decretata durante la guerra, ed ordinò la pronta liquidazione dell'arretrato credito dei militari, onde fissare poi pel medesimo le epoche di pagamento. Queste misure furono figlie della circostanza e del timore, poiché ben presto reintegrò il registro per la tassa degli atti giudiziali in aumento dei dritti di cancelleria, ed anche il registro delle scritture private, limitato però al solo dritto fisso. Pubblicò nuove tariffe sul prezzo de' sali e dei tabacchi, sulli dazî di consumo e sopra i dritti doganali per l'importazione ed esportazione delle derrate, mercanzie ed altri generi. La soverchia indulgenza de' primi giorni fece sí che si dovesse mantenere per li mesi di maggio e di giugno la prediale all'eccessivo rigorismo a cui fu portata dal decreto de' 6 aprile 1814.
Procedette ad altre innovazioni, parte di propria autorità, parte in esecuzione della volontà dei Collegi. Accordò amnistia ai disertori, ai refrattarî, ai condannati o detenuti per oggetti di coscrizione, di finanza, di opinione e di trasgressione alle leggi e regolamenti sulle caccie. Riformò in qualche parte il catechismo del cardinale Caprara, restituí alle proprie case i figli unici e parificati agli unici e ai sostegni delle famiglie, requisiti per le armate. Abolí le Corti speciali, e cosí la pena della berlina alle donne, non che agli uomini per i delitti importanti la sola pena di reclusione.
Fece promozioni e destituzioni; promosse il generale di brigata Mazzucchelli a generale di divisione, richiamò e pose in attività di servizio il generale polacco Dembowski, rilasciò brevetto di capo squadrone al poeta autore de' _Sepolcri_ e dell'_Aiace_. Riformata per effetto di sistema la direzione generale di polizia, promosse il conte Luini a consigliere di cassazione; ha poi destituito dal ministero della guerra il generale di divisione conte Fontanelli ed il suo segretario generale e dalla prefettura di polizia il signor Giovanni Villa. Si era fatto lecito quest'ultimo di indagare e porre in prospettiva le tracce e l'andamento della rivoluzione del venti aprile, con aver sottoposto ad inopportuni interrogatori i già arrestati in quel giorno dalle civiche pattuglie, tra i quali erano anche i piú acclamati rapinatori della sostanza Prina e molti dei stipendiati sicari. Questi furono restituiti in libertà, e fu dal suo officio rimosso l'arbitrario prefetto, che osava cosí di «far rivivere delle animosità che si volevano sopite, ed urtava col principio adottato e proclamato dalla Reggenza, di coprire di un velo le cose avvenute» (v. il documento num. 7).
Furono finalmente ringraziati dalla Reggenza tutti i Francesi ed i Corsi che prestavano servizio all'armata, e furono dimessi tutti gl'impiegati oriundi di paesi che non hanno mai appartenuto al Regno d'Italia, o che hanno adesso cessato definitivamente di appartenervi, misura che solleva forse la finanza, ma non la gran famiglia de' cittadini, perché sarà ben maggiore il numero degli impiegati ne' suddetti paesi, che per giusto riverbero sono stati rimandati e si rimanderanno. Pareva inverosimile che in questa misura siano stati compresi i professori dell'università di Pavia e de' licei. Veramente gli uomini dotti sono stati sempre riputati cittadini indistintamente di ogni angolo della terra, ed è questa l'ultima volta che di essi si ricerchi la patria, e non i soli talenti, i lumi ed il bene prezioso dell'istruzione, che procurar possono ai consimili.
Ed ecco posta nella sua luce originale una serie di fatti, che non possono evitare una particolare menzione ne' nostri annali. Ne' primi giorni di fermento rivoluzionario si gloriarono i cittadini milanesi, ed i piú distinti, d'aver essi personalmente operato gli eccessi del venti aprile. Sono arrivati a far intagliare e pubblicare una stampa, in cui si vede l'infelice Prina in atto di essere gittato dalla finestra per opera, non della plebe, ma di soggetti nobilmente vestiti, e di essere accolto in istrada colle punte delle loro ombrelle da altri personaggi in egual vestiario. Quindi, sentito il fremito d'indignazione di tutti i buoni, ed andati a vuoto tutti i loro progetti, si sono coperti di tanta vergogna, ed hanno fatto inserire in Parigi, nel _Journal des Débats_, che i milanesi non hanno preso parte ne' suaccennati disordini. È nato da questa mendace impudenza che in questa memoria siano stati nominati individualmente i soggetti che hanno pubblicamente figurato in essi. Cosí la storia imparziale non mancherà delle necessarie nozioni e di monumenti irrefragabili, onde assegnare a ciascuno il meritato tributo di lode o di biasimo.
N. I.
_Relazione della seduta del Senato Consulente del Regno d'Italia, tenuta nel dí 17 aprile 1814._
Prima della convocazione del dí 17, niuno de' senatori ne conosceva l'oggetto, se quei pochissimi si eccettuano che facevano parte del governo, e che l'intima confidenza godevano de' principali agenti del medesimo. Tutti erano al buio della politica situazione del regno. Privi da lungo tempo dei giornali ed anche delle lettere di Francia, diverse erano le voci, che incerte e contradditorie correvano. Altri davano Napoleone alla testa di potente esercito, assistito anche dall'insorgenza di piú provincie; altri lo dicevano morto; altri che avesse abdicato impero e regno; altri a favore della dinastia. Si fluttuava in questa incertezza; allorquando i conti pretori del Senato intimarono nel giorno 16, con la solita lettera, l'ordinaria seduta del giorno 20: ed allorché con lettera pressante diretta successivamente ai senatori poche ore innanzi la mezzanotte del giorno stesso, li chiamarono ad altra convocazione straordinaria per il dí successivo. Continuò ad esserne ignoto l'oggetto anche negli ultimi momenti che la precedettero; si osservò solo che tutti, contro il solito, erano intervenuti i senatori nel numero di 36, compresi i due ministri della giustizia e delle finanze, oltre il conte Vaccari ministro dell'interno, sebbene come non senatore non vi avesse voce deliberativa: non mancavano che cinque membri assenti ed il conte di Breme che si disse ammalato.
Il conte Veneri, presidente, aprí la seduta coll'aver raccomandato e fatto promettere il piú rigoroso silenzio in tutti gli oggetti che si fossero proposti, discussi e risoluti. Quindi passò a leggere, 1. una lettera del duca di Lodi, cancelliere guardasigilli della corona, data il dí 16, in cui lo autorizzava a convocare straordinariamente il Senato; 2. il messaggio che qui si unisce, lett. A; 3. un progetto di decreto, che parimenti viene qui allegato, lett. B. Alla replicata lettura di tali fogli, la di cui sostanza era di spedire a S. M. l'Imperatore d'Austria una deputazione, onde implorare la cessazione delle ostilità, l'indipendenza del regno, con il principe Eugenio in re d'Italia, alcuni senatori chiesero simultaneamente la parola. L'ottenne il primo il conte Guicciardi, il quale propose di fare precedere in ordine l'esame se era costituzionale la convocazione, non vedendo facoltà sufficiente nel cancelliere guardasigilli. Fece riflettere, che questi male a proposito si qualificava nel messaggio qual rappresentante lo Stato, mentre tutto al piú poteva rappresentare il governo, e finalmente fece istanza che prima di procedersi ad alcuna discussione, si procurasse di sapere se il regno era veramente vacante, cioè se il re vivesse, se avesse, ed in quali termini, abdicata la corona. L'ottenne il secondo il conte Dandolo, il quale dimostrò, che in affare tanto grave, quanto ne fosse mai stato portato al Senato, non si doveva passare ad alcuna proposizione, se prima non fosse sottoposta alla matura analisi di una commissione, alla quale si accordasse almeno lo spazio di due giorni. A tali mozioni interpolatamente risposero il conte Paradisi, il conte presidente Veneri e il conte ministro dell'interno. Dissero che l'espressione rappresentante lo Stato era corsa per equivoco, e si sarebbe corretta; che il duca di Lodi era munito di tutte le facoltà, che avrebbe resa ostensibile, quando si fosse voluto, una lettera di S. A. I. il principe Viceré, e che su gli altri fatti non chiari ancora, il Senato poteva somministrare lumi piú positivi. Il presidente Veneri propose come piú conveniente, che l'affare fosse discusso in comitato segreto, e cosí si prendessero momentaneamente quelle saggie e prudenti determinazioni che si credessero del caso. Si oppose il conte Guicciardi, mostrando che non si era mai praticato nel corpo il metodo del comitato segreto, il quale non era additato né dal sesto statuto costituzionale, né dal regolamento organico delli 9 novembre 1809. Appoggiò quindi la mozione del conte Dandolo, con l'aggiunta che la commissione si occupasse dell'affare, non meno in ordine che in merito, presi prima gli opportuni schiarimenti dal duca di Lodi. Il conte Vaccari, appoggiato dalli conti Veneri e Paradisi, aggiunse che la commissione poteva pure aver luogo, giacché si voleva, ma che onninamente doveva riferir e prendersi una risoluzione in giornata. In tale circostanza palesò che S. A. I. aveva combinato un armistizio con S. E. il generale Bellegarde, sotto la condizione, che si fosse spedita una deputazione in Francia, sino al risultato della quale si sarebbero sospese le ostilità, e che dalla nomina di tale deputazione dipendeva l'attuale esistenza politica del regno, e la concessione di uno spazio alle negoziazioni, mentre senza di essa era inevitabile l'invasione immediata della capitale. Asserí inoltre, che l'armata aveva acclamato il principe Eugenio, il che non era senza fondamento, sapendosi i movimenti promossi in Mantova da alcuni capi.
Questo riflesso quietò i molti che opinavano per la totale esclusione del progetto. Fu posto alle voci, se piacesse la commissione secondo le massime esternate dal conte Guicciardi, e fu approvata. Si chiese se doveva essere di cinque membri e si rigettò; se di sette, e vi si convenne. La commissione pertanto fu nominata, per via di schede, nelle persone delli signori Guicciardi, Bologna, Cavriani, Castiglioni, Costabili, Verri e Dandolo. Si noti che la pluralità dei suffragi escluse dalla medesima ognuno di quei senatori che aveva opinato per il comitato segreto, o che aveva perorato in sostegno del progetto del duca di Lodi, o aveva mostrato adesione al medesimo. Il presidente invitò i membri della commissione a dare il loro rapporto nello stesso giorno, alle ore 8 della sera.
Adunatasi questa, all'istante combinò concordemente, che tre de' suoi membri, li signori Guicciardi, Verri e Dandolo, si recassero subito dal duca di Lodi, per porsi al giorno di quanto occorreva. Si prestò subito il duca alle ricerche; giustificò la sua autorizzazione con un decreto di antica data del re, che, nell'assenza del Principe Viceré, gli conferiva amplissime facoltà, tra le quali egli intendeva che anche quella vi fosse compresa di convocare il Senato. Mostrò loro una lettera di S. A. I., in cui gli partecipava di andare a segnare un armistizio, da durare fino all'esito delle negoziazioni da intraprendersi da una deputazione, che il regno avesse spedito alle AA. PP. Alleate, e parlava pure dell'unione del Senato per la nomina dei deputati. Molte e ben molte ragioni addusse inoltre per determinare l'adesione del Senato al suo progetto.
La commissione, ciò inteso dalli suoi tre membri, convenne unanimemente sulla necessità di occuparsi sul merito dell'affare, e passò a redigere un nuovo progetto che era nelle considerazioni e negli articoli differente di quello già proposto al Senato, a cui nella stessa sera fu letto dalla tribuna. Conteneva in sostanza: 1.º, che si spedissero tre deputati, in nome del Senato, alle Alte Potenze, per presentare loro i suoi omaggi, e supplicarle per la finale cessazione delle ostilità; 2.º, per chiedere che il regno fosse ammesso al godimento della sua indipendenza; 3.º, che il Senato coglieva quest'incontro per rinnovare a S. A. I. il principe Eugenio i sentimenti dell'alta sua stima e del piú sincero attaccamento.
Alla lettura di un tale rapporto fu grande la commozione di alcuni, massima poi quella del conte Paradisi e del ministro Vaccari. Dissero apertamente che, esclusa la domanda di S. A. I. in Re d'Italia, era inutile l'oggetto della controrisoluzione, e che l'intruso complimento era piuttosto ingiurioso. Il conte Paradisi ricercò che si leggesse di nuovo il progetto del cancelliere guardasigilli. Questo e l'altro furono letti piú volte. A ciò successe una ben lunga discussione, nella quale presero parte, da un lato, il presidente, Paradisi, i ministri Prina e Vaccari, e dall'altro, Guicciardi, Dandolo, Massari, Verri, Castiglioni.