La Repubblica partenopea La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero

Part 4

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Vera belva era il mugnaio Gaetano Mammone che beveva il sangue delle vittime in un cranio, mentre negli Abruzzi gli altri due capi banda Pronio e marchese Rodio, antropofagi, ne mangiavano la carne.

E a tali mostri re Ferdinando scriveva: mio generale, mio colonnello e mio amico!

A domarli la repubblica, dopo un sonoro proclama naturalmente rimasto inascoltato, spedì, ma invano, generali ed armati. Sopra la Puglia marciarono i legionari di Ettore Carafa conte di Ruvo che con altrettanta crudeltà (perchè parve un'epoca di rinascimento della barbarie!) fe' dare un sacco spietato alla propria patria Andria, e ridurre il proprio feudo coll'incendio un mucchio di cenere.

Tale gesta naturalmente ha dato luogo e tuttavia dà ai giudizi più disparati, chi esaltando nel conte di Ruvo un uomo di Plutarco, un Bruto novello, chi vedendo in lui una furia da libidine e da preda, il Fra Diavolo e il Mammone della repubblica.

La critica ha stabilito oramai che egli non fu nè l'una cosa nè l'altra, che fu un repubblicano fanatico e un soldato d'istinti generosi ma fieri, che trascese per domare un'accanita resistenza.

E mentre nelle province ferveva la spietata guerra civile, il Direttorio aveva da guardarsi in città dalle cospirazioni messe in luce dall'episodio non meno drammatico della San Felice e dei Baccher. Questi erano d'origine svizzera, banchieri accaniti sanfedisti, ed erano entrati in una congiura d'intesa colla squadra britannica per la quale dovevano contrassegnarsi le case da colpire dando ai fedeli una carta di riconoscimento. Uno di essi, innamorato della duchessa San Felice, la fe' consapevole della congiura che essa a sua volta rivelò a un repubblicano che a lei stava più sul cuore, e questi la fe' palese al governo, producendo la prigionia dei Baccher.

Ogni episodio, può dirsi, di quella breve epoca ha dato luogo a studi, libri, polemiche infinite. Figuriamoci questo! Dumas, della San Felice, semplice comparsa nel gran dramma, fa l'eroina principale della rivoluzione napoletana; mentre invece, tutto considerato, può dirsi che la sua memoria non andrebbe scevra da ogni macchia, se non l'avesse lavata il sangue che anche da lei volle uno spietato carnefice del suo sesso.

E intanto la Francia, in luogo di aiutare la repubblica sua creatura, mandava a spogliarla meglio l'intendente Faipoult. Championnet, che era insieme uomo onesto e generale e statista avveduto, mentre stracciava i decreti che rendevano la libertà un'arpia, proponeva una spedizione contro la Sicilia per colpire al cuore la monarchia e troncarne le mene. Per tutta risposta, il Direttorio di Parigi, il cui ministro degli affari esteri, si badi bene, chiamavasi Talleyrand, gli ordinò di cedere il comando a Macdonald. E poco dopo, la Francia, declinando alquanto le sue fortune in Europa, si ritirava del tutto, aggiungendo nel proclama di congedo la spudorata ironia, che i popoli liberi non devono aver bisogno dell'appoggio delle armi straniere!

Partiti i Francesi, la repubblica fu davvero indipendente, ed i suoi capi non si smarrirono, fecero appello alla concordia generale, mitigarono i pesi, composero alla meglio un esercito di difesa, affidandone il comando al generale Gabriele Manthoné.

Ma intanto ben diverso e strano esercito la regina aveva da Palermo spedito alla riconquista di Napoli, capitanato, in qualità di Vicario generale del regno, da un cardinale vestito di porpora, che aveva per colonnelli quei feroci capi banda che a lui si rannodavano da ogni parte. Chi avesse detto che, poco più di mezzo secolo dopo, quelle medesime spiaggie Calabre avrebbero veduto ugualmente sbarcare da Palermo un ben altro fatato capitano, vestito anch'egli di rosso, ugualmente volto alla conquista di Napoli, ma seguìto dal fiore della gioventù italiana dietro al vessillo tricolore, in nome del più leale dei re, del primo re d'Italia, che dovea passar per sempre la spugna sui vizi e gli spergiuri borbonici?

Il cardinale Ruffo, a cui l'Acton aveva fatto affidare la scabrosissima impresa per la solita rivalità, credendo di perderlo, era invece carattere indomito e animo pronto, un misto anch'egli di male e di bene. E se a Napoli fu forse l'unico dei borbonici che fece prova di mitezza e di lealtà, la sua marcia per arrivarvi è bruttata da indelebili macchie di sangue. Checchè anche qui abbiano voluto commentare i critici e gli apologisti, le stragi e i saccheggi di Cotrone, di Tito, di Altamura, specialmente per un cardinale, gridano vendetta al cospetto di Dio.

Vero è che questo non c'entrava, perchè dopo la carneficina, Ruffo assolveva i peccati, e tirava innanzi.

In mare l'ammiraglio Caracciolo, che mal corrisposto a Palermo dal re, e avutane volontaria licenza, s'era forzatamente ascritto al servizio della repubblica, cercava di guardarla il meglio possibile. Ma mentre Suwarow, il famoso generale dello tzar Paolo I, dava a Nelson, obliatosi nelle lascivie di Palermo, la famosa staffilata: Palermo non è Citera; questi, per provare al burbero russo di non aver bisogno di lui, aveva fatto prendere le isole di Ischia e di Procida dal capitano Toubrig; feroce anch'egli (perchè la ferocia dovè aleggiare forse in quell'anno nell'aria imbalsamata!) e a cui poi la regina avea mandato per degno strumento il giudice Speciale che scrisse, nelle isole Flegree, la prima pagina del santo martirologio.

Ma intanto, superati col ferro e fuoco tutti gli ostacoli, il cardinale arrivava, e risolveva di dar l'assalto alla città il giorno del suo patrono Sant'Antonio, il 13 giugno.

Giornata gloriosa! La resa al ponte della Maddalena fu illustrata dal celebre episodio di Vigliena, tanto anch'esso discusso, ma, per la critica specialmente del Turiello e del Pometti, chiarito ormai abbastanza, dove un prete, Toscani, imitando le gesta eroiche di Micca, fece sì che 300 calabresi si seppellissero, sotto le rovine, piuttosto che arrendersi.

Anche i cattolici si dividevano in due campi, e tra il cardinale Zurlo arcivescovo di Napoli ed il cardinale Ruffo vi fu uno scambio di scomuniche. E mentre la spada della Francia avrebbe potuto e dovuto far traboccar la bilancia, l'ultimo avanzo dei Francesi rimasto, il Mejean comandante di Sant'Elmo, si vendè proditoriamente al nemico. Altro fatto in mille modi controverso, ma dai documenti posto fuori di discussione.

Il cardinale, divenuto a un tratto mite, o per umanità o per scaltrezza, credendo doversi rifondare il trono stabilmente sulla clemenza e sul perdono, propose egli per primo una onorevole capitolazione. I repubblicani, che consideravano la loro causa come perduta, salvo Manthoné, entrarono in trattative che approdarono alla resa dei castelli Nuovo e dell'Uovo, pattuita onorevolmente la salvezza delle vite e delle sostanze dei repubblicani. Tali patti furono sottoscritti da tutti i rappresentanti stranieri, compreso il comandante inglese.

Ma la regina, dal suo covo di Palermo, spiava e vegliava. Le trattative del cardinale Ruffo la misero fuori di sè e mulinò subito d'impedirle o rinnegarle. La politica di Maria Carolina domina in tutte le fasi di quest'epoca: prima contro Tanucci, poi contro Gallo, ora contro Ruffo. Essa pensava la monarchia francese essere caduta per debolezza; non voleva pattuire ma debellare, non perdono ma vendetta; i repubblicani seppelliti colla repubblica.

Nelson assunse sopra di sè l'impresa e corse a Napoli avendo a bordo la sua trista egeria Lady Hamilton, a cui la regina avea dato le segrete istruzioni spietate per i ribelli.

All'alba del 24 giugno la flotta di Nelson apparve all'altezza di Capri. Il cardinale che era al ponte della Maddalena offrì ai patriotti, chiusa oramai la via di mare, di scampare dalla parte di terra. Essi stettero fermi al loro posto, fedeli alla parola data, confidenti nella parola ricevuta. Esempio eroico! Il modo comodo e tutelare dello spergiuro e della fuga non era il loro! Basterebbe questa eterna lezione di confronto che, a repentaglio della vita, ponevano ai posteri, per render non inutile ai destini d'Italia quell'êra breve e sciagurata.

E se in quei sei mesi saranno stati platonici, ora furono plutarchiani, se avranno commesso errori, non commisero colpe, salvo forse la fucilazione (colpa perchè crudeltà inutile) dei Baccher fatta a Castelnuovo al momento che le ore della Repubblica erano contate.

Furono vane tutte le preghiere, le ragioni, le ammonizioni del cardinale Ruffo, i cui colloqui con Nelson vennero da Lady Hamilton, che serviva da interprete, e li falsava ai suoi fini, bruscamente troncati. L'eroe di Abukir si era smarrito sventuratamente a Citera! Solo accettò di mandare alla regina la capitolazione. La risposta, che non si fece attendere, diretta a Lady Hamilton, riboccante di frasi affettuose e carezzevoli per lei e per Nelson e di fremiti da sciacallo per i miseri e ingenui repubblicani, fa ribrezzo e raccapriccio. Era accompagnata da una copia di decreto del re che cassava la capitolazione, istituiva una Giunta di Stato che condannasse a morte i capi del moto, i subalterni alla prigione e all'esilio, tutti alla confisca dei beni. La procedura doveva essere segreta e rapida; ristabilita la tortura; soppressa la difesa; accettati come testimoni le spie. Le istruzioni erano di condannare a morte chiunque avesse accettato la repubblica od opinato per lei. Il che significava far morire almeno 40 mila napoletani! La regina vi aggiunse la sua lista di proscrizione impinguata de' suoi nemici personali, e per la Giunta di Stato, in luogo di uomini proposti con accorgimento e probità dal Ruffo, e che si dichiararono pel rispetto della pace convenuta, impose i suoi tutti siciliani scelti fra coloro che avevano fatto miglior prova di lasciva crudeltà come Speciale, o d'imperturbabile ferocia come Damiani e Guidobaldi. E non dimenticò il carnefice, che per ironia si chiamava Paradiso!

Qui naturalmente tra gli storici e i polemisti la disputa delle dispute; la violazione della capitolazione ebbe luogo per ordine della regina e del re o per spontanea volontà di Nelson? Storcendo i racconti e stiracchiando le date si è da Ulloa, dallo Helfert e da altri, tentato fare invalere questa seconda opinione. Ma i documenti del museo britannico, il carteggio della regina con Emma che, ripeto, è nefando, e pare impossibile sia corso fra due donne, ha tolto ogni dubbio su questo punto. E, in ogni modo, bisognava sempre considerare due cose: prima, Nelson non era padrone della sua volontà e del suo animo, altrimenti la voce dell'onore e l'immagine della patria e della posterità gli avrebbero impedito di sputar sangue così sopra la sua gloria! Sicchè, anche quando l'azione sua fosse parsa spontanea, in fondo sarebbe stata sempre d'altri, di quella orribile coppia femminile che gl'infondeva l'inconscia suggestione.

In secondo luogo, mentre il cardinale Ruffo, il riconquistatore del regno, cadde in disgrazia solo per la capitolazione e i consigli, Nelson fu creato Duca di Bronte con 75 mila ducati annui trasmissibili agli eredi, che per altro nè egli nè gli eredi videro mai.

Vuol dire che egli avrebbe potuto non secondare e secondò, non obbedire e obbedì, superando nell'obbedienza la slealtà e l'inumanità del comando.

Ai martiri delle isole Flegree andò per primo a far compagnia il vecchio ammiraglio Caracciolo penzolante dall'albero della Minerva, spettacolo a Lady Hamilton che girava attorno in una lancia, e poi gettato in mare.

In breve seguirono tutti. La storia della Giunta di Stato è rimasta oscura perchè tutti quei processi vennero più tardi distrutti per ordine del re che pare cominciasse a sentire, non la paura del cielo, non il rimorso della coscienza, ma il timore della storia.

Alla gran vendetta, di cui la regina mostra nelle sue lettere un'ansietà quasi delirante, il re, chiamato da Nelson, che voleva colla sua presenza dividere almeno l'obbrobrio, venne ad assistere da vicino; mentre Maria Carolina, che si sapeva odiata come unica cagione della politica funesta che aveva condotto il regno a tali estremi e tali miserie, rimase a Palermo. Dove il re stesso non tardò a raggiungerla per la nostalgia della vita allegra che non potea fare a bordo, e per uno spavento che gli successe. Un giorno, stando in coperta, scorse una figura umana quasi dritta sull'onde, come fantasma galleggiante venire al suo vascello, e riconobbe l'ammiraglio Caracciolo. “Che vuole questo morto?„ esclamò con voce fremente nella strozza rabbrividendo di sgomento e di orrore. Uno degli astanti rispose, “credo che chieda sepoltura cristiana„ “L'avrà!„ E così al povero Caracciolo, gittato in mare con 250 libbre di peso ai piedi, e che aveva implorato a Nelson sepoltura nelle viscere del suolo natale, la rivendicarono le forze della natura, creatrici di questo aneddoto pietoso che pare un racconto di fate, mentre testimoni oculari lo propagarono, documenti sicuri l'hanno confermato.

A malgrado la distruzione dei processi, l'ecatombe, dove fu reciso il fiore dell'intelligenza e della virtù napoletana, venne ricostruita per documenti amorosamente ricercati da molti e specialmente dal D'Ayala e da ultimo, perfino negli archivi della confraternita dei Bianchi della giustizia, dal mio caro amico e collega Giustino Fortunato.

L'elenco di quei traditi, primi martiri del risorgimento italiano, che la libertà per cui combatterono onorarono anche in morte; non ribelli, perchè il re era fuggito; non vinti, perchè guarentiti dalla capitolazione e dalla pace, comprende novantanove nomi per i capi, migliaia essendo stati gli assassinati nelle prigioni e nei forti senz'ombra di processo. Diciotto principi o duchi; due dame, Eleonora Fonseca Pimentel, e Luigia Molines San Felice, a cui il dubbio della gestazione non risparmiò, anzi rese più dolorosa, la morte procrastinata per lungo tempo in mezzo a traversie e sevizie inaudite; quindici ricchi possidenti; quattordici generali; tre vescovi; undici preti; undici avvocati; otto letterati e professori; due magistrati; due studenti; un notaio. Morirono tutti intrepidamente; e il mondo conosce l'eroismo antico degli ultimi momenti di Manthoné, di Velasco, del conte di Ruvo, di Domenico Cirillo, di Mario Pagano.

Colla repubblica erano seppelliti anche i repubblicani; e delle loro sostanze si premiarono con pensioni, titoli, gradi di maresciallo e di barone i Toubridg, i De Cesare, gli Sciarpa, i Panedigrano, i Fra Diavoli!

Ma l'espiazione, specialmente per la nefasta Hamilton, doveva venir presto! Tornata in Inghilterra con Nelson, che le chiese e ne ebbe (felice degnazione) licenza di rispondere all'appello della patria, per la quale morì a Trafalgar, annientando la potenza navale della Francia; diseredata nel testamento da Lord Hamilton; respinta dall'Inghilterra come legato troppo vergognoso del testamento di Nelson; destituita di soccorsi invano implorati perfino da quella ingrata regina, che pur le aveva scritto di dovere a lei il ricupero del regno, e di cui, dopo amicizia sì intima, si vendicò con infami libelli; attraversò varie scandalose vicende, in tutto simili a quelle del principio della sua carriera; morì all'Havre, arrabbiata e miserabile, da tanti maledetta, e da nessuno compianta.

Nè la restaurazione de' vecchi governi fu per allora meno effimera delle repubbliche cadute. La spada di Napoleone imperatore in breve ne fece giustizia.

Ferdinando e Maria Carolina, riprendendo le loro ignobili fughe, videro sul loro trono assisi i re _parvenus_, l'ultimo dei quali ebbe almeno per un istante l'epica e generosa ambizione dell'unità d'Italia.

Quei moti del 1799, che in apparenza non fruttarono nulla se non ribadimento di catene, in effetto apparecchiarono i più fortunati eventi a una nazione stata sempre infelice, ridestando quelle virtù che, spesso, come certe piante, nascono solo sulle ruine.

Da quel giorno cominciò a comunicarsi, osò venire in luce il sospiro dell'indipendenza e dell'unità, palpito segreto di tutta la nostra storia, dono divino che sarebbe meglio apprezzato dagli Italiani se un poco più la leggessero e la studiassero. Da quel giorno si fece comune il sentimento e bisogno di libertà, di cui oggi, per merito di quegli eroi, godiamo, e pur troppo talora, per colpa nostra, abusiamo.

L'età plutonica e scettica, poichè il mondo, come disse Carlyle, ha cessato di essere spirituale e s'è fatto meccanico, nelle logomachie degli ignoranti erigentisi a giudici dei pochi che si sanno ancora affinare nel crogiuolo del pensiero, nelle batrocomiomachie dei rettili gorgoglianti nel pantano dell'indecenza, del ricatto gioviale (gioviale nel doppio senso, perchè fu Paolo Giovio a dire che aveva una penna d'oro per chi lo pagava, e per gli altri una di ferro), smarrisce lo spirito della storia divenuto, secondo la frase di Goethe, _l'esprit de ces messieurs_.

Eppure l'unità, la libertà hanno tanto costato ai padri nostri che, come i Napoletani del 1799, morirono sorridendo, perchè, affacciati alla visione della seconda vita, divinarono che il loro esempio sarebbe stato eterna fiaccola ai buoni, eterna remora ai tristi, eterna malleveria di grandezza alla patria.

Sarebbero invece morti piangendo, se avessero potuto credere che, un secolo dopo, Italiani, all'Italia fatta libera, una e indipendente, rimprovererebbero l'ambizione di parer grande!

Ma ella _deve_ essere grande! Qualche cosa dobbiamo pur restituire a coloro che per lei e per noi s'immolarono. Avendo la patria in cima di ogni nostro pensiero, per essa lavorando con tenace perseveranza, e con candida e cavalleresca lealtà combattendo, potremo riscattarci da una nuova servitù morale che ci travaglia; e creare la vera repubblica, la repubblica degli animi onesti, liberi e sinceri, dove verranno ad abitare con noi, recandoci ammonimento di memorie meste, conforto di speranze liete, coloro che l'ideale consociato della libertà e della virtù suggellarono col sangue proprio, e non d'altrui, nel nome santo d'Italia.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (vari/varî e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

End of Project Gutenberg's La Repubblica partenopea, by Guido Pompilj