La Repubblica di Venezia e la Persia
Part 9
Ogni console dovea essere suddito veneto, aver compiuta l'età di 25 anni, godere ottima fama di onestà e di intelligenza nel commercio, essere munito delle patenti e di speciali commissioni. Appena arrivato al luogo di residenza, egli dovea presentare le patenti a quelle autorità per essere riconosciuto, quindi rispettato ed obbedito dai sudditi. Il suo impiego durava 5 anni, nè poteva sostituire alcuno, senza espressa permissione del magistrato dei Cinque savi. Conseguiva gli appuntamenti e i diritti consolari nei modi e misure fissate da apposita tariffa stabilita dai Cinque savi, ed esposta nella cancelleria del consolato, con proibizione di esigere di più, e di prender danari a censo o mutuo a debito della nazione. Tenere dovea sopra apposito libro timbrato la nota, giorno per giorno, dei veneti bastimenti che arrivavano nel suo raggio giurisdizionale, colle più minute indicazioni del carico, del capitano e dell'equipaggio, riscontrando, mediante apposito esame, le polizze di carico, le fedi di sanità e i ruoli degli equipaggi. Tutti i manifesti dei carichi e le notizie più importanti relative al commercio ed alla navigazione, egli doveva far giungere al più presto possibile al magistrato dei Cinque savi.
Il console eleggeva il suo cancelliere, del quale era responsabile in via civile. Se il cancelliere non era suddito, la nomina dovea essere approvata dai Cinque savi. Nelle parti del levante e dell'Asia dovea il console tenere un cappellano di rito cattolico.
Le differenze fra i sudditi doveano essere composte ed appianate dal console, che avea pure autorità di arrestare e punire quelli che turbavano la regolarità del traffico, o violavano le leggi penali; nei casi gravi però dovea inviarli, colla prima opportunità, alla dominante.
Il console erigeva gli atti verbali nei casi di getto ed in tutti gli altri nei quali veniva richiesto dai sudditi; eseguiva gli inventari, gli atti di morte; ricevea testamenti; e dava forza legale, come pubblico notaio, ai contratti stipulati alla sua presenza. Il cancelliere poi in un apposito libro dovea tenere la copia di tutte le deliberazioni e degli atti del consolato, di tutte le polizze, i contratti, gli inventari, i testamenti e delle altre carte che pervenivano alla cancelleria.
Nei casi di naufragio il console doveva accorrere per salvare con ogni mezzo possibile i naufraghi, e riceveva poi il 2 per % di premio sul netto ricavo delle cose ricuperate.
Mancando il console di vita, il cancelliere lo doveva sostituire fino alla nomina del successore.
I consoli dovevano dar piena esecuzione e far rispettare ed obbedire il codice della mercantile marina, le leggi generali e le disposizioni dei magistrati e degli ambasciatori e residenti alle corti, aver cura perchè fosse mantenuta la fede nei contratti, la esattezza nei pagamenti, la quiete e la libertà del commercio.
Per le spese straordinarie che occorrevano nei consolati, il console dovea convocare il Consiglio dei Dodici, col quale si stabilivano le misure necessarie, gettando una tassa sui capitali dei negozianti. Che se però le spese erano molto rilevanti, o la amministrazione consolare restava in debito, vi provvedeva il collegio dei Cottimi[160] gettando un'altra tassa sopra tutte le mercanzie; la quale ascese al 4, al 6, e talvolta perfino al 12 per % nella Siria, oltre la tassa ordinaria cui quelle erano sottoposte per i diritti consolari e pel mantenimento in Venezia della magistratura detta _Cottimo di Damasco_.
Sopraggiunta la lunga e fatale guerra di Candia, il vice-console nella Siria Alvise Tartarello, ripatriato nel 1648, dimostrò in senato ascendere il debito della nazione a ducati 66,652, per estinguere il quale fu imposta una tassa del 4 per %. Con questa tassa si poterono pagare durante la guerra 40 mille ducati, per modo che, succeduta la pace, il nuovo console Marco Bembo propose di saldare la residua passività del cottimo, riducendo la tassa dal 4 al 2 per %.
Ma le spese del consolato Bembo, per quanto si raccoglie dalle scritture dei capi di piazza, ascesero a reali 32 mille circa, per cui le merci furono aggravate del 10 per cento in conto di cottimo, oltre il 2 destinato all'estinzione del debito precedente, e si dovette anzi ricorrere ai negozianti per un prestito di reali 20,000.
Fu eletto poi console nella Siria Francesco Foscari; ma sempre più diminuendo il traffico dei Veneziani nell'Asia, e particolarmente colla Persia e le Indie, per le gravi cagioni enunciate più sopra, il senato deliberava a' 22 gennaio 1675 di togliere quel consolato, _accompagnando con sentimento grave la notizia circa alla mancanza in quello scalo del negozio dei Veneziani, e quanto era gravosa la continuazione del consolato di Aleppo_.
Accordossi allora ai pochi sudditi, che ancora negoziavano nella Sorìa e coll'Armenia e la Persia, di rivolgersi per la protezione a quei consoli di altre nazioni amiche, che essi nella specialità dei casi ritenessero migliori; ma mal volentieri tollerando i mercanti questa necessità, oltre le ristrettezze molto considerevoli dell'estenuato negozio, si astennero finalmente dallo spedire in Sorìa merce alcuna.
Laonde Andrea Benedetti, che in qualità di agente aveva sostituito l'ultimo console Foscari, dovette, per supplire alle spese, accrescere il debito della nazione veneziana e portarlo alla somma di 40 mille reali.
Offertosi poi Andrea Negri di andare in Aleppo col titolo di agente dei mercanti, e di soddisfare tutti i debiti lasciati dal Benedetti, e tutelare gli interessi dei Veneziani negli scali dell'Asia, verso la corrisponsione di una tassa del 5 per % sulle merci di ragione dei mercanti veneti che passavano in Siria, il senato accolse la proposizione ed emanò conforme decreto il 3 gennaio 1680.
Ma non bastando la preavvisata tassa, fu imposta una contribuzione fissa da 200 a 400 reali per ogni nave, secondo la grandezza, che toccasse i porti della Sorìa, e furono rimossi come inofficiosi e superflui i sette ministri del _Cottimo_ di Damasco, destinando la tassa a loro favore, in pagamento invece dei debiti nella Siria.
Tutte queste disposizioni però non furono sufficienti, ed il Negri non avendo potuto soddisfare tutti i debiti della nazione, fu arrestato dai Turchi, ed ebbe appena la ventura di fuggire dalle loro mani, lasciando sequestrata anche la casa consolare da un Corrado Kalchebrum, mercante fiammingo.
Fu allora che Andrea Benedetti, suo predecessore nella sfortunata agenzìa di Aleppo, offerse di assumerla di nuovo, proponendo ai Cinque savi, in una sua particolareggiata scrittura [Documento LXXVII], i mezzi per riordinare quell'amministrazione, ristorare il commercio dei Veneziani, e mantenere il decoro della repubblica.
Il senato aderì a questa proposizione; e le saggie misure prese dal Benedetti, il progetto di riaprire una comunicazione colla Persia e colle Indie, i trattati di Pietro il Grande colla Persia, e l'essere stato schiuso il mar Nero alla navigazione dei Veneziani, fecero sorgere più che mai vive le speranze di riattivare sulle coste dell'Asia e del mar Nero il commercio persiano. Laonde i savi proposero la ristorazione del consolato di Aleppo [Documento LXXVIII], che fu ordinata col decreto 29 dicembre 1762 [Documento LXXIX], e durò fino alla caduta della repubblica.
APPENDICE
Dei Viaggiatori veneziani in Persia e delle venete Descrizioni edite ed inedite di quella regione.
Quantunque intorno ai viaggiatori veneziani in generale abbiano trattato lo Zurla, il Morelli, il Filiasi, il Foscarini, e da ultimo il Lazari, reputasi conveniente, in appendice al presente studio storico, di riportare quelle notizie particolari e quei nuovi documenti che si poterono raccogliere e si riferiscono a viaggiatori veneziani nella Persia, ed a venete relazioni di quella regione.
La conquista di Costantinopoli (1201) avea dato un impulso gigantesco alla potenza commerciale dei Veneziani. Le loro navi cercavano nei porti del mar Nero, della Siria e dell'Egitto i preziosi prodotti dell'oriente; ma non si ha memoria di alcuno che siasi allora addentrato nelle regioni interne dell'Asia, che abbia osato di tentare peregrinazioni per quelle remote contrade, che erano involte nella più fitta caligine, durante l'impero degli Arabi.
I primi che intrapresero viaggi per l'interno dell'Asia furono i veneziani Matteo e Nicolò Polo, i quali mossero nell'anno 1250, al tempo di Baldovino imperatore, da Costantinopoli, e inoltratisi nel mar Nero sbarcarono nel porto di Soldadìa vicino a Caffa, e proseguendo il loro cammino per terra nella Cumania verso Derbent, via che facevano i popoli circassi per andare in Persia, passarono il Tigri ed il Deserto fino a che giunsero nella residenza del gran khan dei Tartari. Ritornati quindi a Venezia dopo un così lungo e straordinario viaggio, essi trovarono il nipote Marco, il quale invaghitosi dalle meravigliose descrizioni che gli zii facevano dei luoghi visitati nell'Asia, li pregò di condurlo seco loro nella seconda spedizione in Tartarìa, dove avevano promesso al gran khan di recarsi di nuovo.
Marco Polo nel suo famoso viaggio[161] per le regioni di oriente, dove dimorò ventisei anni, racconta che si recò in Armenia nel porto di Ajazzo, nel quale ordinariamente facevano scalo i mercanti di Genova e di Venezia; e descrive, fra le altre regioni di quasi tutta l'Asia, gli otto regni che allora componevano la Persia, le condizioni di quegli abitanti, i prodotti e le industrie, avendo attraversata quella regione nel suo ritorno dalle Indie, ed essendosi presentato a Cazan, uno dei migliori principi persiani, che ebbe pur relazione col papa Bonifacio VIII[162].
Da quell'epoca, per due secoli, mancano notizie di viaggiatori veneziani penetrati nell'interno dell'Asia, tranne i pochi dati che ci rimangono di un Marco Cornaro, ambasciatore in Tauris nel 1319, i quali fanno ritenere sussistessero fin da quel tempo relazioni internazionali veneto-persiane[163], ed un documento del 1328, scoperto di recente dal chiarissimo Thomas negli archivi di Vienna, e che appunto si riferisce a rapporti commerciali veneto-persiani.
Nell'anno 1424 Nicolò Conti veneziano partì da Damasco, e attraversata l'Arabia Petrea, andò a Bagdad, quindi a Bassorah. Imbarcatosi nel golfo Persico, veleggiò per Ormuz a Cambaja, d'onde unitosi con alcuni mercanti turchi e persiani attraversò la penisola spingendosi fino alle foci del Gange. Il Poggio, fiorentino, lasciò una succinta memoria dei viaggi del Conti, una parte della quale è dedicata alla descrizione della Persia[164]. Intorno a quel tempo, si ha pure memoria di Dracone Zeno figlio di Giovanni che dimorò molti anni alla Balsera, alla Mecca ed in Persia per affari di mercatura[165].
Allorquando poi Mohammed II, vincitore di Costantinopoli, minacciò i possesi veneti nel levante, e la repubblica strinse alleanza colla Persia contro il comune nemico, andarono in quella regione i veneziani Lazaro Quirini, Caterino Zeno, Giosafat Barbaro, Paolo Ognibene ed Ambrogio Contarini, i quali nelle loro relazioni, nei dispacci e nelle esposizioni fatte al senato lasciarono importantissime descrizioni dei luoghi da essi visitati[166].
Oltre alle relazioni dei viaggi del Zeno, del Barbaro e del Contarini, il Ramusio pubblicava nel 1559 quella di un anonimo mercante che fu in Persia, il quale si dimostra palesemente essere stato un veneziano per la lingua che usa, e pei paragoni dei quali si serve; ed un'altra di Giovanni Battista Angiolello vicentino, intorno alla vita ed ai fatti di Uzunhasan, re di Persia.
Queste descrizioni vengono a formare, come giustamente osservava il Foscarini, una storia seguente delle rivoluzioni persiane dal tempo di Uzunhasan al consolidamento sul trono della dinastìa dei Sufi, la quale merita d'essere compiuta colla pubblicazione delle interessanti scritture di ser Donato da Leze, amico dell'Angiolello [Documenti LXXX, LXXXI, LXXXII], i dispacci del Dario e le relazioni di Giovanni Lassari [Documenti XVII, XVIII, XIX, e XX].
Luigi Rancinotto veneziano, fattore di un negozio in Alessandria del patrizio Domenico Priuli, fu in Persia nell'anno 1532. Egli estese la relazione dei suoi viaggi, stampata da Aldo Manuzio nel 1557[167], nella quale narra: che sentite le stupende cose che pubblicavansi delle nuove scoperte portoghesi gli venne volontà di viaggiare e di riscontrarle coi propri occhi. Quindi scorse l'Etiopia, visitò Calicut e andò in Persia, dove fu presente alle tre legazioni ivi pervenute dall'Arabia Felice, da Sumatra e dalle Molucche per implorare aiuto a Thamasp, onde porre un termine ai crudeli trattamenti dei Portoghesi.
Allorquando Selino mosse guerra alla repubblica per lo acquisto del regno di Cipro, il segretario del senato Vincenzo Alessandri, andato in Persia per trattar lega con quel re, ci lasciò nei suoi dispacci, e nella relazione che lesse in Pregadi, assai preziose notizie di quella regione [Documenti XXV e XXVI].
Teodoro Balbi trovandosi console nella Siria dall'anno 1578 al 1582 dettò una relazione della Persia, tuttora inedita e che merita di essere pubblicata [Documento LXXXIII].
Le guerre turco-persiane di quel tempo sono poi descritte nelle due relazioni di Giovanni Michele e di Daniele Barbaro già pubblicate[168], nonchè dal bailo Nicolò Barbarigo nel suo Trattato, che giace ancora inedito fra i codici del cav. Cicogna; relazioni che giovarono al Minadoi, mentre stava scrivendo in Aleppo la sua storia, pubblicata a Roma nell'anno 1586, e due anni dopo in Venezia.
Una breve relazione del viaggio da Venezia alla Persia e di quella regione, fatta da un anonimo veneziano alla fine del secolo XVI, trovasi fra i documenti [Documento LXXXIV] di questo lavoro, tratta dai nostri codici.
Secondo il Foscarini, che ne deduce la notizia dall'elogio funebre di Ottaviano Bon, scritto dal vescovo Giovanni Lollino, pare che anche il Bon, abbia nei primi anni del secolo XVII descritta la guerra, che i Persiani sostennero contro Amurath I, ma tale relazione ci è ignota.
Tuttora sono poi inedite per la maggior parte le preziose relazioni fatte dai consoli veneti nella Siria, le quali tutte discorrono con interessanti particolarità della Persia, e specialmente quella di Alessandro Malipiero, 16 febbraio 1596, e la terza di Giovanni Francesco Sagredo, l'amico di Galileo, scritta nel 1612 e che è irreperibile[169].
Ambrogio Bembo trovandosi insieme ad un suo zio console veneto in Aleppo, intraprese nel 1670 un viaggio alle Indie orientali, che durò quattro anni.--La relazione di questo viaggio, della quale una parte è dedicata alla Persia, trovasi nel Morelli: _Dissertazione sopra alcuni viaggiatori veneziani poco noti_.
Intorno a quel tempo arrivarono pure in Venezia alcuni padri Domenicani spediti dal re della Persia, i quali in seguito ad invito del senato dettarono una _Relazione sulli viaggi di Persia_, che per decreto del 1673 fu inserita nei _Commemoriali_ [Documento LXXXV].
Finalmente nei dispacci dei veneti ministri in levante si incontrano copiose e particolareggiate le notizie delle cose persiane, che essi apprendevano da appositi inviati in quella regione: avvegnachè il conoscere le intime condizioni della Persia, pei noti rispetti del comune nemico e del reciproco commercio, assai importasse alla repubblica di Venezia.
DOCUMENTI
DOCUMENTO I.
DELL'ORIGINE DI ASSANBEI SIVE USSUN CASSAN
Breve Notatione.
Nell'anno 1470, riferisce uno, che trovandosi in Persia l'anno 1468, e rasonando con li mercanti li quali nuovamente vennero di Trebisonda, tra li quali fu Domenico Del Carretto che usava quel viaggio, disse che veniva nominato questo Ussun Cassan, et che in quelli zorni aveva fatto scorrerìa in Amasia et in Angora con pochissime genti, et il signor soldan Baiezit fiol di Maumet turco, in quel tempo essendo zovene, temeva affrontarsi con Ussun predicto, et si meravigliassimo del suo temer. Mi disse quel Domenico perchè vi meravigliate? io vo' narrar di questo Ussun Cassan cose incredibili. Costui fu fio di un signor abitante nelle montagne, su le quali ha alcuni castelli fortissimi, il suo paese si dice Tactai, è di poco tegnir. Essendo quello morto, il suo fiol Ussun divenne molto valevole, savio, audace et delli più belli di corpo, che da gran tempo si sono veduti, grande, spalluto, tutti i membri corrispondenti a quella bella persona come se fosse dipinto, et il suo capo siegue alla grandezza de la persona, con do occhi neri che è un terrore al vederli: et quanto è valoroso, tanto è liberale, cortese, benigno «ideo dicitur gratior et pulcher veniens in corpore virtus». Io come mercadante sono stato nel suo paese, vidilo, parlai con esso, et così come è grande, similiter il suo mangiar è estremo; e per il suo cavalcar, pochi boni cavalli se trova a portar tanto corpazzo. Del 1455 si mostrò con 3000 uomini e corse nel paese di Hasan[170] e danneggiavalo molto, sì che mai poteva a lui resistere, quamvis Hasan fosse signore di Zagatai, nè poteva averlo in le man perchè lui era sempre sentiroso et apto alle insidie, et come presentiva la venuta di Hasan fugiva in le montagne. E nota che Hasan vedendosi grande et potente signore, et Ussun Cassan un signoretto che ardiva farli tanti insulti, molto si lamentò verso i suoi baroni dicendo: _che val la mia potenza se non trovo nessun barone a prendere questo ladroncello e condurmelo morto o vivo, che prometto a chi mi porta la sua testa di dargli una città di suo contento_. E di tutti li baroni nessuno si mosse, salvo uno detto Acmat, e disse: _O gran Signore, tojo l'impresa mi, vu intendè che homo è costui, lassè far a mio modo, et in pochi dì ve lo menerò o morto o vivo_, et Hasan promise a suo modo. Questo Acmat si mise in punto con alcuni pochi electi perseguitando Ussun continuamente; et improvvisamente trovatolo al pascolo in campagna e appresso al monte quello assaltò, et avendo messo in fuga e sparsa quella poca zente che era fugita per li monti, il dì seguente Ussun si trovò adunati 1700 uomini dicendo a quelli: _A che semo più boni? da questo Acmat semo assediai, nè potemo scampar la morte, meglio è morir virilmente, che tristamente esser pigliati_. Tandem consejati deliberarono assaltarli alla seconda guardia, et premandati esploratori et inteso che riposavano con sue mojer e fioi, allora dito e fato assaltano quelli che sono drento al padiglione di Acmat; e la fortuna a quei de Ussun andò prospera et prese quel barone salvo con grande uccision di nemici, e quelli vedendosi rotti et el so capitano preso, a poco poco se inchinarono ad Ussun et domandarono perdonanza. Ussun Cassan cortesemente tutto accettava e con parole lusingava dicendo: _Vardè fradei cari, cadaun che conosce el suo, voglia el suo, del vostro mi no vogio niente, et etiam le vostre donne e fameje, io pur son signor e fiol de signor, e benchè sia povero Dio è grande_.
Vedendo li nemici suoi tanta lealtà ad una voce li fecero grandissima laude, e vi furono di quelli che li dissero che voleano restare se a lui piaceva, et esso allegramente tutti accettò e disseli: _Saremo tutti fradei insieme; et quel pezzo de pan che havremo, partiremo tutti quanti_.
Dopo l'acceptar di questi fece venir davanti quel barone Acmat preso domandandoli: _che cazon ti ha fatto far la impresa de perseguitarmi?_ Rispose: _Sapiè che lo bando che fece il mio Signore, fu a chi attrovasse di dargli la vostra testa li donava una città et facevalo beato. Io pensando aver la vittoria ho tolto tale impresa_. Ussun Cassan rispose: _Feste voi la sententia, e quella cercavi per mi, farò fare a voi_, e comandò fosse decapitato e mandato il capo al sultan con queste parole: _Tolè signor grande el presente che desideravi_; facendoli poi aggiungere: _Perchè mi vai perseguitando, ti è signor grande e mi pur son fiol de signor, benchè non sia sì potente; tu dici che sono ladro in le montagne, ma lassime venir al piano, lassime riposar, che ti prometto esser con te pacifico_, con molte altre parole. Soprazonse poi la donna, fu di quel barone con alcuni altri che ritornavano alle loro case e non vollero rimaner con Ussun, et a quella donna ha facto restituir el suo, et quella con buone parole confortava et pregava volesse restar con lui, promettendo mandarla con suo contento, et etiam alcune altre che erano in sua compagnia, le quali non volendo rimaner, quelle fece accompagnare alle loro case con boni cavalli, sopra ponendo questo a quella ambascieria.
Di presente Hasan vedendo le sue dolci parole et amore, restò stupeffatto et era contento di non lo molestar. Ussun con quella gente che a lui moltiplicava non volle più scorzisar el paese di Hasan, ma correva sui confini di Amasia fin in Angora; et Baiezid che abitava in Amasia essendo zovene non ardiva affrontarsi con Ussun perocchè suo padre si disdegnava.
Et nel 1459, essendo approssimato al confin di Trebisonda, Ussun se ridusse alle sue fortezze, ma sempre correva. Il Turco mandò allora sui ambasciatori con presenti di panni d'oro et di seta, lavori d'argento e cavalli a donar ad Hasan, pregandolo che stringesse dalla sua banda Ussun Cassan e lui dall'altra a metterlo in mezzo et prenderlo. Ma egli in quel tempo non si mosse, anzi veniva detto che Ussun Cassan in la strada aveva fatto prendere quel legato dell'ottomano che portava li presenti ad Hasan, e non fu vero, nè possibile lui si muovesse.
Nel 1450 l'imperatore de Trebisonda guerreggiava col signor Armenich che era suddito di Ussun Cassan, onde l'imperatore preparato l'esercito con poca gente per andare a prendere questo Armenich credendo averlo a man salva, fu come intraviene a quello che poco stima l'inimico, preso l'imperatore da Armenich, il quale essendo suddito di Ussun Cassan a quello lo presentò. Essendo l'imperatore alla presenza di Ussun Cassan, li richiese fosse fatto tajar del so prezio, che provederia de redimersi, onde Ussun Cassan li disse: _Quello che io desiderava mi vien alle mani, io danari non apprezzo, mi fu detto voi avere una fia savia e da ben, dita Teodora, demela per mugier._--L'imperatore rispose: _Come potrà farsi questo, essendo noi christiani e voi pagan?_ Rispose Ussun: _Non curo questo, pure intravegniria cosa del nostro contento unanime da ella, perchè per cristiana la voglio e per questo l'apprezzo, perchè a mi donne no manca, adunque per questa caxon me muovo et a voi è forza farlo_. E così seguì le nozze et datoli la fiola per questa via, et have quella in devotion carissima. Avuta madama Teodora per moiera, pare che la fortuna ad Ussun Cassan andasse prospera, et ogni dì moltiplicava in seguito de zente.
Vedendo Maomet turco moltiplicar Ussun, temendo non si facesse grande, fece esercito nel 1461 ed andò verso Trebisonda, acciò Ussun no prosperasse in quello impero.
Vedendo Ussun no poter resistere alla potenza del turco, li fu forza mostrarli le spalle, e ritornò alli monti e alli suoi castelli. Il turco non volendo Ussun per vicino, aumentato il suo esercito andò in persona e prese Trebisonda, nel cui esercito fu Nicolò Sagondino segretario della Signoria nostra.