La Repubblica di Venezia e la Persia

Part 5

Chapter 53,908 wordsPublic domain

«In questo intervallo di tempo cercai di istruirmi di ogni particolare, sì della persona ed animo di questo re e figliuolo, come dei signori da loro chiamati sultani, del modo di governo di quella corte e regno, delle loro entrate e spese et etiam della qualità e numero di milizie che possono fare, come dalla S. V. nell'ultimo del mio partir mi fu comandato che io avessi ad osservare, le quali cose non scriverò al presente, sì per non attediar colla lunghezza loro la S. V., come per non essere in atto di poterlo fare.

«Giunse a' 3 di novembre chogia Alì accompagnato da un gentiluomo del sultano di Tauris parente del gran cancelliere al quale fu indiricciato, e subito condotto al re prima ch'io sapessi la sua venuta, il quale aspettai che uscisse dal palazzo, e mi riferì che S. M. gli aveva dimandato dove si aveva trattenuto tanto tempo e che era molti giorni che lo aspettava e avvicinandosegli disse: questo è di quel bel panno di Venezia, avendo chogia Alì fatto presente di tre veste. Gli diede il libro dicendo che la lettera della S. V. era là nella coperta, il re ordinò al nipote figliuolo di Codabem Mirza, primo figliuolo di S. M. che dovesse portarle dentro alle donne; gli domandò se era vero della lega, e se a Venezia era carestia di grano, rispose esser la lega conclusa al fermo, e che al presente vi era abundanzia non avendo durato la carestìa se non che 4 mesi, domandò se in detto tempo si trovava pane, disse che ve ne era quantità grande e che per tutte le piazze si vendeva ma era caro; rispose il re di ciò poco importava dicendo questo esser contrario agli avvisi che da un ciaus di Erzerum li furono dati, il quale disse che non si trovava pane per danari e che perciò moriva molta gente; domandò se il signor di Transilvania era sollevato contro il Turco, disse di sì, e che essendo in Andrianopoli passò Acmat bascià, il quale con esercito andava contro detto signore. Il re si lontanò alquanto da chogia Alì, e disse ai sultani signori, la lega di certo è conclusa, ed il Transilvano che era l'ala destra dell'esercito degli Ottomani si è levato contro loro. Di nuovo S. M. domandò se aveva vedute le preparazioni dell'armata e se era in gran numero; disse che aveva contato 300 galere, 20 galere grosse e molte navi dicendogli ogni particolare, come erano armate e quanta artiglieria che v'era sopra, e che aveva inteso esser quelle di Spagna 100 e 50 quelle del Papa; e volendo incominciare a parlare del negozio della lettera, il re disse che ei sapeva ogni cosa; così restò, e rivolto al cancelliere, replicando disse: bene bene, fermandosi per un poco; poi ordinò ad un Turco che con diligenza dovesse andare a Shirvan a far levare 28 pezzi d'artiglieria che si trovava a Sanbiachi città vicina al gran Caspio e condurli nel castello di Derbent alli confini del Turco, e che etiam fosse condotto dal detto luoco 600 somme di camelli di armadura vicino a Tauris.

«Dato che ebbe S. M. questi ordini, presente chogia Alì, li dimandò se era vero che il bascià fosse andato all'impresa di Candia, il quale rispose non saper di certo, ma aver inteso che l'armata di V. S. dovrà invernar in quelle parti, e che se fosse andato il bascià sopra quell'isola, al fermo si avria incontrato e saria seguita battaglia, domandò che forma aveva il galione e se era vero che sopra vi fosse 300 bocche da fuoco. Chogia Alì disse che tra grandi e piccole passavano questo numero, il capitano della guardia, che da loro è chiamato Cursi bassi, disse che li pareva impossibile, il re rispose che in materia di legni armati e di artiglieria tutto quello che intendeva dei Veneziani dovesse crederlo, perchè per via di Aleppo, di Costantinopoli ed altri luochi aveva avvisi conformi, dicendo che chogia Alì dovesse parlare e dire tutto quello sapeva. Il qual rispose aver veduto tante cose che in un subito non le poteva dir così presto; disse il re che non partisse, ed ordinò che si fermasse, ma avendo aspettato fin ora tarda entro alle donne, fu licenziato. Io, desiderando espedizione, andai da sultan Caidar Mirza e dissi a sua signorìa che chogia Alì era giunto, e che io desiderava qualche risposta essendo vicino a tre mesi ch'io mi trovava a quella corte; mi disse che l'aveva veduto a parlare col re, e che quanto alla espedizione mia con la venuta di questo facilmente potrà venir a memoria a suo padre ed espedirmi, perchè lui conosceva la sua natura che non voleva gli fosse ricordata cosa alcuna, e che però bisognava aspettare.

«Di ciò consigliatomi con chogia Alì, disse avria parlato al gran cancelliere, dal quale ebbe risposta che questo negozio era indiricciato con Mirza e che non sapeva come ricordarlo a S. M., ma che bisognava aspettar uno o due anni per veder prima qualche buon progresso di questa guerra, poi averia risposto, che questo era signor prudente ed in simil negozio si governava coll'occasione e con il tempo, che li presenti disturbi del Ghilan impedivan la risoluzione di altri affari. Chogia Alì disse al signor segretario che la S. V. mi aveva imposto diligenza, e che però instavo espedizione, il qual rispose che a gran negozio vi voleva gran tempo a risolvere. Stando io in molto travaglio di animo, sia per la irresoluzione loro, come perchè li denari mi erano venuti a manco, mi fu arricordato da quelli Armeni che mi indirizzarono a Mirza che dovessi trovarmi con un signore chiamato Eminlicbes famigliarissimo del re, il quale trattava molti importanti negozi. Andai da detto signore con un picciol presente e gli diedi conto del successo, e lo pregai ad interponersi alla mia espedizione, il qual mi promise con l'occasione di farlo. Due giorni dopo mi mandò a chiamare e mi disse che aveva parlato con S. M. la quale aveva visto il tenore delle due lettere, che Mirza oltre li aver parlatole a viva voce di tal negozio, lo aveva etiam posto in scrittura tutto quello che nella prima udienza aveva ragionato con me, e data essa scrittura al re, che al presente non poteva con animo riposato far rispondere a detta lettera, e che aveva comandato che essendo qui due per un effetto, l'uno fosse licenziato e l'altro restasse per la risposta. Ringraziai detto signore del cortese ufficio e mi trovai con chogia Alì e li riferii l'ordine del re, il quale disse che lui saria restato volentieri, sì perchè aveva già venduta la sua mercanzia a tempo, come perchè quella promessa che dalla S. V. li è stata fatta, è con condizione che abbi a portar risposta della lettera a lui data. Io vedendo il desiderio suo di restare, e sapendo che questo caso era poco servizio di V. S. che più lui che io per tal causa restasse, risolsi di partirmi ed il giorno seguente presi licenza da sultan Caidar Mirza, e gli dissi quanto la maestà del padre aveva comandato, e che con buona grazia di S. A. mi volevo partire. Mi disse che gli dispiaceva che io forse contro il volere mio avessi tardato tanto; ma che l'ordinario dei negozi di questa corte portava seco lunghezza di tempo, volendo il re vedere minutamente ogni cosa, e che lo raccomandassi alla S. V. Ringraziai S. A. e dissi che la V. S. nelle occasioni non saria mancata con degni affetti, dimostrarli grata corrispondenza; e nel partire il suo maggiordomo mi disse che l'aveva mostrato a Mirza li tre zecchini che nella prima udienza io gli aveva donati, i quali erano coll'impronta di V. S., e che li erano molto piaciuti e desiderava di darmi moneta di quanti ne aveva io, veramente non me ne trovava più che 12 nuovi, glieli diedi, nè volsi in cambio altro danaro.

«Mirza mi mandò un tappeto di seta di quattro braccia, facendomi dire che per memoria sua lo godessi, perchè in memoria di V. S. avria tenuti presso di lui detti zecchini; et nella buona gratia di V. S. humilmente mi raccomando».

Di Cracovia, alli 24 di luglio 1574.

Di Vostra Serenità,

_Humilissimo Servitore_ VINCENZO DI ALESSANDRI.

Così l'Alessandri, non ammesso all'udienza del re Thamasp, convenne ritirarsi, e tornato a Venezia dopo un altro faticosissimo viaggio [Documento XXV] lesse nel consiglio dei X e zonta gli 11 di ottobre 1572 la relazione di questa sua ambasceria, nella quale sono affermate alcune cose per verità tanto straordinarie che fanno credere, come pur dubitava il Foscarini, che l'esito poco felice della sua legazione in Persia lo abbia reso proclive ad esagerare le non buone qualità di quel re e di quel governo. La relazione dell'Alessandri [Documento XXVI] contiene notizie sui paesi che componevano la Persia, sul loro grado di civiltà e prosperità, sulla persona del re e qualità dello animo suo e dei suoi figliuoli, sulla corte, i ministri, il modo di trattare gli affari e di amministrare la giustizia, insomma su tutto ciò ch'egli riputò degno d'essere rappresentato.

La repubblica di Venezia pertanto, abbandonata dai principi della lega dopo la gloriosa battaglia di Lepanto, e non assistita dalla Persia, stipulava nel 1572 la pace col Turco, perdendo un'altra occasione di abbattere la costui potenza, mediante il vagheggiato accordo colla Persia; il quale fatalmente non potè mai verificarsi, perocchè le vicende politiche ed economiche dell'uno e dell'altro Stato, non permisero che nello stesso tempo ambedue si trovassero pronti contro il comune nemico.

Arrivava in fatti a Venezia nell'anno 1580 chogia Mohammed persiano, uomo di 80 anni, latore di una lettera di quel re Mohammed Khodabend, che dichiaravasi pronto a corrispondere all'invito fatto al suo predecessore dall'Alessandri [Documento XXVII]. Il legato persiano giustificava il re Thamasp di non avere intrapresa la guerra, perchè vecchio ed infermo; ed esponeva che il nuovo re era in campo con formidabile esercito nella via di Babilonia contro i Turchi, che i sultani avevano giurato di non deporre le armi per anni 15, e che chiedevasi alla repubblica soltanto di dimostrare in qualche maniera il suo morale concorso.

La missione di Mohammed fu secretissima, per non destare gelosie ai Turchi. Accolto in casa dell'Alessandri, ebbe egli di notte conferenza con due secretarii della cancelleria ducale, che lo invitarono a dettare non solo quanto gli era stato commesso dal suo re, ma tutte le particolari notizie delle cose persiane che erano a sua cognizione.

Questa relazione fu presentata al Consiglio dei X [Documento XXVIII], il quale ai 13 di giugno deliberava che il doge ricevesse secretamente l'oratore persiano, e gli facesse leggere la seguente risposta:

«Per l'affezione grandissima che noi portiamo al serenissimo re di Persia, havendo la Signoria Nostra sempre avuto buona amicitia con li serenissimi suoi predecessori, havemo veduto gratamente voi, mandato qui per ordine di S. M., ed udite volentieri le lettere che ci avete portate, et in risposta vi dicemo: che noi desideriamo intender sempre felici successi di S. M. come di re giustissimo e valorosissimo, et nostro amico, onde avemo pregato et pregamo di cuore il signor Dio che li doni victoria, et speriamo che così sarà, poichè difende una causa giusta et comanda ad una nazione valorosissima et solita ad esser sempre victoriosa.

«Noi non vi diamo lettere nostre per non mettere in pericolo la vostra persona che ne è carissima, per la prudentia che conoscemo essere in voi; ma riferirete a bocca a quei signori che vi hanno mandato, ed anche a Sua Maestà questa nostra buona volontà, nella quale continueremo sempre, sperando nel Signor Dio, che continuando la guerra darà occasione non solamente a noi, ma anco a tutta la christianità, di mostrare con effetti il comun desiderio; et per segno che vi abbiamo veduto volentieri vi sarà dato dal segretario nostro un presente che goderete per memoria nostra[79]».

Così fu licenziato l'oratore persiano col dono di 300 zecchini, perocchè non parve al Consiglio dei X di rompere la pace testè firmata colla Turchia, mentre le agitazioni della Persia e la instabilità di quel trono non potevano assicurare un vigoroso e durevole concorso da quella parte.

Però la politica dei Veneziani non si ristette dal mirare ancora e perseverantemente alla Persia, come a naturale alleata nel momento opportuno di tentare di nuovo la sorte delle armi.

Fra i codici del conte Manin in Venezia si conserva un'anonima relazione dell'impero dei Turchi e dei Persiani dell'anno 1575, nella quale sono ripetute le cause naturali e permanenti dell'avversione fra quei due imperi[80]; e fra i codici del cavaliere Cicogna, il trattato della guerra di Persia del 1578 presentato al senato dal bailo in Costantinopoli ser Nicolò Barbarigo, e la relazione delle turbolenze che agitarono la Persia sotto Ismaìl, scritta a quanto pare dal console veneto in Soria, Teodoro Balbi, nel 1582[81].

La guerra turco-persiana è poi descritta anche nella relazione del console Giovanni Michele 1587[82], che ne indica le cause, cioè: l'antica dissensione di fede, e il desiderio ambizioso di Amurath d'estendere i confini del suo impero a danno della Persia, approfittando delle discordie insorte in quel regno dopo la morte di Thamasp fra i partigiani di Caidar e quelli d'Ismaìl.

Continue e particolari informazioni sulla guerra di Persia e sulle condizioni di quel regno pervennero al senato colle relazioni ufficiali dei consoli in Soria, Andrea Navagero 1574, e Pietro Michele 1584[83], e dei baili Giovanni Soranzo 1576, Paolo Contarini 1583, e Francesco Morosini 1585[84]. Quest'ultimo ricordava quanto importasse la concordia dei principi cristiani contro la Turchia, che dalle loro diffidenze soltanto traeva la propria forza; e come a farle notabile offesa, modo più facile e più sicuro non v'era che d'irrompere dalla parte della Russia e della Persia, mentre un'armata navale penetrasse nel Bosforo ed attaccasse direttamente i castelli dell'arcipelago «con che poteasi sperar certo di scacciare finalmente i Turchi dall'Europa».

Ma il bailo Lorenzo Bernardo, che lesse la sua relazione in senato nel 1592[85], opinava che la dissoluzione dell'impero ottomano non poteasi sperare se non che dalla corruzione interna di quel governo: perocchè la Persia, unico stato che avrebbe potuto fargli concorrenza o raccoglierne l'eredità, restava abbattuta dall'ultima guerra che le tolse la Media, il Korassan, parte dell'Armenia e la città di Tauris. «Le cause di tanta perdita e rovina dell'impero persiano, egli disse, sono due: l'una intrinseca, l'altra estrinseca. La prima è stata la discordia insorta fra i fratelli del re, e fra il re ed i sultani e principi di quel regno, per la quale esso restò diviso; la seconda, la guerra promossa da Usbech re dei Tartari e signore di Samarcanda, il quale, sia per secreta intelligenza col Turco, sia per altre cause, attaccava la Persia dalla parte settentrionale, e le toglieva il paese di Korassan, nello stesso tempo che ferveva la lotta contro la Turchia, la quale ebbe così agio di toglierle tanto paese dalla parte di occidente e di mezzogiorno. A queste cause particolari si aggiungano le generali della debolezza della Persia, cioè la forma di quel governo, l'organizzazione di quella milizia, e la mancanza d'artiglieria».

Senonchè lo shàh Abbas il grande, salito sul trono, restaurava l'impero persiano con splendide vittorie e con saggi ordinamenti, e stringeva maggiormente l'antica amicizia e la buona corrispondenza colla repubblica di Venezia.

III.

Questo giovane principe salito al trono nell'età di anni 18, per la immatura e violenta morte del fratello, ebbe la ventura di rimetterlo in onore, e di ristorare le sorti della Persia. E conoscendo quanto importava a quella regione la ottima corrispondenza colla repubblica di Venezia, pei rispetti del comune nemico, e per quelli del traffico che minacciava dirigersi tutto per la nuova via aperta alla navigazione, egli mandò varii oratori a Venezia collo scopo di dare, come si espresse con formula singolare, _una mossa o scorlo alla catena_ che teneva strettamente congiunto l'amor suo alla repubblica, e lo interesse reciproco dei due Stati.

Di già i consoli veneti nella Siria ed i baili a Costantinopoli avevano riferite in senato le gesta e le virtù di Abbas, che fu meritamente onorato del nome di grande, ed in particolare Alessandro Malipiero nell'anno 1596 aveva minutamente informato intorno le riforme date da esso ai suoi stati, le conquiste fatte, e le sue differenze col kan dei Tartari rispetto all'acquisto del Korassan, le quali difficoltarono le sue marcie nei paesi ottomani[86].

Ecco il ritratto di Abbas, letto in senato dal Malipiero:

«Questo principe è di mediocre statura, di corpo ben disposto e proporzionato, di carnagione bruna, di aspetto nobile e di occhi vivi e molto spiritosi. È per natura affabile, molto umano e tratta con ogni sorta di persone domesticamente, lontano in tutto da quella tanta grandezza che sogliono ostentare i Turchi. È magnifico e molto liberale, massime coi soldati, i quali da ogni parte con larghissimi partiti va raccogliendo. Ma soprattutto è di mente giustissima, di spirito molto capace ed intendente, risoluto e presto in tutte le azioni sue. Ha gran concetti nell'animo, ed aspira a rimettere il regno di Persia nell'antica sua grandezza ed onore: nè manca altro alle eroiche sue condizioni, che forze corrispondenti alle qualità del suo generosissimo animo».

Pietro Della Valle poi, nel suo raro e curioso libro _Sulle conditioni di Abbas re della Persia_, stampato in Venezia nel 1628, narra che la conquista del Laristan, che è la chiave del golfo Persico, sia stata fatta da quel re per eccitamento dei Veneziani che dimoravano alla sua corte, e dei quali altamente i consigli apprezzava. «Un mercatante venetiano, così egli dice, era andato in Ormus pei suoi traffici, e da Bassorati avea ivi condotta una giovane christiana della quale erasi invaghito. Seppe egli che dai ministri ecclesiastici portoghesi voleasi torgliergli la donna sua; laonde pensò ricondurla a Bassorah, et allestite le cose sue, si diresse a quella città attraversando il paese di Lar. Quivi dominava Ibraim kan, il quale, avute nuove di quella giovane, e saputo che era bella, la volse per sè, e fecela con violenza rapire, mandando a male tutte le robe del venetiano. Questi punto atrocemente nell'amore e nell'interesse, pensò di ricorrere al re Abbas, presso il quale sapeva trovarsi un altro veneziano, allora molto favorito, siccome il primo europeo che era capitato a quella corte; e col suo mezzo fece istanza al re di vendicare gli oppressi: considerandogli, come qualora i viaggiatori patissero per quelle vie tali ingiurie, si sarebbero i mercatanti stranieri disanimati a far quei viaggi con detrimento del commercio persiano. Altamente Abbas si sdegnò, e chiesta inutilmente ad Ibraim la restituzione della donna e della roba del veneziano, ordinò all'esercito di Alla hurdi di penetrare nel paese di Lar e di non cessare la guerra fino a che non lo avesse soggiogato del tutto. Così in fatti avvenne, e in poco tempo, fatto anco prigioniero Ibraim, potè il re di Persia unire ai suoi stati il paese di Lar».

Nel giorno 1º di giugno dell'anno 1600 si presentò nell'eccellentissimo collegio il dragomanno Giacomo Nores [Documento XXIX] per annunciare l'arrivo di un oratore del re di Persia.

Il messo persiano chiamavasi Efet beg, persona di stima e di molta grazia appresso quel re. Fu egli introdotto l'8 di giugno in collegio, e fatto sedere vicino ai Savii di Terraferma, fece la sua esposizione con alquante parole in lingua persiana, interpretate dal dragomanno Nores, in significazione della buona volontà del sufi verso la repubblica, il cui nome era non solo amato, ma riverito grandemente nella Persia, ed in favore del reciproco commercio dei due Stati. Portatosi quindi a baciare la mano al doge gli presentò la lettera di Abbas [Documento XXX] che ricercava favore particolare intorno alla provvisione di alcune merci, e si estendeva in ufficii di confirmazione di quella buona amicizia che aveva sempre sussistito tra la repubblica di Venezia e la Persia.

Ad attestare la quale portò inoltre il persiano, a nome del suo re, un panno tessuto d'oro e di velluto rappresentante l'Annunciazione di Maria Vergine, fatto fare apposta, in misura di 7 a 8 braccia e che fu riposto nelle sale del Consiglio dei Dieci[87].

Il serenissimo principe assicurò l'oratore persiano, che la repubblica teneva in gran conto la perfetta corrispondenza col suo re, cui augurava ogni prosperità, e ringraziandolo del dono recato, gli promise favorevole risoluzione intorno a ciò che ricercava la lettera dello shàh. Il senato in fatti aderì ad ogni inchiesta del persiano, ed ordinò che gli venissero dati pel suo re alcuni doni del valore di ducati d'oro duecento, ed una lettera ducale la quale attestasse allo shàh Abbas «che mai in alcun tempo egli potrebbe desiderare migliore, nè più ben disposta volontà di quella che in tutte le occorrenze le comproverebbe il sincerissimo animo della veneta signorìa [Documento XXXI]».

Questo oratore precedette di poco tempo una splendida legazione pervenuta dalla Persia in Venezia nell'anno 1603, ed accolta colle più solenni formalità.

Annunciata dal dragomanno Nores fu la legazione persiana introdotta a' dì 5 marzo 1603 nella sala del collegio[88]. La componevano Fethy bei, persona di alta condizione, ed agente particolare del re[89], il dragomanno, sei persiani e tre armeni del seguito, ciascuno dei quali portava doni per la serenissima signoria.

Posti i Persiani a sedere a destra ed a sinistra del principe, rimase in piedi dinanzi al tribunale il solo Fethy bei, che nella sua lingua interpretata dal dragomanno disse: «Che si rallegrava di veder la faccia di Sua Serenità, come quella di signore giusto, potente e glorioso».

Ed avendogli il doge risposto «che sentiva di ciò piacere, e che lo vedeva di lieto animo, perchè inviato da un principe, grande, potente e molto amato dalla repubblica». Il persiano così continuò[90]: «Sogliono alle volte li principi grandi visitarsi l'un l'altro col mezzo di lettere, per continuare ed accreditare di questa maniera l'amicizia e buona corrispondenza che hanno insieme; laonde il mio signore che onora ed ama grandemente la repubblica, mi ha accompagnato con una lettera a Vostra Serenità, per continuare ed accrescere l'amicizia e la buona corrispondenza che hanno insieme»; e poichè eragli stato ordinato di presentarla nelle proprie mani del doge, la trasse dal seno, ove la teneva riposta entro una borsa di seta rossa ricamata in argento, la baciò ed offerse al doge [Documento XXXII]: aggiungendo, che in essa il re raccomandava inoltre la persona sua e la spedizione dei suoi affari, che consistevano nell'acquisto di archibugi e di zacchi.

Il serenissimo principe Marino Grimani, presa la lettera rispose: «che la dimostrazione così continuata di amore e di ottima volontà del re di Persia verso la repubblica era largamente corrisposta da una vera e sincera affezione, e che a suo tempo si darebbe al suo ben accetto oratore la risposta, assicurandolo intanto che la persona sua, come raccomandata da S. M. sarebbe stata benissimo trattata ed interamente soddisfatta».

Allora il persiano, offerendo una piccola nota scritta nella sua lingua [Documento XXXIII], soggiunse che il suo re presentava alla repubblica i doni ivi indicati, e che erano portati dai nove uomini del suo seguito, e pregò il doge di farseli recare davanti.

Così fu fatto. E per primo fu spiegato un manto tessuto d'oro. «Questo, disse il persiano, il mio re ha fatto fabbricare apposta per la Serenità Vostra, ed è tutto di un pezzo senza cucitura, e lo manda a Lei in particolare, acciocchè si contenti per amor suo ed in memoria di S. M. portarlo Ella stessa in dosso. Ne ha fatto fare un altro simile a questo, e lo ha mandato a presentare al re di Mogol suo grande amico».