La Repubblica di Venezia e la Persia
Part 4
Un gentiluomo di Costantinopoli, abitante in Cipro e suddito veneto, Costantino Lascari, spedito a questo fine nella Persia, lesse in senato al suo ritorno in Venezia nel 1502, una preziosa relazione del sufì [Documenti XIX e XX], dalla quale la repubblica, se ricavò importanti notizie delle vittorie e progressi persiani, dovette però convincersi non essere possibile di ristorare allora l'antica lega con Ismaìl, laonde mancandole eziandio i soccorsi chiesti alla Francia ed al Portogallo, conchiuse la pace colla Turchia, che fu giurata il 14 dicembre 1502 dal sultano, e il 20 maggio 1503 dal doge.
Non ismettevasi tuttavolta in senato il pensiero, che fu poi la costante politica tradizionale della repubblica, di studiare le occasioni opportune, per frenare la prepotenza ottomana, e per rilevare in levante la supremazìa politica e commerciale dei Veneziani.
I dispacci dei baili a Costantinopoli riportati dal Sanudo, e quattro relazioni che in quei preziosi diarii sono pure conservate inedite, fanno di ciò piena testimonianza. La prima è una deposizione del nunzio Dell'Asta fatta alla signoria nel dicembre 1501, intorno al nuovo profeta Ismaìl[52]; la seconda una relazione 7 settembre 1502 del luogotenente di Cipro Nicolò Priuli, sui progressi del sufì e della sua setta[53]; la terza una deposizione fatta nell'ottobre 1503 intorno ai successi persiani, da un Moriati di Erzerum spedito appositivamente in Tauris dai rettori di Cipro[54]; la quarta finalmente è una lettera di Giovanni Morosini da Damasco del 5 marzo 1507[55], la quale narrando con ogni possibile esattezza le lotte del sufì contro Alidul e la Turchia, rappresentava al senato «quello essere il momento opportuno di cospirare d'accordo fra i principi cristiani e la Persia, nella santissima impresa di scacciare il Turco d'Europa». La lettera del Morosini termina col seguente ritratto dello shàh Ismaìl.
«Il sophi è adorato et è nominato non re nè principe, ma sancto et propheta: è bellissimo giovane senza barba, studiosissimo et doctissimo in lettere, dicono aver con sè tre preti armeni, i quali per otto anni continui sien stati suoi precettori, et non lascivo al solito dei Persi, homo de grande justitia et senza alcuna avidità, et molto più liberal de Alexandro, anzi prodigo di tutto, perchè come gli vien el danaro subito lo distribuisce in modo che el par un Dio in terra; et come ai templi se fanno offerte si offeriscono a lui le facultà, et hanno de gratia che tanto si degni de acceptarle. La fede veramente che el tien no se intende; ma se pol conjetturare che el sia più presto cristiano che altro, persuadendo li popoli che Dio vivo che è in cielo li governa. Vive con amor religioso et si contenta di quanto ha minimo et privato homo. L'ha tamen qualche schiava et anchor non legittima mogliera; nol beve vino palese nè occulto, ma qualche volta el mangia certa herba che alquanto aliena, et allora commette qualche severità; et tamquam sanctus par de divination, perchè mai si consiglia con alcun; et per questo tutti crede che el sia ad ogni sua operation divinitas in ispirito. El tien una gatta sempre con lui, et guai a chi fasse alcuna offension a quella....».
Questo valoroso principe fondatore della dinastìa dei Sufiani, non mostrava minore desiderio del veneto senato, a stringere l'alleanza, e ad unire le proprie armi a quelle della repubblica.
Scriveva in fatti il console a Damasco Bartolomeo Contarini nel novembre dell'anno 1505[56]: essere a lui venuto un chasandar del Caramano con una lettera del sufì di Persia, scritta in lingua _agemina_[57], al soldan dei Veneziani, colla quale narrando le conseguite vittorie gli partecipava il suo grande amore e la sua speranza di presto incontrarsi con lui.
Questa lettera fu ricevuta a Venezia nel gennaio 1605 [Documento XXI] insieme ad alcune monete d'oro e d'argento del nuovo signore della Persia, le quali portavano le seguenti iscrizioni così ricordate dal Sanudo nei suoi diarii[58].
Da una parte:
«Soldam, Ladel, Elchemel, Elhadi, Sainsa, Elmoda, Ismail Sain, Chaledule Melche (El Signor giusto, compido, corredor, re dei re, el victorioso Ismail mundo et puro, Iddio fazi el so regno eterno)».
E dall'altra parte la formula religiosa dei Persiani:
«Lailla, Lhalla, Mahumet Resulhalla, Uhalì, Ulihalla (Un solo Dio, un solo messo Maometto, un sanctissimo Ali)».
E due anni appresso Ismaìl reso ancor più potente per felici imprese, e nemico a Bajezid per la diversità della religione e la gelosia del dominio nell'Asia, mandò formalmente oratori a Venezia per chiedere alleanza, conforme a quella che Caterino Zeno aveva conchiusa con Uzunhasan[59].
Ma per quella fatalità, che ha poi sempre impedito la effettuazione del grande concetto politico dei Veneziani, in quel tempo medesimo i principi cristiani congiurando a Cambray contro Venezia, la posero nella necessità di lasciarsi sfuggire la vagheggiata occasione.
Il senato ricevette il primo annunzio di questa intenzione del sufì dal console a Damasco Contarini, con dispaccio 4 marzo 1508[60]; quindi nel settembre dello stesso anno il provveditore di Napoli di Romania scrisse ai capi del Consiglio dei Dieci, che di notte secretamente erasi a lui presentato un messo del sufì della Persia «per pregarlo di informare il veneto senato che il suo re era amico dei cristiani, veniva a rovina del Turco, voleva bene a san Marco et alla signorìa, ed aveva fatto penetrare il suo esercito nell'Anatolia[61]». Finalmente colla nave di ser Francesco Malipiero arrivarono a Venezia due oratori, uno persiano ed uno caramano, con lettera di Ismaìl tradotta dal console Pietro Zeno, la quale, accreditando i suoi ambasciatori, esprimeva la buona amicizia che il re persiano portava alla repubblica, ed il suo desiderio di stringerla maggiormente e più efficacemente[62]. Accolti essi cortesemente dal senato, furono a spese pubbliche alloggiati nel palazzo Barbaro a s. Stefano dove abitava l'oratore di Francia.
Pochi giorni dopo si presentava in collegio il solo ambasciatore persiano, colla formale domanda d'Ismaìl: che gli fossero mandati dall'Italia per la via di Sorìa maestri che gettassero artiglierie; e che la veneta armata tenesse occupato Baiezid nella guerra di mare presso alle coste della Grecia, mentre egli lo avrebbe chiamato a battaglia nell'Asia minore.
Il collegio ricevette onorevolmente l'ambasciatore persiano; ma gli fece rispondere dai savi «che i Veneziani si ricordavano molto bene la buona amicizia e la lega che avevano stretta col re di Persia, che essi erano molto contenti che il sufì fosse nemico dei Turchi, avesse pensato di comunicare alla repubblica l'interesse della guerra, e promettesse quelle cose, le quali se Uzunhasan avesse mantenute non vi sarebbe forse più stata occasione di muover guerra agli Ottomani; ma che tali erano i cambiamenti delle cose del mondo, che siccome in quel tempo il persiano non pensò o non potè ritentare la sorte delle armi, così ora la repubblica trovandosi in gravissima condizione, non poteva far ciò che pure ardentemente desiderava, avvegnachè era occupata in una importantissima guerra, mossale dai più potenti sovrani d'Europa che avevano congiurato a Cambray, non provocati da ingiuria alcuna, ma solo eccitati da invidia della felicità dei Veneziani».
E però si commetteva al persiano di riferire al suo re: che la repubblica avrebbe all'occasione e potendo fatta ogni opera affinchè il sufì conoscesse ch'ella non aveva cosa alcuna più cara dell'amicizia dei Persiani, nè maggior desiderio di quello, di unire alle loro le proprie armi, per frenare od abbattere la prepotenza ottomana[63].
L'ambasciatore persiano, così licenziato, partì colle galere di Cipro, arrivato in Candia ammalò[64]; quindi passato nella Siria, tenne ragionamento segreto con Pietro Zeno console veneto in Damasco sulla probabilità di un prossimo concorso della veneta armata colle forze persiane.
La qual cosa essendo venuta a cognizione del sultano del Cairo, egli altamente se ne adirò, rispetto particolarmente alle minaccie fattegli da Bajezid, per aver tollerato che nei suoi stati, ministri persiani congiurassero contro di lui; laonde ordinava la immediata carcerazione dello Zeno, e del console veneto in Alessandria, Contarini.
Scriveva allora il senato al sultano[65]: non aver avuto la veneta signorìa alcuna ingerenza in quei discorsi, che se pur fossero stati fatti erano di carattere meramente privato, nè alcuna notizia di que' nunzi... «Se questa po' è causa de romper una tanto longa amicizia lo lassemmo al savio parer del sultan. No giustifichemo cosa alcuna, solo dicemo la verità[66]».
Lo Zeno ed il Contarini tosto furono posti in libertà; ma non essendo cessato del tutto il mal animo del sultano per la venuta in Venezia degli oratori persiani, il senato commetteva a Domenico Trevisan, eletto nel 22 dicembre 1511 ambasciatore straordinario al Cairo per affari di commercio, di cercare ogni mezzo e via di calmarlo «rappresentandogli che la loro venuta non fu ad alcuno male efecto, ma solum per comunicare le occorrenze et li successi del loro signor, el qual mostrava di esser affetionato alla signorìa nostra, et ai quali fu in corrispondenza con parole generali risposto, com'è costume della signorìa nostra de fare con tutti[67]».
Di questa ambasciata Domenico Trevisan lesse in Pregadi a' 24 di ottobre 1512, la stupenda relazione riportata dal Sanudo[68], e Pietro Zeno narrò pure lungamente i suoi casi nel gennaio dell'anno seguente[69].
E quella non fu la sola volta che i Veneziani nella Siria mostrassero troppo chiaramente lo interesse della repubblica per la Persia, mentre si ha notizia di un Andrea Morosini, rinomatissimo pel vasto negozio di mercatura in Aleppo, che fu fatto morire per avere nell'anno 1526 sovvenuto di danari e di cavalli Roberto ambasciatore di Carlo V, che passava in Persia[70].
Posto fine colla pace di Bologna, 1529, alla guerra che slealmente aveano mossa i principi cristiani alla repubblica, essa ricominciò a guardare all'oriente verso il naturale suo nemico, e a seguire colla più viva attenzione le vicende delle guerre che ferveano nell'Asia fra i Turchi ed i Persiani.
Riferiva in senato a' 3 di giugno Daniello Ludovisi segretario, ritornato da Costantinopoli[71], che quantunque le forze del re di Persia, limitate a cento e ventimila cavalli, non si potevano ritenere in caso di contrastare felicemente col Turco, la gran difesa di quel regno consisteva nel ritirarsi, spogliando il paese di ogni sorta di vettovaglie; ed il bailo Bernardo Navagero nel 1553[72] assicurava che il sufì era poco meno che adorato dai suoi sudditi e temuto assai dal Turco, il quale non potrà avere mai nemico maggiore del re di Persia, per la differenza della religione e per la condizione rispettiva dei loro Stati.
Daniele Barbaro presentava nello stesso anno 1553, una relazione della guerra di Persia mossa da Suleiman per vendicare la infelice spedizione del 1548; la quale relazione, pubblicata siccome anonima dall'Albèri[73], è ricca di curiose ed importanti notizie; bella soprattutto per tre minute descrizioni: della fine miserabile di Mustafà figliuolo di Suleiman fatto strangolare per ordine del padre; della città di Aleppo; e della pomposa entrata che vi fece il padishàh.
Ricordava il bailo Domenico Trevisan sul finire dell'anno 1554[74] essere il sufì l'unico impedimento al gran signore di impadronirsi di tutta l'Asia.
Ed Antonio Erizzo ritornato da Costantinopoli nel 1557, narrando i particolari della guerra turco-persiana finita colla pace di Amasia nel 1555, considerava[75] il manifesto pericolo che dalla parte della Persia sovrastava alla Turchia, ed il mal animo del gransignore contro quel re, del quale avrebbe voluto più presto la rovina che di qualsivoglia altro, ancorchè cristiano.
Marino Cavalli nel 1560 riferiva in senato[76] che il gransignore assai temeva il re della Persia per la possibilità sua di sollevargli alle spalle tutto il paese, quando egli fosse in guerra coi cristiani; e faceva constare che soltanto tre cose potevano condurre a rovina l'impero ottomano, cioè: I. Le divisioni ed i dissidii interni. II. La corruzione del governo e la vita licenziosa, avara e sensuale di quei popoli. III. Un re di Persia valoroso che, fatta la pace coi Tartari suoi confinanti, volesse ricuperare il suo, coll'aiuto dei principi cristiani: aiuto che, secondo il Cavalli, avrebbe dovuto prestarsi per almeno cinque o sei anni, dacchè «non bisogna pensar di soggiogar mai i Turchi, nè vincerli, se non ammazzandoli, come essi fecero dei Mamelucchi, e questo non si potrà fare in poco tempo, nè con due o tre battaglie».
Finalmente il bailo Marcantonio Barbaro sosteneva in senato: che freno alcuno non potea maggiormente domare ogni insolente pensiero dei Turchi, quanto il conoscere essi la buona intelligenza fra i principi cristiani ed il re della Persia[77].
Per queste considerazioni e rispetti, allorquando Selino mosse la guerra ai Veneziani, per la conquista del regno di Cipro, la repubblica deliberava di rivolgersi a Thamasp re di Persia, eccitandolo ad unirsi seco nella lega per vendicare le antiche e le recenti ingiurie.
Il Consiglio dei Dieci consegnava a tal fine, nel 27 di ottobre 1570 a chogia Ali negoziante di Tauris, che trattenutosi a Venezia per affari di traffico, desiderava di ritornare nella Persia, una lettera ducale a quel re [Documento XXII], colla quale annunciandogli la ingiusta guerra intrapresa contro la repubblica da Selino, lo eccitavasi a fare un'importante diversione nell'Asia, che avrebbe paralizzate le forze turchesche, accresciuta gloria al suo nome, potenza e sicurezza all'impero persiano. E tre giorni appresso il medesimo Consiglio dei Dieci commetteva al segretario del senato Vincenzo degli Alessandri [Documento XXIII], uomo peritissimo nel viaggiare e conoscitore delle lingue orientali per la lunga dimora fatta a Costantinopoli, di recarsi secretamente nella Persia con altra lettera ducale a quel re [Documento XXIV], per informarlo a viva voce dei grandi apparecchi che si facevano da tutti i principi cristiani onde assalire con eserciti e flotte l'impero turchesco, e per esortarlo a cogliere la favorevole occasione di rompere dalla sua parte la guerra, mentre gli Stati ottomani nell'Asia erano spogli delle truppe mandate all'impresa di Cipro.
Il viaggio del veneto oratore nella Persia e l'esito della sua missione, furono dallo stesso Alessandri narrati col dispaccio ufficiale 24 luglio 1572, che qui si riporta nella sua integrità[78].
_Serenissimo Principe, Illustrissimi Signori._
«Essendo in questo ritorno di Persia cascato in pericolosa disposizione di febbre e petecchie in Leopoli, e parendomi essere alquanto risanato, mi posi in cammino per presentarmi a' piedi di Vostra Serenità, nè avendo ancora avuto le forze per poter continuare, essendo molto battuto sì dal lungo viaggio che dalla presa malattia, mi sono fermato per qualche giorno in questa città, e comprendendo quanto può esser caro alla Serenità Vostra saper el successo del negozio commessomi, ancorchè da Tauris due volte abbia inviato per l'Armenia lettere a Costantinopoli all'illustrissimo Bailo, le dico: che dappoi che fui spedito da questo medesimo Consiglio a Tamasp re di Persia con lettere e con commissione che io gli dessi conto della guerra ingiustamente mossale da sultan Selin, delle gran preparazioni di armada che per difesa de' suoi stati ed offesa di sì gran inimigo la Serenità Vostra aveva fatto, e dell'unione dei principi cristiani mossi per questa causa, che dovessi etiam invitare desso re a prender l'armi in sì venturata occasion contro detto Selin, mi partii con quella maggior diligenza che fu possibile tenendo la via di Germania, Polonia e Bogdania, discendendo nel paese del Turco a Moncastro, città sopra le rive del mar maggiore, dal qual luogo scrissi alla Serenità Vostra ai 19 di marzo del 1571 e le diedi avviso del cammin che avevo a tenere, ed essendomi alquanti giorni fermato per aspettar passaggio che mi conducesse in Asia; venuta occasion di nave, mi partii, nè potendo per venti contrarii arrivare a Trebisonda, com'era intenzione mia, smontai a Sinope, sebben per quella via il cammin fu lungo e di molto pericolo, avendo dovuto passare per la città di Samsum, Tokat, Erzengian, Derbent ed Erzerum e de lì entrar nella Persia.
«Giunsi nella città di Tauris, metropoli di quel regno, a' 17 di luglio, mi fermai alquanti giorni per prendere informazione del modo del negozio di là, per non andar del tutto nuovo ed inesperto a Casbin, città dove il re già da molti anni fa la sua residenza. Ed essendomi imbattuto in un gentiluomo inglese, el qual per via di Moscovia con molta facultà di carisce ed altri panni era venuto per il fiume Volga in Persia, con nome di ambasciatore della regina e con lettere di credenza, e si aveva trovato col re e fatti gran presenti ed ottenuti comandamenti di poter liberamente contrattare, condur mercanzie e dal paese trarne quella quantità e sorte che le pareria sì per conto suo, come di altri mercanti inglesi; avendo con detto gentiluomo contratto alquanto di amicizia, intesi il modo del governo e come sultan Caidar Mirza, terzo figliuolo del re e luogotenente del padre, indirizzava tutti li negozi; con queste ed altre istruzioni della natura del re mi partii, ed ai 14 d'agosto giunsi a Casbin, essendo venuti a trovarmi alcuni mercanti armeni i quali avevano mandati li loro fattori in cotesta inclita città desiderando sapere alcuna nuova, li dissi che la Serenità Vostra li aveva licenziati già molto tempo insieme colle loro robe e che erano partiti prima di me, alli quali domandai l'ora che il figliuolo del re ammette all'udienza; mi dissero per ordinario di notte, dicendomi etiam esser signori della loro terra chiamata Diulfa e che uno risiedeva lì per agente. Mostrando essi di aver facile introduzione li dissi che io aveva lettere di Vostra Serenità alla maestà del re, e che mi sarebbe stato caro per mezzo loro che alla corte di Mirza si fosse saputa la mia venuta. Questi si partirono ed aspettato che detto signor uscisse dal padre, il quale secondo il costume di quella corte non uscì dal consiglio prima che a tre ore di notte, e subito giunto al suo palazzo li diedero avviso; nè mettendo tempo di mezzo comandò ad alcuni dei suoi gentiluomini che venissero per me.
«Giunto io a lui, si partì da uno delli fratelli ed altri signori con li quali guardavano alcuni giochi di fuoco e solo con un suo gentiluomo si ritirò sotto una loggetta. Introdotto che fui alla sua presenza dissi: che se la Serenità Vostra avesse saputo che S. A. tiene sì degnamente il grado di Luogotenente del re, con ispeciali lettere là lo avrìa honorato, siccome colle presenti lo fa alla maestà di suo padre. Mirza con grata ciera rispose che io fossi il benvenuto, e che li pareva strano il mio lungo cammino in questi tempi per paese degli Ottomani. Mi domandò se aveva presso di me la lettera: io gli mostrai il vasetto di stagno, e dissi che la era là dentro, per il che restò pieno di meraviglia, la prese e volse in un fazzoletto dicendo di presentarla così al re; mi domandò se v'era altro al presente, risposi che con gran fatica mi avevo potuto solo presentare a S. A. rispetto l'esser venuto per mezzo il paese de nemici, ma che con occasione la Serenità Vostra non avrìa mancato di onorare la maestà del re e sua signorìa con quei degni presenti che se le conveniva. Ringraziò e mi dimandò del contenuto della lettera. Io gli dissi che credevo che la Serenità Vostra desse avviso a S. M. della poca fede osservatale da sultan Selin, il quale con solenne giuramento aveva promesso e giurato in nome di Dio, delli profeti, e per le anime dei suoi passati di osservar buona e sincera pace colla Serenità Vostra, ora mosso da avido desiderio, sprezzando ogni onor, nè curandosi di esser tenuto presso i principi del mondo mancator di parola, con tutte le forze sue da mare e da terra aveva fatto sbarcare eserciti a Cipro per impadronirsi di quell'isola; però che la S. V. colla sua potentissima armata di molte galere, galeazze, navi ed altri vascelli di battaglia si era preparata all'offesa di sì crudel tiranno, e che desiderava che la maestà del re sapesse che siccome poco innanzi il Turco non osservò il giuramento fatto all'ambasciatore di V. S., così non osserverebbe le promesse fatte all'ambasciatore di S. M., ed avrebbe cercato quanto prima pace colla S. V. per cominciare guerra con lui, come per molti esempi delli passati imperatori ottomani, S. A. poteva di ciò esser certa; e che ora in sì grande e quasi certa occasione di vittoria, la S. V. mi avea mandato per invitar il re suo padre a prender l'armi, essendosi mossi già li maggiori principi cristiani; e che solamente bastava che S. M. col potentissimo suo esercito si muovesse sia per riavere le città e castelli ingiustamente toltigli dalli passati signori ottomani, sì per la molta inclinazione che tutto il popolo dal fiume Eufrate fino alli suoi confini gli portava, come a re giusto et loro antico naturale signore. Il che non gli saria stato difficile, rispetto che molti bascià, baglierbei di Natolia, di Caramania e sangiacchi, erano andati all'impresa di Cipro, avendo lasciato il paese privo d'ogni presidio di gente; oltrecchè la S. V. insieme colli principi averia in modo tenuto oppresse in quelle parti le forze di esso Selino, che non saria mai stato ardito di abbandonar Costantinopoli per passare in Asia.
«Mirza, dopo di avermi con attenzione ascoltato, disse che era proprio dei signori ottomani il primo e secondo anno del loro imperio romper ogni promessa, dicendo esser benissimo istrutto della loro poca fede, e che avria data la lettera al re e fattogli sapere le cose da me intese, procurando di farmi avere udienza quanto prima, e più segretamente; perchè in tal negozio conosceva esser così l'intenzione sua, rispetto che l'ambasciatore d'Inghilterra già poco tempo avendole baciato pubblicamente la mano, avea messo in gran sospetto li bascià delli confini, li quali fin allora dissero che S. M. era per unirsi colli Franchi; il che se lo farà, non vorrà che di ciò abbiano avviso alcuno, nemmeno occasione di sospettare sicchè coglierlo potrà alla sprovvista; dimandandomi se di certo la lega era conclusa e quali principi erano più potenti in mare. Gli dissi, la Serenità Vostra, la maestà del re di Spagna ed il sommo pontefice; mi domandò se il re di Portogallo era compreso in detta lega, gli dissi che ancor lui era per entrare, perchè oltre l'essere congiunto di stato e di volontà col re di Spagna, era figliuolo di una sua sorella; mi dimandò etiam del re di Francia: risposi che al presente non aveva galere; e qui si pose fine, partendomi accompagnato dal suo maggiordomo, il quale mi disse che Mirza di queste nuove sentiva grandissimo piacere, e che ogni particolare avria riferito al padre.
«Stando io in aspettazione di essere chiamato al re, et passati alcuni giorni dissi alli Armeni, i quali del continuo erano alla porta di Mirza, che mi pareva strano non aver avviso alcuno di essere introdotto, e mi sarebbe stato caro che dal maggiordomo avessero inteso se a S. M. era stata presentata la lettera e quello che l'aveva comandato: i quali intesero che la mattina seguente Mirza gliela avea presentata in quel vasetto, che era stato in lungo ragionamento col padre, ma non sapevasi quello avesse ordinato. Il secondo giorno andai dal detto maggiordomo, il quale disse aver inteso da Mirza che il re aveva comandato che mi fermassi, e fatta tradurre la lettera dal dragomanno che fu dell'ambasciatore d'Inghilterra, il quale si era fatto turco, e visto che per quella accusava una antecedente mandata da V. S. per un chogia Alì mercante di Tauris, però voleva vedere anche quella, poi mi avria spedito. Gli dissi che detto mercante non poteva molto tardare, essendosi partito da Venezia due mesi prima di me, e che sebbene la S. V. mi aveva imposto diligenza, mi acquetava col volere di S. M.