La Repubblica di Venezia e la Persia

Part 22

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Durarono i giuochi ben due ore dove si videro diversi combattimenti; quindi si fece un banchetto, nel quale S. M. e tutti mangiarono in terra ed io ad una tavoletta alta un piede sedendo sopra una seggiola bassa. Finito il pranzo mi ritirai all'alloggiamento nostro. Il giorno dopo mandò S. M. un principal della sua corte da me a dirmi, che mettessi in carta in lingua persiana, come usasi colà, quanto desiderava il serenissimo re di Polonia e la serenissima Repubblica di Venezia. Io subito mandai a chiamare li padri carmelitani scalzi che mi tradussero in lingua persiana e scrissero li punti seguenti:

1. Universo mundo bene est notum turcarum imperatores precipue presentem esse fidei fracturam, nulliq. regi convicino, non solum non tenere iuramentum viro sub amicitiae pretexta ferro, igneq. occupare dictiones.

2. Cuius sacramenti fragium, non volentes christiani reges sustinere: volenterque eius tantam superbiam reprimere, Christi invocato auxilio, omnes suas vires ac potentiam terra mariq. converterunt.

3. Et quia serenissimi regis nostri, Reipublicaeq. venetorum dictiones, confinibus illius sunt viciniores ob idque gravius sentiunt eius insultus; quam alii monarchae christiani, quibus pro muro quodam modo sunt, per Dei voluntatem serenissimum regem nostrum pro supremo duce suo, omnes unanimi consensu delegerunt.

4. Qui huic tam sancto operi lubens humeros submisit, desiderans, et alios monarchas quibus cum ab antiquis saeculis amicitia fuit ad tollendum tam comunem inimicum ad similia vota excitare, me ad regiam maiestatem tuam expedivit.

5. Quoniam vero contra hunc inimicum uter non solum antecessores maiestatis tuae, verum etiam ipsa tua maiestas, magnam causam sustinet, non sibi persuadet serenissimus rex noster nec non omnes alii reges ac principes christiani maiestatem tuam hanc occasionem, otio praetermissuram. Cuius gratia antecessores maiestatis tuae, tanta sanguinis effusione plura possederunt.

6. Hoc itaque regia maiestas tua, iusta ponderando non parcat ancipiti gladio ne antecessorum suorum tantorum heroum, qui etiam in florente sua aetate nullis laboribus pepercerunt, alte impressa vestigia properantur ac tot tantiq. reges et principes spe sua in tuae maiestatis persona fraudentur, nec hoc cum gratia legato ad ipsos destinato comitari dignetur.

I quali punti presentai a S. M., e lettili rispose che molto volontieri avrebbe soddisfatto alla amicizia dei principi cristiani.

In quel tempo ivi era un ambasciatore del Gran Mogol, il quale era stato trattenuto due anni per alcune lettere quali avea scritto al suo re e furono intercette.

Scriveva che il serenissimo re di Persia era ancor giovinetto e non poteva trattar con esso, e quando chiedeva audienza dal re se gli rispondeva, che il re era ancor troppo giovane e che aspettasse il tempo. S. M. il re di Persia era d'anni 18 quando giunsimo noi in Persia, giovane grazioso affabile, e come era detto da tutti era per riescire un altro shàh Abbas suo avo, continuamente a cavallo e nelli esercizii militari; la sua ava moglie del detto shàh Abbas reggeva e governava, ma ora lui essendo d'anni 19 governava lui stesso. Ha per moglie una senza figliuoli ma si diceva che era gravida. La moglie è figlia di un certo Surcolano qual abita in Daghestand, benchè di donne ne abbia molte, quella è la principale.

Il suo cancelliere gran Visir si chiama Dauleto, uomo molto osservante della sua legge, e non troppo amico dei cristiani; ha per moglie una sorella del re di Persia, ha 5 figliuoli ed a tutti gli fece cavar gli occhi, acciò non si sollevassero arrivati che fossero in età.

S. M. mandò un corriere a Costantinopoli per sapere se i principi cristiani facevano guerra, e per questa occasione ci trattenne 11 settimane, sin tanto che il corriere ritornasse da Costantinopoli, e quando cercavo l'espedizione mi rispondevano che mi riposassi che quanto prima ci spedirebbe.

Il 16 novembre il serenissimo re mi mandò le vesti, quali è solito dare agli ambasciatori, ed il giorno seguente fui chiamato di nuovo all'udienza ove mi diede l'espedizione, cioè lettere per il serenissimo re di Polonia e per la serenissima Repubblica di Venezia, di sua propria mano, salutandoli e pregandoli felicissimi successi, promettendo di soddisfare alla amicizia.

Di là ad alcuni giorni partii d'Ispahan e per il nostro ritorno accompagnato da 25 soldati persiani, e provvisti di cavalli e d'ogni cosa necessaria pel viaggio, ritornassimo per la istessa strada che eravamo venuti.

Li 20 gennaio giunsimo in Sciamachia città principale della provincia di Schirvan, come ho detto di sopra, furono mandati dallo stesso Khan molti persiani per incontrarci e condurci al nostro alloggio ove fossimo benissimo trattati da esso, ed ivi ci fermassimo sino alli 29 di aprile.

Più volte ci invitò il Khan nel suo palazzo e particolarmente una volta, che fu il giorno di S. Tomaso d'Aquino, li 7 di marzo: molte cose allora ci riferì particolarmente dell'armata veneta che faceva grandissimi progressi contro l'armata turchesca, delle galere che erano state fracassate dalla armata veneziana di Smirne e di Scio e minutissimamente di ogni cosa. Di più disseci che di Babilonia erano fuggiti 200 turchi spahi in Persia, e promettevano al serenissimo re di Persia, che se volesse inviare solo 12 mille uomini la città si sarebbe resa, perchè era sprovveduta di presidio, e la miglior soldatesca era stata levata dal Gran Signore, e li più peggiori gente inesperta era restata. Di più disse che il serenissimo re aveva ordinato che il Khan Solimano qual sta non molto lontano di Babilonia, stesse apparecchiato, e lo stesso a quello di Erivan, di Tauris, di Sciamachia ed altri che stassero lesti. Disse di più che il gran Signore scrisse al serenissimo re di Persia, per genti, ma la S. M. non si contentò. Ogni di ci mandava a riferire minutissimamente quanto faceva la serenissima Repubblica.

Di più il Khan ci disse che S. M. mandava un esercito verso il regno di Conducar per ricuperarlo unito insieme col gran Khan di Tartaria Olbeco qual fu scacciato dal suo paese dal re Gran Mogol, ma con l'aiuto del re di Persia lo ricuperò cacciando di nuovo gl'Indiani, ed in quel tempo morì il re di Mogol ed il regno si divise in quattro figliuoli; ed il minor nato è il più vivace, più bellicoso degli altri fratelli e più amato e riverito, non si contentò della parte lasciatagli dal re Mogol suo padre, levò l'armi contro il suo fratello maggiore, come ancor fece contro il suo padre vivendo; il che vedendo il re di Persia si risolse tentar di ricuperare quel regno insieme unito con il gran Khan Olbeco, vedendo gli figliuoli del Gran Mogol disuniti, molti anni sono che cercava questa occasione tanto più vedendo che il gran Signore aveva che fare colla serenissima Repubblica, perchè quando lui voleva andare sopra il detto regno il gran Turco gli dava addosso, e quando voleva ricuperar Babilonia il gran Mogol gli dava ancor lui addosso, e così non potea nè l'uno nè l'altro ricuperare. Ma avendo l'occasione tanto per la morte del gran Mogol, quanto per la guerra che aveva il gran Turco contro la serenissima Repubblica, si deliberò di tentar la fortuna, ma credo come dicevano i Persiani che quella guerra finirebbe presto, e tutti e particolarmente li grandi dicevano che col ritorno dell'esercito da quella parte dell'India andrebbe per ricuperare i luoghi occupati dal gran Turco.

Li 29 aprile partissimo per la marina e vi giunsimo li 5 di maggio; ci trattenessimo dalli 5 di maggio alli 12 giugno, allora ci imbarcassimo, li 25 facessimo vela verso Astracan, ma volendo così la Divina Maestà fossimo costretti a ritornar al luogo dove eravamo partiti per li venti contrarii e poco mancò che non s'affogasse la barca. Li 28 per grazia di Dio facessimo di nuovo vela e giunsimo li 6 di luglio all'acqua dolce, ed in detta acqua navigassimo 5 dì. Io mandai il mio interprete con un nobile polacco in Astracan, al palatino di detta città, e lui ci mandò 2 barche piccole perchè la barca grande non poteva andare per esservi poca acqua.

La domenica mattina 29 ci vennero incontro molti nobili moscoviti e soldatesca che quivi si ritrovava in Astracan; li 29 partissimo di detta città provvisti di ogni cosa necessaria al viaggio come barca e soldati per la Volga, 60 leghe da Astracan. Li 15 agosto giunsimo in Saricina città sopra la Volga, 70 leghe da Astracan. L'istesso giorno partissimo per Saraton, 20 leghe da Saricina, ivi giunsimo li 29, e li 13 di settembre giunsimo in Samaria dove siamo stati molto ben trattati dal Palatino di quella città. Di Samaria a Simbir, a Tetiuschi, li 4 di ottobre a Cazan e li 6 partissimo e giunsimo li 14 di ottobre a Cosma e Damiano e Vailgoroda li 19. Li 25 giunsimo a Nisni Novogorod che fu domenica, li 3 di novembre giunsimo in Murom e li 8 a Vladimiria e li 19 giunsimo a Mosca residenza e sedia del granduca di Moscovia, ove fui ricevuto con grandissimo onore ed affetto, visitandomi li due cancellieri da parte del granduca offerendomi quello m'era necessario.

Li 5 di dicembre partissimo di detta città e giunsimo in Smolensco città del serenissimo re di Polonia, ove mi fermai tre settimane per li pericoli delli Cosacchi. Li 8 di gennaio partissimo per Cracovia ove giunsimo li 8 di febbraio, e li 13 ebbi udienza da S. M. il re di Polonia e resi le lettere del serenissimo re di Persia.

La strada più breve per andar in Persia di qua è per la via di Aleppo, ovvero pel mar Nero imbarcandosi a Caffa per la Mingrelia, non trovandosi comodità per imbarcarsi in Caffa per Mingrelia si troverà per Trebisonda. Di Mingrelia nel stato del re di Persia in tre settimane si può entrare per la Moscovia. Bisogna aspettare il tempo opportuno perchè il fiume nella primavera è troppo grande, d'inverno è congelato, e gravi sono i pericoli dei tartari, mongoli, e dei calmuchi, inimici comuni delli moscoviti: all'andar sarebbe facile ma al ritornar difficile. Questo è quanto per la brevità del tempo posso narrare a Vostra Serenità circa il mio viaggio.

Di Vostra Serenità

_Devotissimo Servitore_

Fra ANTONIO DI FIANDRA Domenicano. Stà a ss. Giovanni et Paolo.

_Espositioni Secrete._

DOCUMENTO LI.

29 marzo 1649.

_Serenissimo Principe,_

Espedito che fui dalla Serenità Vostra con lettera ed ordini per la reale Maestà di Persia, per procurare da lui la guerra in Babilonia contro l'Ottomano, conforme alla mia promessa, con lui ho operato molto efficacemente si per l'ordine avuto da S. S. come da Vostra Serenità, ed anco per zelo della mia patria, che più caldamente mi ha spinto con ogni vigore e seguito durante il mio viaggio per Sorìa. Giunto in Aleppo mi sono infermato di grave malattia, che mi ha tenuto aggravato per lo spazio di mesi 5 con pericolo della vita; ma con l'aiuto del signore Iddio rilevatomi e convalescente ho seguito il mio viaggio e per nuova strada non frequentata mi sono condotto alle frontiere di Persia, con le mie robe per il presente, onde mi ha costato grande spesa, acciò non fossero aperte e vedute dette robe, e speso alla somma di 1430 reali da otto, a condurmi fino in Ispahan.

Ora entrato nella terra del detto rey, alle frontiere mi fu subito domandato dal duque di quelli paesi chi io era e di dove venivo e dove volevo passare, non essendo costume per tal strada simili persone e tali robe venire. Li risposi esser mandato di cristianità, da quattro monarchi potentissimi cristiani, con lettere dirette alla maestà di Persia, onde il detto le volse vedere. Io mostratele, mi fece grande onore, trattenendomi 3 giorni, e intanto espedita una staffetta al rey, dandole conto come un tale veniva con tali negozi, e di poi mi lasciò passare con una persona sua che mi accompagnerìa al detto rey, essendo così il costume. Però bisognò che io li fassi il suo presente, il quale fu alla somma di reali n. 350 tra lui e suoi grandi, perchè così è costume per tutta la Persia e Turchia a camminar con li presenti, come credo che la S. V. sarà bene informata di ogni cosa.

Seguitò il mio viaggio onde mi condussi in Ispahan, e per la nuova che era andata, me viene ad incontrar tutti li franchi che la estano, e mi condussero in città con molto onor. Onde il visir mi mandò il capo di mehemendar a dimandare se era vero che io avessi tali lettere e se avevo presenti para el rey. Io le risposi non aver cosa niuna mandata da niuno, ma avendo alcune galanterie io comperate per queste parti che gliele presenteria volentieri. Lui rispose che bene, e che sarebbe andato a dar nuova di tutto a detto granvisir. E così mi mandò subito il vitto della tavola del rey nelli vasi d'oro, per el spazio de 8 giorni; dapoi mandò reali 450 dicendomi che mi espesassi da me, e mi disse che mi mettessi in ordine che un di questi giorni sarebbe venuto a levar me all'udienza, e che preparassi il presente che avevo da fare al rey, e che facessi copiar le lettere che aveva da presentare in scritto persiano. Questo fu gran favore di Dio che el me ordinasse a me, perchè se le riceveva così e le avesse mandate ad altri franchi per interpretare, li erano tali che altro non desideravano perchè la coda di Francia arriva fin qui, e quelli che manco si estimano e che paiono sancti sono quelli che estano qui, para avvisar il tutto, come volevano fare volendo corrompere il mio mullà, sive escrivano persio, che li dasse le copie del tutto. Ma io accortomi, operai tanto sicuro e cauto che non hanno avuto il loro intento.

Tutte le lettere che io avevo degli altri principi, il principe fece che io le presentassi essendo lui insieme con me, questo per non aver lui con chi poterle accompagnare essendo in grandissima calamità e miseria; e qui dando lettere bisogna anco le si porti in compagnia. Le presentai colla istruzione del pontefice insieme tutto in scripto, essendo la udienza in pubblico, e per non aver tanto a parlare, così si fece onde passò bene tutto il negozio.

A cabo di altri 8 giorni il detto mehemendar mi venne a levare e condurre davanti al rey in udienza, e comparso le presentai in mano del proprio rey tutte le dette lettere ed istruzione, insieme con il presente, il quale era portato da 24 uomini essendo pel valore di 4500 reali. Fui ben visto dal rey e dal gran visir e da tutti li grandi della corte, e con cortesi parole disnando in sua tavola con lui e visir e grandi del regno, disse a me poi che altra volta mi avrebbe chiamato all'udienza e convito in questo tempo. Seando la audienza del visir, con il presente suo, qual era della summa de trescientos e sescenta reali in circa, ed un'altra copia dell'istruzione, acciocchè anche lui a parte potesse veder e saper el tutto, sebbene egli fa tutti li negozi del reino, essendo il re giovane di anni 18 in circa. Qui anco si ebbe cortese risposta, si diede il suo presente al suo partir acciò si potesse aver l'ingresso libero, avendo a trattare più volte con il detto visir.

A cabo di altri 15 giorni in circa el rey mi mandò a casa il mio presente per il mehemendar il quale era in danaro 750 reali ed alcune pezze di seta con oro ed altre senza ed alcuni telami, le quali robe diceva il detto mehemendar valere settecentos et cincuenta reali, sicchè il tutto tra roba e soldi sommava 1500 reali; ma volendo io vendere la roba per bisogno di denari per le spese fatte, non mi davano la metà di quello diceva il mehemendar. Di che le conservai e me ne servii per altri presenti che avevo a fare, e non ne tirai niun profitto de le. Mi mandò anco insieme la ghalata regia, cioè veste, e disse che fra pochi giorni mi verrebbe a levare all'udienza; e da li a 5 giorni mi chiamò all'udienza del rey, gli portai un altro presente del valore di reali 225; mi diede le risposte dicendo che riverisci le EE. VV. da sua parte; mi dimandò poi per quale strada volevo partire, io gli risposi non aver altra strada che per Moscovia, ovvero India, ora la più breve era per Moscovia, onde al detto principe chiesi per favore lettere pel granduca di Moscovia, e lui cortesemente mi rispose volentieri; ma in questo darmi la detta lettera e passaporto passarono altri due mesi, per cagione di alcuni emuli che portarono ogni risposta e spedizione a mesi 4, avendo fatta molta spesa per il vitto di mia tavola per detti mesi, reali 480 presente per il detto mehemendar, reali 230 per altra spesa di servitori, e quello che portò il vitto del rey con el mio presente e la ghalata, il mio dragomano, mullà sive escrivano persico, ed altri che son molto lungo mettere in carta mi andò reali 620. Per cavalli, tappeti, pavoni, ed altra spesa per il mio viaggio me andò 460; onde avendo fatta tanta spesa ed essendo con pochi denari e viaggio lungo da fare avendo 10 cavalli, chiesi al rey alcun viatico onde mi mandò altri 750 reali, ma questi non è bastanti al viaggio che finora ho fatto, oltre ad alcuni vestimenti fattomi per comparir all'audienza pel valor di 470 reali, per un presente fatto a colui che mi condusse in Moscovia, e spesi altri 220 reali pel viaggio da Ispahan fin ora presente, e pel mio vitto reali 450 che è stato questo el corso di mesi 7. Sicchè mi trovo di sotto da 7000 reali in circa, ma al capo di 4 giorni dalla mia partenza da Ispahan mi incontrai in un tale Giorgellis ambasciatore della sacra maestà di Polonia, che Dio volesse non avessi mai veduto per essermi stato di notabilissimo danno, e da Sua Maestà medesima ne avrà V. S. informazione del tutto, perchè io glielo scritto, e poi con la mia venuta più oltre saprà ogni cosa; ora rivolto addietro accompagnatolo in Ispahan con ogni onore, sì per la maestà di Polonia come per aver seco una lettera del serenissimo defunto Enrico, dipoi rivolto il mio viaggio venni fino la porta sopradetta di Moscovia, ma per alcun negozio scoperto sono tornato addietro essendo stata data mala informazione alli Moscoviti, ed essendo zente sospettosa perfida e mal fida, non mi hanno permesso il passaggio per la sua terra. Onde ritorno per via d'India la quale sarà per lo spazio di 15 mesi in circa con mio grandissimo dispendio oltre il speso. Questo io non dico per essere rimborsato di alcuna cosa, ma lo dico solo acciocchè sappi la Serenità Vostra che li son buon suddito, e quello che li ho promesso per amor della patria e per mantenere l'onore ed il decoro di Vostra Serenità e della cristianità ho fatto, ed osservato la mia parola, e la manterrò se dovessi vender la camicia e me stesso ancora, e con il mio arrivo in patria vederà il tutto che io avrò operato, ma anco avanti sentiranno le nuove come sarà eseguito ogni cosa, e con altra mia per altra via significherò più volte a Vostra Serenità il tutto e per fine riverentemente genuflesso le bacio il manto d'onore.

Di Sciangai il dì 24 aprile 1648.

Supplicherò riverentemente V. S. far noto il tutto alla Santità di N. S. acciocchè lui ancora sappia quanto si opera in questa corte conforme li suoi ordini, senza preterire niun punto anzi con il mio dispendio ho sostenuto e mantenuto la riputazione ed onore che a Sua Beatitudine si conveniva, traendone dal tutto frutto e profitto buonissimo, che fra poco tempo per quanto si parla qui lo vederà, e con altra mia per altra via sarà di ogni cosa informato, e poi al mio arrivo molto più oltre. E riverentemente me inchino.

Di Vostra Serenità

_Umilissimo et devotissimo servitore et schiavo_ DOMENICO DE SANTI q.m LUCA.

_Espos. Principi secreta._

DOCUMENTO LII.

1661 (1660 m. v.) 22 gennaro.

_Al re di Persia._

Agli ingiusti travagli che tuttavia ci fanno risentire i Turchi, resiste la Repubblica nostra con costanza generosa, e prepara per la vicina ventura campagna ogni vigorosa provisione, particolarmente per la parte di mare, mirando ad occupare con la necessaria prevenzion il posto importantissimo dei Dardanelli con buon numero di navi. V. M. da tutti tanto stimata, non solo per la propria potenza, ma per il valore delle sue armi, aquisterebbe appo il mondo un merito singolare e gloria insigne al suo nome, se con le sue forze si disponesse ad abbattere l'Ottomano comune nemico. Molte buone congiunzioni e la pace universale già segnata in cristianità aprono la strada a fortunati successi ed a grandi vittorie, mentre sono tutti i principi disposti a secondarle. Abbiamo voluto portare alla M. V. queste notizie, acciò comprenda la buona opportunità che se le offerisce di abbattere così fieri nemici; confirmandole con tale incontro la nostra antica osservanza, e la confidenza che si tiene di riportare dalla sua gran mano ogni più valida assistenza: sicura la M. V. della memoria grata e perpetua che sarà per conservargli la Repubblica con desiderio di corrispondergli con sinceri testimoni di stima, augurando intanto alla M. V. il colmo di ogni grandezza e prosperità.

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_Senato Corti. R. 37._

DOCUMENTO LIII.

1662, 10 giugno.

_Serenissimo Principe,_

Io Aranchies Vartapiet, arcivescovo d'Armenia maggiore, raccomandato alla S. V. ed a tutti i principi cristiani nel passaporto dell'em.mo Chigi, essendomi stato illuminato il cuore nel conoscimento della vera fede, e però andato a Roma a confessarla nelle mani del sommo Pontefice, desiderando colle opere di confessarla e conoscendo la Serenissima Vostra Repubblica di Venezia religiosissima, e che più di tutti li principi cristiani con la confessione e con le armi la sustenta, humilmente espongo:

Con l'occasione che supplico passaporto, dovendo passare per la Persia, ed avendo stretta intelligenza con quella Maestà, se fosse conferente agli interessi della S. V. di trattar lega con quel re a danni dell'Ottomano, mi offerisco di praticarla, assicurando la Maestà di certa lega ed unione colla Ser. Rep., supplicandola di secretezza in questo affare, perchè li Armeni che sono in Venezia inimici degli Armeni cattolici ed a me inimicissimi, a quale hanno l'occhio, per esser persona la prima dopo il patriarca d'Armenia, onde se sapessero alcuna cosa avviserebbero e mi leverebbero la vita per strada. Benchè mi sarebbe caro di perderla per la fede e per la Ser. Rep., le sicurezze che io ho e l'inclinazione del re di Persia a questa lega mi certificano, e le espressioni a me fatte mi necessitano della sicurezza del fine.

Nel passaporto supplico la S. V. raccomandarmi a tutti e specialmente al suddetto re. Ricevendo la S. V. la mia esibizione, si compiaccia farmi dar braccia sei di soprarizzo d'oro per donar al re, perchè da questo conosca quella Maestà le commissioni delle S. V. e un poco di danaro per far il viaggio. Le difficoltà che si hanno per passar nel paese dell'Ottomano sono benissimo note. Io non ho difficoltà alcuna del passaggio, e se paresse alla suprema prudenza della S. V. far che alcuno si accompagni con me con commissioni più secrete, sarà sicurissimo.

Protestando al sig. Dio e alla S. V. che in questo viaggio questo affare avrà buon fine o morirò martire per la santa fede e per questa Ser. Repubblica.

_Filza Corti, 66._

DOCUMENTO LIV.

1662, 10 giugno in Senato.

_Al re di Persia._

È in cammino per queste parti Aranchies Vartapiet arcivescovo d'Armenia maggiore, e presentandosi occasione di rinnovare la memoria a V. M. del pubblico cordiale affetto, mancheressimo, non facendolo, all'ardore dello stesso desiderio che nutrisce verso di lei la nostra Rep. sempre con sentimenti particolari di stima grande e di amicizia vera. Udrà dalla viva voce di lui quello che dai nostri cuori ha potuto ritrar più al vivo nel discorso. Sieno però le presenti a ritratto di un'ottima disposizione; e se combattuti noi da gran nemico, più si cimentamo, giusti mantenitori del dominio nostro, vaglia ciò per pegno al mondo di una sincerissima volontà, ed a lei queste lettere di una immutabile osservanza che nei presenti tempi brameressimo poterle avvicinare con altrettante prove, quanto uniti se le trovamo sempre coll'anima e coll'affetto, pregando a V. M. per fine lunghezza d'anni e felicità di avvenimenti.

Affermativi 113 Negativi 1 Non sinceri 2

VERDIZOTTI _Segretario_.