La Repubblica di Venezia e la Persia

Part 20

Chapter 203,805 wordsPublic domain

Se ne ritorna al presente a V. M. l'onorato e valoroso agente suo Fethy Bei, espedito intieramente di tutti li negozii, per i quali fu egli inviato da lei in questa città, essendo stato gratamente veduto ed accarezzato da noi, e favorito ancora in tutto quello che ricercava il bisogno, coll'aver in particolare comandato ai nostri ministri di indirizzarlo in maniera che nella provvisione delle armi, zacchi ed archibugi a lui concessa, et a noi dalla Maestà vostra con sue lettere officiosissime raccomandata, egli ne riportasse, come fa, cose onorate et degne della sua real persona. Et ci è riescita gratissima sopramodo questa sua amorevole confidenza, la quale conosciamo derivar da una sincera affezione che vostra Maestà porta alla Repubblica nostra, per la occasione che ci ha prestata di dimostrare nella persona di questo agente l'ottima disposizione dell'animo nostro verso di Lei; il che non tralasciamo in alcun tempo di manifestare al mondo con veri effetti, usando ogni amorevole trattamento a tutti li sudditi di V. M. che capitano in questa città nostra, per corrisponder a quei cortesi termini che lei conforme alla grandezza del real animo suo usa verso li sudditi e mercanti nostri, che se ne vengono in quelle parti. Il qual mezzo è sopra ogni altro altissimo, non solo per stabilire ma stringere et augumentare maggiormente a beneficio del comune commercio quella perfetta amicizia et ottima corrispondenza, che per lunghissimo e continuato corso d'anni si è mantenuta tra quella potentissima corona e la Repubblica nostra, e che dal canto nostro sarà conservata con ogni termine di ufficio verso la serenissima sua persona. Alla quale auguriamo accrescimento di grandezza con perpetuo corso di gloria e felicità.

Et da mo: sia preso che per corrispondere all'onoratissimo presente mandato dal re di Persia per il predetto agente suo alla signoria nostra, sieno spesi delli danari del deposito per le occorrentie, dalli officiali nostri alle rason vecchie fra ducati 1300 in quelle robe e gentilezze che parerà al collegio nostro per mandar a quella Maestà, insieme colle lettere pubbliche da esser consignate al predetto agente suo. Al qual sieno parimenti donate in nome della signorìa nostra tante vesti di seta di quella sorte che parerà ad esso collegio per il valor di ducati 200; ed alli 8 uomini che sono in sua compagnia sia dato una veste di panno scarlatto per cadaun, da esser dette vesti pagate colli medesimi danari del deposito per le occorrentie.

De si 133. De no 2. Non sinceri 9.

_Cicogna Iscrizioni, e Delib. Senato, Arch. gen._

DOCUMENTO XXXVI.

_Al famoso ed eccelso fra i principi della nazione cristiana, eletto fra i potenti e grandi signori che vivono nella legge del Messia, dominatore di paesi e di provincie, administratore della giustizia, ornato di virtù valor e prudenza, il potentissimo Doge di Venezia, a cui il Signor Iddio aumenti lo stato e la potenza._

Dopo molti onorati saluti che si convengono alla sua dignità e grandezza, ed alla buona amicizia et amor che è fra noi, le si fa colla presente nostra real lettera amichevolmente sapere: che essendo nostro _particolar desiderio_ di continuar sempre nella buona amicizia ed unione con tutti li principi famosi della cristianità, ed in particolare colla sua alta e felice persona, come principe giusto, savio e potente, abbiamo voluto con questa nostra regal lettera visitarla e salutarla ora di nuovo, certificandole detta buona volontà ed affezion che portiamo alle sue alte persone ed a tutta la sua eccelsa repubblica; e perchè lei sa la contesa e la guerra che vertisce ora tra noi ed il re dei Turchi, il quale facendo per ciò prender a Costantinopoli ed altrove tutti li mercanti nostri sudditi e dipendenti ha fatto confiscare le robe ed ogni altra cosa che essi portavano per uso e servizio della nostra real corte; onde essendoci levata l'occasione di poter mandare costì delli nostri proprii uomini di corte, per esser impedito e vietato il passo, abbiamo determinato di mandar ora costì l'onorato fra i pari e simili suoi chogia Chieos mercante cristiano zulfatino, così per fare questo complimento a lei, come anco per fornirsi di là di alcune robe e merci che fanno bisogno per uso della nostra real corte; però desideriamo che sia da lei commesso ed ordinato alli suoi onorati ministri ed agenti che voglino per amor nostro favorirlo ed ajutarlo in ogni sua occorrenza, affinchè egli possa spedirsi presto e bene delle sue faccende, e ritornarsene qui quanto prima può con le robe che gli sono state da noi commesse ed ordinate. Con questa occasione non resteremo anco di pregarla di darci qualche avviso di questi nostri agenti che vennero già costì per nostro servizio, ed anco delle loro robbe ed effetti quello ne è successo; desiderando noi che siano da lei per pietà ajutati e favoriti in ogni luoco per amor nostro; e se all'incontro avrà bisogno anche lei di cosa alcuna in queste nostre parti ne le faccia con sue lettere confidentemente sapere come si conviene tra buoni e veri amici, che sarà da noi eseguito prontamente il suo desiderio in tutto quello che le sarà qui di bisogno; e per fine desideriamo che le sue forze e grandezze siano sempre in aumento.

Senza data--In luogo di sottoscrizione è posto nel rovescio della lettera il bollo regale che dice: Shàh Abbas servo di Alì protettore del regno.

_Filza Atti turcheschi._

DOCUMENTO XXXVII.

_Serenissimo Principe,_

Havendo il ser.mo re di Persia date in diversi tempi a diverse persone sete da vender quì, è avvenuto, parte pel mal governo di coloro che le avevano, e parte per altri accidenti, che si sia perduta quasi ogni cosa. Ha perciò la maestà sua espedito _chogia Seffer_ armeno portator di queste per la ricuperazione di quanto si ritroverà di sua ragione in codeste parti. In raccomandazione di questo, ho avuto lettere efficacissime da due miei corrispondenti che si trovano in Persia, e principalmente da uno chiamato Giacomo Nava di Salò, il quale viene trattenuto dal re come pieggio di un Angelo Gradenigo figliuolo di un ebreo fatto cristiano, che ebbe da S. M. circa 50 balle di seta; e qui ancora il padre di esso chogia Seffer, che è sensale nostro di casa mi ha con indicibile affetto raccomandato questo negozio, perchè dal buon esito di questo dipende tutto l'esser e la fortuna del suo figliuolo e tutta la sua. Io nondimeno ad istanza di questo non intendo molestar la Serenità Vostra, ben mi persuado che per rispetto di chi lo manda, sia per accarezzarlo e favorirlo quanto più sarà possibile, in modo che il re conosca la stima che ella fa della M. S. la quale all'incontro è tanto inclinata al _nome veneziano_, che qualunque dei nostri il quale si trasferisca alla sua corte ancorchè di bassissima condizione, tratta seco con tanta famigliarità e riceve tanti comodi e cortesie che più non è possibile a credere; non pure essendo egli quel gran re che è, ma ancora se fosse solamente conte di un piccol castello: onde potrebbe essere che egli si persuadesse che lo stesso dovesse fare con questo suo agente la Serenità Vostra, alla quale riverentemente ho voluto far saper questo, non perchè creda che si convenghi a lei far soverchio onore a questo chogia Seffer (il quale manco è atto a discernere e conoscere certi termini), ma solo perchè se gli mostri molto affettuosa e amorevole verso i suoi negozi; ond'egli possi ancora far testimonianza alla M. S. di avere da lei ricevuto favori e cortesie molto apparenti.

Questo re presume di se stesso molto, ben sì per la corona che egli ha della Persia, ma più ancora per gli acquisti fatti da lei, avendo sottomessi li re del Ghilan e di Lar ed impadronitosi del regno loro, e quasi del tutto disfatti li Tartari Usbecchi, ai quali ha preso la grandissima provincia del Korassan, oltre il paese ricuperato dalle mani dei Turchi fino sotto Van, e avendo ridotto alla sua devozione li principi Georgiani e buona parte dei Kurdi: crede perciò dover essere stimato dal mondo molto più dei suoi predecessori.

Per questi rispetti adunque, io per la parte mia non ho mancato ricevere con allegra fronte esso chogia Seffer ed usargli tutte le cortesie che ho saputo, ed in particolare gli ho prestati 200 e più zecchini con mio incomodo e danno, essendomi contentato di riceverli da lui costì senza niun beneficio di cambio, ancorchè egli me lo abbia offerto maggiore del corso ordinario; e di più molto prontamente ho dato ordine che sieno condotti in questa città e consegnati a suo padre e ad un altro persiano di conto, alcuni cassoni di vetri che in Alessandretta si ritrovavano consegnati in cancelleria di ragione del suo re, in modo che essendo rimasti tutti questi soddisfattissimi di tanta mia prontezza, hanno fatta in Persia un'amplissima informazione della cortesia ricevuta dal console di Venezia, e della speranza che ho loro data che costì chogia Seffer sia per ricevere da Vostra Serenità molta maggiore grazia, ecc.

In Aleppo 2 settembre 1609.

GIO. FRANCESCO SAGREDO.

Presentata nel collegio il 22 gennaio 1610 da chogia Seffer colle lettere del re persiano.

_Esp. Principi, Filza 18._

DOCUMENTO XXXVIII.

1609 (1610) 30 gennaio.

Venne li giorni passati il fedelissimo Giacomo Nores interprete pubblico, alle porte dell'ecc. Collegio, a dar conto dell'arrivo in questa città di un armeno suddito del serenissimo re di Persia, e della istanza che questo li aveva mandato a fare per alcuni della sua nazione, acciò lo andasse a trovare al suo alloggiamento a' ss. Apostoli in camera locante; ma non aver voluto il detto Nores muoversi senza saputa et comandamento di Sua Serenità, dalla quale disse che attenderebbe quell'ordine che le fosse piaciuto darle, che tanto egli avria puntualmente eseguito.

Li fu commesso di andare da detto armeno, e come da se, intendere ogni particolare del suo viaggio, e notar la causa della venuta sua in questa città, e di riferir poi il tutto all'ecc. Collegio.

Ritornato il Nores riferì in questa sostanza:

Io sono stato all'alloggiamento dell'armeno in ordine a quanto mi fu commesso, e mi sono abboccato con lui. Questo è giovane di 32 anni in circa, parla bene, e nelli suoi ragionamenti si mostra molto sensato e discreto; disse essere stato alquanto da figliuolo in corte del re, ed esser al presente cameriere di S. M. Che sono 10 mesi che manca di Persia; che è capitato in cristianità per via di Sorìa, dove si imbarcò sopra un vascello francese che lo condusse a Marsiglia; di là passò a Genova, a Livorno, a Fiorenza, di dove s'è poi condotto in questa città. Ha lettere del re per la Serenità Vostra, e me le ha mostrate e sono senza borsa e senza sigillo, la contenenza delle quali per una breve scorsa che io ne feci è la buona amicizia di quella corona con questa Serenissima Repubblica ed il desiderio e pronta disposizione di continuarla dal canto di S. M., e che si mandò de lì questo chogia Seffer nominato suo agente, per la recuperazion di quelle robe che si trovano in questa città riportate da Sorìa, che furono condotte in quelle parti dall'agente di quel re che fu qui nelli anni passati e che nel ritorno fu dilapidato da' Turchi. Io presa occasione dalla qualità del negozio suo, giudicai a proposito, come da me considerargli, che il proprio luoco era di indirizzare le sue trattazioni non con Vostra Serenità, ma cogli ill.mi signori V Savj alla mercanzia, che è un magistrato di senatori principali al quale sono raccomandati tutti gli affari di quelle parti orientali, pertinenti ai mercanti. A che egli rispose che farebbe quanto fosse consigliato; ed aggiunse, che fornito qui il suo negozio ritornerà a Firenze, poi a Roma, quindi in Spagna, per ritornarsene in Persia da quella parte; che tiene lettere del suo re per quei principi, colle quali li esorta a muoversi contro il Turco. Ho veduto anco una lettera diretta al signor Bartolomeo del Calese scrittagli da un Giacomo Nava che si trova in Persia ed al presente è tenuto come prigione per pieggio di quell'Anzolo Gradenigo che gli anni passati ebbe una quantità di sete di ragione di quella Maestà, per contrattarle in Venezia, ed ha malmenato il capitale.

Ho anco veduto un piego di lettere dirette a questo monsignor Nuncio del Pontefice, scritte per quanto mi ha narrato esso armeno da un certo frate scalzo, che dice risiedere in Persia presso il suo re, spendendo nome e titolo di ambassadore di S. Santità, e due altre lettere scritte dal medesimo frate una al padre generale dei Carmelitani, l'altra ad un segretario del pontefice. Questi dice che al partir suo dalla corte, lasciò il re con tutti tre i suoi figliuoli a Tauris, che aveva diviso il suo esercito in due parti, e mandatane una sotto Van, con quel numero di ribelli che s'erano accostati a S. M., e si intendeva aver preso un castello vicino a Van in sito molto forte, di dove stringevano talmente quella fortezza che speravano doverle capitar presto nelle mani: che l'altra parte dell'esercito aveva il re mandato alla impresa di Babilonia, sotto il comando di un valorosissimo capitano. E questo è quanto ho potuto sottrarre del suo viaggio e del suo negozio; avendomi inoltre narrato i molti favori e cortesie che ha egli ricevuti in Aleppo dal console di Vostra Serenità, delle quali mi disse aver dato conto con sue lettere particolari alla maestà del suo re, lodandosi sopra modo dei buoni trattamenti che gli erano stati usati dal predetto console.

Fu consigliato sopra la relazione del Nores nell'ecc. Collegio, e commessogli, che andato di nuovo all'armeno lo ricercasse come da se della risoluzione che aveva preso intorno il presentar la lettera del suo re, o nell'ecc. Collegio, o nel magistrato dei V Savj alla mercanzia, perchè sarebbe stato nell'una o nell'altra via gratificato.

Ed avendo il Nores fatto l'ufficio riportò questa risposta: che esso armeno avrebbe desiderato presentar la lettera a Sua Serenità, perchè altrimenti facendo, crederia commettere grande errore e mancamento, ed essere grandemente ripreso da ognuno, che essendo stato mandato in questa città con lettera del suo re, fosse egli partito senza vedere la faccia di Sua Serenità, alla quale vorria presentare esse lettere per essere da lei raccomandato alli signori V Savj.

Onde fu stabilito di deputargli l'audienza per venerdì 22 del presente e farlo seder sopra gli ill.mi signori savj di Terraferma.

Di più disse il Nores, che ragionando esso armeno, del suo viaggio gli ha narrato che l'intenzione sua era di passare da Sorìa addiritura in questa città, ma il mancamento dei passaggi lo aveva necessitato ad imbarcarsi in un vascello francese che lo condusse a Marsiglia dove prese una barca con animo di venire in questa città; ma perchè a Nizza ed a Monaco si ebbe sospetto che fosse spia, fu necessitato palesarsi essere agente del re, per non essere offeso; e continuando li tempi cattivi, fece risoluzione di licenziare la barca ed andar per terra a Genova, essendo stato accarezzato e molto ben veduto da quei signori: che di là si transferì a Livorno per barca, e da quel governatore, per sospetto pure che fosse spia, fu mandato a Fiorenza: che il segretario Vinta fu a vederlo, al quale diede conto di se e del suo viaggio, e per farsi conoscere agente del re procurò di essere ammesso alla udienza del signor granduca, ma non volendo S. A. darle audienza e riceverlo nel pubblico palazzo, gli fu fatto sapere, che dovesse in una mattina ritrovarsi in una chiesa a messa dove saria stata anche la A. S., siccome egli fece, e le diede la lettera del suo re che portava per S. A., benchè avesse disegnato di presentarla solo al suo ritorno da questa città.

Averle detto inoltre esso armeno, che li signori ambasciatori di Francia e di Spagna ed anco monsignor Nunzio, gli hanno mandato a dire che desiderano vederlo, ma che egli si è scusato per ora colle sue molte occupazioni.

Venerdì mattina venne esso chogia Seffer armeno, con quattro servitori vestiti alla persiana nell'ecc. Collegio, e seduto sopra li signori savi di Terraferma, parlò in questa sostanza così interpretando il Nores:

Ringrazio l'Altissimo Iddio, che mi ha fatto degno di vederla faccia di Vostra Serenità principe giusto, savio e potentissimo, il cui nome è onorato e celelebrato per tutto l'universo, ed in particolare alla corte del mio re, il quale ama, stima ed onora per questi rispetti grandemente Vostra Serenità; e desiderando continuar nella buona amicizia amore et union di animi con questa eccelsa Repubblica, è parso a S. M. mandar me suo umile servo con una sua regal lettera, per significar a Vostra Serenità, questa buona volontà, e l'affezione grande che ab antiquo porta a questo felicissimo e potentissimo dominio.

Rispose sua Serenità: che era da rallegrarsi del giunger suo sano e salvo in questa città da così lungo viaggio: che si vedeva volontieri la persona sua per rispetto del suo potentissimo e valorosissimo re, da S. Ser. e da tutta la Repubblica grandemente amato ed osservato, col quale si conserva quella sincera amicizia e benevolenza, che per il passato si ha tenuto con quella corona; che avendo lettere di S. M. le poteva presentare, perchè si farieno leggere, ed intesa la continentia di quella, si potria forse darle a bocca qualche risposta.

Ciò detto, si levò l'armeno da sedere e accostatosi alla sedia di Sua Serenità le baciò la veste, e presentò in mano propria una lettera del clarissimo console in Aleppo, ed immediate uno dei suoi uomini presentò una scatola lunga, coperta di panno di Bursa, involta in un fazzoletto vergado, nel qual era una lettera posta in due borse una di raso sguardo, e l'altro di velluto verde, involta in un altro fazzoletto.

Ed il Nores spiegata essa lettera, la lesse ad alta voce, poi la interpretò con gran prontezza e con piena soddisfazione di tutto l'eccellentissimo Collegio.

Dopo letta essa lettera, il Serenissimo Principe ringraziò S. M. del suo amorevole ufficio, e della ottima volontà sua verso la Repubblica, dalla quale è ricambiato di vera affezione ed osservanza. Quanto al negozio disse non aver a memoria se siano venute di Sorìa in questa città robe di quell'agente di S. M., che nondimeno si chiameranno i Magistrati, e da loro si prenderà informazione, ed essendovi cosa alcuna non si mancherà di dar ordine che gli sia consegnata.

E l'armeno non replicando altro prese licenzia, accompagnato a casa dal medesimo Nores che lo aveva levato ed accompagnato al palazzo.

_Registro Esp. Principi, pag. 135._

DOCUMENTO XXXIX.

_Alli famosi e celeberrimi fra i principi e signori grandi della nazione cristiana, eletti fra i più savi e nobili della generazione credente al Messia, dominatori di paesi e di province, amatori di giustizia, ornati di virtù, valor e prudenza, e pieni di gravità e di grandezza: li signori di Venezia, ai quali il sig. Dio augmenti le forze e la potenza._

Dopo molti amorevoli ed onorevoli saluti, che si convengono alla loro dignità e grandezza, ed alla buona amicizia, amor et unione d'animo che è tra noi, le si fa amichevolmente sapere, che desiderando noi di continuare con tutti li principi e signori grandi della cristianità, ed in particolare colle vostre eccelse persone, nella buona intelligenza ed unione d'animo abbiamo voluto visitarle e salutarle ora, colla presente nostra regal lettera, significandole l'amore e la affezion grande che le portiamo ed il desiderio che abbiamo di vedere le cose loro in buono e felice stato, come di signori savi, giusti e prudenti: ai quali non si resterà con questa occasione di dire anco, che avendo noi mandato già a Venezia uno delli nostri onorevoli agenti nominato chogia Fethy bei per comperare alcune cose necessarie alla nostra regal corte, il quale ritornando qui da noi con molte e diverse robe di valore, giunto che fu in Sorìa, avendo trovata la guerra principiata fra noi e il re dei Turchi, furono da quelle genti inumane dilapidate e malmenate tutte quelle robe che egli portava, eccettuando una parte di esse che fu di nuovo ritornata e rimandata a Venezia, e che si ritrova al presente siccome abbiamo inteso custodita e conservata interamente, come si conviene alla buona amicizia et amore che è fra noi. Però venendo ora costì, con questa nostra regal lettera, l'onorato fra pari e simili suoi chogia Seffer figliuolo di chogia Iadigar cristiano zulfatino, nostro fidato agente, desideramo dalle loro eccelse persone, che sieno contenti di fare consegnare tutte quelle robe che ritrovano costì di nostra ragione al suddetto chogia Seffer nostro agente, bollate ed inventariate per mano delli loro onorati ministri ed agenti, acciocchè vengano da lui condotte qui sane e sicure, insieme con tutti quelli mercanti nostri sudditi che saranno ricoverati nei loro paesi; et pertanto le pregamo a voler prestar per amor nostro ogni favore et aiuto al nostro inviato nelle sue occorrenze; e se all'incontro avranno bisogno ancor essi di cosa alcuna qui nel nostro paese, ce lo faranno con loro lettere confidentemente sapere, che si adempierà volontieri il desiderio loro; e di più l'esortiamo a scriverci e visitarci spesso colle loro lettere, come si conviene a buoni e veri amici; acciocchè rinnovandosi tra noi sempre più l'amore e l'affetione, si stabilisca tanto maggiormente il fondamento della nostra amicizia.

Senza data, et senza sottoscrizione; ma nel rovescio della lettera è posto il bollo del re, qual dice: Shàh Abbas servo del miracoloso uomo Alì protettore del regno.

Tradotta per me Giacomo de Nores interprete della Serenissima Signorìa.

_Esp. Principi, Filza 18._

DOCUMENTO XL.

1609 (1610) a' 17 febbraio.

Ricevo io chogia Seffer figliuolo di chogia Iadigar, armeno zulfatino, agente del serenissimo re di Persia, dall'ufficio degli eccellentissimi Cinque savi sopra la mercanzia, tutte le robe, vestimenta e merci, contenute nel seguente inventario, a cao per cao, sorte per sorte, insieme con la cassella d'argento legata con cristalli di montagna, il bacil d'argento col suo ramino, un'armatura intiera, arcobusi, zacchi et altro; come è particolarmente dichiarato nel presente inventario, et di più in contanti lire 521,12.

Io Giacomo Nores fui presente alla consignation come sopra.

Io Ismail zulfatino, testimonio della detta ricevuta.

Io Codis armeno, testimonio come sopra.

L'inventario descrive partitamente vari oggetti di vestiario, bacili, rasoi, spille, ventagli, pugnali, coltelli, forbici ed altri ferri, carta, luci di cristallo con e senza foglia, e nove quadri ad olio così indicati:

Un presepio.

Una Madonna.

Un Salvador.

Una donna nuda, che si mette la camisa.

La Maddalena in ordine.

La Maddalena nuda.

La regina di Cipro.

Una donna veneziana.

Una donna a lunghi capelli, o Cassandra.

_Esp. Amb. Filza 19._

DOCUMENTO XLI.

1609 (1610), 30 gennaro, in Pregadì.

_Al Serenissimo re di Persia._

Ci sono state per ogni rispetto molto care le lettere di V. M. portateci dall'honorato chogia Seffer armeno agente suo; et gratissimo tutto ciò che ella si è compiaciuta di significarne per espressione del suo cortese animo verso la Repubblica Nostra, la quale riceve ora singolare contento di vedere dal canto della M. V. così amorevol corrispondenza, all'antica et perfetta amicizia che tenemo con quella corona.