La Repubblica di Venezia e la Persia
Part 19
Che lui Mustafà in Persia non poteva far cosa alcuna, ma ben che loro Persiani, passeriano nel paese dei Turchi fino a Tokat, tagliando ed abbruciando di tutto, che saria con danno non delli grandi, ma delli piccoli; che però non volevano questo cargo sull'anima; ma cha lui era servitore del suo re e Mustafà del suo, che però tra loro due combattessero e definissero le querele. Mustafà rispose con inganno el falsità, che non era venuto per il paese di Persia, onde sultan Tocmat li diede il passo, ma ben sempre tenendo gli occhi aperti, et essendosi spinto avanti Mustafà fino a certa acqua che si chiama Canacaburi, che è la strada certa di andar nel Shirvan, vedendo sultan Tocmat che era ingannato, disse costui ne inganna, et esortò le sue genti et diede alla coda dell'esercito, e ne tagliò fino a 30 mille, et li tolsero parte delli cariaggi e quasi tutti i danari che aveva con lui; ma li sopraggiunsero altre genti: onde Tocmat si ritirò colla preda e Mustafà passò allo Shirvan. Tocmat sultan mandò la preda al re, et li fece intendere che Turchi avevano rotta la fede e che li sariano addosso, et che però si mettesse all'ordine. Mustafà frattanto penetrò nel paese del Shirvan, fino ad una terra che si domanda Aras, e la prese e si fermò in quel luogo 28 giorni, et per il cattivissimo aere che vi è si ammalò l'esercito, ond'ebbe maggior danno dalle infermità che non aveva avuto dalla spada. Mustafà in questo tempo mandò spioni per il paese ad intender quello che facevano i Persiani, parte dei quali spioni furono presi, et da loro intesero Persiani, che Mustafà era in Aras con parte dell'esercito, con la mortalità che ho detto di sopra, e che Osman bassà con un'altra parte era ad un'acqua in un certo sito forte. Quei spioni che non furono presi tornarono a Mustafà e li dissero che Persiani erano all'ordine per darli adosso. Onde esso consigliò Iman ed altri bassà, e disse che avendo la infermità che veniva dal cielo non si potevano effettuare i suoi disegni, che bisognava far meglio che si poteva per non perder quel paese che avevano acquistato con tanta fatica e spesa; che però Osman si valesse di 30m. persone per guardar Samachi, che è la metropoli di quel paese, e lo fece serraschiere che vuol dir capitanio-generale, et fece anco sotto di lui altri bascià, perchè l'aveva questa libertà dal gran signore di così fare; et lui se ne fuggì per la parte dei Georgiani, per un paese detto Seventberg, e per la fuga così presta davano cinque gambelli per due pani, et in questa fuga ebbero grandissimo danno dai Georgiani cristiani, non essendo ancor giunti li Persiani; e che con poche genti che non credo arrivassero a 20,000 persone si ritirò in Erzerum; che partido Mustafà sopraggiunsero Persiani, e la prima cosa che facessero ricuperarono Aras dove i Turchi avevano fatto un castello di frasche e fango, et postovi l'artilleria; ammazzarono il bassà detto Caidar e le genti et tolsero l'artilleria in numero di 200 pezzi, e la mandorno al re, poi andarono a Samachi e lo circumdarono tutto, ma sopraggiunse in aiuto dei Turchi 8000 tartari per via di Caffa, il che intendendo i Persiani, una parte si levò dall'assedio et andò ad incontrarli; ed in questo tempo Osman bassa, fuggì da Samachi; i Tartari furono tutti tagliati a pezzi, ed esso Osman si salvò in un castello dei Circassi detto Derbent, dopo la fuga del quale i sultani entrarono per tutte terre a man salva et ritornarono in tutti li suoi governi, avendo ritrovato anco in Samachi artiglieria, e preso tutto l'aver di Osman; et questo fu al fin dell'anno. L'anno seguente Mustafà rinforzò l'esercito al numero per quanto si diceva di 250 mille persone, e conoscendo il danno che aveva avuto in Persia, cercò di ricuperare in qualche modo, e si avviò a Cars per fabbricarlo, dove venne anco l'esercito dei Persiani, et combatterono con grande effusione di sangue da una parte e dall'altra, tanto che appena è credibile; pur Mustafà restò superiore e fabbricò il Cars. Fra questo tempo li Tartari, che sapevano che Osman era in quel castello, lo andorno a levare et si ridussero in campagna da una parte del paese di Shirvan, i quali erano al numero di 30,000. I Persiani si risolsero di mandare una parte contro li sopradetti Tartari, e l'altra parte si ritirò da Cars, et così Mustafà lo fabbricò; ma sopraggiunto l'inverno, che è molto aspro in quelle parti lo lasciò presidiato e si ritirò in Erzerum, licenziando parte dell'esercito, qual era mal satisfatto et Mustafà anco molto afflitto. Li Tartari, et li Persiani che si erano all'incontro, stavano caduno dalla sua parte sopra l'avvantaggio, fino a che venne l'inverno, il quale sopraggiunto, li Tartari che sono mezzi nudi convennero ritirarsi, con la quale occasione i Persiani ne tagliarono molti a pezzi, et Osman bassà convenne tornare a salvarsi nel castello sopradetto di Derbent. I Persiani poi, che sono più atti alla fatica che Turchi, e che non hanno bisogno di tante comodità, perchè bene spesso stanno 40 giorni con una camisa, et menano sempre con loro un caval vodo quando vanno in fazion, per averlo sempre fresco, tornarono a Cars, ma non avendo artigliere da batter, perchè quella che presero l'haveano disfatta, et fatto bagattini, non la avendo loro, nè avendo il modo di adoperarla, non potendo però prender Cars, hanno rovinato il paese intorno, che non vi è restata appena la herba, onde se vogliono soccorso bisogna lo aspettino da Erzerum, perchè adesso vi sono delle munizioni che vi lasciò Mustafà, stando tuttavia assediati dai Persiani.
Dimandato in che modo vien mantenuto tanto tempo così grande esercito, rispose: l'imperatore è molto grande ed ha tesori; ma l'esercito si vale dell'abbondanza del paese, et delli danni che fanno ai Turchi, et delli tesori che si hanno guadagnati; e poi anco quando tutto manca se ne tuol ad imprestito, et quei re che ho detto di sopra tutti aiutano; et come ho detto questo è il terzo anno che li sultani hanno giurato di continuar la guerra et di non lasciar la spada per 15 anni. Dimandato quello che si intende di Mustafà, rispose che si diceva che il sig. Turco li aveva mandato sei capigi, perchè el voleva che el rendesse conto che avendogli lui persuasa la guerra et partitosi con un esercito così florido e con tanti tesori et tanta artilleria, quello che ha fatto et in che modo ha impiantato Osman bassà in quel paese di Circassia. Che Mustafà avendo inteso oltre questo che el suo signor voleva mandar un altro in luogo suo disse: che quanto alli tesori se sono andati, saranno andati del suo; et perchè l'era chiamato a Costantinopoli pregava ch'el si lasciasse ancora un anno perchè el non voleva morir d'altra spada che de' Persiani. Dimandato se in questi tempi è stata mai trattazione alcuna de pace, rispose: che essendo stato persuaso al re di Persia da Mustafà a mandar persone per trattare la pace, mandò un suo uomo in quel tempo che successe la morte di Mehemet bassà, il quale arrivò a Scutari, et fece intendere ad Achmet bassà, che el suo re a richiesta de Mustafà l'aveva mandato a dirgli, che li pareva cosa ingiusta continuare a spander tanto sangue di monsulmani: che però quando gli fosse restituito il suo passo esso leveria le offese; et questo huomo fu scacciato via dai Turchi, et che lo volevano anco offendere, et che Achmet disse che ambasciator no porta pena, onde fu scacciato via.
Fo data la lettera scritta in persiano ad esso chogia Mehemet et li fu detto che el dica chi scrive questa lettera. Rispose: Emir khan che un signore in Tauris come saria a dir vicerè, signata dal suo segretario. Gli fu poi detto che la traducesse in turco, così presala e lettala cominciò a dire:
«Molti saluti a voi, gran signori di Venetia. Quello che fu mandato da vostre altezze, chogia Cabibulà lo ha conosciuto, così noi abbiamo mandato alla vostra felicità chogia Mehemet per significarvi, come noi continuiamo nelle promesse et nella fede che dessimo, così desideramo che ancor da voi ne venga un segnale; piacendo alla Maestà di Dio, solo signor del mondo, speramo di castigar quei scellerati, nè li lasceremo per il corso di 20 anni fuori delle nostre mani, et con lasciarvi con perpetue salutazioni».
Dimandato che el dia el giorno della lettera, rispose: che può essere da sei mesi, ma che nella lettera non si trova il tempo. La lettera in turco fu lasciata all'Alessandri, che la traduca con comodità[173] per esser ormai l'ora tardissima. Et fu domandato il detto Mehemet del modo con il quale aveva portate dette lettere rispose: Dopo che io baciai le mani a quei signori che mi diedero le lettere, mi messi in una carovana di 200 persone, et feci la via di Van, havendo legato le lettere nei mazzi di seta. Venni a Tokat, e da Tokat in Brussa, dove giunto trovai che le sete valevano assai, et però io le vendetti là et salvai il solo collo che aveva le lettere, et tornai a cavallo con diligenza a prenderne delle altre. Et dimandato perchè si messe a pericolo di discompiacer al re col perder tanto tempo rispose: l'ho fatto perchè li miei compagni tutti vendevano, et se non l'havessi fatto avriano detto: che vuol dir che costui non le vende, potendo avanzar tanto; e poteva entrar sospetto. Io incontrai altri che venivano per il medesimo viaggio, et comperai da loro le sete, con le quali sono venuto a Gallipoli, et da Gallipoli passato per la via di Narenta a Venezia; et disse che a Sarnizza furono aperte alquante balle di seta della carovana, per vedere se vi era alcuna cosa dentro, et non li trovarono alcuna cosa, et non havendo trovato niente gli mangiorno 20 talleri. Interrogato se ha compagni con lui, rispose che ha un figliuolo di suo fratello, et che sono 5 uomini computato il servitore; ma che nessuno nè anco suo nipote sa alcuna cosa perchè li va la sua testa. Dimandato dove sono alloggiati rispose in una corte a san Zuanne Novo nelle case di cha Zen. Dimandato se essendo la guerra in Persia lasciano andar le mercanzie su e giù rispose: a' mercanti da nessuna delle parti viene facta ingiuria nè nelle persone, nè nelle robe; et vedendo che erimo per licenziarsi si levò in piedi et fece oration, secondo il suo uso, et disse: Io son venuto qua per servitio del mio re, et prego Dio per la sua felicità et anco per la vostra; al che gli fu risposto, che se gli useria in questa città ogni cortesia et favore; et esso ringratiò che el se avesse fatto venir in questo luoco secretissimo «perchè essendo condotto in palazzo alla presentia del principe a dir quelle poche parole che dissi, me tremava le gambe».
_Espositioni Ambasciatori 1580-83._
DOCUMENTO XXIX.
1600, 8 giugno.
Avendo il Nores dragomano della lingua turca, fatto sapere che era giunto in questa città un Persiano con sei ovvero otto in compagnia, soggetto di stima e di molta grazia appresso quel re, e che desiderava far riverenza a S. S.tà fu dato ordine che per oggi fosse introdotto nell'ecc. Collegio dove venuto fu fatto sedere sopra gli ill.mi sig. Savj di Terraferma; ed interpretando lo stesso Nores disse il persiano: che il suo potentissimo re lo aveva mandato in questa nobilissima gran città, e commessogli di presentar le lettere sue e baciar la mano a S. S., la qual inteso questo tanto rispose: che la sua persona era ben veduta e che si sentiva piacere del suo salvo arrivo dopo così lungo viaggio, e che le lettere si riceverieno con gratissimo animo, desiderandosi ogni bene al suo signore. Replicò il Persiano che rendeva molte grazie della amorevole volontà che se gli mostrava, e che essendo il nome veneziano non solo amato, ma riverito grandemente nel suo paese, abbracciandosi e favorendosi in tutte le cose li mercanti che vi capitano, desiderava il suo signore che continuassero ad andarvi, e che all'incontro fossero protetti e favoriti quelli che venissero di là. Disse S. S. che si era ben certi dell'ottima volontà del suo re verso le cose della Repubblica, che se ne teneva molto conto con una perfetta corrispondenza e con vivo desiderio di ogni sua prosperità, onde poteva ognuno rendersi sicurissimo che li sudditi di sua maestà saranno sempre ben veduti. Allora il Persiano soggiunse: che essendo venuto con diverse robe del suo re, per contrattarne e comperarne altre in questa città, come quello che ha la cura principale di provvedere le molte cose per servigio della casa sua, desiderava due grazie: l'una che avendo bisogno per lo stesso servizio di far tingere certi panni di alcuni colori che si usano in Persia, e per quanto intende sono proibiti in Venezia, supplicava gli fosse concesso di farli tingere a modo suo, e l'altra che avendo fatta elezione di due senseri per smaltire le suddette sue robe e comprarne d'altre, desiderava che questi fossero chiamati, ed ordinatoli che procedessero con diligenza e sincerità affinchè egli potesse spedirsi presto.
Il ser.mo gli rispose che desiderava fargli cosa grata, e che questi signori secondo la forma del governo sarebbero insieme, per dargli risoluzione sopra di ciò con la risposta alle lettere del suo re.
Mostrò il Persiano di restar soddisfatto, e disse che non avendo altro il suo signore da mandar in segno dell'amore che porta a questa serenissima Repubblica, le mandava a donare un panno tessuto d'oro e di velluto con figure, fatto far apposta per questo effetto.
Di che essendo stato ringraziato da Sua Serenità, egli prese licenza e partì.
_Espositioni Ambasciatori._
DOCUMENTO XXX.
1600, 8 giugno.
_Al famoso e celeberrimo principe e signore d'alta e felice prosapia, dominatore di paesi e di provincie, amministratore della giustizia, fondatore del vero modo e forma di governo, singolare fra i principi della nazione cristiana, ornato di virtù, valor e potenza, pieno di pompe, maestà, grandezze, il famosissimo giudice e signore di Venezia, il cui fine sia prospero e felice._
Dopo li molti ed onorati saluti che si convengono alla sua dignità e grandezza, i quali se ne vengono accompagnati dalla sincera amicizia ed amore che derivano dall'intima parte dell'animo nostro desideroso di ogni suo bene, se gli fa colla presente regal lettera amichevolmente sapere: che essendo nostro desiderio e principale oggetto di conservare sempre sincera amicizia e confederata unione colli principi famosi e gran signori cristiani, ed essendo il solito dei gran re e principi per confermazione e stabilimento dell'amore ed amicizia, rinnovare bene spesso tra di essi la memoria dell'affezione e benevolenza, et visitarsi l'uno con l'altro per via di amorevoli ed amichevoli lettere, mentre che non si possi fare ciò presenzialmente e colle proprie persone, valendosi anco uno dell'altro nelle sue occasioni ed occorrenze, come noi desideriamo che Ella se ne vagli di noi e conservi la nostra amicizia in quello stesso modo che conserviamo noi la sua; pertanto coll'occasione della venuta del valoroso e fidelissimo nostro uomo Efet beg agente e negoziatore della riverita nostra corte, il quale è stato spedito e mandato in quella parte per alcuni servigi della propria nostra regal persona, non abbiamo voluto restare con la presente nostra gioconda lettera di dare una mossa e scorlo alla catena che tiene fra di noi congiunto e catenato l'amore e l'amicizia, e per dar anco occasione a lei di seguitare lo stesso uso, tenendo sempre aperta la porta agli uffici e complimenti et alla comune pratica e commercio. Onde giunto che sarà il suddetto nostro onorato e stimato uomo, desideriamo che Ella sia contenta di commettere alli suoi ministri ed agenti pubblici, che dovendo egli fare alcuni servigi in quella parte di ordine e commissione nostra, vogliano detti suoi ministri ed agenti prestare ogni suo favore ed aiuto nelle sue occorrenze, acciocchè possa egli con il mezzo della protezione ed aiuto loro, spedirsi tosto delli suoi negozi, ed adempiere quel tanto che gli è stato commesso per poter poi quanto prima fare ritorno a questo paese, nel quale se occorrerà alla sua felice persona cosa alcuna, ne la farà liberamente e senza alcun rispetto sapere, che dalla benignità e munificenza nostra sarà volontieri adempito ogni suo desiderio e richiesta.
Del resto desideriamo che la felicità, grandezza e potenza sue sieno perpetue e senza fine.
Senza data.--La sottoscrizione in stampa dentro del bollo regio, con il quale è solito di bollarsi solamente le lettere che si scrive alli re e principi posta abbasso nel fine della lettera, dice prima nel capo del bollo: Dio, Maometto et Alì, et poi più abbasso in mezzo del bollo dice: serenissimo Shàh Abbas re di Persia.
E nel principo della lettera in alto è scritto con lettere d'oro; Iddio puro et altissimo.
Tradotta per me Giacomo de Nores interprete pubblico.
_Filza 11, Esposizioni Principi._
DOCUMENTO XXXI.
1600, giugno.
_Al serenissimo re di Persia._
Le lettere di V. M. portateci dal valoroso Efet beg, ne sono state per ogni rispetto molto care, e gratissimo tutto ciò che ella si è compiaciuta di significarci, per espressioni del suo cortese animo verso la nostra Repubblica, la quale avendo conservata sempre antica e sincera amicizia colla sereniss. sua corona, riceve al presente singolare contento, che dalla M. V. le sia corrisposta con queste dimostrazioni amorevoli, da noi largamente meritate, per il desiderio che tenemo di darle maggiormente a conoscere che la stessa buona amicizia resterà in ogni tempo dal nostro canto fermamente stabilita sopra un sincerissimo affetto verso di lei, et accresciuta dall'amorevole protezione dei sudditi suoi che capitano in questa città, dove sogliono essere così ben veduti e trattati, che possono loro medesimi renderle indubitato testimonio, quanto riesca a noi di consolazione, che li nostri siano all'incontro favoriti da lei, onde il commercio abbia ad ampliarsi a maggior benefizio dei comuni sudditi; ed a perfetto stabilimento della nostra buona amicizia ed intelligenza, la quale siccome già vedemo conservarsi dalla M. V. perchè con abbondanza del suo affetto chiaramente espresso in esse lettere, ha voluto complir ad un tratto a tutti gli uffici, che per la distanza del paese non possono esser tra noi molto frequenti: così la pregamo di esser certa di non dover in alcun tempo mai desiderare migliore, nè più ben disposta volontà di quella, che avremo di comprobarle in tutte le occorrenze la ottima corrispondenza del nostro sincerissimo animo; e gli anni di lei siano molti, accompagnati da continue prosperità e da ogni altro felice avvenimento.
_Nella Miscellanea atti turcheschi. Arch. Gen._
DOCUMENTO XXXII.
_Traduzione fatta da me Giacomo de Nores interprete della ser. Rep. di una lettera scritta in lingua persiana da Shàh Abbas re di Persia, portata da Fethy bei suo agente e servo. Di sopra della lettera è scritto con oro:_
Dio immacolato e altissimo.
_Et poi comincia di sotto._
Al famoso ed eccelso principe, e signore di alto stato, dominatore di paesi e di provincie, amministratore della giustizia, osservatore del vero modo di governo, eletto tra i principi grandi della nazione cristiana, unico tra i potenti della generazione credente il Messia, ornato di gloria onor e potenza, pieno di pompe prosperità e grandezze, il famoso ed eccelso principe di Venezia le sue grandezze durino sempre.
Dopo li onorati e sinceri saluti, che procedono dalla buona amicizia, amore ed unione d'animo, che è fra di noi, le si fa colla presente nostra real lettera amichevolmente sapere, che essendo costume del nostro reale animo di augurare sempre prosperità e grandezze alli nostri buoni amici, prima d'ogni altra cosa, preghiamo con questa nostra che le sue azioni sieno conformi alla volontà di Dio, e che abbino buon e felice fine. Da poi le dicemo che per l'inclinazione e desiderio che noi abbiamo di stabilire l'amicizia ed amore con tutti li principi grandi e signori della cristianità, ed in particolare colla sua eccelsa persona come principe famoso e potente, tenemo sempre le porte aperte a tutti quelli che vengono da quei loro paesi e massime da Venezia, i quali sono da noi ben veduti e favoriti, ed ognuno se ne ritorna contento e soddisfatto della reale cortesia e buoni trattamenti che gli si usa.
Ora dunque confidando noi che all'incontro lei ancora per la stima che fa della nostra amicizia sincera ed amore, debba fare il medesimo con li nostri, acciò che si continui tanto maggiormente la pratica ed il commercio fra li mercanti dell'una e l'altra parte, abbiamo voluto mandare ora a quel paese l'onorato agente nostro e servo nominato Fethy bei per alcune cose necessarie al nostro real servigio e specialmente per provvedere di alcune armi archibusi e zacchi fini che gli abbiamo commesso per servizio proprio ed uso della nostra real corte. Pertanto desideriamo dalla sua eccelsa persona, che per amor nostro egli sia visto con occhio benigno e protetto in ogni sua occorrenza e bisogno, commettendo inoltre alli suoi onorati ministri e servi, che dovendo il suddetto Fethy bei nostro onorato servo ed agente comperare le suddette armi archibusi e zacchi di nostra commissione, debbano essi ministri prestargli ogni favore ed aiuto per trovare cose che sieno onorate e degne della nostra real persona, acciocchè ben servito di ogni cosa se ne possa egli ritornare presto alla nostra felice corte. E se all'incontro occorrerà alla sua eccelsa persona cosa alcuna, delle cose preziose che si trovano in questi paesi, ne la farà come buoni amici sapere confidentemente, che sarà adempito ogni suo desiderio e mandato tutto quello le farà di bisogno. Del resto desideriamo che osservando le condizioni dell'amicizia, voglia esser contenta di visitarci qualche volta con sue onorate lettere come faremo ancor noi colle nostre. E per fine preghiamo che le sue grandezze e prosperità e onori sieno perpetui, e con lo aiuto celeste si termini in bene ogni suo desiderio.
Senza data.
In luogo della sottoscrizione è posto al fine della lettera il sigillo grande del re qual dice: Shàh Abbas servo del miracoloso uomo Alì protettore del regno.
_Iscrizioni veneziane, del_ Cicogna.
DOCUMENTO XXXIII.
_Tradutione della Nota del presente del re di Persia, bollata con il suo proprio bollo._
Nota del presente che si manda da parte di S. M. potentissima, al famoso et eccelso principe di Venetia con Fethy bei suo honorato servo et agente.
Un manto tessuto d'oro
Un tappeto di velluto tessuto con oro, et argento
Un panno di velluto tessuto in oro, con figure di Cristo et di sua madre Maria
Tre cavezzi tessuti in oro
Tre schietti tessuti con seta.
_Esp. Principi._
DOCUMENTO XXXIV.
1603, 6 marzo in Pregadi.
Essendo a proposito deliberare cosa alcuna intorno li strati che il serenissimo re di Persia ha mandato a donar a Sua Serenità l'anderà parte:
Che il suddetto strato qual sarà qui sottosegnato sia juxta la legge mandato alla chiesa di S. Marco. E da mo, sia commesso alli procuratori di detta chiesa che debbano far convertire le vesti in tante pianete e paramenti come loro piacerà meglio; et il tappeto sia conservato in detta chiesa da essere nei giorni solenni quando il serenissimo principe va in cappella accomodato su lo sgabello dove se inginocchia Sua Serenità:
Un manto tessuto d'oro
Un tappeto di seda tessuto d'oro, lungo braccia 4 alto 3
Un panno di seta ed oro a figure, lungo 3 braccia circa con 14 figure
Tre veste di seta ed oro a figure, lunghe braccia 2
Tre altre veste di panni di seta senza oro o figure, di lunghezza braccia 3,7 circa.
Et da mo che delli danari della Ser. Rep. siano spesi fino alla somma di ducati 100 in tanti rinfrescamenti, come parerà al collegio nostro, per presentarli parte a parte al persiano che ha portato il suddetto presente.
De si 173 No 2 Non sinceri 10
_Commemoriale XXVI._
DOCUMENTO XXXV.
1603, 2. settembre in Pregadi.
_Al Serenissimo re di Persia._