La Repubblica di Venezia e la Persia
Part 18
È posta essa città per dir il tutto della medesima, sopra una gran pianura, poco lontana da alcuni monticelli, essendogli vicino un colle dove anticamente vi era un castello, come si vede dalle ruine che vi sono al circuito. Questa città ancorchè non abbia muraglia, è di quindici miglia e più, ed è in forma lunga, onde che da un luogo che si addimanda Nassar fino all'uscir della città verso Casbin, vi è quasi una piccola giornata di cammino e vi sono però infiniti giardini, e luoghi vacui. Le contrade sono quarantuna e per ogni contrada vi è un bazaro, di modo che si può dire che in ogni contrada vi sia una piccola terra abbondantissima, ma sopra tutto di cose magnative. L'aere è felicissimo, sì d'inverno come di estate. Li frutti superano di bontà e di bellezza quelli di qualsivoglia altro paese. La città è mercantile, concorrendo in essa le merci e caravane d'ogni parte del regno; ma ora il negozio della mercanzia patisce molto, rispetto alle cose della guerra che la Serenità Vostra ha con il Turco, perchè dove due colli di seta, della quale il paese è abbondantissimo, valevano quattrocento e più zecchini, si vendono meno di duegento. Le spezie che vengono per via di Ormuz, non vi è persona che le guardi, perchè il suo corso ordinario era in Aleppo; ora non vi essendo in che contrattarre, restano abbandonate da qualche parte in poi, che vengono condotte a Costantinopoli stessa, e di là in Bogdania, spargendosi per la Polonia, e di là in Danimarca, Svezia ed altri luoghi; ma sono tanto grandi le spese, che li guadagni riescono piccolissimi, se però non vi si perde; avendone fatta la prova alcuni Armeni ch'io vidi in Tauris; e tanto più si verranno a raffreddare tutti i negozi, quanto che un gentiluomo inglese addimandato il signore Tommaso da Londra, venuto in detta città con molte facoltà di pannina per via di Moscovia, sotto nome di ambasciatore della regina, essendo venuto a morte, il sultano di Shirvan gl'intertenne tutte le robe, per il che li compagni ch'erano con lui convennero spendere gran quantità di danari per riaverle, sicchè per questa causa non si deve sperare che da quelle parti le faccende abbiano a continuare. Nel regno di Corassan si lavora di panni di seta, e specialmente di velluti, li quali possono stare al paragone delli genovesi e d'altri luoghi. Lavorano delli rasi e damaschi con quella bellezza e polizia che si sogliono fare in Italia e sono a buon mercato.
Nel detto paese di Persia non vi sono merci d'oro, nè d'argento, nè di rame, ma solamente di ferro; però quelli che conducono argenti di Turchia in Persia guadagnano venti per cento, e dell'oro da quaranta in cinquanta per cento, e delli rami, quando dieci e quando venti e più per cento. Vero è che vi sono gravi spese per esser proibito il portar dei metalli nel predetto paese.
Ora venendo alle forze di questo re, parmi considerar prima e principalmente l'entrate.
Ha questo re come cosa principale, contra l'ordinario di tutti li regni che sogliono cavar l'entrate loro dalli dazi, il costume di prendersi una parte delli frumenti, biade ed altre cose che produce la terra, e delle vigne e praterie si paga d'ogni mille, il valore di sessanta archi, che sono alcune loro misure, che dieci fariano la misura di un campo; di tasse, dalle case de' cristiani cava cinque per cento di tributo; in alcune parti cinque ducati per casa, e in alcune altre, sette e otto secondo la fertilità e bontà del paese. Degli animali, per ogni quaranta pecore quindici bisti all'anno, che sono tre ducati di nostra moneta, e per ogni vacca dieci bisti all'anno, che degli animali maschi non si paga. E questi sono li dazi del re e le sue entrate; le quali dicono al presente che ascendono alla somma di tre milioni d'oro.
Le spese poi ch'escono dal tesoro di sua maestà sono veramente pochissime per quanto si vede; perchè esso re non è in obbligo di pagare altro che cinquemila soldati, chiamati da loro Kurdi, che sono la guardia della sua persona, scelti fra la miglior gente e la più bella che sia in tutto quello stato; nè manco a questi dà paga in contante, ma in quel cambio dà loro vestimenta e anelli, ponendoli a quel prezzo che gli pare. Vero è che ha undici figliuoli come ho detto, e che ognuno di loro tien corte separata ed onorevole; ma non si sa quello dia loro.
Di sultani, come si è detto, sonvene da cinquanta, de' quali si forma tutta la milizia di questo re, tenendo diviso in cinquanta parti lo stato suo, oltra quello che tiene lui e li suoi figliuoli, il quale non è sottoposto a cura di nessun altro. Detti sultani hanno in condotta da cinquecento fino a trecento uomini a cavallo per ciascuno, i quali separatamente cavano dalle regioni a loro assegnate, tanta entrata che possono mantenere dette genti e cavalli, e far fare le mostre spesse volte; sicchè in occasione di guerra non ha altro pensiero, che spedire alli sultani un corriere uno o due mesi innanzi, che, per esser sempre all'ordine, vengono senza difficoltà dove sono chiamati, e possono ascendere in tutti al numero di sessantamila, benchè la voce sia di molti più. Sono genti per l'ordinario di bello aspetto, robuste e ben formate, e di gran cuore, e desiderose di guerra.
Usano costoro per armi da difesa la corazza e la targa, e vi sono anco molti elmi, e da offesa la freccia e gli archibusi, il quale non vi è soldato che non l'usi; ed è ridotta quest'arte in tanta eccellenza, che quanto alla perfezione superano i loro archibusi quelli di ogni altro luogo, ed anco quanto alla tempra eccellente che gli danno: sono le canne di detti archibusi per l'ordinario sette spanne di lunghezza, e portano poco manco di tre oncie di palla, gli usano con tanta facilità, che non li impedisce punto la spada, la quale tengono attaccata all'arcione del cavallo per adoprarla quando bisogna. L'archibuso se lo accomodano dietro la schiena con tanta facilità, che l'una cosa non impedisce l'altra.
Li cavalli sono ridotti in tanta eccellenza di bellezza e di bontà che non han più bisogno di farne condur da altre parti, e questo dalla morte di sultan Bajazet in qua, perchè detto signore venne in Persia con bellissimi cavalli caramani, e cavalle arabe eccellenti, i quali furono donati nel passare; e di poi che dal presente re fu fatto ammazzare, gli restorno dieci mila tra cavalli e cavalle dalle quali è riuscita al presente una razza così bella, che gli Ottomani non ne hanno una tale. Restarono poi anche di detto Bajazet trenta pezzi di artiglieria, oltre li danari ed altre spoglie.
Oltre le forze dette, ha il re di Persia quella di aver fatto disertare li paesi verso li confini del Turco da ogni parte per sei e sette giornate di cammino, e rovinar quei castelli che v'erano, per assicurarsi sempre più da detti Ottomani, che non gli venga volontà d'impadronirsene e tenerseli.
Parendomi avere abbastanza detto a Vostra Serenità delle fortezze di questo re, parlerò ora delle pertinenze ed intelligenze che ha con gli altri principi vicini.
Ha esso re pretensioni sopra li paesi toltigli dall'imperatore Ottomano, cominciando dal fiume Eufrate da quella banda sino a Babilonia, e verso ponente sopra il paese di Diarbek e Armenia minore. Ha esso re intelligenza, e da lui dipende un principe cristiano, signore de' Giorgiani, ed è suo tributario di venti mila ducati all'anno, ed ha il suo stato vicino al mar Caspio; il qual principe in occasione di guerra contra Ottomani potrebbe servire con dieci mila uomini a cavallo, tutta gente florida e valorosa.
Vi sono anco alcuni signorotti turchi, Kurdi, quali stanno sopra certe montagne tra l'Armenia minore (verso quella parte dei Giorgiani, che è posseduta dal Turco) e il mar Maggiore, sopra le quali montagne essendo io passato, ed avendo veduto io in Erivan preparazioni di genti, detti signori tenevano per fermo che fosse contra sultano Selim, onde mostravano di sentir grandissima contentezza, e facevano preparazioni per mettersi all'ordine alla guerra; ed essi tutti uniti potriano fare tre in quattro mila cavalli di rara bontà.
Ora non mi pare di dovere più tediare Vostra Serenità, massimamente avendole io con mie lettere dato conto di mano in mano del mio negoziato e del mio viaggio. Nel qual viaggio fui crudelmente battuto sotto la pianta dei piedi in Erzerum, e mille volte a pericolo di crudelissima morte, cercato da tre ciaussi di Alì pascià, di Erzerum, che mi aveva per spia; e dopo essere scampato dalle loro mani, corso in infiniti altri pericoli e disagi. In premio di che non addimando alla Serenità Vostra altro che la sua buona grazia, ed occasioni di poterla sempre servire.
_L'originale fu di recente scoperto nell'archivio dei Frari dal signor Pasini. Colla scorta di quello si potè riscontrare la presente relazione, già pubblicata dall'_Albèri, _nel vol. II, serie III,_ Relazioni venete.
DOCUMENTO XXVII.
Dopo molte onorate et degne salutationi, che a così gran signori se li conviene, li desideramo stato felice fino al finimento del mondo. Si fa sapere all'Altezze Vostre per bocca di khan Mehemet e di Emirissè sultan nostri buoni e cari amici, come siamo pronti a quanto ne invitaste per lo passato, e più che mai continuiamo nel medesimo volere, però se ancor voi siete dello stesso parere lo farete intendere. Chogia Mehemet è nostro, el quale per aver avuto amicizia in Venezia con Vincenzo che fu in Tauris, è stato introdotto in questo negotio con il mezzo di chogia Cabibulà: al quale Mehemet abbiamo commesso che con gran prestezza si debba trasferire a voi, e darvi conto che siamo in campagna con 200 mille persone, se incaminiamo verso le parti di Babilonia. Però di gratia espedirete il detto chogia Mehemet, et sano lo inviarete dandoli boni avvisi, facendo passare con segretezza.
_Espositioni Principi 1580._
DOCUMENTO XXVIII.
1580 al 1º di maggio.
Essendo tornato il Serenissimo Principe dal Gran Consiglio et ridotto nella sua anticamera, con li clarissimi messer Zuane Donato consigliere e messer Alvise Foscari capo dell'Illustrissimo Consiglio dei X, secondo l'ordine posto nell'eccellentissimo collegio, comparve il fedelissimo Vincenzo de Alessandri, nodaro ordinario della cancelleria ducal, et con lui un persiano huomo di età d'intorno alli ottanta anni, il quale appresentatosi molto humilmente a S. Serenità espose la sua ambasciata, e diede due lettere una scritta in persiano e l'altra in turco, la prima fu letta da esso persiano, la seconda dal predetto Alessandri, et perchè nelle espositione e nelle lettere erano molti particolari che difficilmente si sariano potuti raccordare per poterli mettere in scrittura comodamente, fu posto ordine che questo si facesse in casa del predetto Alessandri, dove si poteva andare sicuramente, per essere la sua casa posta in tale luogo che non si saria veduto da alcuno; et così alli tre del medesimo ridotti noi Antonio Milledonne, e Domenico Vico segretari et humilissimi servitori di Vostra Serenità alla casa suddetta alle ore 10, ritrovassimo il suddetto persiano che aspettava, al quale facessimo dire per il detto Alessandri che S. Serenità gli faceva intendere che se aveva bisogno di qualche favore, se lo faria prontamente; qual rispose «come haverei io ardimento di dimandare alcuna cosa, essendo suo schiavo?» Si passò poi a dire che essendo stato grato a S. Serenità quanto esso le aveva esposto, et però desiderando di averlo in scrittura eravamo venuti qui per udirlo un'altra volta da lui medesimo, che però fosse contento di dirlo a parte perchè si scriveria il tutto; il qual rispose «volontieri sta ben» et disse:
Che essendo il re di Persia in Kasbin, già sei mesi circa disse alli suoi sultani del sangue: che già qualche anno, fu a suo padre un huomo mandato da' Venetiani, et dimandò se vi fosse qualcuno che si ricordasse di quel fatto, perchè lui a quel tempo se trovava in Korassan: che però vorria, che se non lo si sapeva da loro, si mandasse in Tauris da Mehemet khan, che è principal sultan et del sangue per intendere da lui come passò la cosa. Et così fu mandato in Tauris, et Mehemet khan mandò a chiamare chogia Cabibulà che è un vecchio ed onorato mercante, che è stato altre volte a Venezia insieme a chogia Succurlà che è visir, il qual secondo il costume del regno, quando bolla le lettere le bolla con tre bolli, che è quanto il bollo del re, perchè gli altri sultani bollano con un bollo solo.
Il predetto chogia Cabibulà, essendo chiamato, portò a presentare (secondo l'uso del paese, che ognuno che è chiamato da' sultani del sangue, porta presenti) una vesta di panno, una fessa da testa, ed un gottonin, et andò al detto Mehemet khan et disse quello che il comandava. Gli domandò il sultan: se conosceva quelli che furono mandati da Venetia al re vecchio; lui rispose: cognosco. Gli dimandarno del nome, disse che non sapeva il suo nome, ma bensì che erano venuti, et che si trovava in Tauris chogia Mehemet il quale in Venezia aveva avuta cortesia da quello che fu in Tauris, che forse sapria dir il nome; et così mandarno a chiamar me che sono il sopradetto chogia Mehemet.
Io andai insieme con chogia Cabibulà, et narrai come fui preso al tempo della guerra dalla galea Trevisana, che mi tolsero in fallo per turco, se ben aveva patente del Zaguri console in Ragusa e da quei signori di Ragusa, e toltami la roba; ma che li signori venetiani mi liberarono, et fecero restituir la roba; et fu causa di questo favor, quell'huomo che fu in Tauris, et che il collegio di Venetia viste le patenti mi fece espedire. Chogia Cabibulà mi disse: che lui aveva visto quell'huomo, et che el ghe aveva insegnà la strada de ritornar a Venezia, ma che el no saveva el so nome; et che il sultan ghe lo domandava; che però se 'l savesse ghe 'l dovessi dir. Io risposi ch'el saveva, et che l'aveva nome Vincenzo, et così tolsero il nome in nota. Io trovandomi alla presentia dei sultani sopradetti, mi dissero: dapoi che tu conosci quel Vincenzo e che sei stato altre volte a Venezia, volemo che tu vi torni a portarvi alcune lettere. Io dissi che sono vecchio di 78 anni, come vuol sua signorìa che vada? Non ardii di dir altro alli sultani, ma ritirato con chogia Cabibulà, mi escusai che non avria possuto per la mia età far questo viaggio; ma lui mi disse: non dir così, perchè bisogna far quello che comanda l'imperatore, e questo è il suo comandamento.
Intendendo li sultani la mia escusazione, per consolarmi et acciò potessi fare il viaggio mi concessero 20 case di una villa con li suoi terreni, et mi fecero e bollarono la patente della concession et della esenzione. Io non potei mancare di adempire il comandamento del re dettomi dalli sultani; mi messi in ordine per partire: et fu detto che dovessi fare il servizio secretissimamente.
Da poi fui chiamato et mi diedero due lettere, et mi dissero che dovessi dire alli signori di Venetia, che loro stavano nel medesimo proposito, che li mandarno a dire; ma che allora non si potè effettuar perchè viveva il re vecchio il quale haveva molte indispositioni; ma che tutti li sultani aveano giurato per Alì, che al presente non volevano deponer le armi per anni 15, fino a che non debellavano i Turchi ovvero non erano essi debellati; et che dovessi aggiungere che se li signori Veneziani, haveranno il medesimo proposito, che si continuerà ancor più lungo tempo la guerra; ma che se li mandi un segno della sua volontà: perchè noi non volemo da loro suoi eserciti, ma solamente la volontà, et che nelle sue chiese secondo la forma della sua religione faccino dire delle oration per noi; et che il re del Portogallo che comanda in Ormuz dove sta un persiano, come saria a dir bailo, aveva dato ordine che siano mandati in Persia 20000 zecchini et quel più che facesse bisogno per la guerra. Che i Turchi avevano mossa questa guerra ingiustamente, senza causa, come credono che si sappia; et però loro aveano posti in ordine li suoi eserciti, et che si erano ridotti insieme alcuni re del sangue, che sono verso la India, nominati Bairam Mirza fiol d'un fratello di Thamasp re vecchio, Sciam Mirza, Eleas Mirza, Siringuineat Mirza et sultan Caidar; che questi fanno un consiglio creato di nuovo, e che così il re li chiamò tutti e li disse: sono tre anni che questi infedeli ne molestano, bisogna far una buona risoluzione che o noi li vinciamo loro o essi ne vinca noi; et essi sultani risposero che era ben onesto, perchè li Turchi li avevano tolti molti paesi, che era vergogna che li tenessero, però bisogna armarsi e ricuperarli, perchè i Turchi avevano mancato della fede e rotti li capitoli, et che non temevano Dio, ma che osservavano li loro giuramenti quanto solamente lor metteva conto. Che li sopradetti re messero insieme per aiuto del re di Persia 70 mila persone, li quali vennero per la parte delle Indie che si chiama Konducar. Che il re di Persia oltre questi, ha 80 mila persone delle sue. Che el re di Lar, qual è tributario del re di Persia e gli paga 5000 tomani (che un toman è da circa 20 scudi), questi gli ha dato 15 mila uomini a cavallo armati. Che Sanabat re dalla parte di Ghilan, ancor esso tributario, ha dato 10 mila archibusieri. Che el re di Ghilan nominato Sciempsi khan, ha dato 10 mila uomini tutti a cavallo armati; che el re di Persia ha tolto per donna una figliuola di Abdulà khan re dei Tartari. Che dei signori Georgiani fratelli, nominati uno Simon e l'altro Davit, che cristiani loro sono, il re di Persia conoscendoli valorosi ha data a Simon una sua figliuola, et lui s'è fatto persiano, restando il suo fratello cristiano; questi li danno 20 mila gentiluomini, che sono tutti cristiani.
Domandato come sapeva questi particolari, rispose: questa cosa è pubblica in Tauris, ma li sultani me l'hanno detto di bocca propria, perchè lo riferisca alli signori Venetiani, et mi hanno anco detto come è distribuito l'esercito; et poi disse da se: mi meraviglio che tu mi dimandi queste cose, perchè l'armata che è a Venezia no se sala a Padova e in tutte queste bande? Questo non è un pomo che se tegna ascoso. Gli fu detto che non si meravigliasse se ghe vien domandato qualche cosa, perchè si fa per poter chiarir meglio il tutto, e non perchè non si creda quello che lui dice; rispose che questo non importava niente, e gli fu detto che dicesse la divisione dell'esercito.
Disse che 50 mila persone erano sotto la custodia di Bairam Mirza, verso la parte di Babilonia, il quale è andato per guardar et rovinar quel paese: che altri 50 mila erano sotto la custodia del fiol di Sciam Mirza, el quale è andato nel paese di Soresul et ha preso quel bascià et ammazzato con ruina di quelle genti de' quali ne furono menati da 300 vivi a Kasbin. Che Beram Mirza, con 50 mila ancor esso è andato contro Ustret bascià verso Van; et che el resto dell'esercito è rimasto col re; dicendo che el se haveva scordato dire che el fiol del re nominato Emir khan Mirza con Jocmat sultan, et gran parte delle genti erano all'incontro de Mustafà. Che quel fiol del re è generale dell'esercito, et quello che sostenta la guerra. Dimandato del nome del re di Persia rispose: Koda-Bendè. Dimandato se questo successe immediato al padre, ovvero altri prima. Rispose. Morto Schà Thamasp una parte voleva per re sultan Caidar Mirza, che era terzo figliuolo che governava al tempo del padre, ma la maggior parte voleva Ismaìl el secondo; onde si attacarno insieme; ma presto si sciolsero, poichè fu morto Caidar et electo Ismaìl, qual fece tagliar la testa a molti sultani, che gli erano stati contrari, onde ancor lui fu assassinato. Successe poi questo che regna che è il primo figliuolo, e si trovava a Korassan, il quale è huomo di 47 anni in circa, che non si parte mai da Kasbin; ha avuto mal de occhi, ma li medici lo hanno guarito; et soggiunse: io ho pur assai cose scritte nel cuore delli successi della guerra et specialmente di Shirvan, de onde Mustafà partì nudo; ma ho paura de attediar, se volete che dica, dirò. Gli fu detto che el dica, el disse:
Che quando se intese la partita di Mustafà con l'esercito dì Costantinopoli ognuno si meravigliò per esser lui uomo vecchio, e massimamente Tocmat sultan il quale lo conosceva molto bene per essere stati ambidue a Costantinopoli. De che sorte fosse l'esercito turco non lo starò a dire perchè voi lo sapete bene; ma essendo lui partito da Esdrun verso la Persia fino ad un luogo che si chiama il Cars, il che inteso da sultan Tocmat, mandò a presentargli 160 some di risi, di meloni et altri rinfrescamenti, et li mandò un uomo suo a domandare a che effetto era venuto tanto avanti nel paese persiano, Mustafà mandò a rispondere per un suo uomo, con presente di 10 cavalli, vesti di seta, e rinfrescamenti: che l'era venuto per sottometter li Georgiani li quali erano soliti per avanti a dar tributo al sig. Turco, e par che Tocmat sultan le aveva fatto dire che el paese di Cars era il confin, et che se l'era venuto per prender quel paese, sopra ogni sasso si lasceria una testa dicendo: Cars è un luogo rovinato che divide el paese del Turco dai Persiani. Mustafà rispose che Dio guarda, ma che l'era venuto per Georgiani come di sopra. Che sultan Tocmat li fece anco dire, che lui non credeva che fosse mente del suo signor di romper li capitoli che erano fatti; perchè li giuramenti passano da un re all'altro, che questo saria con danno dell'anima dei morti, ed anco di quei che vivono; et che se lui veniva per fabbricar Cars che lo rifabbricherieno con tante teste dei Turchi.