La Repubblica di Venezia e la Persia
Part 17
Nella città di Massinuan furono presi alcuni assassini, i quali avevano ammazzati alcuni mercanti, e toltogli le robe; i presi furono menati alla giustizia. Il giudice, venuto in luce del tradimento, si fece portare il furto, poi licenziò li delinquenti, tenendo una parte delle robe per lui, e l'altra mandando a Casbin ad alcuni sultani in presenza dei padroni di esse robe. E andando io alla corte ogni giorno, li vedevo a stracciarsi i panni, montar gridando per le mura del palazzo e dire ad alta voce al re che cosa egli faceva, e da che causavasi che egli non volesse rimediare a tanta ingiustizia. Per il che furono molte volte ben bastonati, e con le pietre fatti saltar giù dalle mura, nè mai fu loro possibile essere uditi. Oltre di questo, nella città di Tauris, sedici ladri armati con archibusi scalarono di notte il principal fondaco di quella città, il quale si chiama Kan del signore, dove vi erano da quaranta mercatanti; e sapendo i ladri che tra gli altri, Achmet celebre mercante d'Algeri si trovava buona quantità di danari contanti, ruppero le porte della camera del detto Achmet, e lo ammazzarono, pigliando trenta tomani, che fanno sei mila scudi, oltre alcune verghe d'argento e altre robe; ed essendosi mossi li mercanti per la difesa del fondaco, furono colle archibugiate fatti ritirare nelle stanze. Pochi giorni dopo, vicino alla casa dove io ero, fu dalli medesimi ladri, la notte con lanterne, assaltata la casa di un Armeno, e toltigli quattro colli di seta, e per quello si disse fu veduta la detta seta in casa del sultano di Tauris; e sebbene di tutte queste cose se ne siano fatte querele alla corte e trovati li ladri, non si è perciò proceduto per via di giustizia contra di loro, mostrando il re di non curarsene punto. Oltre di questo, un mercante Turco, chiamato Kara Seraferin, usato anco a venire in Venezia, essendo in Casbin in un fondaco, ed avendo inteso i Kurdi, i quali sono quelli che guardano la persona del re, essere detto mercante ricchissimo, presero occasione di fargli un pasto, e trattenerlo tanto, che li compagni, li quali aveano tolta una bottega affitto contigua a detto fondaco, ruppero il muro, ed entrorno dentro, e gli rubarono dodici mila ducati contanti. Il detto mercante tornato alla stanza subito si avvide del fatto, ed andò alla porta del palazzo, ed avendo amicizia di molti sultani, fu introdotto dal re; e querelando i detti Kurdi che lo avevano invitato, come consapevoli di questo fatto, il re fece chiamar li Kurdi, li quali negorno; ed instando il mercante che fossero messi in prigione, e preso il loro costituto separatamente, il re disse che l'averia fatto per contentarlo, ma caso che detti colpevoli non avessero confessato, avria poi fatto tagliar la testa a lui; il quale, di ciò dubitando, non volle altrimenti continuare l'espedizione della causa. Ma pochi giorni dopo, coll'occasione di un giovine avendo scoperto come detti Kurdi avevano fatto il furto, fece il mercante esaminare li testimoni per il giudice della città di Casbin, e presentò il loro detto al re con quattrocento ducati di dono, acciò fosse spedito presto da sua maestà. Il re mandò per li detti Kurdi, ai quali furono trovati li danari avendone spesi pochi, e comandò che detto denaro fosse posto nel tesoro, ordinando che il detto Cara Seraferin non gli fosse più introdotto innanzi. Questo fatto diede grandissima occasione a tutte le genti di ragionare, e di dolersi della poca giustizia del re, benchè ogni dì si veda seguire di simili effetti, curandosi egli poco di sentire i suoi sudditi per tal causa lamentarsi; ed un giorno il re disse ad un vecchio Kurdo suo buffone, quale dormiva nell'anticamera, d'aver quella notte dormito assai bene, avendolo sentito cantare; al che il buffone rispose che non sapeva che il suo canto avesse forza di addormentare sua maestà, perchè quando l'avesse saputo non averia mai aperto la bocca, acciocchè anche ella stesse svegliata a sentire li pianti e li lamenti che tutta la notte facevano li poveri suoi sudditi, per cagione degli assassinamenti fattigli per le strade e per le terre proprie, dicendo che nel libro delle querele da otto anni in qua vi eran scritte più di diecimila persone, ch'erano state ammazzate. Questo dispiacque molto al re, il quale con alterazione d'animo disse, che bisognava prima fare appiccar lui e li suoi compagni, dalli quali venivano tutti li mali, intendendo delli Kurdi; e ciò non è maraviglia perchè non gli dando le loro paghe, sono forzati andare alla strada, e fare di simili altri effetti, tanto più quanto che vedono che in materia delle cose di giustizia, come ho detto, il re non prende alcuna cura, o pensiero. Da ciò avviene che per tutto quel regno sono mal sicure le strade, e nelle case si corra anco di gran pericoli, e li giudici quasi tutti dalla forza del denaro si lasciano vincere.
Con verità si può anche dire, che mai questo re abbia avuto inclinazione alle cose della guerra, ancorchè secondo il loro termine ne discorra con eccellenza, essendo uomo di pochissimo cuore; e se pure in qualche occasione si è mostrato di entrare in campagna, non lo ha fatto perchè la natura lo invitasse, ma sforzatamente, non essendo mai stato ardito di mostrar la faccia all'inimico, anzi con infinito suo biasmo ha perso in suo tempo tanti luoghi, che fariano assai ad un gran principe. Ma quello che sopra tutto gli è piaciuto, e piace al presente, sono le donne e li danari, le quali donne hanno messo tanto possesso nell'animo di questo re, che molti, non sapendo altro dire, affermano che l'abbiano affatturato, stando la maggior parte del tempo con esse ragionando, e consigliandosi con esse anche delle cose di stato, buttando figure di chiromanzia sopra le cose del mondo, scrivendo eziandio li sogni, e quando taluni vengono ad effetto, le donne gli ricordano, ch'egli è profeta di Dio; delle quali adulazioni egli ne sente grandissima contentezza, e sebbene è per natura avaro, con queste donne si può dire che sia prodigo, donandole di gioie, danari, e altre cose in gran quantità. Sogliono però esse donne, con licenza del re, alle volte uscire del serraglio, quelle però che hanno figliuoli, sotto pretesto di andarli a vedere in caso di malattia: ed io vidi uscire la madre di sultan Mustafà Mirza, il quale era alquanto indisposto, poco dopo mezzogiorno, col capo coperto con un caffetano di panno negro, cavalcando come fanno gli uomini, accompagnata da quattro schiavi e sei uomini a piedi.
Usa esso re molti elettuarj per fomentar la lussuria, ed a questo tiene gente apposta, ed a quelli che li fanno migliori dà gran premj. Suole anche dare in serbo le schiave donzelle alle sultane per non ci spendere intorno, e quando comanda che siano menate a lui, esse le ornano con gioie, ed altri ricchi ornamenti.
Ora sebbene dalle cose dette chiaramente si può conoscere l'avarizia di questo re, pure non resterò di dire alla Serenità Vostra alcuni particolari, li quali daranno maggior certezza di questo.
Manda esso re nel paese di Konducar per turbanti e boraccini, in Corassan per velluti, rasi ed altri panni di seta, ed in Aleppo per panni di lana; e di tutte queste robe fa far drappi, che dà in pagamento alli soldati, ponendogli a conto quel che vale uno, dieci. Piglia ogni sorte di presenti per piccoli che siano, nè all'incontro si cura di corrispondere; ed io vidi un vassallo del Turco venuto di Aleppo, con intenzione di farsi Persiano, il qual baciò il piede al re, e gli presentò un mulo e dodici ducati d'oro. Tolse il re li dodici ducati, e gli disse che gli restituiva il mulo, prendendo il suo nome in nota, come si suol far di quelli che vengono dal paese degli Ottomani, e mostrano tener conto de' Persi.
Di più si racconta quanto appresso: un soldato prese in tempo di guerra un figlio di un signore Usbech, uno dei maggiori nemici di questo re, il quale è di tanto seguito nei confini di Corassan, che il re è forzato di dargli quaranta tomani all'anno, che fanno ottomila ducati, acciocchè non dia molestia alle carovane che vengono dalle Indie: e volendo un altro soldato donare al predetto soldato per causa di tal prigionia, un villaggio e mille ducati, che glielo desse, esso volle presentarlo al re pensando di aver maggior premio; ma egli non gli donò altro che un cavallo in ricompensa di così gran prigione.
Mostra egli è vero questo re grandissima liberalità nel dar provvisione a molti, sebbene faccia l'assegnazione in luoghi che non vengono mai pagate, se non hanno gran favori, o non fanno donativi. Libera ogni giorno per l'anima sua molte terre dalli tributi ed angarìe, ma per il più passati due o tre anni li vuol poi tutti in una volta, come ha fatto nel tempo che io mi trovava alla corte nella terra di Tulfa, abitata tutta da uomini, i quali erano stati esenti per sei anni dal tributo, ed in una volta il volse tutto del tempo passato con danno e rovina di quei poveri cristiani, oltra lo aver mandato Cariambeg maestro di casa di sultan Caidar Mirza, luogotenente del re, a riscuoter detti danari con venticinque some di drappi e scarpe da vendere: usando esso re, ogni giorno mutarsi cinque volte di vestimenti i quali sono distribuiti a quei popoli, ponendogli a conto quel che vale uno, dieci, non bisognando però che alcuno si mostri renitente a pigliare dette robe, anzi aver per grazia grande il poterne avere. Il medesimo fu fatto nel paese di Alingria, abitato tutto da Latini, sebben non usino altra lingua che turca, persiana, ed armena; i quali oggi dalli Persiani sono chiamati Franchi.
L'arcivescovo di quel luogo si chiama l'arcivescovo di Erivan, il quale due volte è venuto qui a Venezia, come dalle patenti fatteli, l'una sotto il serenissimo Girolamo Priuli di febbraio 1561, l'altra sotto il serenissimo Loredan 1569, avendole io vedute e lette per essere stato in quel luogo quarantacinque giorni, per fuggir di essere perseguitato dalli ciaussi che dal bascià di Erzerum mi furono mandati dietro.
Vende esso re spesso gioje ed altre mercanzie, comprando e vendendo con quella sottilità che faria un mediocre mercante. Egli è vero, che già sei anni egli ha fatto un effetto piuttosto magnanimo che altrimenti, avendo levato ogni sorte di dazj che si trovano nel suo regno, i quali erano i maggiori che fossero in tutto il mondo: poichè di mercanzia, od altro, di sette parti ne pigliava una, oltre quello che li ministri toglievano. Vien però affermato che di ciò furono causa alcune visioni che gli vennero in sogno, dicendo che gli angioli l'avevano preso pel collo e dimandatogli se ad un re che ha nome di giusto, e che viene dalla casa di Alì, si conveniva con rovina di tante povere genti comportar dazj sì crudeli, e che però gli comandavano di liberare le genti. Si svegliò esso re pieno di paura, e comandò che per tutti li paesi del suo regno fossero levati li dazj. Ma di questo fatto si comprende chiaramente dagli effetti, che di giorno in giorno egli pare esserne pentito, e desiderare di accumular danari con mille e mille operazioni indegne di uomo, non che di re; le quali non racconterò così particolarmente alla Serenità Vostra per non l'attediare con la lunghezza loro, sapendo che le cose antecedentemente narrate, basteranno per far conoscere l'animo suo.
Passerò perciò a parlare della sua corte, la quale è divisa veramente sotto due capi; cioè il servizio del re, e il consiglio di stato.
Il servizio del re è diviso in tre sorte di gente; in donne, in figliuoli di sultani, e in schiavi comprati dal re o avuti in doni dal caramè, che così da loro è chiamato il serraglio dove stanno le donne. È da esse servito quando dorme di dentro, e sono tutte schiave circasse e georgiane; quando dorme di fuori è servito nelli servizi bassi, come nel vestirsi e dispogliarsi, dagli schiavi, de' quali ne ha da quaranta o cinquanta. Questi tengono anche all'ordine le cose di dispensa. La terza sorte di gente che lo servono, sono nobili figli di sultani, i quali non stanno nel palazzo regio, ma vengono mattina e sera dalle loro case al servizio, e sono ora più, ora meno, ma per l'ordinario sono al numero di cento. Vien servito a vicenda da loro nel dare l'acqua alle mani, nel presentargli le scarpe, e nello andargli dietro quando cammina per li giardini.
La ricompensa che il detto re dà agli schiavi che lo servono, da quindici sino all'età di venticinque in trenta anni, sempre con le barbe rase, è l'imprestar loro, a chi trenta, a chi cinquantamila ducati, al venti per cento, a chi per dieci, ed a chi per venti anni, ricercandone egli però il frutto d'anno in anno. Essi poi prestano a sessanta e ottanta per cento ai signori della corte che stanno in aspettazione di aver dal re gradi e governi, con buone cauzioni di possessioni e stabili, e caso che quelli che hanno preso il denaro nel fine dell'anno non si compongano con quelli che l'hanno dato del capitale o del prò, senza altro protesto gli vendono le case o possessioni, nè vi è altro rimedio a riaverle.
La ricompensa del servizio de' nobili sono i gradi della corte, come centurioni e capitani alla guardia del re, e sultanati che s'intendono essere governi delle provincie. Questo è quanto appartiene al servizio della persona del re.
Il consiglio veramente è un solo nel quale non vi è altro presidente che esso re, con intervento di dodici sultani, uomini di esperienza e d'intelligenza nelle cose e governo di stato; sebbene questo numero è alternato da quei sultani che di tanto in tanto vengono alla corte, ed entrano tutti in consiglio ogni giorno, eccetto quando il re va al bagno e quando si taglia le unghie. L'ora del ridursi, sì l'estate, come lo inverno, è dalle ventidue ore in poi, e stanno ridotti secondo le materie che si trattano, fin tre, quattro, cinque, sei, e sette ore di notte. Siede il re sopra un divano non molto alto da terra, e dietro alle sue spalle siedono li figliuoli quando si trovano alla corte, alla quale ordinariamente interviene sultan Caidar Mirza, che è come luogotenente del re, nè si parte da esso. All'incontro della faccia di esso re, siedono li sultani consiglieri per età, e dalla parte destra e sinistra siedono li quattro grandi consiglieri da loro chiamati visiri. Il re propone le materie e sopra esse discorre, dimandando il parere dei sultani ad uno ad uno, e secondo che dicono le loro opinioni si levano dal loro luogo, e vengono appresso il re, e siedono, parlando con voce alta, di modo che possino essere intesi dagli altri sultani, e nel corso del ragionamento, il re, se sente qualche ragione che gli piaccia, la fa notare alli gran consiglieri e molte volte la nota di mano propria; e così a mano a mano secondo che il re chiami i Sultani vengono a dire le loro opinioni. Il re ora risolve le cose del primo consiglio, quando non ha dubbio delle materie che si trattano, ora si fa portare le ragioni di tutto il consiglio, e da lui le considera e poi si risolve. Nel numero di questi sultani del consiglio entra anco il capitano della guardia del re, che sebbene non è sultano, è però nobile, ed uscendo di quel grado entra sultano. Li gran consiglieri non hanno voce, nè ricordano cosa alcuna, se dal re non sian dimandati; li quali sebben sono onoratissimi e molto stimati, non possono però ascendere al grado di sultani, nè di altri servizj pertinenti alla guerra ancorchè fossero nobilmente nati. La carica veramente è piuttosto di genere virtuosa che nobile. Mentre che il consiglio sta ridotto ogni notte, vi stanno anco le guardie di trecento Kurdi armati, li quali, licenziato il consiglio, non si partono, ma dormono lì per guardia del re.
Parendomi aver sin qui detto a sufficienza della corte di questo re, parlerò ora della grandezza del suo stato, e qual sia il modo del governo delle provincie e regni che in esso si trovano, considerando le metropoli, e come è amato esso re dai popoli abitanti nel suo paese. Confina il paese posseduto dal re di Persia da levante con l'India, ch'è tra il fiume Gange e Indo; da ponente col fiume Tigri, che divide la Persia della Mesopotamia, ora detta Diarbech, il qual fiume correndo sino alli confini di Babilonia, entra nell'Eufrate, ed uno istesso alveo corrono tutti due per Bassora, e sboccano nel mar Persico verso il mezzodì; da tramontana col mar Caspio e colla Tartaria del gran Khan del Catai.
Nel detto paese vi sono numero cinquantadue città, e le principali di esse sono: Tauris, metropoli di tutto il regno, Casbin, Erivan ed altre, le quali ad una ad una non nominerò, ma dirò solo che non ve n'è pur una in tutto il regno che sia murata, ma tutte sono aperte; le fabbriche sono bruttissime, e le case tutte di loto, cioè fango e paglia tagliata mescolata insieme, nè vi sono moschee nè altro che possa render vaghe dette città, ancorchè per l'ordinario i siti siano bellissimi. Le strade sono brutte per la quantità della polvere, e malamente vi si può andare, e conseguentemente l'inverno vi sono fanghi estremi.
Vi è grandissima abbondanza di grani per l'ordinario, ancorchè non piova se non rare volte; ma usano di condur l'acqua a bagnare i campi una settimana in una parte, ed una settimana in un'altra; ed a questo modo vengono a dar tant'acqua alle biade e vigne quanto basta. E nelle ascese, ed altri luoghi, dove le acque non ponno esser tirate, se ne servono di prateria. Vi è anco quantità grande di carnaggi, e sopra tutto di castrati, e di tutta grassezza, ed io ho veduto in Tauris più volte pesar le loro cosce dieci buttuarie, che sariano quaranta delle nostre libbre. Contuttociò sono assai care rispetto alla quantità grande che ve n'è incredibile, e tale che non pare che debba mai spedirsi, eppure si vende; e ciò avviene perchè non credo che sia nel mondo nazione che mangi più delli Persiani: essendo ordinario che tutti i vecchi non che li giovani, mangino quattro volte al giorno, e ciò per causa dell'acque, che essendo perfettissime, ajutano la digestione.
Sono li Persiani piuttosto genti povere che altrimenti. Nelle città e ville non usano molti adornamenti. Dorme ognuno in terra, e quelli che sono in qualche condizione usano lo stramazzo sopra tappeti, gli altri un feltro semplice. Le donne sono per l'ordinario tutte brutte, ma di bellissimi lineamenti e nobili cere, sebbene i loro abiti non sono così attillati come quelli delle Turche. Usano però di vestire di seta, portando in testa il caffetano, lasciandosi veder la faccia a chi esse vogliono, e a chi non vogliono l'ascondono, e portano sopra la testa perle ed altre gioje; e di qui avviene, che le perle sono in gran prezzo anco a quelle parti, non essendo molto tempo che si sono cominciate ad usare.
La riverenza e l'amore che da tutto il popolo di questo regno vien portato al re, non ostante le cose già dette per le quali pare dovrebbe essere odiato, è incredibil cosa: perchè essi, non come un re, ma come Dio lo adorano, e ciò procede perch'egli viene dalla linea di Alì, loro santo principale; e quelli che si trovano in malattia o altra disgrazia, non chiamano tanto in ajuto il nome di Dio, quanto fanno il nome del re, facendo voti, o di portargli qualche dono o di venire a baciar la porta del suo palazzo, e si tien felice quella casa che può aver qualche drappo o scarpe di esso re, dell'acqua dove esso si è lavato le mani, usandola contro la febbre; per tacere altre infinite cose che si potriano dire in questo proposito. Dirò bene che non pure li popoli, ma li figliuoli stessi e sultani ordinariamente quando parlano con lui, parendogli non poter tenere epiteti convenienti a tanta altezza, gli dicono: tu sei la nostra fede, e in te crediamo. Così si osserva nelle città vicine sino a questo segno di riverenza; ma nelle ville e luoghi più lontani molti tengono che egli, oltre avere lo spirito profetico, risusciti i morti, e faccia di altri simili miracoli, dicendo che siccome Alì loro santo principale ebbe undici figli maschi, che così anco questo re ha avuto dalla maestà di Dio la medesima grazia di undici figli come Alì.
Vero è che nella città di Tauris non vi è tanta venerazione come negli altri luoghi, e per questo si dice ch'egli si sia partito di là e andato a stare a Casbin, vedendo di non essere secondo il genio suo stimato, per rispetto che la detta città è divisa in due parti, le quali si chiamano, una Kamitai, e l'altra Ermicai; nelle quali fazioni sono nove capi di sestieri, cinque in una e quattro nell'altra, dai quali dipendono tutti li cittadini. Queste fazioni per il passato erano molto discordi, ed ogni giorno si ammazzavano, nè bastava al re ed altri il rimediarvi, per esser fra esse parti discordia, ed odio antico di più di trecento anni, e certo si può dire che piuttosto essi capi di sestieri siano signori di detta città, che il re proprio. Ora sono in pace e uniti; ed a questo proposito non voglio lasciar di dire alla Serenità Vostra, che essendo nel principio della loro quaresima montate le carni un poco più del prezzo ordinario, andorno questi capi al palazzo del sultano, ed ammazzorno tutti li ministri, e se il sultano avesse fatto moto alcuno, sarebbe anch'egli stato ammazzato, e per quei ministri che non si trovorno presenti, andorno li sollevati alle case loro, gettando le porte a terra, e gli ammazzarono e portorno le teste sopra il palazzo, non curando far questa operazione più di giorno che di notte, nè a ciò si può rimediare rispetto all'umor loro. Vero è che da essi non si è mai sentito che sia nata alcuna cosa inonesta contro il particolare; e solo per il passato hanno ammazzati delli sultani, per conservare una certa loro libertà ed alcuni loro privilegi antichi. E per esser detta città, come ho detto, metropoli di tutto il regno, parmi di dire alcuna altra cosa di essa.