La Repubblica di Venezia e la Persia
Part 16
Sapendo noi quanto dispiaccia alla Maestà Vostra le cose ingiuste, e che un principe manchi di fede all'altro senza alcuna causa, havemo voluto con queste lettere e con la viva voce del fedelissimo secretario nostro Vincenzo de Alessandri apportatore di esse, far sapere a Vostra Maestà come il presente imperatore dei Turchi in Costantinopoli sultan Selim, havendo con solennissimo giuramento confirmata la pace che per molti anni ha avuta la signoria nostra con il signor suo padre: non havendo alcun rispetto de romper la sua parola, ne ha mossa la guerra con mandar la sua armata e molta gente da terra a combatter il regno nostro de Cipro, et altre genti in Albania et Dalmatia, contro le nostre città; et questo senza averne avuto pur una minima causa. Noi all'incontro havemo fatto una grande armata, e messe insieme genti da piedi e da cavallo per difendersi gagliardamente con l'ajuto di Dio, e li altri principi christiani ancora se preparano, et già il pontefice et il re di Spagna hanno congiunte le loro forze con le nostre talmente che si farà la guerra a questo comune inimico, qual non osserva fede ad alcuno; et tanto conserva l'amicitia con uno, quanto li torna a proposito per batter un altro, siccome fa al presente, che simula di esser amico di Vostra Maestà per poter combatter con noi christiani senza aver timor delle vittoriosissime armi di Vostra Maestà, ma l'animo suo è cattivo contro di lei, et quando non fosse travagliato dalle forze dei christiani cercheria di travagliar li sudditi di Vostra Maestà, la qual essendo prudentissima, et conoscendo molto bene l'animo che ha questo signor, de inimico, non manco contra di lei che contro di noi, saprà ben prender l'occasione, hora che detto signor è occupato con le sue forze in queste nostre bande, di far dalla sua parte quei acquisti che li saranno facilissimi, sì perchè il sig. Turco non potrà resistere alle potentissime forze di V. M., massimamente a questo tempo che è combattuto dalle armi christiane, sì perchè la maggior parte dei sudditi di esso Turco sono devotissimi al nome della imperial Maestà Vostra. Noi con le forze degli altri principi christiani, faremo dal canto nostro una gagliarda guerra, in modo che movendosi anco la Maestà Vostra si pò esser certi da ogni parte aver vittoria, et che sarà con perpetua gloria del potentissimo suo nome, con grandezza et ampliatione del suo impero, et la Signorìa nostra insieme con tutta la cristianità resterà obbligatissima alla imperial Maestà Vostra, secondo che più ampiamente le narrerà il predetto fedelissimo secretario nostro, alle parole del qual la si degnerà prestar fede come farebbe a noi medesimi. Et li anni soi sieno longhi et felicissimi.
De parte 21 De non 0 Non sincere 1
_Parti secrete; ibid._
DOCUMENTO XXV.
Serenissimo Principe, Ill.mi Signori,
A' 12 di novembre mi partii dalla corte del re di Persia, et sapendo non poter giunger in tempo di passar il mar Maggiore perchè l'inverno mi aveva sopragiunto; ed essendo informato che il Moscovita non concede il passo a niuno de lì per il suo paese che voglia passar in Polonia, nè trovandomi ben l'andar in Ormuz rispetto la lunga navigazione, ed il non esser solito di partir nave per il Portogallo prima che a mezzo marzo, resolsi fermarmi a Tauris per lasciar passare alquanto dell'inverno fin che fosse venuto tempo d'inviarmi per l'Armenia maggiore, et il paese dei Giorgiani, non potendo ritornare per la strada che io era andato, essendomi stato affermato che il bassà di Erzerum mandò dietro per me tre ciaus sino a Erivan nella Persia, li quali dimandarono a un mercante armeno se mi aveva veduto, dandogli segni dei vestimenti et persona; il qual disse non saper, ancorachè un giorno prima avesse parlato meco, nè mi conoscendo per cristiano, rispetto che nel passare d'Erzerum io era in abito di armeno, et subito giunto ai confini di Persia mi vestii di altri panni alla turchesca, et ciò per correr manco pericolo di assassini da strada, i quali sono in quelle parti in grandissima quantità; in fine detto mercante mi trovò in Casbin, e mi raccontò come li ciaus si trattennero due giorni per aver qualche nuova, li quali dissero come un uomo che era al mio servigio si era trovato a Erzerum con alcuni suoi paesani, ed avendo bevuto più dell'ordinario, dissero alcune parole che diedero sospetto che io fossi italiano ed uomo pubblico; ma non essendo stati bene informati, facevano giudizio da per loro, et ragionando con altri di tal cosa dopo il mio partire fu riferito al subaschi, il quale li prese e condusse al bascià interrogandoli sopra quello che avevano ragionato. Negarono ogni cosa, furono posti in prigione, et con diligenza mandarono dietro per me, onde per fuggire così evidenti pericoli fui forzato passar per strade non usate e deserte, allontanandomi quanto più poteva da detti confini. Partii da Tauris alla fine di febbraio e passata l'Armenia maggiore entrai nelli confini dei Georgiani, mi trovai con gran quantità di soldati a cavallo che andavano ad Erivan, nel qual luoco essendomi pochi giorni trovato vidi che el sultan faceva gran preparation di genti da guerra per ordine del re; nè si sapeva così pubblicamente le cause sebben tutti dicevano esser contro Turchi.
Giunsi a Pazagan, terra dei Georgiani, nel qual loco vi era un gran moto, e si erano mezzo sollevati. Due giorni dappoi il sangiacco di Sasset sottoposto a sultan Selim mi fece chiamare e mi dimandò si sapeva in che parte l'esercito del re di Persia era per andare; io li dissi non sapere perocchè non veniva da Persia, ma dal proprio paese dei Georgiani.
Partitomi di là per condurmi al mar Maggior, entrai in deserte ed asprissime montagne, nelle quali passai estremi disagi di fame, avendomi convenuto per sei giorni nutrire di alcune radici di erbe, le quali sono come cardi selvatici, nè essendovi acque perchè erano agghiacciate, mi bisognava disfar la neve per bevere, ed aggiunto lo andar a piedi a tanti mali, et ciò perchè sopra dette non vi può passar cavalli, sì per l'altezza ed asprezza loro, come perchè non vi saria da nutrire li animali, oltre il pericolo di leoni, orsi ed altre fiere selvatiche che in esse vi sono. Giunsi coll'aiuto di Dio alla fine di marzo in Cogna città alle rive del mar Maggiore, nel qual luogo mi fermai per non essere alcun passaggio in pronto, et intesi che li christiani Circassi erano venuti con 24 vascelli, et avevano per 300 miglia di paese a marina, abbrucciato e depredato le ville e tagliate le vigne dei Turchi ed ammazzato gran quantità di loro, e che avevano portate via le donne e putti e le robbe, per il che si dubitavano che bonacciato il mare non venissero sopra detta città.
Giunsero da Trebisonda sei galere armate per la guardia di quel loco, con ordine di sultan Selim di non si partire dal porto, ma guardar solamente la terra, perchè dubitava che detti Circassi non avessero cresciuto il numero di detti vascelli. Partitomi con una barca, a marina a marina giunsi a Rissa, nel qual luoco mi abbattei in un ciaus venuto da Samsum per canevi, il quale non ne avea potuto trovare per 600 miglia di paese che avea scorso più di 130 cantari, e li aveva pagati con 200 aspri il cantaro, che prima li aveva per 80, e mi disse che non era filo da poterne far per una gomena, et avea comandamento di andare in Georgia e Circassia, ma per dubio di quelli corsari, si ritornò.
Io imbarcatomi sopra il suo caramussali, mi condusse fino a Trebisonda, dal qual intesi le espedizioni e preparazioni fatte per nuova armata; disse che nella Grecia erano stati spediti ciaussi con comandamento che si facessero galere e si lavorassero a quelle scale, conforme a quello mi aveva detto il ciaus; dal qual luoco partitomi sopra una nave di Greci, giunto a Sinope, presi porto non avendo avuto vento da buttarmi al mare per passare in Europa, smontai e vidi 6 galere pronte alla vela le quali partirono due giorni dopo per Costantinopoli, essendone la settimana innanzi partitone 24 per quanto mi fu affermato dai Greci, vi erano anche due corpi di galere grosse nelle quali si lavorava, perchè nel principio non le erano state date le debite misure; essendo tirate lunghissime e datali tanta larghezza che per gran navi sarebbe stata troppa, però aspettavano da Costantinopoli un proto sì per tirar quelle a buona forma come per farne delle altre. Le maestranze sono state licenziate fino all'invernata acciò navicassero e conducessero oltracciò a Costantinopoli ed altri luochi quello bisognava, continuandosi però con ogni diligenza a condur legnami per l'anno venturo e già ne era preparata grandissima quantità; ed essendo li conduttori stentati nelle paghe, disse uno di loro all'emir che bisognava andare a farsi pagare dalli Franchi, perchè pigliando le galere ad istanza loro si affaticavano. Io innanzi al partir, per esser loro di qualche importanza, presi un poco di disegno del sito della città e del castello, e scandagliai l'acque, perchè in tre luochi vi sono porti, sei miglia lontano l'uno dall'altro, e l'uno mezzo miglio vicino alla città, nel qual si lavora le galere, e li due lontani miglia cinque e mezzo. Il medesimo feci a Trebisonda avendosi due volte la nave allargata in mare per passare alle altre rive, essendo da venti contrarii ributtata, si risolse il padrone essendo sua la nave ed il carico che era vino, senza far motto ad alcuno, di tenersi a costa di terra e con buonissimo vento in tre giorni arrivammo alla bocca di Costantinopoli; nel qual luoco per buona sorte trovai nave che stava per andar al Danubio per formento, la qual si trattenne dieci giorni innanzi il partire. Li marinari andavano ogni giorno a Costantinopoli; dai quali intesi che Ulularli capitano di mare era per partire alli primi di giugno con 12 galere per guardia delli castelli, e che non aveva voluto levar spahi nè giannizzeri, ma uomini marittimi tutti con archibusi da sette spanne, perchè conosceva le forze far poco effetto contro gente armata. Non si faceva altro, giorno e notte, a Costantinopoli, che buttar di detti archibusi; nè resterò di dire alla Serenità Vostra un effetto grandissimo ed incredibile che per causa di una voce sparsa per tutte le rive del mar Maggiore, è successo: dico che sopra la moschea di S. Sofia e sopra quella di Sultaniè alla parte di Andernopoli sono comparse due croci le quali giorno e notte si vedono, per il che li cristiani da questi luochi cominciando fin a Costantinopoli tutti universalmente tengono questo per fermo, nè aspettano altro che piccola occasione per levarsi. Questa nuova è passata tanto innanzi che li Turchi medesimi la credono, esser il fine dell'impero ottomano, e che loro speran che passando ai Franchi il tributo li abbiano a lasciare nel paese.
Partitomi da Costantinopoli giunsi al Danubio, ed entrato per la bocca, chiamata san Giorgio, arrivai per mezzo la Bogdania, e dallo scrivan dell'emir intesi come Bogdan vaivoda si era ribellato, e che sultan Selim avea mandato Giano vaivoda per signor di quel paese, il quale ricercava che li sangiacchi di Silistria, Bendir e di Achirman andassero in suo ajuto perchè Bogdan era per entrar nel paese dei Polacchi. Gli fu risposto che detto soccorso non gli si poteva dare, perchè il sangiacco di Silistria avea ordine di cavalcar verso Adrianopoli e li altri di guardar li loro confini. Entrato che fu nella Bogdania vidde l'esercito di quel signore il qual poteva essere di 20m. uomini a cavallo, tutti contadini disarmati d'ogni sorta di arme da difesa con spade, mannerini, e pochi con lance, li cavalli non da guerra ma ronzini.
Il giorno che giunsi a Yassy terra ove il signor fa residenza fu tagliata la testa in publico a sette gentiluomini della fazion di Bogdan vaivoda, i quali volevano la notte seguente ammazzar Giano vaivoda: però vive con gran timore, rispetto che nè da gentiluomini nè dal popolo è amato, e questo per la troppa tirannide che usa ai popoli; per il che il primo signor è al presente da ognuno desiderato, il quale se bene è qui in Polonia, si trova a sua instantia in Bogdania la fortezza di Cottin, castello in detto paese nel confine della Polonia, nè aspetta altro per entrar di nuovo contro il detto Giano che il tempo del raccolto, convenendo li villani in detto tempo levarsi dal campo per andare a tagliare i grani e far i loro altri affari. In Leopoli si faranno preparazioni grandi di guerra, e già sono ridotti infiniti signori e gentiluomini, ne si sa per che parti; et in buona grazia della Serenità Vostra mi raccomando.
Di Cracovia a XXV luglio MDLXXII.
Di Vostra Serenità
_Humilissimo servitor_ VINCENZO DI ALESSANDRI.
_Archivio Cicogna, cod. 1762._
DOCUMENTO XXVI.
_Relazione presentata al Consiglio dei Dieci il 24 settembre 1572 e letta l'11 ottobre da Vincenzo Alessandri, veneto legato a Thamasp re di Persia._
Dovendo io, secondo il comandamento fattomi ultimamente da Vostre Signorìe Eccellentissime, mettere in scrittura tutto quello che (oltre quanto per mie lettere ho scritto nel corso di ventun mesi passati, dal dì ch'io mi partii dai piedi di Vostra Serenità per andare in Persia, fino al mio ritorno) ho diligentemente osservato; non bisogna che s'aspettino da me, poco atto in tal professione, nè quella maniera di dire, nè quell'ordine che per avventura ricercheriano le cose che narrerò; ma che si contentino che, come meglio io potrò, e secondo che mi verranno a memoria, io le esplichi in carta: essendo per dar conto delli paesi e regni che si trovano nella Persia, dell'abbondanza e mancamento di essi, della natura dei popoli, della persona del re e qualità dell'animo suo, de' suoi figliuoli, del governo, della corte, del modo ed ordinamento di consigliare e risolvere le cose di stato e d'amministrar giustizia, delle entrate e spese del regno, del numero e qualità di quei sultani, che non vuol dir altro che signori principali della milizia, ed in somma di tutto quello che mi ricorderò, o che giudicherò degno della sua notizia, rendendo certe le Signorìe Vostre Illustrissime ch'io non dirò cosa che non abbia veduta, o che da relazione di diversi uomini degni di fede non mi sia stata detta con verità.
E per cominciare dal re di Persia, Elle hanno da sapere, come questo re, nominato Tamasp, viene per linea retta da Alì, genero che fu di Maometto profeta. Fu figliolo d'Ismaele I, il padre del quale si addimandava Caider, uomo di gran bontà e dottrina, e da loro tenuto per santo, dicendo aver predetto molti anni innanzi come il figlio doveva esser re, sebbene esso Ismaele s'impadronì del regno con poco timor di Dio facendo tagliar la testa al figlio del suo re; in che sebben la fortuna gli fu favorevole e prospera, ebbe però nel corso degli anni del suo regnare molti travagli dagli imperatori Ottomani, quali al suo tempo cominciarono a metter piede nelle fortezze principali del suo regno, come fece sultano Selim padre che fu di sultano Solimano, il quale s'impadronì di Carahemit, città di grandissima importanza e abbondante di tutte le cose necessarie, popolatissima e piena di molti artefici, e posta in bellissimo sito, sì che dove prima per natura era forte, ora per industria degli Ottomani è fatta fortissima: nella quale vi si tiene un bascià di grande importanza, dependendo da detto luogo molte terre e castelli, i quali erano tutti di detto Ismaele nel paese chiamato Diarbech. Ebbe Ismaele, oltre il presente re, che fu il primogenito, tre figli, cioè Elias Mirza, Janus Mirza e Bairan Mirza. Elias fu uomo di gran valore e di grande ardire, e nel tempo che si trovò in pace col re, prese Baracan, re di Servan, e le sue città e paesi, il qual regno è grande e d'importanza, ed è alle rive del mar Caspio. Restò questo regno tutto nelle mani del re suo fratello, il qual non avendo fatto niuna grata dimostrazione per l'acquisto di tanto paese verso di lui, fu causa che se gli inimicò, e si congiunse con gli Ottomani, e con grandissimo esercito levò sultan Solimano a danni del fratello, prendendogli molti paesi e principalmente la città di Irun, allora principal fortezza di Persia, lontana da Tauris sei giornate; per la qual cosa il detto re lo fece ammazzare, come fece anco di Janus Mirza, secondo fratello, dubitando che ancor egli non si sollevasse, essendo il terzo per innanzi morto di morte naturale: del quale è solo restato un figlio, il quale ha il suo stato in India; e desiderando il re dargli una delle sue figliuole, il fece chiamare; ma li popoli non vollero mai acconsentire che andasse a Casbin, dubitando che ad esso ancora non si facesse qualche dispiacere.
Li figliuoli di esso re Tamasp in tutti sono undici maschi e tre femmine, generati con diverse donne. Il primo si addimanda Codabend Mirza, di anni quarantatrè, buono, di natura quieta, nè si cura molto delle cose del mondo, contentandosi di un piccolo stato datogli dal re nel regno di Corassan; ed ha tre figli, il maggior dei quali è di età di quattordici anni, di bellissimo aspetto e di alto spirito e caramente amato dal re, sì per le sue virtù, sì per non aver dai figli altro nipote che questo. Ismael, secondo figlio, è di età di anni quaranta, di natura robusto, di altissimo animo, di gran cuore e desideroso di guerra, avendo in molte occasioni dimostrato il valor suo contro gli Ottomani, e particolarmente contra il bascià di Erzerum, poichè con poco numero di cavalli ruppe l'esercito di esso bascià, ch'era in gran numero, e se presto non si fosse ritirato, si sarebbe anco impadronito della città; e questa ritirata fu poichè Mirza Bech, primo consigliere del re, ed inimicissimo d'Ismaele, disse al re che conosceva essere nella mente di questo giovine troppo alti pensieri, avendo senza la licenza del principe radunato esercito, ed essendo entrato nel paese degli Ottomani: in tempo di pace, parendogli questi segni di poca obbedienza, mostrando anche al re alcune lettere mandate alli sultani per le provincie, invitandoli a sollevarsi alla guerra contro detti Ottomani, per il che si risolse il re, a persuasione di costui, di metterlo in castello con guardia di sultani e molti soldati, onde è già 13 anni e più che si trova prigione, e sebbene quest'anno se gli sono levate le guardie, non è però licenziato lui. Il re più volte, per gratificarlo, gli ha mandato donne bellissime, acciò che si trattenga, nè mai ha voluto assentire, dicendo che lui con pazienza sopporta l'esser prigione del principe, ma che gli saria stato di troppo gran peso vedere anco li figliuoli suoi prigioni, e che a schiavi non si convengono donne.
È il detto Ismaele sopra modo amato dal principe; ma il timore è grande vedendo esser lui ardentissimamente desiderato per signore da tutto il popolo, ancorchè li sultani mostrino essi ancora di temerlo molto per la sua troppo fiera natura. Per il che si fa giudizio, che succedendo al regno, egli potria riformare gran parte dei capi della milizia, e levarsi dinanzi tanto numero di fratelli, che gli hanno occupato gran parte del regno.
Sultan Caidar Mirza, terzo figlio del principe, è di età d'anni sedici, di piccola persona, ma di bellissima faccia e franco sì nel parlare come nel conversare, e nel vestire e cavalcare attillatissimo, e soprammodo amato dal padre. Si diletta di sentir ragionare di guerra, ancorchè mostri non esser molto atto a tale esercizio, per la troppo delicata e quasi femminile sua complessione. Fa prova d'ammazzare animali colle sue proprie mani, e molte volte, ancorchè le spade siano di eccellente lama, non gli può passar la pelle, avendolo io veduto a fare di simili prove e di poi restare pieno di vergogna, ed arrossire e prendere scusa, ora che le spade non tagliavano, ora che per compassione non gli ammazzava. È di buon intelletto, e per quell'età è assai grave: mostra intendere le cose di governo, e sapere come si reggono gli altri principi del mondo. Sultan Mustafà, Emirkhan, e Gemet Mirza, sono tutti tre tra li quattordici e quindici anni: sono di buona indole, e mostrano grande ingegno; gli altri sono fra li dieci e undici anni, e stanno a Corassan ad imparar lettere, da un piccolo in poi di età di quattro anni, il quale è appresso il re, per esser secondo quell'età, accorto e molto piacevole. Le figliuole sono tutte maritate in parenti con dote di gran stati.
Il re è in età di sessantaquattro anni, e del suo imperio cinquantuno, essendo stato eletto di tredici anni. È di statura mediocre, ben formato di corpo, di faccia alquanto scura, di gran labbri e barba, ma non molto canuto, di complessione piuttosto malinconica che altrimenti, conoscendosi ciò per molti segni, ma principalmente per non essere uscito del palazzo in dieci anni pur una volta, nè a caccia, nè ad altra sorte di piaceri, il che è di molto mala soddisfazione al popolo, il quale secondo l'uso di quel paese non vedendo il suo re, non può se non con estrema difficoltà dire i suoi gravami, nè possono esser suffragati nelle cose di giustizia: per il che, giorno e notte gridano ad alta voce dinanzi alle porte del palazzo, quando cento e quando mille alla volta, che gli sia fatto giustizia, ed il re sentendo le voci comanda per l'ordinario che siano licenziati, dicendo esser nel paese li giudici deputati che faranno giustizia, non considerando che quelle querele sono contro li giudici tiranni e contro li sultani, i quali per l'ordinario stanno alla strada ad assassinare la gente, come per molti casi da me veduti e uditi mi sono accertato; e come la Serenità Vostra è per intendere.