La ragione degli altri: Commedia in tre atti

Part 5

Chapter 53,230 wordsPublic domain

E che pretendete con ciò? Che intendete dire? Parlate chiaro! Ch’egli vorrebbe sua figlia? E ha mandato voi qua per farsela dare?

LIVIA.

Ma no che non vuole! Non può volerlo.... finchè non volete voi!

ELENA.

Ah, dunque sperate ch’io voglia? Che ve la dia io, mia figlia? Siete venuta per persuadermi a darvela? Ma voi siete pazza, signora! Vi apparterrà lui: la figlia mia non v’appartiene!

LIVIA.

Mi dite questo, come se io non fossi qua, appunto perchè capisco questo! Ma io vi dico di più: che non m’appartiene _neanche lui_, finchè appartiene qua alla figlia che voi, a tradimento, gli avete data e che io non ho potuto dargli. Che volete di più da me? Se appunto perchè non è _mia_, vostra figlia; se appunto perchè vostra figlia non m’appartiene, io ho rinunziato a ogni mio diritto di moglie, e riconosciuto che sopra a questo diritto, voi, qua, con la bambina, avete dato a lui un dovere più forte? Dico _un dovere_, badate! Ascoltatemi, per carità. Voi non potete ascoltarmi, lo capisco. Ma restate ferma nella vostra volontà di tenervi la bambina; va bene? E trovate la calma in questa volontà per ascoltare una voce che ancora non avete udito. Non la mia! Non vedete in me la moglie, una nemica! Qui c’è una necessità, che ormai s’impone a tutti, e nega a tutti ogni diritto: il mio; quello che può aver lui su la sua bambina; quello che avete voi; per farci considerare invece il dovere, il dovere che ha lui verso la bambina, e il vostro, e il sacrifizio che questo dovere impone a tutti; anche a me, appunto perchè l’ho riconosciuto. Ammetterete che io mi sono sacrificata per tanti anni, in silenzio, perchè voi siete venuta a togliermi la pace. Ma ora è venuta la volta di voi due. Spontaneamente, no, certo: ma o lui o voi dovete pur fare il sacrifizio.

ELENA.

Lui. Ve l’ho detto. Si riconcilia con voi. Lo faccia lui, per voi. Io resto con mia figlia.

LIVIA.

Questo, vedete, se si trattasse di scegliere tra me e voi. Ma non si tratta di noi, come non si tratta di lui, del suo bene. D’un sacrifizio, qui si tratta, ch’egli non può fare....

ELENA

interrompendo:

E vorreste che lo facessi io?

LIVIA.

Aspettate: dico che lui non può farlo, precisamente come non potete farlo voi, finchè vedete me, lui, voi stessa, il vostro affetto....

ELENA.

E come no? Il mio affetto.... Non dovrei vedere il mio affetto per mia figlia?

LIVIA.

Finchè lo vedete, io dico, come _un bene per voi_, e non per vostra figlia; finchè insomma non considerate quale sacrifizio, se quello del padre cioè o il vostro, sia più utile per il bene, per l’avvenire della vostra bambina.

ELENA.

Ma che dite? Come c’entra questo? Mia figlia.... E potrebbe mia figlia aver bene senza di me? Via! Lasciate stare la bambina, non mi parlate del suo bene! Voi volete riavere vostro marito. Dite così. Siate sincera!

LIVIA.

Non pretenderei nulla, oltre quello che mi spetta, se mai. Ma non è vero, non lo pretendo, perchè so di non poterlo pretendere, se egli ha qua con voi la figlia, che non può lasciare. Non è più soltanto mio marito, per me, se poi è padre qua.

ELENA.

Ma io sono la madre!

LIVIA.

Certo! E come voi amate la vostra figliuola, anche lui la ama, e anche lui vorrebbe averla con sè, come volete averla voi. I vostri diritti sono pari, vedete? finchè si parla di diritti. E appunto perchè il suo è pari al vostro, egli deve stare con voi qua, dov’è sua figlia.

ELENA.

Perchè stare con me? Può venire qua a vederla! Verrà per sua figlia. V’ho detto che non viene più che per lei. Potete star sicura.

LIVIA.

Potrei, sì, potrei anche star sicura. Ma vedete che così non si risolve nulla.

ELENA.

E che volete da me? Niente, allora! Non si risolva nulla. La bambina è qua. Se egli vuole, venga e la veda. Ma la bambina deve stare con me. Gliel’impedirete voi, non io!

LIVIA.

Ma non capite che il male è questo? Il vero, l’unico male che voi due avete fatto, non a me; lasciate star me; ma alla vostra stessa bambina, nata qua, dalla vostra colpa? Questo male appunto, questo, d’esser lui padre qua e voi madre, questo, vuole ora un sacrifizio che nessuno dei due vuol fare; non per me, non per me; io non parlo per me; io mi sono messa da parte; ma per la vostra bambina! Considerate che cosa varrebbe il sacrifizio di lui, ammesso ch’egli volesse farlo, che cosa varrebbe per il bene di lei, che dovrebbe pure essere il vostro e il suo bene!

ELENA.

Vi preme dunque tanto il bene della mia bambina? Più che a me, più che a lui! È curioso! Voi volete per forza un sacrifizio che pure vedete impossibile per lui e per me. Dite ch’egli non può o non vuol farlo, e volete che lo faccia io.... Ma come? E poi perchè, questo sacrifizio, se tutto finisce? Voi vi potete ripigliare vostro marito. Io ho la bambina; non voglio nulla; non chiedo nulla. Se egli vuole qualche volta, può venire a vederla, e basta. Il bene della bambina? Ma lasciate stare, vi ripeto! Ci penso io! Perchè volete darvi questo pensiero?

LIVIA.

Ma se per lei ho sofferto il supplizio più crudele che una donna possa soffrire!

ELENA.

Perchè non avete figli, voi?

LIVIA.

Per questo, sì, sì, per questo! Lo sapete dire!

ELENA.

Non avete figli e vorreste la mia? Dovreste esser voi la mamma?

LIVIA.

Io? La mamma? Che dite! Come lo dite? Ma sarei la schiava, io, della vostra bambina! non la mamma! Non capite ancora, non sentite, che sono qua vinta davanti a voi? Che vincete voi, se fate il sacrifizio; voi, non in voi stessa, ma in ciò che dovrebbe starvi più a cuore: la vostra bambina? la vostra bambina che m’avrebbe schiava, in continua adorazione; perchè è lei sola, lei sola che mi manca; e tutta me stessa, io le darei, e avrebbe tutto, tutto con me, un nome, il nome di suo padre, e uscirebbe da quest’ombra, e l’avvenire più bello avrebbe, un avvenire che voi, perdonate, con tutto il vostro amore non potreste mai darle!

ELENA.

Oh Dio... oh Dio.... ma è una follia questa! La volete voi, dunque, voi, mia figlia? per voi la volete, non per lui?

LIVIA.

Ma perchè non voglio lui, il marito, io! Io ho sofferto per lui, padre qua! E soltanto per questo ho avuto considerazione; tanta, che ve l’ho lasciato qua, e sono pronta a lasciarvelo ancora. Qua, qua con voi, sì! Il padre, il padre voi dovete darmi, perchè egli ora con me non può più ritornare se non così, padre! Vi sembra una follia questa? Non sono folle, no; e se pure fossi, chi m’avrebbe fatto impazzire? Vorreste fare come se tutto ciò che è accaduto non fosse accaduto? Come se non l’aveste commesso il delitto di prendere a una donna il marito, e di dare a questo marito una figlia? Per me è questo il delitto! Voi mi volete ridare il marito, ora. Ma non potete più, perchè egli non è più soltanto mio marito ora; è padre qua, lo capite? e questo, questo soltanto io voglio; perchè possa dargli a mia volta tutto quello che ho, per la sua bambina: tutta me stessa alla sua bambina, per cui ho pianto e mi sono straziata; e io sola, io sola potrò dare a lei quello che voi non potrete mai: la luce vera, la ricchezza, il nome di suo padre!

ELENA.

Voi farneticate, signora! Le ho dato la vita, io, il mio sangue, il mio latte le ho dato! Come non pensate a questo? È uscita dalle mie viscere! È mia! È mia! Che crudeltà è la vostra? Venirmi a chiedere un tale sacrifizio in nome del bene della mia figliuola?

Si ode dall’interno la voce di Leonardo.

LEONARDO

dall’interno:

La porta aperta?

ELENA

con un grido:

Ah, eccolo!

Chiamando, accorrendo:

Leonardo! Leonardo!

Leonardo si presenta su la soglia con un involto in mano. Elena afferrandolo per un braccio e additandogli Livia:

Guarda! Guarda!

LEONARDO

guardando, oppresso di stupore, Livia, scura, taciturna:

Tu Livia, qua?

ELENA.

È venuta per levarmi Dina! La vuole!

LEONARDO.

Ma come, Livia? Tu....

ELENA.

Dice che non vuol te, ma lei! lei!

LEONARDO.

Senza dirmi nulla.... qua....

ELENA.

Ma tu no, è vero? Tu no, tu non puoi volerlo!

LEONARDO.

Zitta! Va’, va’ di là, tu....

A Livia:

Come hai potuto far questo?

ELENA.

Si, diglielo, diglielo che non è possibile, a lei che non sa che cosa voglia dire! Mi ha parlato del bene della bambina a costo del mio sacrifizio, come se io non fossi la madre. Diglielo tu! Che è una crudeltà!

LIVIA.

La vostra; non la mia.

LEONARDO.

No, Livia: ti prego! Va’, va’ tu.... Andiamo via insieme....

LIVIA.

Insieme, no: se non comprendi perchè io sia venuta.

LEONARDO.

Ma sì! Lo comprendo. Non posso però vederti qua!....

ELENA.

Non sperate di mettervi d’accordo, ora!

LEONARDO.

La senti? Non è possibile! Come vuoi ch’ella ce la dia!

ELENA.

Mai! mai! Griderò, badate, se non ve n’andate!

LEONARDO.

Sta’ zitta! — Livia, ti prego....

LIVIA.

Necessità non ammette pentimento. Non mi pento d’esser venuta.

ELENA.

È follia la vostra, non necessità! Crudeltà, crudeltà....

LIVIA.

Incolpate a me la vostra colpa, che è stata per me assai più crudele che non sia adesso la vostra sorte. Io vado. Ma pensate che l’unica soluzione, per quanto crudele, è questa che io sono venuta a proporvi.

ELENA.

Per voi e per lui, oh sì, lo credo bene!

LIVIA.

Non per me, per la vostra stessa figliuola.

ELENA.

E io? Ma io? Voi vi mettete a posto tutti: tranquilli, felici, con la mia bambina. E come farò io qui sola? La senti? Come resterò io qui sola, senza Dina.... senza Dinuccia mia.... qui sola?

LEONARDO

scattando:

No! no! Zitta! Basta! È mostruoso! Hai ragione! Non è possibile! Noi non possiamo separarci! Va’, va’, Livia, ti prego, va’.

ELENA.

No: lei sola, no!... Tu.... tu con lei....

LIVIA

fiera, scostando Leonardo:

Egli resta qua: dov’è sua figlia. Sola — poichè non volete restar voi — resterò io. Non potrete più così negare il male che m’avete fatto, e che io volevo pagar col bene della vostra figliuola. Addio.

Esce. Leonardo si copre il volto con le mani. Pensa.

ELENA.

Va’, va’ a raggiungerla....

LEONARDO

con ira:

Zitta! È finita.

Altra pausa.

ELENA.

Ma come potevo io?...

LEONARDO.

Basta, Elena! Capisci che in questo momento non posso più sentirti parlare? T’ho dato ragione. Basta!

ELENA.

Ma va’ con lei tu, va’, te ne supplico!

LEONARDO.

Non l’hai sentita? Basta ora. Basta per sempre. È finito tutto.

ELENA.

Ma perchè lei... perchè lei...?

LEONARDO.

Ti proibisco di parlarne ancora! Non voglio saper più niente. È finito tutto. Basta.

Ancora una lunga pausa.

DINA

dall’interno, dietro l’uscio a sinistra:

Babbo, apri? Sei venuto?

LEONARDO.

La bambina!

ELENA

balza, apre l’uscio; si toglie tra le braccia la bambina.

Figlia mia! figlia mia! figlia mia! Ma che.... ma che.... come potrei darvela?

DINA

volgendosi al padre, tendendogli le braccia:

Babbo.... babbo....

ELENA.

Vuoi andare col babbo tu?

DINA.

Sì.... babbo....

ELENA.

Per sempre col babbo?

LEONARDO.

Elena!

ELENA

posando a terra la bambina e chinandosi su lei, senza lasciarla:

Senza la mamma? No, no, è vero? Dinuccia mia non può stare senza la mamma....

LEONARDO.

Ma su, alzati.... Vedi? la fai piangere....

ELENA.

È vero?

DINA.

Babbo, e la campagna?

LEONARDO.

Ah, la campagna, sì....

Prende dal tavolino l’involto.

Eccola qua, vedi? te l’ho portata.... Una bella, bella campagna....

DINA

fremendo:

Sì.... sì.... a me! a me!

LEONARDO.

Aspetta.... vieni, vieni qua...

Svolge l’involto.

Con tante tante pecorelle.... tanti alberetti....

Siede; si prende Dina tra le gambe; apre la scatola.

Adesso ti fo vedere.... ecco....

DINA

battendo le mani, convulsa:

Sì.... sì.... uh, quante _memmelle_!

LEONARDO.

Dieci! venti! E c’è anche l’erba.... vedi? vedi quanta?

DINA.

Sì.... sì....

LEONARDO.

E adesso la stenderemo qua.... qua, ecco, dentro il coperchio, eh? e vi faremo reggere in piedi tutte queste _memmelle_ che si mangiano l’erba... Eh, vuoi?

DINA.

Sì, sì.... E il pastore?

LEONARDO.

Eccolo qua, il pastore.... Vedi? col turbante....

DINA

delusa:

Uh, senza gambe?

LEONARDO.

Ma ha la tunica, vedi? Le gambe non si vedono. È un pastore vecchio, che sente il freddo.... e sta tutto coperto con questa tunica....

DINA.

Brutto.... Io lo volevo con le gambe, papà....

LEONARDO.

Con le gambe.... già.... Ma vedi, ha il bastone....

DINA.

Caccia le _memmelle_?

ELENA

che sta seduta discosta, tutta aggruppata, con un gomito sul ginocchio e il pugno sotto il mento, gli occhi assorti, aguzzi nel vuoto:

Diceva del nome, sai?

DINA.

Con questo bastone le caccia?

LEONARDO

cupo, a Elena:

Che nome?

DINA.

Papà, come le caccia?

ELENA.

Che tu potresti darle il tuo nome....

DINA.

L’ha su la spalla il bastone! Come fa a cacciare le _memmelle_?

LEONARDO.

Ecco, cara, vedi? col bastone....

ELENA.

Lei acconsentirebbe....

DINA.

E dove lo metti, papà?

LEONARDO.

Ah.... Dove vuoi che lo metta?

DINA.

Qua, qua dietro le _memmelle_.... Uh, cascano, papà.... Questo è il cane?... Oh.... il cane.... guarda, papà....

LEONARDO.

Sì, sì, il cane.... Aspetta, ce ne dev’essere un altro.... Eccolo qua!

DINA.

Bello, sì.... Due! due!

ELENA.

Ma, come? per adozione, è vero?

LEONARDO.

Non tormentarmi, Elena! Basta, ti ho detto!

DINA

sgomenta:

Non me la vuoi fare la campagna, papà?

LEONARDO.

Ma sì che te la voglio fare, come no? se stiamo qua a farla.... Una campagna ti farò.... bella.... da starci dentro, da andarci a spasso e non pensare più a niente, a niente. Ecco, con questi alberetti, vedi?

DINA.

Oh, gli alberetti! E la casina.... uh, due! due casine!...

LEONARDO.

Slamo ricchi, vedi? Due casine.... E tutti questi alberetti.... e tante _memmelle_.... due cani.... il pastore....

DINA

battendo le mani:

Siamo ricchi! siamo ricchi!

ELENA

ferita dall’allusione, scoppiando a piangere:

Ricca.... sì, ricca.... sarebbe ricca.... Ma io?... ma io?...

LEONARDO.

Che cos’è? Piangi? Io scherzo qua con la bambina....

ELENA.

Per avvelenarmi....

LEONARDO.

Io?.... Io ho detto così.... per ischerzo, per rispondere a Dina....

ELENA.

L’ha detto _lei_ che sarebbe ricca.... e certo.... con che altri giocattoli.... ricchi! ricchi! figuriamoci! la faresti giocare tu, allora....

S’appressa alla bambina.

Non più con queste brutte _memmelle_ qua, Didì, non con questo pastore vecchio senza gambe.... Li avresti d’oro, Didì.... ma non avresti più la mamma.... la mamma tua....

LEONARDO.

Vuoi finirla? Son discorsi codesti da fare alla bambina? Io sto scherzando.... Vieni qua, Dina.

Si prende la bambina.

Vieni qua; la mamma è cattiva. Noi vogliamo fare la campagna, qua, siedi.... La stenderemo qua sul tavolino.... Vuoi stare in piedi su la seggiola? Ecco, così.... Qua sul tavolino.... l’erba.... le due casine.... un cane lo mettiamo qui di guardia, vuoi?...

DINA.

Sì.... sì.... che abbaja....

ELENA.

Vuol essere questo, lo so, d’ora in poi, il vostro disegno.... Farmi sentire questo peso.... stancarmi.... schiacciarmi....

LEONARDO

a Dina.

Ecco, vedi.... qua le _memmelle_, in fila, quattro dietro, tre avanti, poi altre due, e una avanti a tutte, che apre la marcia.... no, aspetta: il cane.... l’altro cane avanti a tutte.... così? eh? il cane apre la marcia....

DINA.

Col pastore!

LEONARDO.

No, il pastore dietro... Così....

DINA.

E gli alberetti ora!

LEONARDO.

Ora metteremo anche gli alberetti....

ELENA.

Oppure quell’altro disegno.... Era perfetto! L’aria di sacrificarsi.... di rinunziare a tutto.... Stavo ancora a sentire che cosa volesse.... Non voleva niente, e voleva tutto!

LEONARDO

a Dina:

Ecco fatto.... vedi? Tutto a posto ora....

Poi a Elena, calmo, piano, volgendosi appena:

E chi voleva tutto, che ha avuto poi? Come se n’è andata, chi voleva tutto?

ELENA.

Ma perchè non te ne vai tu con lei? Io voglio che tu te ne vada! Te l’ho detto, te n’ho supplicato! Non posso vederti qua! Non lo capisci? Non voglio! Vattene! Vattene!

LEONARDO

fosco, balzando in piedi:

Ah, perdio! Ancora?

Con scatto fulmineo, abbrancando la bambina:

Mi dài Dina?

ELENA

accorrendo per afferrarsi alla bambina:

No! Che dici? No! no!

LEONARDO.

E allora, smèttila, scòstati, e non arrischiarti di dirmi un’altra volta: vàttene! Vàttene vuol dire darmi la bambina!

ELENA.

Mai! Mai!

LEONARDO.

E allora zitta! Io sto qua.

Pausa.

ELENA

sordamente:

Così volete arrivarci....

LEONARDO.

Sono arrivato da un pezzo io, cara mia! E non ho più dove arrivare.... Tu cominci a disperarti soltanto ora....

ELENA

con impeto di rabbia:

Ma come posso darvela? Come posso darvela? Non posso!

LEONARDO.

L’hai detto centomila volte! L’abbiamo inteso. Va bene. Restiamo così.

ELENA.

Ah, così no! così no! Non è possibile! Questa è una disperazione!

LEONARDO.

Ma la dài tu a me, la disperazione! Se l’ho cacciata via! Che vorresti di più? Qua c’è Dina ora, per me e per te. Basta.

ELENA.

Per me non c’è altri che Dina, ma per te c’è lei, che t’aspetta....

LEONARDO

con sdegno:

M’aspetta?

ELENA.

Sì, sperando ch’io mi stanchi di vederti qua.... di soffrire la tua presenza.... e che un giorno.... — no, ch’io te la dia, no!... — ma con la scusa di mandarla a spasso con te, qualche mattina, te la lasci portar via.... No, sai? Non la farò più uscire con te!... Non lo sperare....

LEONARDO.

E va bene! Vuol dire che resteremo qua in prigione, Didì, senti? io e te, sempre.... ti piace, eh?

L’abbraccia e si dondola con lei, scandendo le parole e quasi cantando:

In prigione.... in prigione.... in prigione con papà....

ELENA

risoluta, al colmo della disperazione:

Senti: io ora non posso; ma se tu te ne vai, ti prometto, ti giuro, che io stessa....

LEONARDO

interrompendo:

No, cara, no. Niente promesse....

ELENA

seguitando:

Ti giuro! appena ne avrò la forza, vedi?.... appena mi sarò convinta che veramente faccio il suo bene.... te la porterò io stessa.... io con le mie mani....

LEONARDO.

Ma se già ne sei convinta!

ELENA.

No! ora no! ora non posso! Ora tu vattene.... vattene per carità.... Appena potrò, te lo giuro!

LEONARDO.

Ora o non più, Elena! Dammela.

Prende la bambina.

È meglio per lei

ELENA.

Ora no! ora non posso! Giù.... lasciala!

LEONARDO.

Non potrai più! Non potrai mai!

ELENA.

È vero!... è vero!

Mostrandogli la bambina.

Ma come dunque, così?

LEONARDO.

Così.... che importa? così....

ELENA

contendendogliela:

No.... così no.... aspetta!... aspetta.... un cappellino.... il cappellino, il cappellino almeno.... Voglio che sia bella.... aspetta.... aspetta....

Corre alla stanza a sinistra. Leonardo resta un momento, guarda obliquo, perplesso; poi, addietrando con la bambina in braccio, sparisce per l’uscio in fondo. Elena rientra col cappellino di Dinuccia in mano; vede la stanza vuota: non grida; comprende; poi corre alla finestra e vi si trattiene a lungo a guardare, a guardare; alla fine se ne ritrae muta, come insensata; mira con gli occhi attoniti, vani, la campagna della bimba stesa sul tavolino; siede presso il tavolino; s’accorge d’avere in mano il cappellino della bimba, lo contempla e rompe in singhiozzi disperati.

TELA.

OPERE DI LUIGI PIRANDELLO

(Edizioni Treves).

_Erma bifronte_, novelle L. 7 — _La vita nuda_, novelle 7 — _Terzetti_, novelle. Con coperta a colori 7 — _La trappola_, novelle 7 — _E domani, lunedì...._, novelle 7 — _Il turno; Lontano_, novelle 7 — _L’Esclusa_, romanzo 7 — _Il fu Mattia Pascal_, romanzo. Nuova ediz. riveduta 7 — _I vecchi e i giovani_, romanzo. 2 volumi 7 — _Si gira...._, romanzo 7 — _Tu ridi_, novelle 7 — _Un cavallo nella luna_, novelle 5 — _Quand’ero matto_, novelle 5 — _Bianche e Nere_, novelle 3 —

_Maschere nude_, commedie — I. 7 — Pensaci, Giacomino! — Così è (se vi pare). — Il piacere dell’onestà.

_Maschere nude_, commedie — II. 7 — Il giuoco delle parti. — Ma non è una cosa seria.

_Maschere nude_, commedie — III. 7 — Lumie di Sicilia. — La patente. — Il berretto a sonagli.

_Maschere nude_. — IV. 7 — L’innesto. — La ragione degli altri (_Se non così_).

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.