La ragione degli altri: Commedia in tre atti

Part 4

Chapter 43,679 wordsPublic domain

E tu.... liquidazione, è vero? Il Ruvo, arrivato, ti volta le spalle. Tu mi metti alla porta. Di bene in meglio!

D’ALBIS.

Ma non ti metto nient’affatto alla porta! Il momento è grave, certo! Siamo nella tempesta, e siamo come in una scialuppa. Bisogna ora dalla scialuppa arrampicarsi alla nave arrivata in soccorso miracolosamente. Bisogna che la fune ce la faccia gettare tuo suocero!

LEONARDO.

Bella immagine, caro. Ma se fosse per impiccarmi, la fune.... Parte, lo vedi. Parte lui, dice. Dovevo andar via io. Questa non è più casa mia.

D’ALBIS.

Ma va là! Che tragedie! Al solito! Non mi far ridere!... Queste sono stupidaggini! Con un suocero come quello? Con una moglie così.... prudente...?

LEONARDO.

Lascia.... Ti prego!

D’ALBIS.

Ma no, scusa! Sai a quanti parrebbe facilissima la vita, al tuo posto! Tu non sai vivere, caro!

LEONARDO.

Eh, sì, forse hai ragione.

D’ALBIS.

Non sai vivere! Che diavolo! Con un po’ di.... sì, dico.... di _savoir faire_.... C’è bisogno di guastarsi così? Ragazzate, via! E, quel che è peggio, guasti, anche a me, le uova nel paniere! Credi pure che in questo momento l’unica cosa seria è....

LEONARDO.

Eh, lo so, il tuo giornale!

D’ALBIS.

Molto più seria, certo, da qualunque parte la consideri!

LEONARDO.

Eh, sì, da una parte, almeno, per me....

D’ALBIS.

Su, dunque! Va’ subito a far pace con tuo suocero. Quello è capace d’impartirti anche la santa benedizione. Lèvagli di mano la valigia e spediscimelo dal Ruvo!

LEONARDO.

Tu scherzi, caro.

D’ALBIS.

E tu mi fai rabbia! Io ho contato su te!

LEONARDO.

Se non hai altro santo, amico mio....

D’ALBIS.

Ma perdio, pensa che ho pure fatto sacrifizii per te!

LEONARDO.

Credi, D’Albis, non posso. Le cose sono arrivate a tal punto, che non posso, ti dico.

D’ALBIS.

Vuoi che t’ajuti io? Che mi metta io di mezzo per la pace?

LEONARDO.

No, che! Impossibile.

D’ALBIS.

Oh va’ là! Non ho tempo da perdere coi matti! T’avverto intanto che.... mi dispiace....

LEONARDO.

E va bene. Ho capito.

D’ALBIS.

Se hai il gusto di rovinarti! Ti porgo la mano, per tirarti su: la respingi!

LEONARDO.

Come devo dirti che non posso?

D’ALBIS.

E dunque, basta. Addio. Non ne parliamo più. Resta.... resta pure. So la via. Addio.

Leonardo, esausto, sfinito, accompagna automaticamente il D’Albis fino all’uscio in fondo; poi ritorna; s’avvicina alla scrivania, apre il cassetto, ne trae alcune carte. Entra Livia dall’uscio di sinistra.

LEONARDO

quasi tra sè, stupito:

Livia!

LIVIA.

Mio padre t’ha detto di rimanere?

LEONARDO.

Mi ha detto che partiva.

LIVIA.

Io vengo invece a dirti che, se a te non accomoda, puoi pure andare. Nessuno ti trattiene.

LEONARDO.

Sono venuto soltanto per raccogliere le mie carte.

LIVIA.

Non intendi quello che voglio dirti. La risoluzione di mio padre non deve parerti un invito a rimanere qua.

LEONARDO.

Tu non trattieni. Ho inteso. So che hai cercato anche d’impedire ch’egli s’intromettesse. E ho fatto anch’io di tutto, credi, per sfuggire alla discussione, alle sue domande che mi stringevano, mi torturavano; senza voler capire, per quanto io gli dicessi, che la sua discussione non poteva condurre che a questo. Ma non capisco più perchè egli parta, se tu sei venuta a dirmi che non mi trattieni.

LIVIA.

Parte appunto per questo, semplicemente, perchè gli ho fatto intendere ch’era inutile s’adoperasse a trattenerti qua in modo diverso di prima.

LEONARDO.

Ma dunque, se a te dispiace, per gli occhi del mondo, che io abbandoni la casa....

LIVIA.

No, no, ormai! L’hai già abbandonata....

LEONARDO.

Ma non sono stato, sai? dove tu credi.

LIVIA.

Non m’importa di sapere dove sii stato. So che la tua casa è ormai altrove.

LEONARDO.

La mia casa?... Ma di’ soltanto che non può più esser questa, se credi ch’io faccia un sacrifizio o una concessione a rimanere.... Io invece te lo dicevo anche per me.

LIVIA.

Ah, se è per te....

LEONARDO.

Perchè.... Io ti son tanto grato, Livia, del modo con cui hai guardato e seguiti a guardare il mio errore, del silenzio che hai saputo imporre al tuo sdegno, se non al tuo cordoglio.

LIVIA.

Ma non rimani, certo, col pensiero che io accetti la tua gratitudine?

LEONARDO.

Oh, no! Deve sembrar così poco a te, lo so, la mia gratitudine; ma è pur grande, credi, è la cosa più viva e più forte che io senta in questo momento.

LIVIA.

E non temi neppure che possa offendermi?

LEONARDO.

No, no. Perchè so che tu comprendi. Puoi disprezzarmi. Ma comprendi perchè sono così. È vero? Non puoi non comprenderlo, perchè tu stessa mi vuoi così. È vero?

LIVIA.

Sì.

LEONARDO.

E ti par poco? Vorrei che tutti così mi disprezzassero, ma comprendessero come te e mi lasciassero stare.... così, come posso, come debbo, purtroppo.... Di questo appunto ti son grato. Ho inteso, sai? ho inteso il tuo grido....

LIVIA.

Che grido?

LEONARDO.

A tuo padre.... là. Mi ha provato la commiserazione che sentì per il mio castigo che dura, quando la colpa è finita. Io non ho casa, Livia! Là ho soltanto.... tu lo sai....

LIVIA.

E come? Non ti basta?

LEONARDO.

Che dici? Vuoi che mi basti? E come può bastarmi?... Se tu sapessi....

LIVIA.

Credevo che non dovesse più importarti di nulla.

LEONARDO.

Ah, non è vero; non lo credi: tu lo sai che è il mio supplizio, e che non può essere altrimenti.

LIVIA.

Tua figlia, il tuo supplizio? Ah, no, questo non lo comprendo davvero! E non comprendo anzi più niente, adesso, se puoi dire così.

LEONARDO.

Oh, Livia! Ma come? Se non ho più altro, io! Tutta la mia esistenza s’è ristretta là, in quella bambina. Dovrebbe compensarmi di tutto, è vero? Ma come? Se io stesso non posso esser lieto per lei.... Lo capisci?... d’averla messa al mondo.... là.... dove non posso abbandonarla, è vero?

LIVIA.

Va bene! Ma questo, se qualcuno ti dicesse d’abbandonarla!

LEONARDO.

Tu, no! Lo so, non me lo dici tu! Ma mia figlia non è qua, con te!

LIVIA.

E chi può volere, là dov’è tua figlia, che tu l’abbandoni?

LEONARDO.

Là? Che lo si voglia espressamente, no; ma che si creda che io finga, per stancar la pazienza, aggravando apposta le difficoltà che mi opprimono, con lo scopo d’uscirmene, questo sì. Ebbene: “Padrone! Perchè no? Finiamola pure! Ecco la porta!„ Capisci? Senza comprendere, come te, che io non posso. Magari potessi!

LIVIA.

Ti hanno dunque proposto d’abbandonare la bambina?

LEONARDO.

Ma sì! Tutto.... Perchè io ormai.... che sono più io?

LIVIA.

Ma come potrebbe lei provvedere?...

LEONARDO.

Oh! Il suo lavoro frutterebbe meglio del mio, dice. E può darsi, sai? può darsi che sia vero! Perchè il mio non merita compenso.... altro che di parole....

LIVIA.

Sarà forse perchè vede mancare alla bambina...?

LEONARDO.

No. Sa, sa che io non invidio più neppure chi può attendere al proprio lavoro, al lavoro per cui è nato, di cui solo è capace, e ne abbia compenso, tanto che basti a farlo vivere, anche male.... M’arrabatto, fo di tutto, cerco di fare anche quello che non posso e non so fare.... quello che mi ripugna.... Ma, hai veduto? Oggi stesso, or ora, è venuto il D’Albis! “Addio, caro! Non c’è più posto per te!„ Anche lui: “Alla porta!„ Perchè pretendeva che io mi servissi di tuo padre, ora!

LIVIA.

Di _mio_ padre.

LEONARDO

smarrito nell’eccitazione:

Oh, oh.... io parlo con te.... di queste cose.... Perdonami! perdonami! Ho smarrito il cervello!

LIVIA.

E vuoi seguitare così?

LEONARDO.

Perdonami, perdonami.... Come, altrimenti? Appunto perciò t’ho detto che è il mio supplizio.

LIVIA.

Ma se lei ha potuto proporti di abbandonare la figlia....

LEONARDO.

Sì. Ma come l’abbandono?

LIVIA.

Aspetta. Non ti dico d’abbandonarla. Lo sai. Voglio sapere se....

LEONARDO.

Livia! Tu mi perdoni?

LIVIA.

Aspetta, aspetta. Dimmi questo: Ti vuole.... ti vuole bene, molto la.... bambina?

LEONARDO.

Perchè?

LIVIA.

Rispondi. Vuole più bene a te o alla madre?

LEONARDO.

Non so....

LIVIA.

Di più alla madre?

LEONARDO.

Sì, forse....

LIVIA.

Perchè tu non le sei tanto vicino!

LEONARDO.

Certo, sì.... per questo....

LIVIA.

Ma se potessi invece averla sempre con te....

LEONARDO.

Dove?

LIVIA.

Ma dico con te!

LEONARDO.

Se fosse nostra, dici? Ah, non me lo dire! Qua, alla luce.... Come sarei felice! E lei, anche lei la bambina....

LIVIA.

Ah, sì? Senza la madre?

LEONARDO.

No, dico, se fosse tua! Se fosse tua, Livia!

LIVIA

oscurandosi e irrigidendosi come per un brivido spasimoso:

Potrei.... sì, potrei anch’io volerle bene....

LEONARDO.

Perchè tu sei buona, lo so! tanto.... tanto.... Oh, Livia.... Tu mi hai perdonato, è vero? Mi perdoni?

LIVIA.

Sì.... zitto.... dimmi.... dimmi....

LEONARDO.

Quanto t’ho fatto soffrire! E ancora.... Ma non ho potuto esaurire la tua bontà....

LIVIA.

Basta, basta.... ti prego... dimmi....

LEONARDO

seguitando, con foga:

Mi raccogli dall’abisso in cui sono caduto, per ricondurmi qua, presso te, buona, come a un rifugio di pace. Oh, Livia, e qua, anch’io, come te, l’ho desiderata, sai, l’ho immaginata.... l’ho sognata tante volte qua, nella nostra casa.... e che strazio!

LIVIA

con un che di felino involontario, quasi per accendere di più lo strazio di lui e illuminare il suo:

È bella?

LEONARDO.

Sì, tanto....

LIVIA.

Come si chiama?

LEONARDO.

Dina.

LIVIA.

Parla?

LEONARDO.

Parla, sì....

LIVIA.

È bionda, è vero? Me la immagino bionda....

LEONARDO.

Sì, si, bionda.... una testolina d’oro....

LIVIA

si torce all’improvviso, quasi spremendosi, dentro, il cuore:

Ah, nostra!

E si copre il volto con le mani.

LEONARDO

con impeto:

No, no.... Povera Livia! È troppo, è troppo crudele.... Perdonami.... perdonami.

La abbraccia, le carezza i capelli, appassionatamente.

LIVIA

sentendosi mancare sotto la carezza, ma dominandosi a un tratto e quasi irrigidendosi imperiosa:

Qua tu non puoi più rimanere, ora.

Seguita la concitazione d’entrambi per tutta la scena, rapidissima fino alla fine.

LEONARDO

vinto, ebbro dalla passione:

No? Perchè?

LIVIA.

Non voglio, non voglio.

LEONARDO.

Ma non mi hai perdonato?

LIVIA.

Sì, sì, ma ora devi andare.... via! via!

LEONARDO.

Non mi vuoi? non mi vuoi? Perchè?

LIVIA.

No, no.... Leonardo, va’! Qua tu non puoi più rimanere come prima.

LEONARDO.

Se tu mi hai veramente perdonato....

LIVIA.

Proprio per questo.... Va’....

LEONARDO.

Ma io ti giuro, Livia....

LIVIA

forte, staccatamente:

No! Due case, no! Io qua e tua figlia là, no!

LEONARDO.

E allora?

LIVIA.

Allora.... chi sa! Lasciami.

LEONARDO.

Ma che pensi? Che vuoi dirmi?

LIVIA.

Lasciami per ora.... Vattene!

LEONARDO.

Ma io non posso, se tu non mi dici....

LIVIA.

Non posso dirti nulla. Ti dico soltanto: Vattene, per ora.... Lasciami pensare. So quello che tu desideri....

LEONARDO.

Te! te! Non desidero che te, Livia! Non desidero più altro che te!

LIVIA.

Come? E tua figlia?

LEONARDO.

No, te! te, soltanto!

LIVIA.

Lasciami.... basta.... no.... te ne scongiuro, Leonardo! Basta....

Svincolandosi.

LEONARDO.

Neanche il segno del tuo perdono?

LIVIA.

No. Addio!

Gli porge la mano.

LEONARDO.

Così?

LIVIA.

Sì. Basta. Te ne prego.... te ne prego....

LEONARDO.

Io non t’intendo....

LIVIA.

Devi intenderlo. Così, nè tu nè io possiamo ora rimanere, è vero?

LEONARDO.

E come, allora? Dimmelo!

LIVIA.

Chi sa! Lasciami riflettere.... Addio!

Leonardo le bacia forte, a lungo, la mano; poi le chiede con gli occhi un altro bacio. Livia risolutamente:

No. Va’, va’....

Leonardo esce. Livia, appena sola, alza il volto raggiante; ma subito dopo, vinta dall’intensa commozione, si nasconde il volto con le mani, cade a sedere, scoppia in pianto.

TELA.

ATTO TERZO.

In casa di Elena. Umile stanza, destinata a più usi. Due finestre laterali a destra, guarnite di vecchie tende; uscio comune in fondo; usciolo laterale a sinistra. Un canapè d’antica foggia, qualche poltroncina, sedie impagliate, una credenza, un tavolino, uno scaffale con poca terraglia, uno stipetto, un telajo, ecc.

Elena sta seduta presso la finestra in fondo e cuce. Dina le siede vicino su la sua sediolina.

DINA.

E quando verrà?

ELENA.

Adesso. Era già venuto. Tu dormivi. È andato a comperarti una bella cosa.

DINA.

Che cosa?

ELENA.

Che volevi tu l’altro giorno? Che hai detto a babbo che ti portasse?

DINA.

La bambola, grossa grossa, così.

ELENA.

Non è vero. Gli hai detto la scatola con gli alberetti.

DINA.

E le _memmelle_.

ELENA.

Le pecorelle, sì.

DINA.

E la casina.

ELENA.

Sì. Per fare la campagna.

DINA.

Mamma, raccontami la campagna.

ELENA

con pazienza, ma distratta, e con quel tono da cantilena con cui si dice una cosa già tante volte ripetuta:

Nella campagna c’è tanti fiorellini....

DINA.

Rossi.

ELENA.

Rossi. Ci sono poi gli alberi....

DINA.

Gialli. Fiorellini gialli....

ELENA.

Sì, anche gialli.

DINA.

Le farfallette....

ELENA.

Ah, già. Su i fiorellini si posano le farfallette.... Vedi, cara, lo sai meglio di me!

DINA.

E come fanno gli uccellini?

ELENA.

Cantano.

DINA.

Fanno, _cïo, cïo_....

ELENA.

Così.

DINA.

Nel nido?

ELENA.

Sì. Aspettano che la mamma rechi loro l’imbeccata.

DINA.

Hanno fame?

ELENA.

Fame, sì.

DINA.

Non si dice fame. Appetito.

ELENA

ridendo e baciandola:

Cara, gli uccellini, no: hanno fame, non hanno appetito.

Si sente sonare alla porta interna.

DINA.

Ecco babbo!

ELENA

alzandosi, senza deporre il cucito:

Sì, vedi? Ha fatto presto.

DINA.

Vado io! Apro io!

Corre.

ELENA.

Bada. Su la punta dei piedini.... Piano.... piano....

Dina, via di corsa per l’uscio in fondo. Pausa prolungata. Elena rimasta a cucire in piedi, non vedendo ritornare la piccina, domanda:

Chi è? Leonardo?

Su la soglia si mostra Livia Arciani, che tiene per mano Dina, la quale la guarda ammirata e confusa.

LIVIA.

Permesso?

ELENA.

Scusi.... lei?

LIVIA.

Sono Livia Arciani.

ELENA.

Voi!... Qua, Dina! Vieni qua! Vieni qua!

LIVIA

spingendo piano, delicatamente con la mano la piccina verso la madre:

Eccola, non temete....

ELENA.

Ma come?... Voi qua?... Che volete da me?

LIVIA.

Ho bisogno di parlarvi.

ELENA.

Parlare con me? Ma.... io non so.... Forse per conto di lui?

LIVIA.

Non per conto di lui. Con voi.

ELENA.

E.... e a quale scopo?... Oh! se ha fatto questo.... è indegno! Vi assicuro, signora, è indegno! Poteva risparmiarvi, e risparmiare a me, quest’incontro penoso.... e inutile.

LIVIA.

Sospettate sul serio che m’abbia mandata lui?

ELENA.

Ma sì, scusate! E non ne vedo la ragione, perchè io stessa....

Livia pietosamente, con gli occhi e appena con la mano, accenna alla bambina che sta a sentire. Elena dapprima stordita, ma poi comprendendo il cenno e chinandosi su Dina:

Sì.... ah! è brutto.... Ma permettete ch’io mi ritiri con lei....

S’avvia verso l’uscio a sinistra.

LIVIA.

No, vi prego: con voi debbo parlare. Il vostro sospetto è ingiusto. Ve lo dimostro, se mi lasciate parlare.

ELENA

a Dina.

Va’ di là, cara, senti? Va’ di là. Adesso mamma viene.

Accompagna la piccina all’uscio a sinistra; lo richiude.

LIVIA.

Intendo l’agitazione, la pena che la mia presenza deve cagionarvi. Ma invece d’ispirarvi un sospetto che non regge — ve n’accorgerete — vi dicano la violenza che ho dovuto fare a me stessa per venire da voi.

ELENA.

Lo credo; ma potevate risparmiarvela, signora.

Livia fa cenno di no, col capo.

Sì, vi giuro; perchè lealmente, vi giuro, io stessa....

LIVIA.

Non basta. So quello che volete dire. Non basta. Ve lo farò riconoscere. Ma permettete.... permettete ch’io segga....

ELENA

premurosa offrendole da sedere:

Sì, ecco, sedete, sedete.....

Livia s’abbandona a sedere; china il capo; si reca una mano alla fronte.

Voi soffrite....

LIVIA.

Sì. A parlare sopratutto. È uno sforzo.... come.... come se a ogni parola mi si debba staccare il cuore....

ELENA.

Oh, comprendo....

LIVIA.

Forse no. Lo sforzo è.... perchè non trovo più.... non sento come mia la mia voce.... un tono che mi sembri giusto. Non potete intendere. Ho troppo.... troppo taciuto; e, nel silenzio, troppo ascoltato la ragione degli altri.... la vostra.

ELENA.

Ma io....

LIVIA.

Non credetemi capace di prestarmi a rappresentare la parte che avete sospettato.

ELENA

guardando verso l’uscio in fondo:

Non lo vedo ritornare....

LIVIA

colpita:

Qua?

ELENA.

Sì, e vedo che siete venuta voi in sua vece....

LIVIA.

Io l’ho visto uscire di qua, pochi momenti or sono.

ELENA.

Sì. Con una scusa. Proprio con una scusa; fingendo d’aver dimenticato di comperare un giocattolo alla bambina.

LIVIA.

Ma dunque deve ritornare?

Si alza costernata.

ELENA

con foga:

No, no, siate certa, state tranquilla, nè ora nè mai, signora! Non ritornerà più! E da me non avrà più nessuna molestia: potete dirglielo! E basta. Basta per me e per voi, signora.

LIVIA.

Ma, Dio, ma questa agitazione mia, dunque, quello che ho finito or ora di dirvi, non vi tolgono ancora il sospetto d’un ridicolo accordo tra me e lui? L’ho visto entrare, vi dico; poi uscire. Non potevo supporre che dovesse ritornare.

ELENA.

Dovrebbe già esser qui....

LIVIA.

Sarà meglio allora ch’io vada. Non potrei parlare con voi, lui presente, come mi ero proposto. Ero venuta per parlare _da sola_ con voi.... Non potreste impedire, in qualche modo?...

ELENA.

Non so.... non saprei.... se veramente deve ritornare.... Ma se voi volete andare, state sicura che questa sarà l’ultima volta che viene qua. Ve lo giuro su quello che ho di più caro.

LIVIA.

Non è questo. Me l’avete detto e ripetuto. Non dubito della vostra parola. Già conoscevo la vostra intenzione. E sono venuta anzi apposta per dirvi che non è possibile.

ELENA.

Come!

LIVIA.

Non si tratta di questo!

ELENA.

E di che altro allora?

LIVIA.

Ve lo dirò. Pazienza s’egli mi troverà qui. Sarà più difficile per me, e anche per voi con lui presente. Ma spero che anch’egli si persuaderà con voi.

ELENA.

Non comprendo più, proprio, quello che voi vogliate da me.

LIVIA.

Veramente, con la sola ragione non potrete, forse. Dovrei farlo sentire al vostro cuore, che forse comprenderà.... non subito, certo; ma forse quando la ragione avrà finito di gridare contro di me. Ecco, sì. Allora sì, spero che il vostro cuore stesso v’imporrà una sua più profonda ragione, non più contro me, ma contro voi stessa. A voi e a lui l’imporrà. Perchè già a me l’ha imposta da tanto tempo. Ascoltatemi con pazienza, e credete, già lo vedete, non ho nessun sentimento contrario per voi. La ragione per cui sono venuta senz’astio, senz’odio, è più crudele, certo, dell’odio stesso, per voi. Ma non l’ho voluta io, non l’ho imposta io, questa ragione. Vi dite disposta, è vero? a troncare questa relazione?

ELENA.

Sì, da un pezzo! Ma nessuna relazione più, già da un pezzo....

LIVIA.

Lo so....

ELENA.

E per me, veramente.... Voi mi vedete, signora. Quando una donna si riduce così.... Non potete giudicare forse, perchè non mi avete conosciuta prima.... dico prima che tante sventure, un matrimonio disgraziato, la miseria, la morte di mio marito mi.... mi distruggessero così. Ho potuto chiedere ajuto.... ajuto di denaro, all’uomo che mi conobbe un’altra! Voi lo sapete....

LIVIA.

Sì, sì, so tutto.

ELENA.

Ch’ero stata sua fidanzata?

LIVIA.

Sì.

ELENA.

E che ruppi io, allora, il fidanzamento? io, per niente, per un puntiglio, per orgoglio.... perchè non tolleravo nulla. Ebbene, a tutti tranne che a lui avrei dovuto chiedere ajuto! Se l’ho chiesto a lui, signora, potete esser sicura che nulla più di vivo poteva esserci in me, da farmi provare poi un piacere in ciò che, dall’incontro con lui dopo tanti anni, purtroppo è seguìto. Come, io stessa non lo so. Forse perchè ciò che fummo, rimane sepolto in noi. In un momento, dagli occhi che s’incontrano, può essere rievocato. Illusione d’un momento. Che gioja può dare ciò che è morto da tanto tempo, schiacciato sotto il peso dell’avvilimento, dei bisogni, della stanchezza? Tutto finito, quasi prima di cominciare. Se non si fosse dato il caso.... la sciagura più grande.... quella bambina....

LIVIA.

Ecco. La bambina.

ELENA.

Ma da un pezzo, vi dico, io stessa, tante volte, tante volte gli ho proposto di finirla.

LIVIA.

E come? Avete ricordato la bambina. Come dite ora, finirla?

ELENA.

Perchè? Io non so.... dico finirla, come si finisce.... non vederci più....

LIVIA.

Ma dunque pretendete?...

ELENA

subito:

Nulla! Vi assicuro. Proprio nulla! Non pretendo nulla io....

LIVIA.

Vi pare così. Ma come non pretendete nulla? Pretendete da lui, invece, l’impossibile.

ELENA.

Perchè? Io non so.... Se egli vuole....

LIVIA

pronta:

Vuole.... che può voler lui? Riconciliarsi con me? Questo sì, lo vuole. Ma voi appunto gliel’impedite.

ELENA.

No! io, no! io, anzi....

LIVIA.

Aspettate. Lasciatemi dire. Non pretendete da lui un sacrifizio, che certo voi, da parte vostra, non vi sentite di fare? Sarebbe possibile a voi rinunziare....

ELENA.

Ma sì! A tutto!

LIVIA.

Alla figlia?

ELENA.

No! Che c’entra mia figlia? Io dico che rinunzio a tutto, appunto per questo. Non voglio nulla; mi tengo mia figlia; me n’andrò via di qua, lontano; e basta! Dite di no? Egli si riconcilia con voi.... Non basta? E che altro vorreste?

Si alza, torbida, guatandola.

Che vorreste voi dunque da me? Siete forse venuta qua...?

LIVIA.

Non vi turbate, non gridate così.... Non voglio nulla....

ELENA.

E perchè allora siete venuta, appena egli è uscito, e sapete che deve ritornare?

LIVIA.

Ma se vi ho detto che questo non lo sapevo!

ELENA.

Lo sapete adesso!

LIVIA.

Ancora il sospetto? Calmatevi, vi prego. Non vedete come sono davanti a voi?

ELENA.

E perchè? Che aspettate allora? Aspettate lui, per essere in due?

LIVIA.

Ma no!

ELENA.

Andate allora! Andate.... Che sperate? La mia bambina? Io griderò ajuto, signora!

LIVIA.

Ma via, potete immaginare sul serio, ch’io voglia usarvi una tale violenza? Sono una povera donna come voi....

ELENA.

Ditemi subito allora che volete, che siete venuta a fare qua!

LIVIA.

Ecco. Sono venuta a dirvi.... a dire a voi che vi dite pronta a rinunziare a tutto....

ELENA

pronta, interrompendo:

Non alla figlia, però!

LIVIA.

Eppure lo pretendete da lui!

ELENA.

Ma no, non pretendo nulla io! Egli vuol riconciliarsi con voi? Ebbene, rinunzii lui!

LIVIA

con forza:

Ma io non sono sua figlia. E io sola, vi faccio osservare, io sola finora, _veramente_, ho rinunziato a qualche cosa, a ogni mio diritto sull’uomo che voi mi avete tolto. Volete sapere perchè? Ecco, sono venuta appunto per questo, per dirvi questo. Perchè so bene che c’è qualcosa qua, più forte d’ogni mio diritto.

ELENA.

Dite la bambina?

LIVIA.

La bambina, appunto.

ELENA.

E non ho diritto io su la mia bambina?

LIVIA.

Ma certo! Chi può negarvelo? Il vostro diritto di madre. Ma non dovete guardare a questo soltanto, come io non guardo più al mio, di moglie. Pensate che voi dite _mia_ figlia, è vero? come se fosse vostra soltanto. Ma anche lui dice _mia_ figlia, e con lo stesso vostro diritto.

ELENA.