La quaderna di Nanni Le Commedie, vol. 1
Part 2
NANNI. — Ah! la riconosco; me li ha portati il servitore...
BONAV. — Quanto costa?
BOBI _(sottovoce a Nanni)_. — Il doppio sai, è un signore...
NANNI. — Questi sono bell'e pagati... per questi... una lira.
BONAV. — Eccovene due, galantuomo.
NANNI. — Non ci ho resto... me li pagherà domani.
BOBI. — L'amico non ha mai spiccioli.
BONAV. — Che importa? Faremo patta con altri lavori per me, la famiglia... e via dicendo...
NANNI. — Come la vuole... _(a Bobi sottovoce)_ Fosse venuto ieri, che bella posta!
BONAV. — (Potessi mandar via quell'importuno!) _(a Bobi)_ Vorreste, pagando, farmi il servizio di portare subito quegli stivali a casa mia colle loro forme?
BOBI. — E fin dove?
BONAV. — Qui vicino, sul canto, al N. 17. Saranno cento passi a dir molto.
BOBI. — A pian terreno?
BONAV. — No, al primo, tre scale.
BOBI. — Tre scale!
BONAV. — Quanto pretendete?
BOBI. — Oh! la faccia lei che sarà ben fatto.
BONAV. — No, no, patti chiari.
BOBI _(sottovoce a Nanni)_. — (Se non mi paga bene, non mi muovo). Mi dà una lira.
BONAV. — Una lira per portare a due passi un paio di stivali?
BOBI. — Che vorrebbe che portassi anche lei?
BONAV. — No, ma che foste più discreto... Con una lira piglio una carrozza.
BOBI. — Se la piglia mi fa piacere. Ci ho sempre gusto io a vedere la gente in carrozza.
BONAV. — (Maledetto!) Via, farò come volete, ecco una lira _(la porge a Bobi)_. Grazie.
BOBI. — Di che? _(s'avvia al fondo senza pigliare gli stivali)_.
BONAV. — Dove andate? Pigliate gli stivali.
BOBI. — Ora... ora... Vado qui da Bista pel necessario _(via)_.
NANNI. — La ritornerà lei a pigliare gli stivaletti?
BONAV. — O io o il servitore... Ma è facile che torni io stesso. Non ho nulla da fare, e mi piace trattenermi coi lavoranti.
NANNI. — La venga o la mandi dunque domani a buio.
BONAV. — Sta bene.
BOBI _(dal fondo, mentre un piccolo barroccino a paniera si ferma dinanzi alla porta: Bobi vi mette dentro gli stivali, quindi vi si adagia)_. — Vai, Bista... _(Il barroccino spinto da un fanciullo scompare)_.
BONAV. — Oh! mi dimenticava una cosa. Voi che vedete molta gente, particolarmente di servizio, non conoscereste una ragazza che volesse venire a servire mia moglie?
NANNI. — Io no, almeno per ora.
BONAV. — Una ragazza di bell'aspetto e buona, s'intende. In quanto a capacità, non importa; mia moglie cerca, più che una cameriera, una donna di compagnia nei pochi momenti in cui sta in casa... e non faccio per dire, in casa mia si sta bene!
NANNI. — Lo credo io; ma proprio non saprei a chi indirizzarla... Aspetti... no... no... non saprei davvero.
BONAV. — Non avete una nipote, una parente, e via dicendo? Ah! mi dimenticava di darvi il mio indirizzo... Cavaliere Bonaventura, sul canto della strada, sopra il caffè, al primo piano.
BOBI _(dal fondo)_. — Ecco fatto.
BONAV. — (Già tornato!)
BOBI _(a Nanni sottovoce)_. — C'era un servitore che voleva lo aiutassi a portare la legna in cantina... Che bestia! Io invece gli ho fatto portare su gli stivali... Ora ho il diritto di riposarmi! _(si sdraia sulla panca)_ Bella casa, sai, quella del signore.
NANNI. — Oh! l'ho sentita nominare più volte... Caspita, so che Andrea il tappezziere qui vicino lavora per lei...
BONAV. — Una bazzecola! Rifà il quartiere di mia moglie... Mi dispiace davvero che non abbiate qualche giovinetta per bene... Io ho sentito parlare di voi ed i vostri casi m'interessano... Vi ho anche visto qualche volta nel botteghino del lotto... Giuoco anch'io di quando in quando...
NANNI. — E non ha mai vinto?
BONAV. — Ho vinto una volta dopo di aver giuocato per tre volte gli stessi numeri.
NANNI. — Sicuro, così si deve far sempre. Ah! lei conosce il giuoco, sebbene non abbia bisogno di vincere, come l'ho io!
BONAV. — Oh! per questo, no; ma il denaro non guasta mai!
NANNI. — E a me poi che sono proprio al verde!
BONAV. — Ma se potessi fare qualche cosa per voi, procurarvi qualche altra occupazione...
BOBI. — Oh! la faccia per me, che per disperato e giuocatore di lotto non ce n'è uno compagno in tutta l'Italia! Lei che ha le braccia lunghe, se mi trovasse qualche impiego!
BONAV. — Come? voi che pigliate un barroccino per portare un paio di stivali, volete un impiego?
BOBI. — Un impiego da stare a sedere, badiamo, in qualche anticamera... sotto un portone... Un lavoro... da poco... un lavoro senza lavoro... non so se mi spiego.
BONAV. — Vedrò. Dunque non se ne fa nulla di questa cameriera?
NANNI. — Per ora non saprei davvero dove metter le mani.
BOBI _(a Nanni)_. — O la tua figliuola? _(a Bonaventura)_ Tenera e bianca come una vitella da latte!
NANNI. — Smetti! L'è sposa lei.
BONAV. — Se lo sposo è contento, meglio, meglio assai...
BOBI _(fra sè)_. — (Ho bell'inteso!)
NANNI. — Non se ne fa nulla, sa...
BONAV. — Trenta lire al mese, e anticipate, le avrei spese volentieri... Poi ci sarebbe lo spoglio di mia moglie, le mance di capo d'anno, dei pranzi...
BOBI. — Un affarone, Nanni!
NANNI. — Non se ne parli neanche.
BOBI. — Grullo.
SCENA IX.
_FIORENZA dal fondo. DETTI._
FIOR. — Babbo, è qui, sai; è qui Andrea. (Quel signore qui?) Fammi il piacere di levare di terra tutta questa roba. C'è Andrea, sai.
NANNI. — Oh! Andrea, Andrea!
BOBI. — Viene a casa tua, alla fin fine!
BONAV. — Andrea il tappezziere?
FIOR. — Sissignore.
BOBI. — Il padre dello sposo.
BONAV. — Ah! poichè siete sposa, bella ragazza, mi rallegro e spero che mi permetterete di offrirvi un fiore... Intanto vi saluto, bella sposina... E a rivederci presto _(via dal fondo)_.
BOBI. — Mi raccomando per un impiego... a sedere, veh!
FIOR. — Ma chi è quel signore?
BOBI. — Un nostro amico.
FIOR. — Ah! ecco Gigi e suo padre... Alzati, babbo; _(sottovoce)_ manda via Bobi e va loro incontro.
NANNI. — Oh perchè l'avrò da mandar via? Non sono in casa mia?
FIOR. — (Oh! pare fatto apposta!) E la mamma?
NANNI. — I pigionali di sopra l'avranno mandata in giro per qualche cosa... _(lavora cantarellando: Bobi gli fa la corda sdraiato sulla panca)_.
SCENA X.
_ANDREA e LUIGI dal fondo. DETTI._
FIOR. — Venite, Andrea: ecco mio padre... (Che cos'ha Luigi?)
ANDR. — Buon giorno, Nanni.
NANNI. — Buon giorno, Andrea _(seguita a lavorare)_.
FIOR. — Eccovi da sedere _(siedono tutti meno Luigi e Fiorenza)_. Non state a guardare intorno, che questa non è come la vostra casa.
ANDR. — A me basta che sia pulita... Nanni, io vorrei dirvi due parole senza testimoni.
NANNI. — Bobi è un mio vecchio amico; e non ho segreti per lui... E poi io ho bell'e capito: voi siete venuto a chiedere la mano della mia Fiorenza pel vostro Gigi.
ANDR. — Proprio questo non lo potrei dire.
FIOR. — (Come?)
NANNI. — Pretendereste forse che venissi in casa vostra ad offrirvela io?
ANDR. — Neanche per sogno!
NANNI. — Oh! avrei voluto vedere anche questa!
ANDR. — Ma pretendo di più.
NANNI. — Pretendete di più? Ohe! a che gioco giochiamo?
FIOR. — Babbo, persuaditi che tutto quello che dirà il signor Andrea, sarà per nostro bene...
NANNI. — Sentiamo, sentiamo adunque il signor Andrea!
ANDR. — È presto detto: Luigi ha un buon mestiere nelle mani, è figliuolo unico, non è peggio degli altri, e può quindi chiamarsi un discreto partito. Un momento: io vi dico subito che non conosco una ragazza migliore della vostra Fiorenza, che bada ai fatti suoi, lavora e non sta come le altre a fare ciance e pettegolezzi... Ed io sono arcicontento che Luigi se la sposi, col vostro consenso, s'intende alla prima. Ma Luigi, ai tempi che corrono, sarà gala che possa mantenere sè, la moglie e i figliuoli che verranno.
NANNI. — O chi vorreste avesse da mantenere di più? Il mio gatto?
ANDR. — Voi, caro Nanni, ed è quello che per il vostro onore e per la loro pace non voglio.
NANNI. — E perchè m'avrebbe a mantenere?
ANDR. — Perchè il primo giorno che la vostra moglie fosse malata e il figliuolo non vendesse i giornali e gli zolfini, voi non sapreste dove dare di capo per avere un tozzo di pane.
NANNI. — E chi v'ha dato ad intendere...?
ANDR. — Nanni, io so tutto, e poichè vi voglio bene, esigo che la felicità di questi ragazzi dipenda da voi. Alle corte, questo matrimonio non si fa finchè non avete dato prova di aver messo giudizio.
NANNI. — Non sono i ragazzi che debbono metter giudizio, è il babbo! _(a Bobi)_ Il mondo alla rovescia!
FIOR. — Babbo...
NANNI. — Sta zitta tu... E, per esempio, che significa questo far giudizio?
ANDR. — Sentite: noi abbiamo gli stessi anni, ed abbiamo cominciato a lavorare assieme... Un giorno voi avete giuocato con altri al lotto e vinto poche lire; ma da quel giorno maledetto vi siete messo in testa di potervi arricchire, e così ogni settimana avete portato al botteghino quanto io portavo invece alla Cassa di risparmio. Che cosa è successo in questi trent'anni? Che io vivendo meglio di voi ho messo assieme un gruzzolo di quattrinelli ed ho potuto avviare la mia industria, mentre voi... oh il mio povero Nanni!... Ma già di qui non si scappa; è morale aritmetica; due e due quattro, che nessuno al mondo può fare che siano tre o cinque: morale facile, chiara e lampante, la quale però non impedisce che se voi guadagnaste col lotto quanto ho guadagnato io col lavoro e col risparmio, le due sole lotterie in cui si vinca ogni settimana, sareste invidiato da mille e mille altri giuocatori... _(si alza)_ imbecilli, che non sapete nemmeno che cosa sia il lotto!
NANNI. — Oh! sentite, che mi vogliate insegnare a lavorare, tiriamo via, ma il lotto poi! _(si alzano tutti)_.
BOBI. — È un professore lui: sa la cabala a memoria!
ANDR. — Ma che professore, che cabala! Su, per diana, giuocatori marci che giuocate tutte le settimane da venti a trent'anni, sapete quanti terni, quante quaderne ci sono in novanta numeri?
NANNI. — Che importa? fossero anche mille!
ANDR. — Mille? Mille? Cento diciassette mila terni, due milioni e mezzo di quaderne!
BOBI. — (Senti il tappezziere come imbottisce!)
FIOR. — Signor Andrea, abbiate pazienza se ci metto bocca io. Il mio povero babbo va compatito: non sapeva quello che sapete voi per resistere alla tentazione, e così la sua testa fu un pochino traviata...
NANNI. — Ma che cosa c'entra la _Traviata_ adesso?
FIOR. — È quello che stava per dire; ma il suo cuore è sempre buono ed affettuoso, e se voi che avete stima di me e volete bene anche a lui, dopo di avergli dato così buoni consigli, vorrete dargli anche una mano, io vi benedirò come il benefattore della mia famiglia.
ANDR. — Ma sicuro che coi consigli voglio anche dare l'aiuto!... E l'aiuto che vi offro è lavoro... Io sto mettendo una piccola fabbrica di mobili in un paese sopra Pistoia, dove ho una casetta... Ebbene, voi verrete con me; ma nè lotto, nè amici vecchi!
LUIGI. — Casa nuova, vita nuova!
BOBI. — Se mi lasci metter fuori a questo modo, ti ringrazio, Nanni.
NANNI. — Non parla di te, sai...
ANDR. — Parlo proprio di lui che grande e grosso com'è...
BOBI. — Non fa nulla, non è vero? Se me lo aspettava! Ma, signor predicatore, che vi chiedo qualcosa io? Ho alle volte da sposarvi io?
ANDR. — Non fate il buffone con me voi, che non avete mai saputo mettervi a un mestiere, trovarvi una posizione...
BOBI. — Un mestiere, signor mio, l'ho: ramerino bollente! una posizione non ho che da sdraiarmi, e l'ho bell'e trovata! _(si sdraia nuovamente sulla panca)_.
ANDR. — Voi mi fate schifo!
BOBI. — Sarà lei uno schifo!
ANDR. — Nanni, date retta a me, piantate quel poltrone che non può darvi che dei cattivi consigli!
FIOR. — Sì, sì... Vieni, babbo, per amor mio e della povera mamma!
LUIGI. — Su, via, un po' di coraggio una volta, Nanni!
NANNI. — Sì, avete ragione, andiamo... Ma io ho giuocato... e vorrei sapere...
ANDR. — Li saprete i numeri, non dubitate!
NANNI. — Zitti!
SCENA XI.
_MARIA dal fondo frettolosa e febbrilmente agitata. DETTI._
MARIA _(fuori di scena, di lontano)_. — Nanni!... Nanni! _(in iscena senza fiato)_ Nanni!
FIOR. — Che è stato, mamma?
NANNI. — Ah! i numeri! i numeri!
BOBI. — Io vado a pigliarli al botteghino _(via dal fondo)_.
MARIA. — O povera me, la testa mi gira e le gambe mi mancano. Ah! dimmeli, dimmeli di nuovo i tuoi numeri!
NANNI. — Ecco, ecco il biglietto... Dov'è? Se l'avessi perso!... Era qui!... Ah! eccolo, è qui, sai, è qui, mia cara Maria!
MARIA. — Ah! tu mi compenserai di tutto quello che mi hai fatto soffrire!
NANNI. — Sì, sì... ti compenserò, la mia Maria; ma ora attenta ai numeri!... Tredici?
MARIA. — Sì, sì... tredici! Era anche il primo e mi dette subito nell'occhio...
NANNI. — Per carità, non mi mettere in mezzo, sai! Trentatrè?! trentatrè?... hai inteso?
MARIA. — Oh Dio!... Mi pare di sì... o trentadue... no, trentatrè... Ma che tu hai giuocato il terno e la quaderna?
NANNI. — Terno e quaderna, sicuro! Ma è il trentadue o il trentatrè che hai visto?... Sai, il due non ha che una pancia... invece il tre ne ha due... _(li disegna in aria)_.
MARIA. — Sì, sì, è il tre... Oh! va tranquillo che è il trentatrè... due tre, due tre!
FIOR. — Ma, babbo, tu la farai morire!
NANNI. — La compenserò poi... Ora il cinquantacinque, due cinque...
MARIA. — Due cinque, sull'anima mia!
NANNI. — Ah! un terno! Già un terno. Marietta!... Su... se ce ne fosse un altro... il novanta!
MARIA. — Il novanta?... No... non c'è... non mi sbaglio, vai sicuro, non c'è...
NANNI. — Che asino d'un novanta! Ma già non si può mica averli tutti... eh? Ah! un altro ancora e poi avrei la quaderna! Ma non è possibile, sarebbe troppo!... impazzirei!... Non voglio nemmeno saperlo se è uscito... l'ottantuno!
MARIA. — Ottantuno?... Aspetta!... Tredici, di sicuro; trentatrè... due pancie; cinquantacinque... di certo; settantasette, sì, al posto del tuo novanta... Sai il settantasette... le gambe di noi donne...
NANNI. — E poi? E poi? _(disegnando in aria)_ un otto... e un bastone...
MARIA. — Sì! il bastone! Sì, l'ottantuno!...
NANNI _(abbraccia la moglie e la figlia fuori di sè)_. — Quaderna! Quaderna! _(in questa entra Oreste piangendo)_ Quaderna!
ANDR. e _Luigi_. — Povero Nanni!
SCENA XII.
_ORESTE piangendo dal fondo col suo fascio di giornali. DETTI._
ORESTE. — Ahi! ahi! ahi! Mi hanno picchiato i compagni...
NANNI. — Finora eri figliuolo d'un ciabattino e se anche ti pestavano non importava nulla; ma ora che sei figliuolo d'un signore, guai a chi ti torcerà un capello! E via subito questi _Popoli_, queste _Riforme_!... Ora che sei ricco, nessuna _Opinione_ più! _(butta via i giornali d'Oreste)_.
ORESTE. — Sei briaco o ti gira?
NANNI. — Sei tu che hai finito di girare! E tu, cara Mariuccia, ora vedrai se ti voglio bene: ti voglio comprar subito uno scialle, anzi un paterpuffe. Signor Andrea.. Ma che signore.. caro Andrea, che ne dici, eh? Altro che Cassa di risparmio! Fiorenza, col tuo Luigi, e andiamo tutti a riscuotere il mio biglietto... Ah! s'io lo perdessi!... Fiorenza, mettilo là tu... tienci una mano sopra, e tu, Gigi, bada che nessuno... m'hai capito. E Bobi?... Dov'è andato Bobi?
ORESTE _(sulla porta)_. — Bobi! eccolo!
NANNI. — Bobi, si va tutti a desinare alla Luna e pago io!
ORESTE. — Oggi si desina! Oggi si pranza!
SCENA XIII.
_BOBI dal fondo. DETTI._
BOBI. — Ecco i numeri presi proprio caldi dal botteghino.
NANNI. — Ma se li so a memoria!
ANDR. — Sarà sempre bene assicurarsi...
NANNI. — Andiamo a desinare che io c'ho già le traveggole... _(si avvia)_.
ANDR. _(leggendo)_. — Tredici, trentadue...
NANNI _(fermatosi)_. — Trentatrè, trentatrè...
ANDR. — Trentadue, cinquantacinque, settantasette ed ottantasette!
NANNI _(atterrito)_. — Ottantuno!... Ottantuno!... Maria, tu l'hai visto l'otto e poi il bastone?
MARIA _(impaurita)_. — Io? Io... io non capisco più nulla.
ANDR. — Ha preso il sette per l'uno!
NANNI. — No; voi volete mettermi in mezzo, canzonarmi, perchè siete un invidioso! Fiorenza, eccoti la mia polizza: tu non mi puoi tradire, sei la mia cara figliuola! Sono quattro, non è vero, quattro?
FIOR. _(confrontando i due biglietti)_. — Tredici e cinquantacinque!... Due soli, babbo mio, due soli!!
NANNI _(disperato, colle mani nei capelli, si abbandona nelle braccia di Fiorenza)_. — Assassini!
BOBI _(se ne esce dal fondo col suo paniere gridando)_. — O che bollori! O che bollori!
(Mentre Oreste raccoglie i giornali, il sipario cala prontamente).
FINE DELL'ATTO PRIMO.
ATTO SECONDO
SCENA I.
_NANNI entra dal fondo — MARIA dorme sul lettuccio dietro il paravento — Sul tavolo, qualche pannolino da cucire, per Fiorenza._
NANNI. — Messo fuori dal padrone di casa col pretesto che non pago la pigione! Maledetto chi ha inventato lui e la pigione! Ma intanto mi butteranno sul lastrico colla moglie malata! _(guarda dietro il paravento)_ S'è sdraiata sul letto d'Oreste... e la dorme, meno male! Quando saprà che la pigione, invece di portarla al padrone, l'ho portata al botteghino! Che respiro affannoso! Dormi, dormi, povera Maria!... Almeno il sonno è tutt'uno pei ricchi e pei poveri... _(scende)_ Fiorenza non c'è... Che cosa faccio ora? Denari, manco un centesimo; al caffè punto credito; all'osteria un monte di debiti... No, in tutto il mondo non c'è un uomo più crocifisso di me! Qui da vendere, da impegnare... piazza pulita! Che Andrea abbia ragione? Egli sta bene, ha tutto il necessario... mentre io! E se andassi da lui?... No, mi ha mortificato in faccia a tutti. Alla fin fine se ho dato fondo ad ogni cosa fu per vantaggio della mia famiglia. Oh! sicuro, se non le volessi bene... se la maltrattassi... Ma ho bastonato una sola volta, che è così poco, la moglie io?... Ho dato cattivo esempio ai figliuoli? Ho rubato, ho ammazzato? Io!! Li lasciavo patir la fame: ma torti, per diana, non ne ho fatti mai!...
MARIA _(dietro il paravento)_. — Renza... Renza...
NANNI. — Non è tornata ancora...
MARIA. — Sei tu, Nanni?
NANNI. — Sono io. Che cosa vuoi?
MARIA. — Vorrei uscire... Sai che sopra mi aspettano...
NANNI. — Stai meglio?
MARIA. — Meglio o peggio, bisogna pure che ci vada.
SCENA II.
_FIORENZA dal fondo, con una tazza coperta, che va a deporre sul tavolo. DETTI._
NANNI. — Ecco Renza... La mamma t'aspetta.
FIOR. — Eccomi... _(a Nanni sottovoce)_ Sai che i pigionali di sopra mi hanno detto che non possono fare senza di una donna di servizio nemmeno un giorno, e che la mamma, perchè è malata, non la vogliono più? Ed oggi era appunto il giorno della sua mesata!
NANNI. — (E non sa della casa!) _(si avvia al fondo)_.
FIOR. — Dove vai ora?
NANNI. — Vado a cercarmi del lavoro.
FIOR. — Babbo... lo dici per davvero?
NANNI. — Quante volte m'hai già trovato bugiardo?
FIOR. — Oh! scusa, e tieni un bacio, ma proprio di cuore per me e per la mamma!
NANNI _(commosso)_. — Ma che!... lasciami andare... aiuta la mamma a vestirsi. (Ah! mi ha pur fatto bene quel bacio della mia figliuola. È tanto buona, mi vuol tanto bene! Sì, voglio mutar vita... e il lotto... all'inferno...! Sicuro, non giocherò più... mai... nemmeno una volta all'anno... lo giuro sulla mia testa!) _(via dal fondo)_.
FIOR. _(scende con Maria presso il tavolo)_. — Lascia che ti copra per bene... fa tanto freddo oggi.... Tu hai ancora la febbre... Ora eccoti un po' di brodo che mi ha dato per te quella famiglia di sopra.... Bevi, ora che è caldo, e siedi.
MARIA. — Che bene mi fa questo brodo... mi abbraccia proprio lo stomaco!... Se non l'avevo, non le avrei potuto salire tutte quelle scale.
FIOR. — Oggi non ci andrai... Non ti reggi ritta!
MARIA. — Ma se mi licenziassero?
FIOR. — Ho già detto che sei malata, e che se mi resta un ritaglio di tempo salirò io... Ora sta tranquilla... Io spero ancora, se è vero che il babbo si rimetta a lavorare proprio di buzzo buono!... _(siede e si pone a cucire)_.
SCENA III.
_ORESTE dal fondo coi giornali. DETTI._
ORESTE. — Mamma, dammi da mangiare... Che c'è del brodo oggi?
FIOR. — Questo è per la mamma malata...
ORESTE. — Anch'io sono malato e della peggio malattia!
MARIA. — E di che?
ORESTE. — Di miseria, di fame, di freddo..... Senti che mani, bambina.
FIOR. — Ah! non mi toccare! Se tu lavorassi con Luigi, almeno non avresti freddo.
ORESTE. — Ma avrei più fame... Oh datemi da mangiare che non n'ho vendute che due dozzine.
FIOR. — Guarda là nell'armadio, c'è del pane.
ORESTE _(dopo aver preso del pane nell'armadio, scendendo, alla madre)_. — Pane... pane... Mamma, io vedo che nei tuoi pater noster tu non chiedi mai altro che il pane quotidiano... Se tu chiedessi anche un po' di stufatino quotidiano?
MARIA. — Spicciati... due dozzine sono poche a quest'ora.
ORESTE _(mangiando)_. — Come si fa? Fa un freddo che cascan le code ai cani! Vento... acqua... tutti corrono... e nessuno si ferma... Aveva un bel gridare: _La Nazione_! per due soldi _la Nazione_! _Il Popolo_! per un soldo _il Popolo_! _Il Diritto_! _La Riforma_! _Il Corriere_! _L'Asino_! _Il Lampione_! _L'Italie_! _L'Opinione_ della mattina! _L'Opinione nazionale_! Tutte a un soldo le _opinioni_! Ma sbraitava inutilmente! Perchè la gente si fermasse, strillavo: signori, la mia opinione è che lei prenda il popolo, salga sull'asino, accenda il lampione e via diritto per l'Italia a cercare una riforma che faccia per la nazione! Tutto fiato buttato via! Pareva che non avessi da vendere che la _Gazzetta Ufficiale_! Ah! così mi fate? al partito estremo!
MARIA. — Non farmi altre birbonate, sai...
ORESTE. — Ma che birbonate! Guardai di qua... di là... non ci fossero guardie... e poi: _legghino_, signori, quell'uomo che uccise la moglie e nove figliuoli!
MARIA. — Oh che orrore!
FIOR. — E dove è mai successo?
ORESTE. — Ma che successo! Le s'inventan noi! E n'ho subito venduti quattro o cinque... e via ad un altro canto... Sentano, signori, un Ministro... che mangia!.. e subito altri tre o quattro...
FIOR. — Perchè inventi queste brutte cose?
ORESTE. — Perchè, cara mia, i giornali quando non sono pieni di birbonate e di disgrazie non si vendono.
FIOR. — Mi pare che dovrebbe essere il rovescio.
ORESTE. — Eppure è così. Un uomo che si butti nel fuoco per salvare una persona? Me ne importa assai!... Ma la porcheria e l'assassinio? Eh! io so come l'hanno avvezzato il pubblico! Ama la carne sanguinosa come le bestie del giardino... teologico!
MARIA. — Vai ora, non perder tempo...
ORESTE. — Oggi poi non ho da inventar nulla... Ce n'è due! _Legghino_, signori, _(avviandosi)_ un prete che sposò la figliuola... _(fermatosi, alla sorella:)_ non sarà vero, ma c'è scritto, e siccome c'è di mezzo un prete, tutti lo credono... _(ad alta voce:)_ Un prete che sposò la figliuola... _(a Fiorenza:)_ Senti... _(ad alta voce:)_ e il nuovo romanzo in appendice: Le notti delle tre messicane! _(via dal fondo)_ delle tre messicane, signori!
FIOR. — E dicono che i giornali si fanno per educare il popolo... Sarà, ma qualche volta mi pare che sarebbe meglio non saper leggere... O Luigi, siete ancora vivo?
SCENA IV.
_LUIGI dal fondo. DETTI._
MARIA. — Vi lasciate vedere alla fine!
LUIGI. — Che volete, c'è molto lavoro in bottega, e poi mio padre, da quel giorno benedetto, è un po' ingrugnato...
FIOR. — Vostro padre ha ragione, pur troppo!
LUIGI. — Ma io vi voglio sempre bene, e prima o poi avete ad esser mia...
FIOR. — Speriamolo... Ma badate a non disgustarlo... Se smettesse di darmi lavoro!
MARIA. — Dio guardi!
LUIGI. — Mio padre non è uomo da fare queste cose. Grida, predica, ma ha un cuore così. Ora è andato in casa d'un cavaliere qui vicino e non tornerà tanto presto... E Nanni?
MARIA. — Dopo quel colpo terribile non ride più... Oh! è una cosa che fa pietà l'idea fissa di quell'uomo!.. Alle volte pare anche a me che debba fare una bella vincita.
SCENA V.
_NANNI dal fondo inosservato. DETTI._
MARIA. — S'egli vincesse almeno un terno! _(Nanni si arresta sulla soglia)_. E io ci penso tanto, malgrado mio, che questa notte istessa, guardate, io ho fatto un sogno proprio sul serio... un sogno così curioso... che se avessi denari, questa volta, per questa volta sola, giocherei anch'io.
FIOR. — Non ci mancherebbe altro!
LUIGI. — Oh! per una volta! Diteci il vostro sogno, e poi me ne vado.