La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato

Part 9

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Le donne devono amar la memoria del Tommaseo, poich'egli studiò la donna con culto infinito: la pose quasi sugli altari. Nessuno in Italia la studiò moralmente più di lui. A Parigi, oggi lo chiamerebbero un _féministe_. Quanti conoscono un suo sublime poemetto, in ottave, intitolato _Una serva?_... Non si tratta d'una di quelle serve a cui il Molière leggeva le proprie commedie: bensì d'una giovane schiava bianca del Medio Evo, percossa a sangue dal padrone, che, come merce inutile, la vende al castaldo d'un vescovo. Noi la vediamo venir innanzi, a piedi nudi, pallida, estenuata, e col solco del flagello sulla fronte, tra rosso e nero.... La infelice racconta al vescovo i proprii guaj; il prelato l'ascolta commosso, la consola, vuol che il castaldo la tratti bene; ma la poveretta s'ammala. Alla pietà si unisce nel cuore del vescovo l'affetto; un affetto che arde e non ardisce; un affetto che lo inquieta, lo tormenta, lo fa soffrire; ed ella vede, comprende tutto, ed esce turbata e altera, come se ella fosse signora ed egli schiavo. La fine è sommamente patetica. Questo poemetto è tutto un profumo di finezze, di sentimento e di grazia. La bronzea prosa del _Sacco di Lucca_, alcune poesie profonde e affettuose (_D'un quasi cieco e presso a esser vedovo, Piaghe nascoste_) formano la corona artistica più bella del Tommaseo, ch'è onorato sopratutto quale pensatore, critico e filologo. Sono monumenti imperituri di lingua il suo _Dizionario della lingua italiana_ e il suo _Dizionario dei sinonimi_. Alcuni poeti, oggi celebrati, attinsero alle sue acque lustrali.

Non è una novità, no, oggi, la poesia a favore dei diseredati.

Ricchi, a voi che dice il cuore Della fame e dell'orrore Di chi langue e di chi muore?

domandava il Tommaseo, derivando dal puro Vangelo, non dalle torbide teorie del suo secolo, il grido della riparazione. La povertà e i dolori altrui lo inspirarono fin da' primi anni. Ricordando sè giovinetto (“taciturno e selvaggio„ a dodici anni), dice nello scritto _Educazione dell'ingegno_: “Un viaggio per mare, e la vista d'un'isola povera, e la conoscenza di parenti poveri e buoni; la morte d'altri parenti amati, i dolori di mia madre, mi vennero esercitando il già desto affetto....„

E amava gli umili:

Foglia, che lieve a la brezza cadesti, Sotto i miei piedi, con mite richiamo Forse ti lagni perch'io ti calpesti. Mentr'eri viva sul verde tuo ramo, Passai sovente, e di te non pensai; Morta ti penso, e mi sento che t'amo!

Così _Ad una foglia_. Qui, il sentimento più raffinato della natura; qui, il sentimento di pietà e l'affetto pei semplici; e questo affetto dilaga in tutto il gigantesco lavoro del Tommaseo, in cui non trovi neppure un gesto, neppure un accenno di accondiscendenza verso chi venne dalla sorte ingiustamente innalzato. E son credenti, anime devote a Dio, questi poeti che accarezzano gli addolorati e gli umili. Peccato che il demone dell'astio letterario (vecchio demone d'Italia) abbia suggerito al Tommaseo un crudele epigramma contro l'infelicissimo Leopardi. È la macchia del suo alloro.

Nicolò Tommaseo si rifugiò povero a Parigi nel 1838, essendo stato espulso da Firenze, a motivo di due articoli suoi nell'_Antologia_ del Vieusseux; due articoli di critica letteraria, che parvero offesa ai governi e minaccia di ribellione: l'uno intorno a un poema, _Pietro di Russia_, l'altro.... su Pausania! A Parigi andò ad alloggiare in una buja stanzuccia al numero 3 della _Rue du Marais St.-Germain_; l'anno dopo, cambiò casa, al numero 2 della _Rue de la Bienfaisance_.

Egli, esule ignoto, andò a riverire l'esule illustre nativa di quella Milano che lo aveva confortato nei giorni desolati. In casa della Belgiojoso, il Tommaseo conobbe lo storico Francesco Mignet, che tanto nobile posto occupò nel cuore della principessa e al quale consacreremo più innanzi alcune pagine. E al Mignet, Nicolò Tommaseo dedicò, alcuni anni dopo, le _Scintille_.

La Belgiojoso inspirò al profugo dalmata accese poesie? Finora non è stato possibile trovarne: forse è a lei, che il poeta allude in una pagina del romanzo _Fede e bellezza_; romanzo originale in varii punti, e che riflette parte della vita del Tommaseo e della vita d'altri esuli italiani a Parigi. La pagina è una confessione umiliante; è una pagina amara:

“Amav'io in essa l'affetto che a quando a quando traspariva dalle parole delicatamente lusinghevoli e dagli occhi vaganti? Amavo io l'ingegno agile, aperto? Amav'io 'l nome? e l'esile persona schiettamente adorna, e la casa riccamente addobbata, e la frequenza elegante poteva anco in me? Non credo. I suoi titoli a lei negai con reticenza affettata; e la trattai ora con famigliarità, or con durezza; e al suo sorriso feci più volte cipiglio. Ma pur mi sedetti alla sua mensa: e un giorno, perch'io disavvedutamente pigliavo il posto d'un conte, ella sollecita m'additò il mio minore. E soffersi....

“Lei, la donna ch'io penso, signoreggiare avrei voluto, tutta: ma come maneggiare agilmente vaso incrinato? Gli era pur bello e lavorato con arte! Mente serena: ma faceva sovente il cuore severo, e freddo cercatore de' difetti altrui. Chi sa qual vecchiaja l'attende! I piaceri, incautamente agitati, lasciano feccia di dolore: e io lo so.„[50]

La confessione d'uno sconfitto. E fra gli sconfitti e gli umiliati, notavasi un giovane profugo di Bari, che divenne nemico poco cavalleresco della Belgiojoso, se è vera l'atroce espressione ch'egli osava esprimere fra amici emigrati a Torino sul conto di lei; di lei, che lo ricambiava d'eguale disprezzo. Ella tracciava con poche beffarde parole la caricatura di Giuseppe Massari: _la lèvre enflée d'emphase, la bouche macaronique...._

Egli conobbe la principessa a Parigi, dove, per isfuggire alle persecuzioni borboniche, il padre (che lo sapeva legato alla società segreta della _Giovine Italia_) lo mandò appena seppe d'alcuni cospiratori caduti sotto il rigor del Governo. Ma il Massari non era nato ai silenziosi misteri delle società segrete. L'indole sua, aperta e loquace, non lo portava a resistere nei rigidi sistemi delle occulte cospirazioni. A Parigi, ebbe la ventura di metter subito piede in casa d'un suo conterraneo, il generale Guglielmo Pepe; ed ivi potè espandersi: ivi conobbe il Berchet, suo idolo poetico di giovinezza, Terenzio Mamiani, Giacinto Collegno, Giovanni Arrivabene, l'Arconati, tutti gli esuli italiani più onorevoli e più onorati. E fu presentato alla principessa Belgiojoso, che non si capisce come non avesse ribrezzo delle abitudini allora poco pulite del giovane barese; ma egli era così dilettevole e pronto parlatore, era così caldo patriota, così infatuato dell'abate Vincenzo Gioberti, cui la principessa grandemente ammirava! Il più arguto dei critici, Eugenio Camerini, lo chiamò “la tromba del Gioberti„. Non solo ei si fece banditore del verbo giobertiano, giurando in ogni concetto, in ogni parola del maestro piemontese, ma con incrollabile tenacia volle lodarlo coll'ardente parola anche allorquando nella coscienza forse dissentiva da lui. Coll'_Introduzione allo studio della filosofia di Vincenzo Gioberti_, il Massari fu il più efficace divulgatore di colui che tentava di conciliare la fede colla scienza, la Chiesa colla patria.

Il Massari discorreva spesso del Gioberti colla principessa: le mostrava le lettere che il filosofo gli mandava da Bruxelles, annunciandole che il Grande avrebbe rinnovati a fondo gli studii filosofici in Italia; il che non avvenne, passando egli pel nostro cielo, solo come meteora abbagliante. Il Gioberti pregò il Massari di rivedere le bozze del _Primato_; quel libro che avea squilli di risurrezione e che parve, e fu, una profezia; profezia avveratasi nella comparsa di Pio IX.

Nelle sue smanie amorose per la principessa, il Massari si confidava colla marchesa Costanza Arconati Visconti, moglie d'un sant'uomo, amica e protettrice di Giovanni Berchet. La dea della bellezza non avea sorriso alla culla della marchesa, il cui volto era schiacciato, dai lineamenti volgari; ma il carattere della colta gentildonna era franco; era quello d'una buon'amica.

La marchesa Arconati Visconti andava persuadendo il Massari di abbandonare il folle sogno d'amore; e il poveruomo, alla fine, dopo lunghi sospiri, ne guarì. In una lettera che il Massari mandò da Parigi alla marchesa Costanza Arconati Visconti, così a lei si confida riguardo a quella febbre e a quella guarigione: “Io avrò sempre simpatia e amicizia per quella signora; ma adesso null'altro. Due mesi fa, non avrei potuto dirlo: ora glielo dico con coscienza, e ringrazio lei di tutto cuore d'aver cooperato molto a guarirmi.„[51]

E nel salotto della Belgiojoso apparve un giorno la bella figura del Gioberti in persona, che esaltava il nome d'Italia con un'eloquenza focosa, a cui nessuno poteva resistere. Celebrando oltre misura i fasti, il genio d'Italia, e profetandone magnifici i destini, egli entrava nel regno abbagliante dell'iperbole; ma quelle iperboli eran sante. Quelle esagerazioni sue quali benefici effetti produssero alla causa precipua e finale dell'indipendenza d'Italia! Il Gioberti fu un grande seminatore. E quale impetuosa prontezza nell'apprendere, nel riferire, nell'avvincere gli animi! — Ma è questi veramente un figlio della compassata gente torinese? — chiedeva la principessa nell'ascoltare le infuocate parole del sacerdote ispirato; — sacerdote della Chiesa ch'ei voleva purificare ed innalzare come Dante, come il Savonarola, come il Rosmini; — sacerdote della filosofia, ch'ei voleva animare delle fiamme dell'artista; sacerdote della patria che ei voleva riporre maestra a tutte le genti. _L'Italia crea l'Europa cristiana e moderna; l'Europa torna all'Italia_; quante volte ei lo ripeteva!

Ma più volte il Gioberti si contraddisse riguardo alle forme di governo che volea dare all'Italia; e fra' suoi avversarii, qualcuno raccolse, in un libro, le contraddizioni del grande.[52]

Nell'isola di Oahù, nell'arcipelago delle Havaii nell'Oceania, i viaggiatori incontrano boschetti di _haos_ dai fiori candidi al mattino, gialli a mezzodì, rossi la sera.... Qualche cosa di simile accadeva in certe opinioni politiche del Gioberti; ma bisogna considerare l'ampio, eccelso ideale di un'Italia grande ch'egli mai smarriva e ch'era l'anima dell'anima sua; bisogna ricordarsi il ritratto che, di sè stesso, il Gioberti ci lasciò nei _Prolegomeni_: “Io non ho due cuori, nè due pensieri, e dedicai da buon tempo tutte le facoltà del mio animo alla religione e all'Italia, indivise nel mio affetto e nella mia mente: questi sono gli amori che ardono nel mio petto, che addolciscono le mie sventure, che inspirano le mie parole, che guidano la mia penna, che sostengono, posso dire, e governano la stanca mia vita. Chiunque ama per lo meno l'una di queste due cose, chiunque adora la religione e l'Italia, è mio amico, qualunque siano i suoi portamenti verso la mia persona, i danni che io n'abbia ricevuti per lo passato, il disfavore o il pregiudizio che possa ridondarmene per l'avvenire.„

Il Gioberti ammirava nella principessa Cristina la patrizia che si consacrava al trionfo dei diritti del popolo. Il filosofo torinese nel _Primato morale e civile degli Italiani_, credeva infatti, al pari del Montesquieu, che missione del “ceto dei nobili„ era di farsi mediatore tra il sovrano e la moltitudine ed essere il “vincolo naturale e quasi l'armonia conciliatrice d'entrambi.„

Ma è vero che il Gioberti si pentì della lode e proferì aspre parole sulla principessa? Si pensi ciò che lo stesso Gioberti scrisse sul proprio fratello di religione Antonio Rosmini, e in qual modo ne giudicò le dottrine, dopo d'averle esaltate!... Le miserie dei grandi.

Il Gioberti giunse a Parigi sulla fine del 1833, perchè scacciato, qual liberale, dal Piemonte, egli, il cappellano di re Carlo Alberto. Il governo piemontese lo avea tenuto sette mesi in carcere per l'appassionata simpatia da lui espressa a favore dei calpestati Polacchi. Liberato e condotto al confine, lo lasciarono andar libero dove voleva; ed egli prese il volo per Parigi, a quel centro procelloso d'intelletti novatori, dove vivea, povero e grande, un altro abate novatore, ardente anch'esso di una fiamma comunicativa, il Lamennais, — colui che sollevò alto scalpore coll'_Essai sur l'indifférence en matière de réligion_, mirando anch'egli a innalzare il prestigio della Chiesa; e la Chiesa lo sconfessò. E allora il Lamennais aveva pubblicate le famose _Paroles d'un croyant_; parole di fuoco che un cavaliere dell'arte tragica sublime e della libertà tradusse e diffuse, a pro delle libere idee: Gustavo Modena.

A Parigi, il Gioberti potè respirare a larghe ondate quell'aria liberale che, in Piemonte, gli veniva tolta sino all'asfissia. Poi si recò a Bruxelles; ma nel novembre del 1845 tornò a Parigi.

Smessi gli abiti sacerdotali, il Gioberti non amava essere riconosciuto a Parigi qual prete: perciò all'amico Giovanni Baracco, prete, giornalista e archeologo di Torino, mandava queste parole: “Nel sovrascritto (della lettera) non mi dia dell'abate, nè del teologo, nè d'altro, ma scriva soltanto _M. Vincent Gioberti_, senza più. Quest'ultimo articolo è di molta importanza; d'ora innanzi, abitando nei Campi Elisi, i titoli preteschi sarebbero ancor più inopportuni.„[53] Egli alloggiava precisamente al numero 19 dell'_Avenue d'Antin_, in una meschina cameruccia, solo. Seguendo le sue consuetudini, questo povero figlio d'un sensale, che avea sofferto nell'infanzia ogni privazione, non teneva neppure una persona di servizio. Gli editori guadagnarono sacchetti d'oro co' suoi libri avidamente ricercati, diffusissimi; egli non guadagnò un soldo, tranne una misera somma per _Il rinnovamento civile degl'Italiani_, la sua più seria opera politica, dove invoca milizie italiane e forti.... come tre secoli prima il Machiavelli. Illibato nei costumi, sprezzatore del lusso, dei denari, dei soccorsi, come un filosofo antico, questo filosofo moderno doveva, pochi anni più tardi, diventare a Torino ministro e capo di ministri; e morì a Parigi d'improvviso, una notte, senz'ajuti: fu trovato mezzo avviluppato fra le coltri e le lenzuola, giù del letto, freddo cadavere.

Un nuovo fatto curiosissimo della principessa Cristina Belgiojoso attirò l'attenzione di tutta la Parigi intellettuale. Fu una sorpresa, uno stupore unanime.

Chi mai poteva immaginare che una signora come la Belgiojoso potesse scrivere un'opera sulla formazione del dogma cattolico?... Eppure, nel 1842, uscì a Parigi l'_Essai sur la formation du dogme catholique_ senza nome d'autore, ma che passa per suo.[54] E sono quattro grossi, fitti volumi!... Le meraviglie non furono piccole a Parigi, e non piccole a Milano, perchè un'opera simile, non ostante i suoi vuoti, non poteva essere frutto che di tutta una vita di lunghi studii ecclesiastici. A Milano, Achille Mauri non risparmiò l'illustre amica, e, alludendo alla clemente filosofia (la filosofia del giovane clero parigino) che raddolcisce qua e là le rigidità jeratiche, — improvvisò un epigramma, poco felice epigramma che non merita l'onore d'essere riprodotto.

Il filosofo Mamiani, al quale la principessa fe' dono dell'_Essai_, si mostrò ben più cavalleresco, da quell'autentico gentiluomo ch'egli era. Le inviò una lettera dove esamina l'opera, la loda, e, con garbo, tocca lieve sul dubbio.... della vera paternità dell'opera stessa: è una bella lettera quasi ignorata, benchè edita nelle accurate “Lettere dall'esilio„ del Mamiani, citate poc'anzi.

“Avendo piaciuto alla vostra modestia di mandar fuori l'opera senza nome, egli avverrà per certissimo che molti, nol sapendo e nol sospettando, attribuirannola a qualche scrittore provetto e usato per tutta la vita a meditare di teologia e di metafisica. Or che diranno eglino imparando più tardi che l'abbia pensata e dettata una graziosa signora, la quale adopera il più del tempo a conversare cogli amici, a fare lor festa con la più fina cortesia e piacevolezza che il mondo conosca? Vero è, per altro, che in questa vostra opera le materie più astruse sono trattate con una tal limpidezza; le controversie sono raccontate con tanta larghezza e padronanza di idee; splende per tutto una vita, una grazia, una scorrevolezza, una disinvoltura siffatta che vedesi com'è uscita da un intelletto elegante di sua natura e esercitato nella più scelta compagnia degli uomini, ov'ha imparato a fuggire la rigidità delle cattedre e coglier fiori anche tra le spine delle sottigliezze scolastiche. Per fermo avete scelto un bel modo per tentare di ricondurre gli uomini (come sembra vostro desiderio) a occuparsi in tali studii e forse, con quest'intenzione di bene, avete determinato di scrivere nella lingua oggi più nota e più sparsa; e questa scusa vi toglie dal numero di coloro che senza ragione legittima, salvo la propria vanità, pongonsi a dettare in lingua straniera aggiungendo quest'amarissima umiliazione alle tante cui soggiace la nostra infelice patria.„

E qui, smessa la graziosa ombra di adulazione, l'autore delle _Confessioni d'un metafisico_ accentua le lodi, ma non accenna ai più mirabili capitoli: _Les Longobards et la Papauté_.

“Non posso poi non lodarvi in particolar modo dello spirito illuminato di tolleranza che governa sempre la vostra penna e della carità veramente cristiana onde v'ingegnate di riconoscere la innocenza almeno delle intenzioni ove non potete quella delle opere e degli scritti.

“La maniera, per esempio, come tratteggiate il carattere di Giuliano e indicate il valor morale delle sue azioni tiene una tal giusta misura tra le lodi soverchie del Gibbon e le detrazioni passionate di molti scrittori cattolici, che fate mostra a un tempo di fino criterio, di coraggioso amore del vero e d'animo imbevuto dalla più pura e più larga filosofia cristiana.„

E la conchiusione?

“Concludo che quel che ho già letto dei volumi mi è sufficiente per prendere ammirazione grande della vostra dottrina e del vostro ingegno; e per salutarvi degnissima concittadina di Gaetana Agnesi.

“Possa il vostro esempio valere sprone presso alle donne italiane, presso a quelle singolarmente che oscurano coll'ignavia e colla fiacchezza dell'animo lo splendore dei natali e delle ricchezze!„

Questa puntura alle ignave patrizie deve aver fatto alla principessa più piacere che le lodi a lei: lodi ch'ella forse non meritava tutte. Il libro, nel quale (mi afferma un dotto teologo lombardo) “c'è del buono, del molto buono pel tempo in cui è scritto„, non è forse tutta opera della principessa; la quale non poteva aver fatti tutti quegli studii d'opere latine. Conosceva bene la grazia _de congruo_?... Conosceva bene i Nestoriani e i semi-pelagiani, che speravano di servire da mediatori fra i Pelagiani e i cattolici?...

Il primo altare della preghiera sono le ginocchia della madre; e la Belgiojoso imparò a pregare dalla madre; dalla madre imparò a credere. Il soffio dell'incredulità passò invano attraverso quel cuore, colle letture dei filosofi francesi, liberamente fatte nella prima giovinezza; ma la fede in Dio, la fede in Cristo rimasero intatte in quell'anima altera. E la fede fiammeggia in tutto l'_Essai sur la formation du dogme catholique_. I capitoli su Sant'Ireneo, Sant'Ambrogio, San Girolamo, Sant'Agostino sono caldi di spirito religioso, e sono piacevoli a leggersi, pei costumi cristiani dei primi secoli, per lo stile.

Il francese dell'_Essai sur la formation du dogme catholique_ è un delizioso francese, morbido, scorrevole come una carezza: lo stile francese, che la principessa adopera per i soggetti politici, non ha, invece, quella fluidità; bensì è secco, scolpito come una lapide. Bisogna notarlo.

Quel libro che, secondo il mio teologo, presenta molti appunti di letture “fusi in una buona e fluente pasta e rivelatori di spirito aperto e attento„ fu steso dalla principessa, che avea la penna rapidissima e pronta per ogni soggetto; ma ho l'assoluta convinzione che vi ha messo la mano un giovane, geniale predicatore francese: l'abate Cœur; lo stesso al quale madame d'Agoult ne' suoi _Souvenirs_ accenna nei tratti poco benigni, che, per l'imparzialità dell'assunto storico, riportammo nel precedente capitolo.

Il padre Pierre-Louis Cœur emergeva fra i predicatori alla moda. Era nato a Tarare, la città delle mussoline, da una famiglia di commercianti che pretendeva discendere dal famoso, ricchissimo argentiere di Carlo VII; colui che, accusato poi di delitti immaginarii, scappò a Roma e comandò.... una mezza flotta contro i Turchi. I begli argenti del padre Cœur erano le sue lezioni di teologia alla Facoltà di Parigi; erano le sue prediche, che, per purezza e grandiosità, venivano paragonate a quelle del Massillon. Larghe le sue idee; aperto il suo intelletto agli aliti moderni. L'anno del suo trionfo fu il 1840, quando predicò a San Rocco, la chiesa dove dorme Corneille. I più entusiasti lo soprannominarono il San Cipriano del secolo XIX; ma avevano forse sentito predicare quel santo africano sulle rovine di Cartagine?... Anche il padre Cœur diventò vescovo.... non di Cartagine; e morì nel 1860, a cinquantacinque anni, non in odore di santità, ma compianto da chi ammira i liberi voli d'un nobile ingegno.

Alessandro Manzoni, scrisse una seria lettera alla Belgiojoso sul libro del dogma.[55] Giulio Simon, il quale diceva “une femme savante n'est pas une femme qui sait; c'est une femme qui fait parade de sa science„ e che a una filosofessa preferiva una povera sempliciotta, una pianella perduta nella neve, lodò il libro; ma spremeva la lode col conta-goccie. Il filosofo Victor Cousin, che pontificava alla Sorbona suscitando inenarrabili entusiasmi colla sua smagliante esposizione delle teorie dell'Hegel, intavolava volentieri discussioni colla principessa sull'_Essai_; ma, ecco, entrava d'improvviso nella sala un incorreggibile sarcastico poeta tedesco, Enrico Heine; il quale con un motteggio sconcertava il sorridente Cousin; e l'autore del libro sul vero, sul bello e sul buono, come se inondato da un secchio d'acqua fredda, ammutoliva, s'alzava, andava via.

Altri del circolo brillante di Cristina Belgiojoso parlavano dell'_Essai sur la formation du dogme catholique_, con quella sfumatura di sottile ironia della quale il parigino, uomo di mondo, vela tanto il vuoto quanto la sincerità de' proprii sentimenti; ma la principessa continuava negli studii filosofici, non temendo i mordaci oppositori, non temendo difficoltà. Come nel tempio d'Odino della leggenda scandinava, era proibito pronunciare davanti a Cristina Belgiojoso la parola “timore„.... Così, ella lanciò al pubblico l'_Essai sur Vico_; e _Science nouvelle, Vico et ses œuvres_. La traduzione della _Scienza nuova_ di Giambattista Vico, nientemeno!; vale a dire del libro che mette, più d'ogni altro, a dura pazienza un traduttore per la scabrosità della forma, per la terminologia speciale del sommo filosofo![56]

L'_Essai sur Vico_ è un pensato, ordinatissimo, lucido lavoro. In novantasei pagine fitte, l'autrice narra la vita travagliata di Giambattista Vico; espone e discute la _Scienza nuova_; e rivendica la priorità di certe idee del filosofo italiano contro coloro che volevano attribuire quella priorità ad altre menti sovrane. È quindi, anche, un'opera di giustizia e di patriottismo. La vita del Vico è narrata sull'autobiografia dello stesso filosofo: anzi, qualche passo è tradotto parola per parola. Bella è la pagina che descrive il giovinetto Vico immerso negli studii durante tutte le notti, con quella buona madre che va a pregarlo di desistere; commovente è la scena che narra gli angosciosi patimenti del Vico, quando, di notte, ode i passi dei gendarmi, che vengono ad arrestargli il figlio dissoluto e incorreggibile; quei gendarmi, ch'egli stesso aveva chiamati per emendare il giovane, ch'egli pur tanto amava.