La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato

Part 8

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“La pâleur divinise la beauté des femmes et ennoblit la jeunesse des hommes„, diceva George Sand, che a Parigi strinse amicizia colla Belgiojoso. E “la pâleur„ della bella patriota italiana divenne celebre a Parigi, ma più il suo ardore patriottico per la terra natia, il suo ingegno pronto ad afferrare qualunque ardua questione e a precisarne i termini. La principessa Cristina Belgiojoso Trivulzio attrasse presto l'attenzione di Parigi; ella ne conquistò presto gli animi: ella che pareva la visione dell'Italia martire. Molto giovò, per altro, a Cristina il gran nome paterno: Trivulzio. In un paese, come la Francia, dove la patria storia è conosciuta, tutti sapevano del Trivulzio, gran capitano di Francesco I, gran maresciallo di Francia; e molti ricordavano ancora le esequie solenni che, per ordine di Napoleone I, Parigi avea celebrato in onore di Alessandro Teodoro Trivulzio, discendente anch'esso dal magno guerriero, e generale, ministro della guerra, morto a Parigi il 2 marzo 1805. Tutta la guarnigione di Parigi avea prese le armi per quei solenni funerali: quattro generali di divisione sorreggevano i lembi del panno mortuario: Miollis, Duplessis, Michaud e Morlot. Il cardinale Caprara, legato pontificio e arcivescovo di Milano, recitò ivi le esequie. Benemerito dello Stato pei servigi da lui resi, e caro a tutti per la dolcezza del carattere, il generale Alessandro Teodoro Trivulzio fu compianto nell'immatura fine crudele. La divisione, ch'egli comandava (nell'esercito delle coste della Manica), celebrò i funerali sul campo; e il più grande de' poeti del tempo, Ugo Foscolo, addetto qual capitano allo Stato maggiore del generale Trivulzio, rendendosi interprete de' sentimenti de' commilitoni, dettò in onore di lui un forte epitaffio latino.[47]

Il vecchio, generoso generale La Fayette, che non trascurava occasione per caldeggiare l'indipendenza italiana, e madama Recamier, vollero Cristina Belgiojoso nei loro famosi salotti. Quando la pallida, bellissima discendente del maresciallo Trivulzio entrava in quelle sale con fronte altera, sulla quale parea scritto il motto oraziano _malignum spernere vulgus_, tutti gli sguardi la contemplavano,

Folto bisbiglio sollevando intorno,

(avrebbe ripetuto Giuseppe Parini).

Il _salon_ del generale La Fayette, chiamato dai legittimisti “le caravansérail de l'Europe révovolutionnaire„, accoglieva tutti gli esuli liberali, tutt'i perseguitati di tutt'i tiranni; al rovescio del _salon_ del Palais-Royal, dove pure si raccoglievano le forze vive di Parigi dopo la rivoluzione del 1830, ma il cui accesso non era facilissimo ad ogni straniero. Il generale La Fayette, il celebre amico di Washington, sedeva nel proprio _salon_ (arredato con semplicità patriarcale) come un venerando padre di popoli; sedeva circondato da una triplice corona d'amici e di clienti prontissimi ad accogliere la menoma sillaba e il più lieve sospiro del labbro di chi s'era messo in prima schiera nelle più grandi rivoluzioni: in quella dell'America del Nord, in quella dell'Ottantanove, in quella del 1830. Il generale La Fayette, alto, magro, scialbo, incurvato dall'età, portava sulla testa una bruna parrucca. Un eminente italiano gli sedeva spesso al fianco: Guglielmo Pepe, che, avendo militato per Murat e avendo, nel 1821, combattuti gli Austriaci a Rieti, era stato ricevuto a braccia aperte dal La Fayette, e introdotto subito nel “circolo maschile„ del salotto. Poichè, nel _salon_ La Fayette, v'era anche un circolo femminile — una specie di gineceo — dove le donne, quasi tutte bionde, della famiglia La Fayette, facevano spiccare ancor più la bruna bellezza della Belgiojoso; accanto alla quale sedeva, presentando un contrasto d'altro genere — contrasto comico per la eteroclita acconciatura — una quaquera: miss Opie.[48]

Ma la principessa non era carattere da subire la tutela e la protezione del generale La Fayette.... non la subiva da alcuno. Il clamoroso _salon_ del popolarissimo agitatore, fra le cui pareti alla profuga lombarda veniva solo concesso di sostenere le seconde parti, le tornava uggioso; ed ella lo abbandonò per fondare, in piena Parigi, un proprio regno, un proprio _salon_, ricordato a lungo, perchè uno de' più curiosi e de' più ragguardevoli.

Partita dall'ultimo piano della casa men che borghese dove dipingea fiori sui bicchieri, e dove il Thiers le cucinava le uova; lasciato l'atteggiamento di povera donna ridotta all'estrema miseria per colpa del crudele Governo austriaco; lasciato libero sfogo a' proprii istinti principeschi, e anche alle somme che le tornavano ad affluire da Milano, la principessa Belgiojoso prese un aristocratico alloggio: andò ad abitare in una palazzina, con giardino, della rue d'Anjou, non lungi dalla casa del La Fayette, al quale (si sarebbe detto da un maligno moderno) ella volea fare concorrenza. Al numero 29 di quella via, nel maggio del 1834, il celebre generale moriva; e, al numero 6, quattro anni prima, spariva dalla vita, non dal regno della gloria, il capo della scuola liberale, l'oratore seducente, il pubblicista dallo stile squisito, Benjamin Constant. Ivi, è tutta un'onda di memorie.... Ivi, appresso, sorge la cappella espiatoria innalzata in pio ricordo di Luigi XVI, di Maria Antonietta e d'altre vittime della rivoluzione. Ivi, si stendeva un giorno il cimitero della Maddalena dove i ghigliottinati rimasero sepolti fino al 1815; anno nel quale i miserandi resti furono trasferiti a San Dionigi.... E la principessa, discendente dai Trivulzio, pensava talvolta con orrore alle infamie di quei patiboli sui quali eran perite tante aristocratiche dame sue pari....

Il visconte de Beaumont-Vassy descrive, ne' _Salons de Paris_ sotto Luigi Filippo, quella strana dimora sulla quale Teofilo Gautier ricamò capricciose variazioni macabre, dicendola _une vraie série de catafalques_.... E la descrive ne' suoi _Souvenirs_ anche Madame d'Agoult, notissima sotto il nome di Daniel Stern, intima del Liszt.

Si entrava per un piccolo vestibolo, che comunicava a sinistra colla sala da pranzo e a destra col salotto. La sala da pranzo, in stucchi, era ornata di pitture nel gusto degli affreschi e de' mosaici di Pompei. Più lungo che largo, questo locale, nelle sere di ricevimento, si trasformava (mercè un pianoforte che vi veniva portato) in sala da ballo. Il salotto, assai vasto e quadrato, aveva i muri tappezzati di un velluto bruno quasi nero, seminato di stelle d'argento. I mobili eran coperti della stessa stoffa, e, alla sera, quando si entrava, si poteva credersi in una cappella ardente, tanto l'aspetto generale si presentava lugubre. Ad accrescerlo, concorreva la figura fantasmagorica della Belgiojoso. Il pallore del suo viso assumeva, alla sera, sfumature nelle quali il verde e l'azzurro si confondevano. Dicevano ch'era l'effetto d'un veleno medicinale, del _datura stramonium_, ch'ella prendeva.... Dalla sala funerale, si passava in una stanza da letto, interamente coperta di stoffa di seta bianca: il letto era ornato d'argento opaco: la pendola sul caminetto, i candelabri e ogni altro ornamento erano d'argento: una camera bianca, che parea il tempio d'una vergine.

“Un negro in gran turbante che dormiva nell'anticamera (scrive Madame d'Agoult nei _Souvenirs_) introducendosi in tutto quel candore faceva un effetto assai melodrammatico.„

“Mai una donna (soggiunge la maligna rivale) seppe esercitare l'arte dell'effetto, quanto la principessa Belgiojoso. Lo cercava, lo trovava in tutto: oggi in un negro, e nella teologia; domani in un arabo, ch'essa coricava nella sua vettura per fare strabiliare i passeggiatori del Bosco di Boulogne; jeri nelle cospirazioni, nell'esilio, nei gusci d'uovo delle frittate, ch'ella stessa cucinava quando le piaceva di farsi credere rovinata. Pallida, magra, ossuta, cogli occhi fiammeggianti, ella giuocava agli effetti di spettro o di fantasma. Volentieri accreditava certe voci che correvano, le quali per accrescere l'effetto, le mettevano in mano la coppa o il pugnale dei tradimenti italiani alla corte dei Borgia....„ Così la rivale, che volea gittare una nota stonata nel coro degl'inni.

Dalla stanza da letto della principessa, si entrava a un gabinetto di lavoro dal finestrone gotico, attraverso ai cui vetri giallo-aranciati, passava gaja la luce. Dalle pareti di cuojo di Cordova, pendevano antichi quadri bizantini dai fondi dorati. I mobili eran neri, e su uno scrittojo stavano aperti grossi volumi dei Padri della Chiesa, che la principessa studiava assidua per scrivere un'opera sul dogma cattolico. “Quando si andava a farle visita nella sua palazzina in via d'Anjou (scrive ancora Madame d'Agoult) la si sorprendeva solitamente al suo inginocchiatojo, in mezzo ad un _in-folio_ polveroso, con un teschio a' suoi piedi. Un sant'uomo la lasciava in quel momento, il predicatore in voga, l'abate Colombat o l'abate Cœur.„

Quale insieme romantico, quell'alloggio! E, ripetiamolo pure, qual romantica figura la padrona di casa! Il romanticismo imperava con Victor Hugo per duce, con Alfredo de Musset, col Delacroix, con l'adorato Chopin, con tutto quel mondo d'artisti pieni di slancio, bramosi di regnare sulle anime umane mercè la fantasia dalle ali di fiamma, e colla passione, e col dolore che rivela l'uomo a sè stesso. Il classicismo nelle sue fredde, olimpiche linee, apparteneva a un cielo d'impossibili Dei: sulla terra, l'uomo agitavasi, sospirava, spasimava desolato, e avea bisogno d'un'arte umana, che rispondesse al suo soffrire, al suo gemito; un'arte e una letteratura che esacerbassero pur anco le sue piaghe collo spettacolo dello strazio, ma fossero vicine all'uomo, alla vita — non vicine agli Dei dell'Olimpo ed al mito.

Sì, la principessa Belgiojoso era una figura altamente romantica nell'aspetto, nelle vesti, nella casa, nei costumi, nel tenore della vita avventurosa, nell'amore del fantastico, nell'amore dei liberi sensi di patria, nella carità cristiana verso i bambini poveri, verso i vecchi abbandonati, verso i lavoratori umili e sofferenti; ma, quantunque ammalata di fibra, non s'immergeva nelle malinconie proprie dei romantici: non avrebbe mai lagrimato, come altre signore sentimentali, al lamento d'un usignuolo solitario in una notte di plenilunio, ai sospiri d'un flauto lontano o d'un'arpa — gl'istrumenti cari ai romantici — al bisbiglio d'un salice sopra un avello. Solo le concrete creazioni della grand'arte la scuotevano: le sfumature della sensibilità morbosa non erano avvertite da quella mente.

Nella palazzina di via d'Anjou, la principessa riceveva gli uomini più illustri di Parigi, e molti esuli italiani e polacchi. Gli esuli italiani!... Quante volte la principessa li soccorreva segretamente colla borsa, li eccitava a sperare colla parola!

Anche a Parigi, il bel Pietro Aretino del ballo Batthiány a Milano, qui descritto Pietro Svegliati, Attilio Regolo, la spia, insomma, tanto cara al cuore del Torresani, era penetrata, immaginiamo perfettamente con quali scopi magnanimi!... Viaggiava di continuo da Marsiglia a Parigi, e viceversa. Nel 21 marzo del 1837, da Marsiglia dove il colera mieteva ottanta vittime al giorno, Pietro Svegliati inviava al signor _Eustachio Parma_ (leggi: _Torresani_), _fermo in posta, Milano_, queste nuove maligne informazioni sulla principessa e sul principe:

“Un certo Didier, da me molto conosciuto l'anno scorso in Parigi, intrigante e sparso (_sic_) anche nelle società frequentate da emigranti agiati in Parigi, qui giunto da pochi giorni, mi ha detto che la Principessa Belgiojoso si dava il tuono d'imitare le prime dame di Francia, che fanno delle lotterie in sollievo dei poveri delle loro parrocchie: ella si proponeva di fare una vendita di oggetti diversi nel di lei Hôtel rue d'Anjou St.-Honoré a profitto dei poveri rifugiati Italiani: mi ha anche detto che il Principe di lei marito era chiamato il corifeo dei repubblicani più esaltati.„[49]

Emilio Belgiojoso un repubblicano?... Un principe repubblicano?... Otto giorni più tardi, lo spione ripete la stessa canzonetta gioconda....

Quel _certo Didier_ era il ginevrino Carlo Didier, lo scrittore, che fin dal 1833 avea pubblicato in due volumi _Rome souterraine_; liberale e amico degl'italiani liberali. L'infelice finì suicida.

Bisogna ricordare che, nel frattempo (precisamente nel 1835), l'imperatore Francesco I d'Austria moriva carico di anni, di mogli, ma non di rimorsi, perchè s'illudeva d'essere stato sempre un padre, un ottimo padre per la vasta famiglia italo-austriaca....

_Dies iræ!_ è morto Cecco, Gli è venuto il tiro secco: Ci levò l'incomodo. Un ribelle mal di petto Te lo messe al cataletto: Sia laudato il medico!

salmodiava Giuseppe Giusti. E Francesco I, il firmatario dell'infame trattato di Campoformio; il battuto di Marengo, di Austerlitz, di Wagram; colui che per ottener pace col vincitore suo Napoleone aveagli sacrificato la figlia Maria Luisa; colui che, non ostante il vincolo di parentela, era entrato poi nella coalizione contro il prepotente suo genero e contribuì a ricacciarlo nella polvere; colui che per gli avvenimenti del 1814 potè riconquistare la più gran parte degli Stati perduti; colui, infine, che si divertiva a seguir ogni giorno, nella sua reggia di Vienna, su un orario, le penose, avvilenti prescrizioni inflitte agli italiani sepolti nel lontano Spielberg; Francesco I insomma, avea liberato alfine il mondo della sua ombra; e gli era successo il figlio Ferdinando, povero, gracile, dall'enorme testa vuota, ma che, per altro, conobbe il dovere della clemenza. Incoronatosi nel Duomo di Milano colla Corona Ferrea di Napoleone I, che avea proferite le superbe parole: _Dio me l'ha data, guai a chi la tocca!_, Ferdinando concesse ampia amnistia ai rei politici. La principessa Belgiojoso riebbe i proprii beni sequestrati: ed ecco perchè ella, dopo la povertà, dopo le pitture sui bicchieri di vetro, sfoggiava lussi raffinati e abbondava di nuovo in opere generose di carità; il serto più puro della sua fronte.

La _belle patriote italienne_ — _fœmina sexu, ingenio vir_: così la chiamavano nella metropoli ch'ella avea saputo conquistare. La principessa lasciò in uno de' suoi libri pieni di pensieri, questo pensiero: “Il n'y a en toutes choses, dit-on, que le premier pas qui coûte; et lorsque le premier pas n'a rien coûté, les suivants se succèdent à plus forte raison avec une incalculable rapidité.„ E nessun passo costava alla principessa, che si sentiva padrona di sè, degli altri, del mondo. Rapidamente ella camminò tra la folla parigina; e la folla s'aprì per ammirarla.

Per la principessa Cristina Belgiojoso non era scritta la sentenza del duca di La Rochefoucauld: “Le ridicule déshonore plus que le deshonneur„. Che importava a lei del ridicolo?... Lo sfidava, lo calpestava, gli passava sul corpo, impassibile, trionfale. Un monello le gridò dietro per via: _Ah! celle là qui a oublié de se faire interrer!_

Anche Bianca Milesi-Mojon, l'ispiratrice, l'amica della principessa, avea nel frattempo fermata a Parigi la propria dimora. Le due amiche aveano cospirato insieme nella Carboneria a Milano, nella _Giovine Italia_ a Genova; ed eccole ora di nuovo insieme a Parigi. Ma Bianca Milesi poco esultò in quel centro d'agitazione: il colera la spense.... Era nata nel 1792, a Milano, da quell'Elena Milesi-Viscontini assai nota nel bel mondo, della quale ell'avea dipinto a olio un buon ritratto. Seguendo la moda del tempo, Bianca Milesi avea aperto anch'ella a Parigi un _salon_, dove Emilio Souvestre, romanziere e moralista, giovane allora, torreggiava colla sua figura alta e grossa. L'autore di _Riche et pauvre_ portava i capelli lunghi, che gl'incorniciavano il volto dolcissimo e gli scendevano quasi fino alle spalle. Pareva un titano scandinavo col sembiante di un collegiale serafico. Chi lo incontrò nel salotto Milesi, diceva che il buon Emilio aveva un solo difetto: di ascoltare sè stesso quando parlava. Nel _salon_ della Milesi, riunivansi, specialmente, signori e signore che si occupavano dell'educazione popolare, una delle passioni di Bianca: era un _salon_ educativo. Fra tante pubblicazioni della Milesi sull'educazione dei bambini, la principessa Belgiojoso ammirava sopratutto un metodo nuovo e ingegnoso per insegnar loro facilmente l'alfabeto. Chi lo conosce?...

Parole di conforto per la perdita dell'amica, non mancavano certo alla principessa. Le sussurrava a lei, con grazia, una avvenente signorina, una specie di figlia d'adozione, alta e diritta come un arcangelo, bruna, superbo tipo di Trasteverina. Quella damigella, nominata anche dal visconte de Beaumont-Vassy, si chiamava Eleuteria; apparteneva a patrizia famiglia impoverita di Carpi; ed era parente del patriota Celeste Menotti, che abbiamo incontrato. La Belgiojoso la teneva seco e le portava affetto di madre. Perchè poi costringesse la sua protetta a sposare un farmacista di Milano, certo Archinti, buon uomo, ma di modi del tutto opposti a quelli della signorina squisitamente educata, nessuno mai disse, nessuno sa. Forse madamigella Eleuteria poteva ripetere con un grande lirico, col Prati:

....... Fatali Passâr segreti fra 'l suo cuore e il mio. Di scrutarli credean gli occhi mortali, Ma furon noti solamente a Dio.

La sacrificata trabalzò dalla vita fastosa che conduceva presso la principessa Belgiojoso a una vita grigia, meschina, irritante. Si divise presto dall'uomo che non poteva amare; spezzò le catene; e sparve in un abisso morale, che non le ridonò il sorriso, non le ridonò la pace. È sempre così.

VII.

I filosofi intorno alla Dea.

Nicolò Tommaseo a Parigi. — Le sue elevazioni celesti e i suoi affetti terreni. — In _Fede e Bellezza_ allude egli alla principessa Belgiojoso? — Vincenzo Gioberti a Parigi e il suo ardente divulgatore Massari. — La confidente del Massari. — Pubblicazioni filosofiche e teologiche della Principessa. — Un arguto giudizio di Terenzio Mamiani. — Il bel padre Cœur e il filosofo Giuseppe Ferrari. — L'abate Lamennais. — L'asceta Ozanam e l'asceta Sìrtori. — Filosofesse in Francia. Religiosi abbigliamenti della Principessa.

Fra gli scrittori italiani esuli a Parigi che arsero (almeno segretamente) per la principessa Belgiojoso, va notato il più grande dei dalmati: Nicolò Tommaseo.

Nicolò Tommaseo è una figura monumentale. E nel suo stesso stile, v'è tanto di scultorio; molte pagine sue son altorilievi. La sua prosa non corre via svelta, disinvolta, come l'Yriarte descrive le ragazze di Sebenìco, la graziosa città dalmata dove il Tommaseo nasceva nel 1802; bensì procede grave, lenta, e fa pensare alle figure che Dante incontra nell'_Inferno_ colle cappe di piombo; ma in quella forma stringata, quante idee, quanta forza! Che cosa il Tommaseo non tratta?... Letteratura, politica, filosofia, filologia, educazione, morale, romanzo, poesia.... Pare che ripeta con Cristoforo Colombo, _El mundo es poco_, perchè, con tutto l'ardore cristiano di cui è capace, si slancia ai cieli, a Dio, e domanda: “Che può egli crear l'uomo senza Dio? Nemmeno la morte.„

Il Leopardi “naufraga dolcemente„ nel pelago dell'Infinito; il Tommaseo lo veleggia pregando:

Aspira, o misero, al ciel natio; Ascendi i facili monti di Dio. Del Dio degli angeli tu sei fattura; Ed è 'l miracolo a te natura. — Son cieco, e dubito. — Ama, e saprai. — Son lasso, e debole. — Prega, e potrai. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Qui mare instabile, là certo lito: Porta dell'essere è l'Infinito....

Così egli canta; così egli prega.

In lui si fondono due nature, due razze; la slava per parte della madre (Caterina Cheesevich) slava; l'italiana per parte del padre (Girolamo) italiano. Scorgi lo slavo in certe sue idealità vaporose; e l'italiano in quella sua concretezza di forma che incornicia e stringe come in una morsa anche il sogno. Suo padre era uomo positivo, mercante. Sua madre, povera donna, addolorata da afflizioni, pregava.

E all'Italia sospirava il giovane Tommaseo. Si imbarcò; e venne nella Penisola; venne a Padova, dove il bell'abate Giuseppe Barbieri, conversatore ameno, predicatore famoso, che chiudeva in una forma classica le idee del _Genio del Cristianesimo_ di Chateaubriand, lo protesse. Ma più lo protesse Antonio Rosmini, di cui Nicolò Tommaseo era ammiratore quasi fanatico. Tutte le volte che il giovane Tommaseo, stretto dalla necessità, avea bisogno di denaro, ricorrea al Rosmini; il quale lo soccorreva volentieri, senza fargli pesare il beneficio, come sogliono i più; e lo voleva sempre vicino.

Nicolò Tommaseo venne poscia a Milano, per esercitarvi il suo alto ministero di scrittore, che sentiva con fiera sicurezza; ma la fortuna poco gli arrise. Il bassanese bibliografo Bartolommeo Gamba avea raccomandato l'esordiente letterato a Giorgio Teodoro Trivulzio (congiunto, adunque, alla principessa Belgiojoso), e il marchese lo raccomandò, alla sua volta, al librajo Stella. Ma Antonio Stella (l'editore del Leopardi) non gli venne in ajuto. Guai se a Milano Alessandro Manzoni non avesse aperta la propria casa al povero dalmata! E guai se, nei colloquii con quel Sommo, ei non avesse trovato conforto ai giorni neri!

Spinto dalle tristi condizioni e anche un po' da spirito inquieto, Nicolò Tommaseo dice addio a Milano, e si mette in cammino, coi denari che gli ha offerti delicatamente donna Giulia Beccaria, madre del Manzoni.

In uno scritto autobiografico, _Educazione dell'ingegno_, il Tommaseo racconta la sua partenza da Milano, in una notte di febbrajo. Egli cammina solo, a piedi, perchè vuol serbare il denaro della benefattrice. La pioggia lo coglie; e, mal difeso dall'ombrello, sfanga lungamente nel bujo, finchè un campagnuolo, commosso alle sue iterate preghiere, gli fa un posticino nella propria carretta. Fattosi giorno, il campagnuolo lo guarda, e, vedendolo d'aspetto civile, e indovinando le sue miserie, dà in un accento d'esclamazione più potente d'ogni parola, “perchè gli era un misto di compassione, di meraviglia, di affetto.„

Presso Desenzano, il Tommaseo s'imbatte in una nota giovane e ricca signora, accompagnata da una suora di carità. Quella giovane andava a votarsi a Dio. Il Tommaseo la ferma e le parla a lungo, con meraviglia della suora. Ei la ritrae “anima affettuosa e umilmente altera, che tropp'alta immagine aveva della virtù e troppo pura dell'amore; destinata a soffrire nel mondo, a soffrire nel chiostro; e in premio delle durate battaglie a uscire presto di questa o infiammata o fradicia arena„. “Io la veggo tuttavia (egli soggiunge) lungo il lago sonante.... E ora ella mi riguarda dall'alto, e mi prega non molli le gioje, non freddi gli studii, non vani i dolori.„