La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato

Part 7

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Il perseverante fanatismo, di cui la principessa Belgiojoso si mostrò sino ad ora pervasa in pro della causa rivoluzionaria, dovette renderle ben duro il passo da lei fatto. Non pentimento delle sue colpe, nè migliori convinzioni possono averla indotta a questo atto.

E il Metternich conchiude:

Poichè evidentemente il suo scopo è diretto a far levare il sequestro de' suoi beni, non tanto per ciò che riguarda l'amministrazione, quanto almeno per la rendita annua degli stessi, sarebbe saggia cosa di permettere alla principessa Belgiojoso di disporre liberamente de' suoi averi solo dopo il suo ritorno (in Lombardia); di limitare intanto il suo soggiorno all'estero a quanto richiede la sua salute e di concederle per la durata della sua ulteriore assenza solo gli alimenti necessari.[37]

Intanto la Belgiojoso restava a Parigi, dove fondava il suo regno.

VI.

Gli esuli italiani e il salotto della Principessa a Parigi.

Come vivevano i profughi italiani a Parigi. — Generosità del principe Belgiojoso. — Un dimenticato precursore dell'emigrazione: Luigi Angeloni. — Il vecchio Filippo Buonarroti. — Il Comitato rivoluzionario italiano a Parigi. — Terenzio Mamiani: sue avventure d'amore. — La principessa Belgiojoso a Parigi. — Ardori di Adolfo Thiers per lei. — La Principessa parla alla Camera dei deputati francesi. — Il _salon_ del generale La Fayette. — Il primo _salon_ della principessa Belgiojoso a Parigi. — Strane abitudini di lei. — La bella italiana conquista Parigi. — Il _salon_ di Bianca Milesi. Madamigella Eleuteria. — Suo misterioso destino.

Uno de' pensieri che Parigi ci ridesta nell'animo è il pensier della vita che gli esuli italiani conducevano nella turbinosa metropoli durante i tristi giorni del servaggio della patria. Napoleone III trasformò in gran parte Parigi; e la vecchia città continua a cadere sotto il martello in un nembo di polvere, simbolo della fine di tante cose.

Ho voluto vederle, alcune delle antiche vie dello studentesco Quartier Latino, e anco le orribili vie e le orribili stamberghe di Parigi, dove tanto fiore d'esuli italiani visse un dì nella miseria aspettando la luce della libertà alla patria lontana. Il martello demolitore non l'ha ancor distrutta la _rue Quincampoix_, presso il _boulevard Sébastopol_, nè la lunga, angusta, tenebrosa, sozza _rue de Venise_, oltraggiosa profanazione della città più artistica del mondo!... È quella la Parigi del medio evo: un dedalo fetente di vie tortuose soffocate dalle alte case ventrute, livide, stillanti bava verdastra. Sopra strette porte, pende qualche vecchio cartello affumicato di locande, nelle quali l'ospite deve pagare notte per notte; e magri cani spelati in cerca di qualche osso nelle immondizie delle vie, si confondono, la sera, colle squallide larve di vecchie Veneri non meno affamate.

E la _rue Beaubourg_? La _rue Brise-Miche_?... Altre misere vie. E penso ai profughi che dimoravano nei tristi silenzii della _rue Pierre-au-Lard_; strani, sepolcrali silenzii in mezzo ai fragori della metropoli.

Fu in uno di questi abbaini che morì d'inedia l'editore Nicolò Bettoni di Brescia; egli che avea sognate principesche grandezze, e avea donato alla patria libri di squisita letteratura. Passò forse qui Piero Maroncelli. Ci par di vederlo passar lento, affaticato, colla sua gamba di legno, in luogo di quella che il chirurgo dello Spielberg gli tagliò, perchè incancrenita nell'umidità della carcere e fra le catene; ed egli, il delicatissimo carbonaro, subito dopo l'amputazione (e stillante ancor sangue), tolse da un bicchiere una rosa, e l'offerse quale compenso al suo operatore.... Passarono forse per queste vie Nicolò Tommaseo, Terenzio Mamiani, Guglielmo Pepe, Michele Amari, Carlo Pepoli, Vincenzo Gioberti, Giuseppe Sirtori, e quanti altri mai, in lotta silente e dignitosa colla fortuna, in pace colla coscienza.... Perchè più non li vedevano nelle carceri e fra le catene, i Faraoni del _diritto divino_ credevano che i liberali fossero omai povere pietre cadute per sempre nel fondo di aridi pozzi; e non s'accorgevano che quei perseguitati, quegli esuli preparavano in paese straniero la libertà del loro paese natìo, creavano un'Italia fuori dell'Italia.

L'unità d'Italia fu preparata all'estero dagli esuli, che ad essa conciliavano le simpatie riluttanti degli stranieri. A Parigi, gli esuli italiani (al rovescio dei polacchi) vivevano concordi ed anche allegri. Eran giovani, pieni di speranze, di brio: ridevano persino della propria miseria. Alcuni non sentivano neppure il freddo; perchè esso entrava pei buchi delle scarpe e usciva subito pei buchi del cappello.... I più poveri ricevevano una piccola sovvenzione dal Governo francese (un franco); ma i più sdegnosi, come il Mamiani, la rifiutavano, accontentandosi degli ajuti delle loro famiglie lontane o del frutto del proprio lavoro. Gli esuli lavoravano tutto il giorno, studiavano, scrivevano, e davan lezioni, correndo l'immensa metropoli per chilometri, sotto il sole cocente, sotto la pioggia scrosciante, nella neve, in quella città dalle enormi distanze. E alla sera (tranne il Mamiani e qualche altro di abitudini solitarie, che si recavano a mangiare un po' di minestra fuori di Parigi), desinavano tutt'insieme presso un trattore italiano, certo Paolo, nella _rue Le Peletier_ presso l'Opéra: avevano là, una sala riservata a loro soli, bassa da soffocarvi, in un mezzanino, a prezzi minimi.... e con minime pietanze, e acqua di pozzo quando non era acqua della Senna. Ma l'allegria non valeva il più spumante _champagne_?... Le evocazioni, gli augurii, gli evviva patriotici, nutrivano più dei pasticci. Talvolta compariva il principe Emilio Belgiojoso, che aveva piantate anch'esso le sue tende a Parigi, e allora la gajezza balzava alle note più acute. Il bellissimo compatriota, biondo, dagli occhi azzurri, quando riceveva denari dalla famiglia di Milano, ne facea subito parte coi compagni d'esilio, rallegrando un po' la loro mensa di qualche bottiglia dal collo argenteo. Egli usava astuzie delicate per far portare dal cuoco qualche pietanza gustosa, alla quale (come a illustre straniera!) gli esuli prodigavano allora le più entusiastiche accoglienze, saltando e ballando per la sala simili a bambini in maschera. Una sera, il principe si rivolge ad uno degli emigrati, a un certo Gregorio:

— Gregorio, voi volete parlare sempre francese, e dite parole che non esistono. Per esempio: _roussi_! Non esiste.

— Come non esiste?

— Non esiste. Scommettiamo!

— Che cosa?

— Quel bel pasticcio, che ho visto giù in cucina.

E poichè l'altro era sicuro dell'esistenza di quel vocabolo:

— Accettato!

E il principe, ch'era ben sicuro alla sua volta di perdere:

— Accettato!

Qualcuno dei commensali tira cauto fuori dalla tasca un logoro dizionarietto; la parola _roussi_ comparisce in tutto il suo magico splendore; e subito comparisce anch'esso, sulla tovaglia, nel suo splendore raggiante, il pasticcio suddetto, attorno al quale è subito un incrociare febbrile di coltelli, di forchette, di dita intraprendenti. Il chiasso saliva, talvolta, a un diapason così infernale, che i passanti andavano da Paolo domandando atterriti:

— Ma qui si scanna qualcuno?

— Sono i miei compatrioti che discorrono![38]

I francesi ammiravano negl'italiani la vivacità; la _vivacité énergique de ce peuple grandiose_, dicevano allora; ammiravano la sobrietà, l'operosità, la dignità impeccabile della vita d'illustri ingegni, costretti a sopportare in casa altrui aspre privazioni per non poter esprimere libero il pensiero in casa propria.

Col tempo, col delinearsi di opposti partiti, una divisione avvenne bensì nei profughi: ma nel principio, si sentivan tenacemente stretti, affratellati nel nome d'Italia, e, nel nome d'Italia, quetavan le discordie, le ire; tanto amavano la sepolta viva!

Nella società aristocratica parigina d'allora, le conversazioni dei _grands seigneurs_ si componevano di frasi scelte, di sfumature delicate, e d'un accento particolare; — e come dovevano formare ad essi contrasto alcuni esuli italiani, che andavano a dar lezioni nelle case di quei signori!... Ma quei _grands seigneurs_ (appunto perchè tali) onoravano la povertà immacolata e l'ingegno.

La stessa polizia francese, che, come tutte le polizie di questo mondo, era più facile a diffamare che a lodare, si sentiva costretta ad ammirar il contegno dei profughi italiani. L'emigrazione italiana (essa diceva) è _la più moderata, la più onesta, la più dignitosa_.[39]

L'emigrazione italiana a Parigi cominciò fin dai processi del '21, e anche prima; e s'allargò, calda di speranze, al domani della eroica rivoluzione di luglio del 1830, al domani delle tragiche delusioni in cui andaron travolti parecchi italiani; i quali non trovando in sè stessi e nella patria forze bastanti per scuotere il giogo, speravano soccorsi dalla sorella latina, la Francia! Luigi Filippo, duca d'Orléans, ch'era successo all'asceta Carlo X (atterrato dalla rivoluzione di luglio con tutt'i suoi decreti medievali), apriva infatti gli animi alle speranze; ma i disinganni non tardarono: e chi dovea fidarsi ancora d'un re Luigi Filippo, anima volgare e astuta, parodia di liberale, parodia di re?...

L'agitazione per liberare l'Italia era alimentata a Parigi per opera d'un discendente di Michelangelo, Filippo Buonarroti, veementissimo vegliardo, dai neri occhi che parean fulmini, specie quando egli usciva fremebondo in parole di sanguinose minaccie contro i despoti. Lo conosciamo.

Abitava vicino al Luxembourg; passeggiava sovente solitario in quel giardino. “Fu là (scrive Carlo Rusconi) che una mattina lo trovai; e mi accolse colla massima cordialità; procedeva incurvato, ma i suoi occhi brillavano d'una luce terribile.... Avea tutti gli ardori dei Montagnardi del '93, inacerbendoli anche, se di maggior acerbezza fossero stati capaci. Abborriva i re, e diceva come il vescovo Grégoire (già suo amico), esser eglino nell'ordine morale quello che i mostri sono nell'ordine fisico; nè altro essere la storia dei re se non il martirologio delle nazioni. I suoi occhi divenivano due carboni ardenti, quando si parlava di tirannide; e per tirannide intendeva ogni governo che non avesse la schietta forma repubblicana. La sua vita era trascorsa tutta fuori del campo della vita reale; egli non vedeva intorno a sè le cose che realmente vi erano; vedeva quelle della sua fantasia. Egli si creava così spettri e fantasmi; e, come a Platone o a Fourier, gli stava fissa in mente una società che avrebbe richiesto, per esistere, leggi e costumi dagli uomini interamente ignorati. Tutta la vita aveva passata nell'ordir congiure, istituir sêtte, spinger emissarii per abbattere i governi esistenti. Dalla Svizzera aveva carteggiato col Confalonieri pei moti del '21, e lo seppe Andryane, mandato da lui a Milano!... Da Parigi spediva messi in Irlanda, in Italia, in Svizzera, in Ungheria, dappertutto dove ci fosse speranza di far nascere un sollevamento. Un obbiettivo solo in lui: distruggere i governi esistenti quali che si fossero. Nessuna diversione a ciò; nessun componimento. Posto a capo di tre società segrete, spediva con un'operosità febbrile i suoi ordini in tutte le parti, e, incrollabile ai disinganni, aspettava ogni dì le notizie delle meraviglie operate. Io non ho conosciuto che Blanqui che potesse stargli a paro per l'audacia dei concepimenti e la tenacità dei propositi nel volerli eseguiti. Mazzini che gli era, a così dire, discepolo, andò poi sulle sue orme; ed ebbe gran parte delle sue virtù e dei suoi difetti.„[40]

Il Buonarroti, dal centro di Parigi, voleva risaldare la Carboneria (suo amore antico), che andava sfasciandosi per la diffusione ormai veloce della _Giovine Italia_; all'uopo, con un toscano, Giuseppe Gherardi d'Arezzo, e con Luigi Mussi di Parma gettò le basi della setta dei _Veri Italiani_ per fondervi entro, come in una fornace, la Carboneria e la _Giovine Italia_. Il Mazzini scriveva da Marsiglia nell'ottobre del 1832 a Giovanni La Cecilia: “Comunicherò ai nostri centri il trattato fra le due società. Cerca d'avere dal Ciccarelli una copia degli statuti dei _Veri Italiani_. Per un incidente d'incendio, ch'io ebbi a patire, e che mi costò venti franchi, perchè arse la valigia che apparteneva al Menotti, fu guasta in parte la copia ch'ei me ne diede.„[41] Il Ciccarelli era un messo del Buonarroti. Il Menotti era Celeste, fratello di Ciro Menotti, tradito e giustiziato dal nefando Francesco IV duca di Modena nel quale quell'anima ardente e pura avea confidato per un sollevamento che dovea mettere quel duca stesso a capo d'un nuovo Stato costituzionale nel settentrione d'Italia!... Celeste Menotti, nato a Carpi, fu ben conosciuto dalla principessa Belgiojoso; magro, pallido, dagli occhi cerulei infossati, dalle sopracciglia nere, dalla barba nera e morbida come il velluto: bellissima figura: era fratello di Virginia contessa Pio di Savoja, quindi stretto parente d'un'ammaliante damigella, Eleuteria, che incontreremo ben presto a fianco, se non ai piedi, della principessa, a Parigi. Celeste Menotti esercitava la professione di negoziante: e, dovendo appunto pei proprii interessi portarsi qua e là, diffondeva entusiasta i principii del Mazzini, la _Giovine Italia_.

Filippo Buonarroti pensava alla nuova setta dei _Veri Italiani_ (che presto sfumò), e il conte Carlo Bianco di San Jorioz fondava intanto un'altra setta: degli _Apofasimèni_. A Napoli, v'erano _I Pellegrini bianchi_; nella Romagna, _I cavalieri tebani_.[42]

Fra gli agitatori che a Parigi lavoravan alacri per la _Giovine Italia_, per la causa italiana, stringendosi intorno ai profughi, brillava il romano Michele Accursi, profugo anch'esso. Per le sue relazioni coi bonapartisti, l'Accursi fu sospettato dai fratelli di fede come traditore e spia.... Certo, il dottor Conneau, medico di Luigi Bonaparte, lo avea fra' suoi più famigliari; il côrso Pietri, tanto addentro nei misteri della polizia e così affiatato con Napoleone, si confidava di ogni cosa con lui.[43] Però il Mazzini non lo credeva traditore; e non andava a Parigi, se non riparasse in casa dell'Accursi.

Ma più dell'Accursi, e più dello stesso Buonarroti (del quale era intimo amico), merita cenno un altro italiano, un precursore, apostolo di libertà, Luigi Angeloni, nativo di Frosinone, che, esule a Parigi, ne fu scacciato perchè repubblicano; ma ivi, intanto, egli avea preparato men aspro il terreno agli altri esuli.... Avea la mente aperta ad ogni sapere, e l'animo intrepido. Fin dal 1815 esortava gl'Italiani a esser concordi, a confidare nelle proprie forze congiunte. Nel '21, fu in corrispondenza col principe di Carignano. Bandito da Parigi, nel 1823, riparò a Londra, dove fu amico degli esuli e dove morì in una casa di lavoro.... Com'è dimenticato!

Allo scopo d'affrettare la liberazione d'Italia, si era formato, a Parigi, un vero e proprio “comitato italiano„, nel quale emergevano Luigi Porro Lambertenghi di Milano, sfuggito colla fuga alle catene dello Spielberg, e Carlo Poerio di Napoli: vi entrò, nel 1831, un biondo filosofo e poeta, che strinse poi amicizia colla principessa Belgiojoso: il conte Terenzio Mamiani della Rovere, pronto agli elogi, al sorriso; più pronto a far rispettare tra i francesi il nome d'Italia.

.... Pesaro gentile, Picciola sì, ma glorïosa e cara Alla gran madre Italia,

fu culla al Mamiani, che così la lodava nell'inno al santo del proprio nome. Il Mamiani era allora giovanissimo; eppure, era stato ministro; un ministro ribelle nella terra nativa.... Ma raccontiamolo, ricorrendo alle sue lettere, che rivelano gran parte d'una bella vita di cospirazioni e di pensiero:[44]

Carbonaro a vent'anni, il Mamiani esclamava con profetico grido: “L'Italia sarà libera; sarà libera l'Italia nostra!„ E “certo gioja più pura, più alta, e più espansiva di quella non credo mi sia destinato a sentire in terra„, egli soggiungeva.

La donna cara gli era morta gettandolo nel lutto di Dante per la morte di Beatrice; e la patria ormai teneva il posto dell'adorata estinta. Il moto di Modena, nel 1831, fa insorgere Bologna e le città romagnole; e il Mamiani è nominato ministro dell'interno.... Ma papa Gregorio XVI, amico dei lieti calici e delle bajonette austriache, chiama le bajonette fra le delizie dei calici. Il Mamiani vuole la resistenza; il generale Zucchi la dichiara impossibile, e viene ad accordi col legato pontificio, cardinale Benvenuti (già fatto prigioniero dagl'insorti) per trattare la resa. Il solo Mamiani non firma la capitolazione proposta, poichè, con quella, verrebbe a riconoscere il regno temporale dei papi, ch'egli giammai riconoscerà. E con quel libero atto, ei comincia la sua vita politica. Suona l'ora dell'esilio, a cui Gregorio XVI, tornato signore ne' proprii Stati, lo condanna. Il brigantino _Isotta_ trae verso Corfù il Mamiani ed altri esuli: ma una nave austriaca (che si chiama l'_Italiano_!) cattura presso Loreto la povera _Isotta_; e gli inermi profughi sono messi in catene e tratti a Venezia nelle carceri di San Sevèro.

“Passammo di poi (racconta il Mamiani all'amico Zirardini) nel forte di Sant'Andrea al Lido, e più tardi nelle carceri nuove politiche di San Sevèro. Tre mesi vi stemmo; e gli accidenti furon sì numerosi e varii da comporre un romanzetto assai grazioso ed originale. Quanto a me, dirovvi solo ch'io venni preso d'un amore fervente per una bellissima greca dimorante dirimpetto alla mia prigione e ch'io vedeva ad ogni dì per più ore e parlavamci con molti segni e per mezzo di letterine e sopratutto con gli occhi. Insomma, quando giunse ordine di proscioglierci e di via menarci a Marsiglia, tutti i trentotto consorti miei di sventura sbardellatamente gioivano; io solo avea gli occhi divenuti due fontane, e quanto piangessi e sospirassi nol so ben dire.„

Non venne ancora pubblicato il processo che il Mamiani subì a Venezia nelle carceri di San Severo. Fu esso abbruciato con mille altri dagli Austriaci nel 1866, prima d'abbandonare per sempre Venezia?... Gli Archivii segreti di Stato a Milano, ne serbano però una copia. Il processo, datato dal 5 giugno 1831, manifesta tutto l'animo libero, persino audace, del Mamiani. Non sembra egli no un accusato, ma un accusatore. Egli parla della rivoluzione del '31 in Italia, e cita fatti, nomi, svela supposizioni.

Alla metà di settembre di quell'anno stesso 1831, il Mamiani giunse a Parigi; e là visse oltre quindici anni in onorata povertà, scrivendo sui giornali e impartendo lezioni private di filosofia, che dovevano fargli ripetere, con più ragione di messer Francesco, il sospiro:

Povera e nuda vai, filosofia!

Nella stanzuccia d'un mezzanino nella via Clichy, accanto a quel magnifico museo e a quel giardino pieno di cari bimbi cinguettanti come gli uccellini degli alberi, abitava il giovane patrizio ex ministro: in una bettola fuori della metropoli, egli pranzava con due lire, accanto a operaj e a studenti. A quella mensa (narra un suo biografo, il Mestica) una volta gli fu recapitata una lettera d'una signorina di rara bellezza e d'alto lignaggio, la quale chiedeva in grazia a una dama amica del Mamiani di poter conoscere quel giovane italiano, chiamato da lei “principe, poeta e carbonaro„.

Quella dama era la principessa Belgiojoso?... Quella damigella è un mistero. Anche il principe Emilio Belgiojoso andava a trovarlo, talvolta, a quel desco; ed è al Belgiojoso, a lui, e al suo bel canto, che il Mamiani allude nel doloroso inno _Ausonio_:

........ O da quel suol venuto _Bello e giojoso_ che gli aranci infronda, Nido gentil di veneri e d'amori, Fa' a' nostri orecchi udir qualche melode Recente e cara, e i facili gorgheggi (Chè il puoi tu sol) dell'usignuolo imita.

Spesso, il giovane poeta-filosofo s'aggirava fra i sepolcri. Usava recarsi a meditare e a leggere nel cimitero di Montmartre; ma la principessa rideva di quelle malinconie alla Young e alla Foscolo, deliziandosi, invece, al racconto ch'ei le faceva dell'innamoramento in prigione colla bellissima greca, ch'era certa Caterina Conòmo.

La principessa Cristina, arrivata nell'anno 1831 oscuramente a Parigi, era andata ad alloggiare in uno de' quartierini più remoti dal centro, all'ultimo piano d'una casa modesta di povera gente; casa oggi abbattuta. Dipingeva bicchieri e ventagli, per ritrarne guadagno, dicendo a' suoi compratori che non avea di che campare, avendole il Governo austriaco sequestrata ogni ricchezza. Non so quanto sia vero ch'ella, sulla sua porta, avesse scritto _La princesse malheureuse_. Forse la _princesse malheureuse_ esagerava a bella posta la propria povertà, per rendere odioso il Governo austriaco; certo in quei giorni ella non nuotava nell'oro.

Un giovane, piccolo di statura, grande d'ingegno, appena vide la bellissima italiana, ne fu preso d'amorosa passione: era colui che dovea prendere in pugno le sorti della Francia, Thiers. Adolfo Thiers frequentava ben volentieri quella casa!... Ei trotterellava in cucina a cuocere le uova per la colazione alla quale la principessa Cristina Belgiojoso lo invitava sovente. La colazione consisteva, è vero, in un pajo di uova col burro, e d'un po' d'acqua limpida maestosamente versata dalla principessa nei bicchieri dipinti dal suo pennello d'esule spogliata dall'Austria, ma le tovaglie eran finissime di Fiandra, e la bruna testa della dea spiccava avvolta da un ricchissimo manto a mo' di turbante orientale, che cadeva in pieghe maestose lungo le spalle.

Nessun dubbio sull'ammirazione e sull'affetto che il Thiers provava per l'affascinante italiana. Corrispose ella, fosse pure per un momento, a quell'amore?... O vi corrispose solo coll'amicizia?... Certo seppe valersi della passione devota dell'illustre francese per farne (allora!) un sostenitore delle aspirazioni e dei diritti d'Italia.

Adolfo Thiers teneva infatti (allora!) nelle pubbliche adunanze, discorsi a pro dell'Italia; e il principe di Metternich li sapeva; e al governatore del Regno Lombardo-Veneto conte Hartig que' discorsi “sovversivi„ venivano segnalati.[45] Spesso Adolfo Thiers si trovava, in casa della Belgiojoso, col veneziano, spiritosissimo conte Vincenzo Toffetti: fra l'uno e l'altro correva simpatia, sincera amicizia, tanto più che il conte nutriva pur egli in cuore speranze nell'ajuto francese. E anche di tale amicizia fra il Thiers e il Toffetti, il governatore di Milano venne prontamente informato dalle spie.[46]

L'autore dell'_Histoire de la Révolution Française_ e dell'_Histoire du Consulat et de l'Empire_ fu accusato di ammirare solo il “successo„ nella storia; fu accusato di rimanere indifferente dinanzi alla virtù e al delitto. Quando lo prese l'ambizione d'essere primo ministro di re Luigi Filippo, salì al posto supremo, piegandosi alle condizioni impostegli dall'utilitario sovrano, accostandosi all'Austria e alle altre potenze assolute d'Europa; eppure tutte le volte che potè giovare agli esuli italiani, lo fece di buon grado.... per ricevere, in compenso, il sorriso di Cristina Belgiojoso!

Un giorno, la principessa va alla Camera dei deputati francesi, in una delle loro aule, e improvvisa lì, dinanzi a loro, un discorso ardentissimo sulla necessità di ajutare il risorgimento d'Italia. Una scena inopinata, nuova.... Quella fantastica figura di giovane dama che, ritta in piedi, coi grandi occhi luminosi vaticinava, simile a profetessa, l'avvenire della patria; quella voce calda e sicura, la bella parola francese su belle labbra italiane, tutto l'insieme di quell'artistico tipo, improvvisamente comparso dinanzi ai rappresentanti d'una grande nazione, non potè non fermare gli astanti, che, prima ne stupirono, poi ammirarono, infine proruppero in applausi all'oratrice e all'Italia. E fra quei deputati, vi era Adolfo Thiers.