La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato
Part 5
Non ostante il suo indomito amore per la poesia, il Berchet era versato assai bene nelle cose commerciali e per l'educazione avuta a Milano dal padre e perchè, appena esule a Londra, s'era impratichito nella casa di commercio del milanese Ambrogio Ubicini. Ricorrevano quindi a lui fiduciosi. Il Berchet possedeva inoltre l'altro senso (così raro) dell'uomo di Stato. Lo notò giustamente Giuseppe Massari, che, anch'esso profugo, conobbe il Berchet a Parigi. Ne' _Ricordi biografici del generale Alfonso La Marmora_, il Massari scrive: “Il poeta nazionale Giovanni Berchet alla vivacità dell'immaginazione congiungeva uno squisito senso politico, che le amarezze dell'esilio e la lunga esperienza delle cose umane rinforzarono ed acuirono. Il suo parere era tenuto in gran pregio dal D'Azeglio e dai principali uomini politici in Piemonte.„[24] Nato a Milano nel 1783, vigoreggiava a quel tempo nel meglio della virilità. Quei fondi vennero impiegati a Parigi sotto il nome del Berchet, ma appartenevano tutti a un altro milanese, a un altro esule, a un altro cospiratore: al Marliani. Questo Marco Aurelio Marliani era un giovane signore, entusiasta ammiratore della Belgiojoso, artista e ricco; ricco quanto prodigo; onde il Doria osservava come gli esuli a Parigi erano costretti a ricorrere al serio nome del Berchet, per evitare che il Marliani profondesse i denari secondo il suo costume. Il Marliani nutriva viva passione per la musica. Compose un'opera, _Ildegonda_, ispirata dalla patetica novella del Grossi, su libretto del patriota modenese Pietro Giannone, poeta dell'_Esule_, poeta dei Carbonari, amico anch'esso della Belgiojoso. Colle più facili speranze, ei fece rappresentare nel 1837 la sua _Ildegonda_, prima nel Teatro Italiano di Parigi, poi alla Scala di Milano colla De Giuli-Borsi e coll'Albani, interpreti eccellenti; ma l'opera non piacque, e cadde per sempre. Non avea sortito fortuna più lieta un'altra opera sua, _Il Bravo_, che il tenore Duprez, il Ronconi e la Persiani aveano cantato a Napoli nel '36. Il Marliani rimase a Parigi fino al '49, quando il suo sentimento patriottico lo trascinò a Bologna, e, nell'8 maggio di quell'anno, proprio a Bologna, si fe' uccidere.... Magnifico tipo di romantico, fra i mille somiglianti che popolavano le terre d'Italia, le terre d'esilio!... Era l'amante della celebre cantatrice Giulia Grisi.
Oltre il parroco, presso il quale Raimondo Doria s'incontrò col marchese Passano, altri sacerdoti facevan parte di sètte liberali. Il sacerdote poeta Tommaso Bianchi, giovane nativo di Torno sul lago di Como, stretto fra le spire degl'interrogatorii del Bolza, nel castello di Milano, fu côlto da delirio e morì d'improvviso in carcere; forse suicida.... Il Doria denunciò che pure il vescovo d'Oporto apparteneva alle sètte liberali; così il nipote di lui, Meschita, allora ministro della polizia presso il maresciallo Soult, duca di Dalmazia. Un poliziotto cospiratore per la libertà universale! Qual prodigio!
Le denuncie dell'impune Doria (il quale poteva raccontare ciò che voleva dal momento che gli erano risparmiati i confronti cogli accusati) mettevano in moto molte penne d'impiegati, molte gambe di gendarmi; e non solo nel Regno Lombardo-Veneto; bensì anche negli altri Stati concordi coll'Austria nella caccia accanita dei liberali; stati e statarelli che alla grande vigile alleata portavano riconoscenza per gli utili avvertimenti e per le denuncie riguardo ai proprii sudditi ribelli; e la fonte principale delle denuncie e degli avvertimenti era sempre quella: il Doria.
Il Doria denunciò anche la principessa Belgiojoso.
Per due intere giornate, il miserabile parlò della principessa Belgiojoso dinanzi al consesso giudiziario di Paride Zajotti e compagni. Qui, riassumo il suo lungo racconto, ricordando ancora ch'egli, nella sua rozzezza, spesso confonde la _Giovine Italia_ colla vecchia _Carboneria_.
Il Doria conobbe la principessa nel focolare dei ribelli: a Genova. Il marchese Passano di Genova, gran mastro della Carboneria, gli disse che la giovane dama lombarda era una _distinta giardiniera_, e che, se egli avesse bramato di conoscerla, andasse una sera al passeggio all'Acquasola.
Le _giardiniere_ erano divise in due gradi speciali: _apprendenti_ e _maestre_. La setta si serviva delle giardiniere “per sedurre (parole del delatore) impiegati e personaggi„. Usavano gli stessi toccamenti dei cospiratori; le stesse parole e segnali per riconoscersi. _Costanza_ e _Perseveranza_ eran le parole delle giardiniere di primo grado: _Onore, Virtù, Probità_ eran le parole del secondo, che la principessa Belgiojoso doveva pronunciare sovente: ell'era _giardiniera maestra_.
Le giardiniere eseguivano fra loro e coi federati un segnale per riconoscersi: passavano la mano destra dalla spalla sinistra alla destra, descrivendo un semicerchio: poi portavano la mano stessa al cuore, e vi battevano tre volte.
Una sera d'estate, al passeggio dell'Acquasola, la bellissima principessa camminava a braccio del marchese Passano, che le presentò subito il Doria; e da allora il Doria e la principessa divennero amici. Ella credeva d'aver trovato un fratello di fede per la redenzione d'Italia....
Era appunto all'Acquasola il luogo di riunione dei cospiratori. Finito il passeggio della sera, essi si recavano là, in fondo, divisi in piccoli gruppi per non destare sospetti. Colui che dovea fare una comunicazione stringeva in pugno un bastone collo stocco, e, passando dinanzi a tutt'i confratelli, faceva loro, col bastone stesso, un segno d'intesa. Quindi saliva su un'altura dell'Acquasola; e, a poco a poco, i piccoli gruppi vi salivano anch'essi. Egli, allora, andava incontro all'uno e all'altro, comunicando con poche parole quanto dovea dire. Oggi era l'arrivo di qualche persona sospetta; domani, era l'avvertimento di qualche pericolo; e via via.
Nei colloquii che la principessa Belgiojoso teneva col marchese Doria, gli disse di conoscere Giuseppe Mazzini e di conoscere Bianca Milesi sua concittadina. L'ardente Milesi, che abbiamo veduta in uno dei precedenti capitoli, ispiratrice, amica della Belgiojoso, s'era trasferita, difatti, a Genova, dove avea sposato il medico Carlo Mojon, anch'esso acceso di patriotici ideali, anch'esso cospiratore. La principessa abitava con loro; e sappiamo come, e quando, ella sia fuggita da quella casa per riparare a Marsiglia e ad Hyères.
Il marchese Passano e Giuseppe Mazzini additarono al Doria la Milesi come _maestra giardiniera_. Fidandosi del Doria, la principessa non gli nascose che per la causa italiana ella avea sostenuto pecuniarii sacrificii, aggiungendo che “anche sotto questo rapporto, lo spirito dei buoni e cari _cugini_ milanesi era eccellente„ concorrendo volentieri con forti somme alla causa comune. La principessa aggiunse (sempre secondo quanto narrava il Doria) che nella Lombardia la rete della cospirazione si estendeva sempre più e che molte in Lombardia eran le _giardiniere_ e molti i _giardini formali_. Nove _giardiniere_ costituivano un _giardino formale_, e tutt'i _giardini formali_ costituivano l'avanguardia dell'occulto esercito femminile.
I lettori sanno come il Doria rivelasse, con lettera, al principe di Metternich che Felice Argenti volea trucidare Sua Altezza. Ebbene, il Doria nelle sue delazioni al consesso giudiziario di Milano, presieduto da Paride Zajotti, tendeva a far sospettare che la principessa fosse complice dell'Argenti, narrando che gli pareva avessero fatto un viaggio insieme da Genova a Livorno! E narrò anche questo:
“La principessa fu varie volte a pranzo e a colazione con me, in compagnia del Passano; e ciò nella mia stessa casa. Così, ella, partendo da Genova, affine di conservare una reciproca grata memoria, diede a me un cordone di margheritine guernite in oro e una posata d'argento dorata; ed io le diedi, in un medaglione d'oro, il mio ritratto.„
E ancora, alludendo a un ufficiale superiore austriaco, il marchese Doria ebbe il coraggio di aggiungere quest'altro racconto:
“Nei lunghi famigliari rapporti colla principessa Belgiojoso, ho potuto riconoscere che la medesima era _giardiniera maestra_ e aveva in Milano molte amiche giardiniere anch'esse, e tutte esaltate come lei per la causa della libertà italiana. La Belgiojoso parlava bene anche di molti suoi amici egualmente settarii, fra i quali lasciava scorgere che alcuno avvicinasse la persona di Sua Altezza imperiale l'Arciduca-Vicerè. Sebbene la salute di lei fosse molto gracile (giacchè essa mi diceva d'esser soggetta a parecchi incomodi) devo giudicarla capace d'intraprendere qualunque ardita azione, perchè i suoi sentimenti sono risolutissimi.„
Quell'uomo dicea d'avere scambiati doni d'amicizia con una signora, e ne tradiva così la buona fede!... E quali menzogne racconta il basso delatore! Dice che la principessa andava a pranzo da lui col marchese Passano, e, in un altro punto, narra ch'ella andava da lui “tutta sola„! Ma nè la principessa, nè altra donna, poteva metter piede in quella casa, perchè il Doria, allora, aveva seco un'amante, la quale non tollerava rivali nè illustri nè oscure. Quell'amante terribile arrivò al punto di versargli per più giorni un veleno nelle bevande, sperando ch'egli morisse.
Un'altra menzogna (smascherata poi dallo stesso Torresani) era quella dell'ufficiale austriaco, amico della principessa, e settario.
L'idea che nell'esercito vi fosse un settario e che questo avvicinasse il vicerè Ranieri, fece prender fuoco alla polizia. Le indagini non mancarono (immaginarsi!); ma condussero a smentire il Doria. Nessun ufficiale austriaco poteva essere amico della Belgiojoso; nessun ufficiale cospirava; meno poi quello che, di tratto in tratto, avvicinava il vicerè, e ch'era un povero invalido pensionato, il colonnello degli ulani Woyma.
Il tradimento e la scelleraggine del sedicente Raimondo Doria di San Colombano furono noti ben presto ai cospiratori di Genova; i quali decisero di punirlo colla morte. Nella primavera del 1833, pochi mesi dopo le denuncie contro la Belgiojoso, uno sconosciuto, di bell'aspetto, cominciò ad avvicinare Maria De Bernardi, servente del Doria, o del signor Stefano De Gregorio, come il ribaldo si faceva chiamare a Milano. Una mattina, passando essa per lo _stradone di Sant'Angelo_ col povero bambino del Doria al collo, incontrò quel signore e rispose ai discorsi ch'egli cominciò a tenerle con modi gentili. E, per più mattine, l'incognito (che si limitò a dichiarare chiamarsi _Luigi_) aspettò sulla via la domestica, offrendole la propria amicizia.... Una volta, nella tranquilla via Borgonuovo, pochi passi discosto dalla casa della bella e capricciosa contessa Giulia Samoyloff, il _signor Luigi_ e la domestica, che andavano amichevolmente insieme, incontrarono un uomo di signorile apparenza; e il signor Luigi lo fermò subito dicendogli: “Questa è quella donna, che tiene in custodia il ragazzo del signor Stefano De Gregorio!„ Il sopraggiunto nulla disse; accarezzò il bambino, e se n'andò.
Alle cinque della mattina del 1º maggio di quell'anno 1833, il _signor Luigi_ e la Maria si trovano soli, solissimi, nel più intimo colloquio.... fuori di Milano, alla _Cascina dei Pomi_; quand'ecco l'uomo afferra furente per il collo la disgraziata, e le intìma, se vuole aver salva la vita, d'avvelenare il De Gregorio, con una boccetta che leva di tasca e le porge. La donna rimane allibita; ma recisamente rifiuta di macchiarsi d'un delitto. L'altro l'atterra, colpendola forte coi pugni sullo stomaco e al capo; ma ella rifiuta ancora, rifiuta sempre, risolutissima. E il sicario le mena due coltellate al collo, e fugge.
La De Bernardi con sforzi sovrumani si leva dal suolo, e, fermando con un fazzoletto il sangue che le sgorga dalla gola, si trascina penosamente in città e batte alla porta d'una propria sorella maritata al fabbro ferrajo in via San Spirito, poco lungi, adunque, dalla casa nella quale il Doria alloggiava sulla Corsia del Giardino. Il primo pensiero della sventurata, prima ancora di porsi a letto, è di scrivere al suo padrone. Ecco la sua lettera con tutti i suoi errori:
“_All sig. Stefano_,
“Scrivo a lei in questo momento che mi è permesso già che sonno stata mortalmente asasinata per salvare a lei la vita il resto solo comunicherò a viva voce però credo bene a prevenirlo si guarda bene già che lo vogliono a se sinare, non si sgomenti e venga da me il più presto possibile.
“di lei sua fedele serva “MARIA DE-BERNARDI.„
In quella stessa sera, uno dei capi più volpini della polizia, il noto Bolza, va a interrogare la servente ferita, la quale geme sul letto della sorella, ed è in preda a delirio, a vomiti, sputa sangue. Al chiarore d'un piccolo lume, il Bolza scrive un processo verbale, strappando a mala pena qualche parola dall'inferma. Quelle pagine, vergate, sulla ruvida carta dei protocolli, dalla scrittura pesante, nera dell'accanito poliziotto, rivelano tutta la scena tetra, miseranda del momento: par di sentire le risposte trarotte della donna ferita, quasi le sue parole gorgoglianti nel sangue, là in quella squallida camera di poveri operaj semibuia. La preoccupazione della servente, che per salvare il proprio padrone giacea vittima per lui, — la preoccupazione che la tormentava più delle ferite era quella d'aver mancato di fede.... come dirlo?... di fede amorosa verso il padrone. Era l'idea del tradimento d'amore commesso verso di lui che la facea smaniare; non la coscienza del tradimento del marito, povero operajo della Zecca, il quale, forse, in quel momento, chi sa? coniava le monete destinate al Doria. Tale si manifesta, qualche volta, il cuore della donna nelle modeste classi sociali, come nelle alte. Più tardi, la donna ferita viene interrogata da Paride Zajotti, per istrapparle altri dati affine di costruire un edificio d'accusa; ma quella disgraziata, sempre più affranta, non può che ripetere le dichiarazioni già fatte prima al Bolza. Il medico giudiziario dottor Caimi, visitandola cinque giorni dopo, trova che le due ferite purulente ai lati della laringe non sono pericolose di morte; pericoloso gli sembra, invece, un colpo preso sullo stomaco; e per salvare l'infelice, le cava sangue!...
Tale il fatto. Mai si seppe chi fosse il feritore e il suo misterioso compagno di via Borgonuovo; e ignoriamo se la povera servente sia vissuta dopo la tragedia; ma abbiamo motivo di credere che ne sia morta. Infatti, quando la polizia cadde nel sospetto che il feritore della De Bernardi fosse un giovane straniero, il quale viveva meschinamente a Milano dando lezioni d'inglese, certo Gregorio Codeville, denunciato qual carbonaro dal Doria, non fu possibile che il Codeville venisse fatto vedere alla domestica ferita: della disgraziata non si fa più parola!... E il Tribunal criminale, con sua nota del 22 maggio 1833, scrive alla polizia che lasci stare il Codeville, nulla risultando di criminoso contro di lui. Neppure i due arrestati Felice Argenti e Giovanni Albinola, nelle loro aperte confessioni davanti al tribunale, accusarono il maestro d'inglese. Bensì l'Argenti narrò che Raimondo Doria voleva uccidere il proprio fratello servendosi del pugnale dell'Albinola, per punire, diceva il Doria, in quel fratello uno spergiuro della Carboneria; in realtà, diceva l'Argenti, per impadronirsi degli averi di lui.
Ma come finì quello scellerato?... — Chi può saperne la fine?...
Cesare Correnti, che, liberata la Lombardia, prese qual proprio intimo segretario un Sandrini, già applicato alla cancelleria segreta del Governo austriaco prima delle Cinque Giornate, e poscia convertito al liberalismo, tentò pur egli ricerche sulla fine di quel tristo; ma invano. Non la conosceva neppure il Sandrini, il quale avea copiato, un tempo, con la sua bella scrittura, più di qualche nota sul caro marchese Doria, e che essendo “dentro alle segrete cose„, molto, troppo sapeva di cospiratori e di spie, tornando utile anche in questo al Correnti per la valutazione di certi uomini vecchi inverniciatisi a nuovo....
In alcuni _Ricordi di Giuseppe Mazzini_, affidati alla Biblioteca Nazionale di Firenze, e che non recano la scrittura dell'agitatore (scrittura simile un po' all'ebraica) nè lo stile suo corrusco, si legge che il Mazzini fu ascritto all'ordine della Carboneria da Raimondo Doria; ma sappiamo che il Mazzini non seguì a lungo la Carboneria, bensì, spirito originale e indipendente, le eresse un contro-altare: appunto la _Giovine Italia_. Non conosciamo quali relazioni dirette passarono poi fra il Mazzini e il Doria: conosciamo bensì il processo che, in seguito alle propalazioni del Doria, i tribunali di Milano ordirono contro la principessa Belgiojoso. — Vediamolo tosto.
V.
Processi contro i Belgiojoso. — Cospiratrici belle.
Avventure di Felice Argenti. — Processo contro Emilio e Antonio Belgiojoso. — L'imperatore d'Austria interviene. — Processo contro la Principessa. — Ordini dell'imperatore a favore di lei. — Processo contro Teresa Kramer-Berra. — Fulvia Verri. — Anna Tinelli e Paride Zajotti. — Tornano in ballo le _giardiniere_! — Condanne di morte. — Lettera della Principessa al marito. — Affetti. — Nuovo esilio.
Appena il malvagio Raimondo Doria — l'_impune Doria_ — denunciò al consesso di Paride Zajotti e compagni, che gli sembrava d'aver veduto la principessa Belgiojoso insieme coll'Argenti sul piroscafo che da Genova andava a Livorno, venne chiamato dalle carceri l'Argenti perchè dinanzi ai giudici deponesse sul conto della cospiratrice. Il Doria venne, per il momento, allontanato: e mai il nome del tristo fu pronunciato dinanzi all'Argenti; mai dinanzi agli altri accusati e traditi: e mai, forse, in tutta la sua vita, la principessa seppe del tradimento infame di colui al quale fidente avea steso la mano d'amica nelle vespertine riunioni misteriose dell'Acquasola a Genova.
Felice Argenti, baldo de' suoi ventinove anni, parea sfidare il mondo; e l'avea mezzo girato.... Nativo di Viggiù, borgo del ridente Varesotto, primeggiò ben presto fra i giovani ribelli all'Austria. Si fe' carbonaro nella _Vendita_ di Milano, e, nel 1821, fuggì in Piemonte. Combattè in Spagna, per la Costituzione, col grado d'ufficiale; ma un esercito francese sotto gli ordini del duca d'Angoulême sbaragliò lui e i suoi fratelli d'armi e d'ideali. L'Argenti passò nel Messico, entrò in quella Carboneria, e contribuì a buttar giù dal trono l'imperatore Iturbide, un avventuriero basco, che s'era incoronato da sè, come Napoleone, facendosi chiamare Agostino I: rifugiatosi poi in Italia e a Londra, S. M. Agostino I, volendo riconquistar la corona, tornò nel Messico: ma, al suo arrivo, fu arrestato e fucilato, come, più tardi, l'infelice Massimiliano d'Austria. Stabilita nel Messico la repubblica, l'Argenti tornò ai colli nativi e si gettò nella cospirazione della _Giovine Italia_. A Varese, s'infiammò d'una terribil passione amorosa per una donna comune, che a lui pareva una dea. Il marito della dea, per isviare dalla propria testa il serto di Menelao, ricorse.... alle bajonette dei gendarmi. L'autorità intimò allora all'Argenti di lasciare per sempre Varese; ma l'Argenti non volle saperne; eluse la guardia dei gendarmi, che vegliavano intorno al minacciato ostello, saltò da una finestra, e, di notte, fuggì pei campi, pei clivi, ch'egli, grande cacciatore al cospetto di Nembrod, conosceva benissimo. I gendarmi lo inseguirono; egli spiccò un altro salto (quella volta da un muro) e si spezzò una gamba; ma potè ancora sfuggire alle ricerche, trascinandosi in un campo di grano, fra le cui alte spiche, nelle tenebre notturne, si nascose.
Come da caccia inutile e molesta Tornano mesti ed anelanti i cani,
tornarono le guardie.... Spuntò l'alba. L'Argenti stette nascosto tutto il giorno, spasimando, fra il grano. Alla sera, un erculeo contadino scoperse il fuggiasco accoccolato; se lo caricò sulle spalle, e lo trasportò oltre il confine, ad Artò, dove gli aggiustarono la gamba. Grazie a Dio, l'Argenti potea correre ancora. E corse di nuovo il mondo. “Per tre volte (egli diceva) ho dissipato le mie fortune; e tre volte mi sono rialzato nell'agiatezza.„ Cercò, e trovò lavoro a Trieste, a Genova, a Livorno.... preferendo sempre le città marittime, per rifugiarsi, se inseguito, nelle navi inglesi o americane, che godevano diritto d'asilo. Fu anche a Rio Janeiro, dove fece di tutto: persino il tosacani. Scoppiata, nel luglio del 1830, la rivoluzione di Parigi, vi volò come la farfalla alla fiamma, e con undici compagni, ideò uno sbarco audace da Marsiglia in Italia per sollevarla tutta.... A capo della banda si pose un comasco, che poi si fece frate: Rocco Lironi. I dodici apostoli di libertà sbarcarono a Pietrasanta in Toscana; ma furono arrestati. L'Argenti, dal Governo toscano venne consegnato all'austriaco; ed eccolo qui ora, nelle carceri di Milano, e davanti a Paride Zajotti.
Bisogna sapere che l'Argenti si facea passare per console del Brasile a Livorno; anzi, alcuni (come il Doria) lo ritenevan veramente per tale; ma il Governo toscano mai volle riconoscerlo. L'Argenti supponeva che il diniego provenisse per volere del Metternich; da qui, più acerbo l'odio suo contro il Metternich; da qui la sua proposta di ucciderlo. Ma non il Doria, come questi si vantava col Metternich e coi giudici di Milano, non il Doria, bensì il marchese Passano s'era opposto alla truce proposta dell'Argenti. Quell'assemblea di congiurati era stata tenuta di notte, a bordo d'una nave americana, nel porto di Genova. Come dovea sembrar strana quella riunione sulle acque, con quei cospiratori, che parlavano a voce sommessa nella stiva!... E non sospettavano un Giuda fra loro!...[25]
Interrogato da Paride Zajotti (il trentino inquisitore successo al Salvotti, concittadino suo, innalzato nel frattempo a più alta dignità), l'Argenti ammette d'aver veduto bensì la principessa Belgiojoso sul piroscafo da Genova a Livorno; ma afferma di non averla mai avvicinata a terra. La principessa, infatti, avea compiuto qualche rapido viaggio con iscopo di propaganda patriotica, e per stringere le file d'una decisiva azione comune fra i patrioti; ma questi si mostravano troppo divisi da vedute politiche differenti e da passioni....
Udito l'Argenti, Paride Zajotti lo fa ricondurre nel suo carcere e chiama un altro giovane imprigionato a Porta Nuova: Giovanni Albinola, pure nativo di Viggiù e possidente. L'Albinola dice l'Argenti suo “seduttore„. Racconta, atterrito, che solo pei consigli dell'Argenti si lasciò affigliare alla _Giovine Italia_ da Giuseppe Mazzini a Genova. Racconta del proprio giuramento prestato alla setta, in casa di Giuseppe Elia Benza; ma neppur egli depone una sillaba contro la principessa Belgiojoso. Povero giovane, trascinato in un labirinto di pericoli, pei quali non era nato, pei quali non avea la forza d'animo di Cristina Belgiojoso.
Il processo contro Cristina Belgiojoso andò di pari passo con quello contro suo marito e contro il cognato Antonio.
Fin dal maggio del 1831, la polizia di Milano dipingeva al tribunale Emilio ed Antonio Belgiojoso “di principii liberali e in famigliarità con persone note per la loro _esaltazione_; fra altre, con Luigi Meroni e Timoleone Brambilla.„[26]