La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato
Part 27
Negli ultimi anni, Cristina Belgiojoso Trivulzio vide compiersi il gran sogno di tutta la sua vita di patriottici sacrifizii e di pericoli. Ella vide l'Italia libera con Roma capitale, con un re conclamato dal popolo. Tante patite peripezie aveano, alla fine, un fulgido compenso!... Quel giorno che salutammo Roma capitale, più di qualche amico della Belgiojoso dee averne scritto a lei, che continuava assidua corrispondenza coi personaggi più eminenti. Ma la marchesa Maria Trotti, eletta dama di Sua Maestà la regina Margherita, cortesemente mi affermò che la venerata madre sua non conservava le lettere che riceveva. Si può aggiungere che non conservava neppure i proprii volumi e opuscoli: immaginarsi la folla d'articoli patriottici da lei disseminati per sì “lungo ordine d'anni„ su tanti giornali francesi, italiani, inglesi!... Nulla di più arduo che il rintracciare certi scritti dell'infaticabile autrice, ignorati persino dai più solleciti congiunti di lei; nulla di più penoso che il ricercare precisi, coscienziosi particolari d'una vita così varia, così tumultuosa in mezzo a mortali e ad immortali, a piccoli e a grandi, in Italia, nella Svizzera, in Francia, in Inghilterra, in Grecia, nell'Asia.... Cinque anni di ricerche, di studii, di carteggi, di gite, di viaggi.... saranno stati sufficienti per comporre degnamente questo libro?... Quali difficoltà, estranee allo stesso lavoro, per sè stesso difficile!... E come viene saccheggiato, anche questo, da impudenti scribacchini, persino americani!
Il 5 luglio del 1871, spuntò l'ultima alba della donna singolare. E venne la morte ch'ella non voleva; la morte che temeva tanto; la morte, il cui pensiero la facea tremar tutta. Del giorno ultimo scriveva una volta: “Non so come volano i giorni; e si avvicina quel terribile al quale non si guarda senza tremare!„
Sentì ella avvicinarsi il passo dell'inesorabile dea, che tante volte arriva come un assassino, e che, altre volte, invece, giunge invocata come un'amica sorridente, come una liberatrice pietosa e gentile?...
Appena sentì aggravarsi, la principessa non volle giacere sul letto: si levò risoluta, e si pose su una poltrona, circondata da paraventi.... Soffriva assai.
Venne a chiedere notizie nella lugubre stanza un giovane amico: Giovanni Visconti-Venosta. Ella ne udì la voce sommessa, e gli chiese subito, levando il volto diventato dei color della creta:
— Gino, abbiamo buone notizie sull'Italia?...
E il giovane, che sapeva come a Cristina Belgiojoso bisognava dir sempre sull'Italia le cose più consolanti e più belle, le rispose pronto:
— Buonissime notizie, principessa! Buonissime!
Così Cristina Belgiojoso Trivulzio moriva colla lieta immagine d'un'Italia avviata a quella grandezza per la quale tanto ella s'era agitata in patria e nell'esilio.
Ricevette tutti gli estremi sacramenti della Chiesa cattolica. Ella, che un giorno a Parigi temeva d'essere messa all'indice dal Vaticano per la sua pubblicazione sul dogma (come Camillo Cavour narra nel _Diario_ inedito più volte citato) fu contenta quando apprese che quel libro era uscito incensurato dall'esame di Roma.
La principessa spirò per “ipertrofia di fegato„ alle ore dieci e mezza della sera del 5 luglio del 1871, nell'amatissima sua Milano, dov'era nata il 1808. Contava, adunque, sessantatre anni.[158]
La salma venne benedetta nella chiesa di San Tommaso, piccola chiesa dall'atrio greco, e fu sepolta nel centro del romito cimitero di Locate sotto una tomba di marmo bianco, simile alle tombe antiche, e fregiata di questa epigrafe dettata da Giovanni Visconti-Venosta:
Da un lato:
ALLA PRINCIPESSA CRISTINA BELGIOJOSO-TRIVULZIO — CHE IL VASTO INGEGNO LA VIGORIA DELL'ANIMO LA DEVOZIONE ALLA PATRIA — FECERO BENEMERITA, ILLUSTRE — NEGLI STUDII, NELLA POLITICA, NELL'ESILIO, NEI VIAGGI — TRAVERSO I TEMPI FORTUNOSI E D'ALTI DESTINI IN CUI VISSE — MDCCCVIII — MDCCCLXXI.
Dall'altro lato:
QUI DEPOSE LA SALMA DELLA MADRE AMATISSIMA — LA MARCHESA MARIA TROTTI BELGIOJOSO — INVOCANDO A LEI — CHE FU COSTANTE E GENEROSA SOCCORRITRICE DEI POVERI — QUELLA BENEDIZIONE DI CUI DIO CORONA LA CARITÀ.
I funerali religiosi furono solenni nella chiesa dl San Tommaso; più semplici e più affettuosi, forse, a Locate; in quel borgo, che ora dal nome dei Trivulzio, antichi feudatarii di quel territorio, si chiama Locate-Triulzi. Si era nell'estate; e molti amici della defunta non si trovavano allora in Lombardia, per tributarle l'ultimo omaggio. Qual differenza fra il 1848 e il 1871, fra quel giorno in cui tutta Milano andò incontro alla Belgiojoso, ch'entrava fra gli applausi e i frenetici evviva in città, a capo d'una colonna di giovani volontarii, e il breve corteo d'amici, che dall'angusta via de' Bossi, accompagnava alla chiesa di San Tommaso il feretro della principessa!
Tranne alcune reverenti parole di Filippo Filippi sul giornale _La Perseveranza_ di Milano, ben rari furono i cenni necrologici pubblicati nel resto d'Italia sulla morte d'una donna che avea riempito un giorno l'Italia e Parigi del suo nome. E l'oblio, profondo oblio, coprì quel nome fino al punto che un dotto francese domandò un giorno allo scrittore di questo libro se la principessa Belgiojoso era vissuta nel secolo di Maria Antonietta! Si scordarono _persino_ le cattive pagine, che una sedicente amica d'Italia, Luigia Colet, stampò contro la principessa in un certo libro sugli avvenimenti e sui personaggi nostri, seminato delle più sfacciate, amene bugie: dico persino, poichè il mondo dimentica più presto le lodi meritate che il biasimo maligno, lanciato dall'invidia. Eppure dovrebbe tornar dolce al pensiero il ricordo degli atti generosi compiuti dagli altri; atti che col loro fulgor vittorioso fanno sparire le ombre di possibili errori; sì, tanto possibili nella fragile creta umana!... È così consolante scoprire il merito! È così bello l'ammirare!
Con la morte di Cristina Belgiojoso-Trivulzio, sparve dalla scena del mondo una delle più forti e singolari donne d'Europa. E dopo molti anni dalla morte, era tempo e dovere che una penna veridica ma rispettosa facesse noto ai più il sentimento, l'invitto sentimento italiano di colei che non è un'onta da nascondere, bensì una gloria da far risplendere.
La principessa Cristina Belgiojoso-Trivulzio, questa donna d'istinto e di ferrea volontà dominatrice, che fa pensare a Caterina Sforza; questa fantastica figura dai nivei pepli come una regina delle tragedie di Eschilo; dai severi turbanti come una sibilla del Domenichino.... irrita talvolta come un enigma; ma le linee della sua figura sono le linee d'un monumento, ch'ella stessa, nella sua vita liberamente vissuta dinanzi agli sguardi di tutti, si elevò con le proprie opere di carità e di sociale giustizia precorrendo i tempi; — con le proprie opere d'un patriottismo coraggioso, d'una inesauribile sorgente di magnanimi pensieri. In lei, stranezze, audacie, errori; mai la piccolezza!
Ella fu una dea, che sedusse mille: ella regnò. Una grandiosa figura di donna italiana, sorta in un'epoca di grandi.
FINE.
APPENDICE
DI DOCUMENTI.
I.
LETTERA DEL GENERALE LA FAYETTE ALLA PRINCIPESSA BELGIOJOSO.
A documentazione di notizie inserite nel luogo opportuno in questo libro, (sulla confisca dei beni della principessa Cristina Belgiojoso, perpetrata dal Governo di Vienna, e sui conseguenti imbarazzi finanziari della profuga, ecc., ecc.) valga una lettera inedita del _generale La Fayette_ alla _principessa_.
Nel luglio del 1832, — circa due anni prima della morte, — il generale La Fayette, da quella La Grange, dove gli erano giunti i primi rumori della rivoluzione del luglio 1830, mandò alla nobile profuga una lettera indirizzandola a Ginevra. Questa lettera particolareggiata, piena di saggi consigli premurosi, consigli di padre, e qual padre! rivela sopratutto l'affetto del La Fayette per la bella patriota italiana, il cui slancio per la redenzione della patria si accordava con quello magnifico ch'egli ebbe alle prime notizie dell'insurrezione delle colonie americane contro gli inglesi. Parlando alla principessa degli avvenimenti politici del giorno, il La Fayette mostra quale considerazione egli le tributi. Il grande e candido liberale tocca del conte Carlo di _Rémusat_, il biografo di Bacone, di Channing, ecc.; lo stesso che dopo la rivoluzione del 1830 s'accostò al Guizot, e che fu poi, nel 1871, chiamato dal Thiers, presidente della Repubblica francese, al ministero degli affari esteri, e morì nel 1875. Parla del _Sismondi_, l'illustre ginevrino, lo storico delle Repubbliche italiane, e amico anch'esso di Cristina Belgiojoso. — _Anastasia_ e _Virginia_, nominate dal La Fayette, ne erano le due figlie; la prima sposata a Carlo di Latour-Maubourg, la seconda al colonnello di Lasteyrie. Il signor _Bianchi_ era un agente della Belgiojoso. Superfluo ripetere che la madre di Cristina, marchesa Vittoria Gherardini, in prime nozze aveva sposato il marchese Girolamo Trivulzio, e in seconde il marchese Alessandro Visconti d'Aragona; e che le sorelle di Cristina, alle quali pure allude il La Fayette, erano: Teresa, che sposò in Francia il marchese d'Aragon, Virginia, che sposò il marchese Bonifazio Dal Pozzo di Milano, e Giulia che sposò il marchese Rorà di Torino. Qualche altra allusione torna dubbia e oscura. Non così quella sul Portogallo, dove allora ferveva la guerra tra il principe Don Pedro e il fratello Don Miguel per ristabilire sul trono donna Maria da Gloria, figlia del primo e nipote del secondo che l'aveva privata del regno di Portogallo. Vedi anche i _Mémoires_ del La Fayette, pubblicate dalla famiglia in 6 volumi (1837-1840).
Ecco ora la lettera dell'immortale guerriero della libertà americana.
La Grange, 28 Juillet 1832.
Il est bien vrai, chère amie, que nous nous faisions une féte de Vous voir ici; mais la lettre, qui confirme notre désappointement, est fort loin de m'avoir causé de la peine; elle a même soulagé mon inquiétude. Déjà, lorsque Octavie m'a dit qu'au lieu de Vous reposer à La Grange, Vous partiriez le soir même, je me reprochais d'être cause d'une fatigue de plus. La tendresse filiale, le besoin d'embrasser M.me Votre mère e Vos sœurs ont triomphé des exhortations et des menaces de Vos médecins. Mais vos amis, tout en rendant hommage à Votre impatience et à Votre révolte contre les conseils de docteurs plus habiles que nous, ne peuvent se défendre, dans l'état précaire de Votre santé, d'une vive anxiété pendant le voyage. Vous avez les sermons de la prudence, et j'espère bien que les fâcheuses prédictions ne s'effectueront pas. J'ai pourtant grand besoin d'avoir des nouvelles de Votre arrivée à Génève. Il serait bien fâcheux que Vos souffrances revinssent en route, dans une auberge, et loin des médecins. Au reste, le danger sera passé lorsque Vous recevrez cette lettre. Puisse-t-elle Vous trouver en bonne santé, et en pleine jouissance de Votre réunion aux objets de Votre tendresse! Vous jugez, ma chére amie, que dans cette disposition d'anxiété pour Votre voyage, j'ai plutôt à Vous remercier qu'à Vous reprocher de n'avoir pas fait le petit détour de La Grange. Vous nous en dédommagerez, après Votre retour; je me flatte encore que Vous pourrez obtenir de M.me Votre mère ce que Vous avez tant souhaité, et qu'elle voudra bien venir à Paris. Il n'y aura plus alors de choléra; j'ai un grand desir de lui être présenté, ainsi qu'à Vos sœurs. Elle apprendra par Vous la très grande liberté que je pris de lui écrire dans les premiers temps de Votre arrivée. Donnez-moi des nouvelles de Votre colonie de Genève, et des progrès de Votre grande affaire. Je Vous dirai que, tout en admirant le noble caractère de ma chère et filiale amie, et persuadé comme je l'étais de la sagesse du parti qu'elle avait pris, j'ai plus souffert que je ne Vous le disais, des embarras de Votre situation; personne n'appreciant mieux que moi tous les mérites de Votre pauvreté, et d'après ce que je savais par le ministre français, l'ambassade autrichienne, Vos compatriotes et Vous, j'eusse été bien fâché de Vous voir partir pour Milan, ou pour Vienne. Néanmoins, j'ai senti, pendant ce long espace de temps, et malgré Votre aimable et généreux caractère, que d'après Vos habitudes de richesse, il êtait bien pénible de Vous trouver réduite à d'étroites privations. Il me semble, ma chére amie, que lorsque Vous vous retrouverez en possession de Votre fortune, il serait raisonnable d'en mettre une partie à l'abri des caprices d'un gouvernement arbitraire. Cet avis n'est pas seulement le résultat des préventions mutuelles, qui depuis longtemps existent entre la Cour de Vienne et le fermier de La Grange. J'aime à penser qu'il sera partagé par tout le monde, et surtout par madame Votre Mère, et quoique il soit beaucoup plus agrèable de jouir ensemble de Votre réunion que de parler d'arrangements pécuniaires, je crois que Vous auriez grand tort, l'une et l'autre, s'il m'est permis de le dire, de ne pas Vous en occuper sérieusement, et d'une maniére positive. Il ne faut pas Vous exposer à voir, dans les futures contingences, recommencer l'état de gêne et d'embarras, que Vous avez admirablement supporté, mais dont je m'affligeais beaucoup plus que Vous.
La société, que Vous retrouverez, absorbera votre temps et vos pensées. Il est probable néanmoins que Vous verrez M. le comte de Sismondi. Je Vous pris de lui parler de moi. M. de Sismondi serait fort touché d'apprendre que son _Histoire des Français_ est le seul emprunt que Vous ayez fait à la Bibliothèque de La Grange. Je voudrais répondre à l'aimable lettre que j'ai reçue des trois prisonniers de Venise. Il me semble que le meilleur moyen est d'envoyer ma réponse à Lyon, où le père de notre ami doit se trouver à présent. Chargez-Vous de mes tendres amitiés pour notre excellent Bianchi; j'espère qu'il reviendra avec Vous; j'ai une si douce habitude de mes rapports avec lui, que j'éprouverais une grande peine de les voir interrompus par son absence.
Nous n'avons point de nouvelles de Portugal: je continue à bien augurer de l'expédition. Vous compatissez, j'en suis bien sûr, à l'anxiété de Virginie. Elle est ici avec ses filles, Rémusat et Octavie. Le ménage Corcelles pourra revenir dans dix ou douze jours. Anastasie et Jenny iront bientôt passer quelques semaines avec Célestine Brigode en Fiandre. George est venu célébrer le 29 Juillet avec son bataillon: il se partage entre Passy et La Grange. Les nouvelles de Clémentine sont meilleures: elle éprouve encore des crampes, mais ses forces reviennent; ses promenades réussissent mieux. On s'occupe du retour à La Grange où Vous nous trouverez, en grande partie, réunis. Et Vous aussi, chère Amie, Vous êtes bien partie de cette famille qui compte sur Vous pour obtenir de M.me Votre Mère et de Vos sœurs le bonheur que nous nous promettons, si elles reviennent avec Vous, de les recevoir à La Grange. Je pense que Votre mari est avec Vous, ou du moins en Suisse: chargez-Vous de mes amitiès pour lui, et tout en le remerciant de sa bonne intention de passer à La Grange en quittant Paris, dites lui que j'en attends l'éxécution à son retour.
Les anniversaires seront moins animés que l'année dernière. Vous savez par les journaux tout ce que j'aurais à Vous dire. La pluie des protocoles de Londres ne cesse pas encore. Il en est de même des ajournements hollandais et belges. L'Allemagne se refuse à la discipline de la Diète de Francfort et du Triumvirat contrerévolutionnaire. On dit que l'Autriche veut voisiner par Constance avec le pays que Vous habitez. Quant à la France, carliste, juste milieu, et patriotique, Vous savez où nous en sommes.
La famille me charge de ses tendresses pour Vous. Rèmusat nous arrivera demain. Nous avons eu ces jours ci plusieurs visites polonaises. Adieu, ma chère Amie. Votre chère et filiale lettre m'a vivement touché. Tous mes vœux, toutes mes bénédictions Vous accompagnent, en attendant l'inexprimable bonheur de Vous revoir.
LA FAYETTE.
À madame la _Princesse de Belgiojoso_ poste restante à GENÈVE (Republique Helvetique).
II.
LA PRINCIPESSA BELGIOJOSO ALL'ASSEDIO DI ROMA.
Cristina Belgiojoso, nell'assedio di Roma nel 1849, diresse l'ospedale dei feriti, avendo seco l'unica figlia sua, Maria, che divenne poi marchesa Trotti. Ciò è ricordato anche in una lettera che il marito della marchesa, Lodovico Trotti, diresse al senatore Tulio Massarani in seguito a una patriotica richiesta di S. E. il senatore Gaspare Finali. Nel 1886, l'insigne patriota, statista e letterato Finali desiderava avere l'elenco preciso dei valorosi feriti all'assedio di Roma nel 1849, i quali furono ricoverati in quell'ospedale dei Pellegrini diretto dalla principessa: voleva far scolpire quei nomi gloriosi in una lapide. Era diffusa opinione che il registro di quei feriti e dei morti fosse stato portato con sè dalla principessa Belgiojoso dopo la caduta di Roma; Gaspare Finali si rivolse all'uopo a un amico illustre, al senatore Tullo Massarani di Milano, per saperlo con esattezza. Il Massarani ne scrisse al consorte della marchesa Maria Trotti, e n'ebbe da Olgiate Molgora, risposta negativa in una lettera. Di questa, si reca qui la parte che riguarda la Belgiojoso:
“Mia moglie si rammenta perfettamente del tempo passato a Roma nel 1849 quando sua madre dirigeva l'ospedale destinato ai feriti. Essa ricorda la catastrofe in seguito alla quale esse furono costrette a lasciar Roma precipitosamente, e non senza pericolo, per andare ad imbarcarsi a Civitavecchia; ma essa è convinta che i registri dell'ospedale non facevano parte del loro pericolosissimo bagaglio. Da Civitavecchia si diressero verso l'Oriente, per rimanervi alcuni anni, durante i quali, come durante tutti i successivi, essa non vide nè udì mai accennare a simili registri.„
Quei preziosi registri andarono perduti.
III.
IL TENTATO ASSASSINIO DI CRISTINA BELGIOJOSO.
Sul tentato assassinio, sulle sette stilettate, di cui fu vittima Cristina Belgiojoso nel 1853 in Asia, e di cui parla questo libro alla pag. 345, la stessa Principessa inviò una lettera alla sorella marchesa Giulia Rorà, allora a Torino, narrando tutt'i particolari del delitto. L'autografo di questa lettera, che l'autore del presente volume ebbe dalla cortesia della marchesa Luigia Visconti d'Aragona, ora è conservato nella Biblioteca Ambrosiana. Qui testualmente si riproduce il drammatico racconto della intrepida dama: più avanti, riproduciamo in _fac-simile_, un'altra lettera da lei scritta al fratellastro marchese Alberto Visconti d'Aragona da San Giovanni di Bellagio sul Lago di Como, dove la Principessa dimorava accanto alla figlia marchesa Maria Trotti; lettera molto notevole perchè, mentre parla delle sofferenze nervose della Principessa, ne spiega, tacitamente, in certo modo, le anomalie. Questa lettera, il cui autografo è ora presso l'autore di questo libro, gli fu favorita anch'essa dalla gentil marchesa Visconti d'Aragona. Ed ecco prima la narrazione del delitto. _Maria_ era la figlia giovinetta che la Principessa aveva condotto con sè in Asia. M.r Méon e il signor Pastori, a cui la lettera accenna erano (specialmente il secondo) agenti della Principessa, la quale, non ostante le stremate fortune, viveva anche in Asia fra varii agenti, servi turchi, servi cristiani e un farmacista.
_Da una montagna del mio Tchifflik._
30 agosto 1853.
_Cara Giulia,_
Da tanto tempo senza tue notizie, e non sapendo ove trovarti in questa stagione, mi era impossibile di annunziarti direttamente la disgrazia accadutami, nè di riconfortarti sulle conseguenze di esse. Mi limitai dunque a pregare M.r Méon come Pastori, a fare in modo che la notizia non vi giungesse esagerata, nè per la voce pubblica. Ma nessuno, che non fu testimonio del fatto, può conoscere come io sia stata miracolosamente salvata. L'assassino è di Bergamo; era al servizio austriaco nel 48; disertò (così diceva almeno); combattè cogli italiani, indi emigrò a Costantinopoli, ove visse più di un anno; poi fu a me caldamente raccomandato dal marchese Antinori di Roma, come _onestissimo_ e _buonissimo_ giovane. Il marchese Antinori, di cui ebbi più tardi a lagnarmi, gode di molta stima presso i suoi compatrioti, e Pastori stesso m'invitava più volte a coltivare la sua amicizia, che era per lui, Pastori, un motivo di tranquillizzarsi sulla mia situazione isolata. Nei primi mesi che l'Albergoni (è il nome dell'assassino) fu da me impiegato in qualità di magazziniere, concepii dei forti sospetti sulla sua moralità, ed ebbi qualche motivo di credere ch'egli avesse voluto attentare alla vita del mio farmacista. La cosa era molto grave: io non avevo che sospetti vaghi, ed egli si difendeva con molto calore e con delle buone ragioni. Scrissi dunque al marchese Antinori raccontandogli l'accaduto, e pregandolo a prendere nuove informazioni sul suo raccomandato. Il marchese mi rispose di averlo fatto con tutto l'impegno e di non avere trovata la benchè menoma macchia al nome, nè al carattere di quest'uomo. Che potevo io fare? Ero allora sulle mosse per Gerusalemme e l'Albergoni era ammalato a segno ch'io non credevo ch'egli si riavesse mai. Gli tolsi però ogni incombenza durante la mia assenza, ma lo lasciai al _Tchifflik_ perch'egli si curasse, vivesse nella quiete e nel riposo, e guarisse, se poteva. Lo ritrovai al mio ritorno perfettamente ristabilito, ed informatami dagli altri della sua condotta ne ricevetti buonissimo conto. Gli restituii allora il suo impiego di magazziniere, e sebbene provassi per lui una invincibile avversione, pure non lasciai che questa mia disposizione irragionevole influisse sulla di lui sorte. Durante qualche mese si condusse bene, ma poi diede varie prove di una somma violenza di carattere, giunta a malizia e ad animosità. Allora lo avrei mandato via, ma il sequestro era stato posto sui miei beni; ero da quattro mesi senza un soldo; nè potevo licenziare quest'uomo senza pagarlo. In quel mentre, gli fu detto che io avevo scritto a Costantinopoli per far venire un altro magazziniere, il che era falso. Malcontenta di lui per questi atti di violenza, anzi di cattiveria, io stavo verso di lui piucchè mai sostenuta. Egli si decise a partire senza aspettare di essere licenziato: ma prima volle vendicarsi. L'intenzione sua, come disse di poi, era, non solo di ammazzare me, ma tutti quelli che sapeva mi avessero parlato male di lui, e principalmente Maria. Nella mattina del giorno fatale, chiese più volte di parlarmi in particolare; ma io che lo vedevo agitato, e che lo sapevo per abitudine gran bevitore di acquavite, ricusai di ascoltarlo dicendogli che avrebbe parlato meco quando fosse più tranquillo e più padrone di sè. Tentò pure quell'istesso giorno di avvelenare un mio domestico, da cui temeva ch'io potessi ricevere soccorso. A pranzo, sembrava affatto fuori di sè e senza nissuna provocazione, mi diresse alcune parole insolenti alle quali risposi che s'ei voleva parlare in tal modo, escisse di casa mia.