La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato

Part 26

Chapter 263,460 wordsPublic domain

“Già molti giorni sono che volevo scrivervi, per darvi le mie notizie ch'erano soddisfacenti; poichè da quella notte, ch'io venni a svegliarvi nella vostra camera, l'angoscia mi aveva lasciato in pace; ma ora l'una ed ora un'altra cosa mi hanno impedito l'esecuzione del mio proposito. Debbo attribuire quella tregua all'uso del nuovo sciroppo, o al caso? Il fatto è però che, jeri, dopo il pranzo, sentendomi côlta da prepotente sonno, mi sdraiai su di un canapè, e, mentre stavo ancora tra il sonno e la veglia, fui repentinamente assalita da quella sensazione angosciosa che tanto mi spaventa, e passai tutta la sera più o meno sotto quell'incubo. Il solo pensiero di andare a letto mi inspirava un vero terrore; ma quando fu giunta l'ora di coricarsi, mi rassegnai a tentare la prova, convinta di dovermi alzare dal letto pochi minuti dopo di esservi entrata. Con tutto ciò, appena coricata, cessò la sensazione angosciosa, e non è tornata più. Ve ne scrivo per farvi una osservazione. Io ebbi sempre la convinzione che questa angoscia sia una nuova forma di quelle convulsioni epilettiche di cui mi liberai molti anni sono. Una delle varietà della così detta “aura epilettica„ che provavo era la sensazione d'aver sotto al naso _un alberello pieno di liquore ammoniacale_. Ora, questa strana sensazione mi si risvegliò ieri a sera insieme coll'angoscia, e mi tornò varie volte anche stamattina, sebbene l'angoscia non sia ricomparsa. Vi dico ciò, perchè ne caviate quelle conclusioni che vi sembreranno più a proposito.„

Quelle sensazioni la turbavano al sommo. “Il solo pensiero basta ad agitarmi, ed a richiamare le orribili sensazioni che mi fecero raccapriccio,„ scrive in altra lettera. E da Locate parla al dottor Màspero d'altre sensazioni ancora, ma di quella stessa natura: “Sentivo (ella dice) come se una mano mi passasse sulla fronte e sugli occhi e comprimesse quest'ultimi per modo da rendere, per qualche minuto secondo, la vista incerta.„

Le sofferenze riapparivano fra le quattro e le sei dopo mezzanotte; e, anche per questo, l'inferma vegliava eretta sul letto fra montagne di cuscini, al chiaror vivissimo delle solite lampade. Ella stessa suggeriva al medico i rimedii che potevano calmarla: chinino, assa fetida, il muschio (che, secondo lei, è un toccasana) e cavate di sangue. Facea lunghe passeggiate sui colli sopra Blevio, sopra Torno (dove si conservano antichissimi misteriosi avelli) e non mancava di andare alla messa in quelle poetiche chiesette, poich'ella sentiva il bisogno di pregare.

In un meschino alberguccio della via Santa Radegonda, a Milano, stava intanto un sedicente generale Colli, che, colpito da apoplessia, chiedeva soccorsi alla principessa. E questo Colli le dedicò un _Carme_ in dodici canti. Povero carme, poveri canti!... Il poeta erra di soggetto in soggetto, esaltando la principessa, Napoleone III, vituperando Mazzini. Racconta che, nel 1830, a Parigi, egli aveva formato un esercito di guerrieri scelti per fondare la costituzione in Spagna.... E, per fare un eccelso elogio alla Belgiojoso, la paragona ad Aspasia!

La principessa, non ostante questo confronto, elargì un sussidio al misero infermo, col mezzo del Màspero; e intanto diceva al dottore di “star benino„.

Era un “benino„ illusorio. Le articolazioni le dolevano; la mano sinistra aveva bisogno d'un apparecchio chirurgico. Eppure, ella scriveva; scriveva sempre, nel suo angolo nella villa, tenendo la carta sulle ginocchia. E fumava sempre il _narghilé_, il cui abuso, a quell'età, con quei crescenti disturbi di nervi e di altri organi, doveva precipitare la sua fine.[154]

Ma che cos'è il _narghilé_?... domanderà qualche lettrice. Nel suo viaggio _Da Milano a Damasco_, l'abate Antonio Stoppani le risponde:

_Narghilé_ è pipa turca d'uso universale in Oriente, composta d'un lunghissimo cannello flessibile, che termina a una estremità con un bocchino d'ambra, entrando coll'altra in una boccia di cristallo con entro acqua, e munito d'un bocciuolo per ardervi il tabacco, adattato al collo della boccia medesima. Quel bocciuolo si prolunga nell'interno della boccia con un tubetto, il quale pesca nell'acqua in guisa che, inspirandosi dal bocchino, il fumo prodotto per consenso dall'aria che passa attraverso il piccolo braciere dov'arde il tabacco, è obbligato ad attraversare l'acqua, rinfrescandosi ed appurandosi prima di entrare nel cannello, che lo trasmette alla bocca del fumatore. Il fumo così ha, per lo meno, il vantaggio di perdere quel calore e quell'acrimonia, che rendono il fumare con pipe ordinarie o sigari tanto incomodo e nocivo alla lingua ed alle fauci e appestano il fiato.

La principessa aveva imparato quella lenta voluttà in Oriente; e non poteva abbandonarla.

Qualche amica di Blevio ricamava sull'odore di farmacia che il _narghilé_ tramandava, le più graziose variazioni.... Poichè la società femminile che a Blevio circondava la principessa come una corte, scintillava di spirito; uno spirito mondano, sprizzante da un quartetto femminile allegrissimo, nel quale primeggiava, chi mai lo crederebbe?... la vedova del martire dello Spielberg, Federico Confalonieri.

Il fiero conte Confalonieri era spirato miseramente sulle nevi d'Hospenthal, fra le braccia della seconda moglie, Sofia O' Ferrall: era spirato lassù, quando, esasperatissimo per l'amaro opuscolo della Belgiojoso, _Studii intorno alla storia della Lombardia negli ultimi anni_, avea d'improvviso abbandonato Parigi e, nel cuor d'un orrido inverno, era salito colla moglie Sofia sul Gottardo. Marco Minghetti disse che “il secondo matrimonio del Confalonieri fu la profanazione del primo„. Ingiusto giudizio, perchè Sofia O' Ferrall (che il Confalonieri conobbe a Parigi dama di compagnia della dolce contessa Anna Dubourg) fu pazientissima, santa infermiera del martire, sì sofferente e sì insoffribile per i modi sprezzanti e per gli scoppii delle sue collere tremende. Egli faceva dormire la moglie a' piedi del proprio letto sopra un semplice materasso per terra: e la poveretta doveva accorrere ogni momento presso l'infermo, che, tormentato dall'idrope e da altre atroci malattie e da acerbissimi ricordi, avea continuo bisogno di soccorsi, di blanditrici parole. Quando il conte spirò fra le nevose bufere del Gottardo nel 10 dicembre del 1846, Sofia ne sofferse acerbo dolore; e si consolò solo apprendendo che il _Club dell'Unione_ a Milano, con il patriota Gaspare Rosales d'Ordogno alla testa, preparava sulle alture di Hospenthal in onore dell'illustre marito un monumento.[155] Ma, più tardi, Sofia O' Ferrall provò il beneficio del tempo.... e dell'indipendenza. Si ritrasse sola in una povera casetta, sull'altura verde di Blevio, accanto a quella principessa Belgiojoso, ch'era stata col suo severo opuscolo la causa involontaria della morte del Confalonieri, martire sacro alla patria.

Sofia O' Ferrall era brutta, dal viso schiacciato, ma i suoi modi signorili dimostravan la _razza_. Ella discendeva, infatti, da nobilissima famiglia, già signora d'Annaly in Irlanda, e caduta in misere condizioni. Non ostante le torbide cose che la principessa Belgiojoso avea pubblicato contro il Confalonieri in quell'opuscolo, Sofia O' Ferrall divenne la più intima amica di lei.

Lo spirito di Sofia volava pronto, rapido, ma pungente: _champagne_ diventato aceto. Morì a Blevio, povera, e in età ancor fresca.

Altra visitatrice della Belgiojoso era Matilde Juva, nata Branca. Questa signora, che nel suo salotto di Milano ricevette per lungo tempo i sovrani della musica, avea blanda voce quando parlava; incantevole quando cantava. Alta, dalle spalle marmoree che nelle serate invernali spiccavano ancor più sull'abito di velluto nero o rosso, allora di moda, graziosa nel gesto delle mani, elegantissima nell'insieme, Matilde Juva avea destato ammirazioni devote nel principe Giuseppe Poniatowski, autore di dodici opere, quasi tutte nate morte, ma degno di ricordo per il suo appassionato amore dell'arte. Il principe scrisse per la Juva alcune romanze che servivano da lettere d'amore. Quando Matilde spiegava sul lago la voce estesissima e melodiosa, le anime rapite salivan nell'estasi. Quando in barca, al chiaror della luna, la Juva cantava la _Sonnambula_ (creata dal Bellini in quello stesso lago) oppure la famosa anacreontica del Vittorelli:

Guarda che bianca luna! Guarda che notte azzurra! Un'aura non susurra, Non tremola uno stel....

gli ascoltatori credevano d'udire un angelo....

Due altre signore, miss Sofia Sparks ed Emma R...., erano sempre insieme: le chiamavano “le dame„. Perchè, discorrendo di loro, la gente prendeva un'aria misteriosa?... Che deliziosa creatura quella miss Sophie coi riccioli una volta d'oro, poi d'argento, che le circondavano la testolina dagli occhi semichiusi! Avea il sorriso un po' canzonatore, e l'andatura un po' ondulante. Qual grazia e quale spirito, tanto da sedurre la principessa, che non era di facile conquista! Chi se ne ricorda mi scrive: “Oh, le sere al villino, in cui la principessa se ne stava nella prima sala lavorando all'uncinetto, avendo “le dame„ e Sofia Confalonieri sedute dirimpetto a lei! Chi non le ha udite conversare insieme, non sa le cose audaci che si possono dire con frasi brevi, correttissime, briose. Come vi si maltrattava la metà del genere umano, che non passa per la più bella!...„

Nell'autunno, il villino della Belgiojoso rigurgitava di ospiti. Ne arrivavano da Milano, dalla vicina villa Taverna, da altre sponde. Una notte d'autunno, il lago per le lunghe pioggie crebbe e inondò le stanze a piano-terra del villino. Che confusione!... Signore in semplici, intimi indumenti come la sonnambula del Bellini, che fuggivano pei corridoi, per la scaletta: lumi che apparivano e scomparivano nelle tenebre, come i fuochi fatui in un ballo; appelli precipitosi; grida di soccorso; barcajuoli, mezzo assonnati, accorsi al salvataggio colle barche: una vecchia governante inglese (preclara nel culto dei liquori) pronta a respingere il diluvio. Un placido poeta napoletano (al quale la Belgiojoso avea regalato allora quindici mila lire in un bel plico perchè desse marito alla figliuola) veniva invocato nella lingua di Maometto dal servo turco Bodòz qual salvatore delle genti; ma era irreperibile!... E le acque nella notte oscura, piovosissima, lente, lente, crescevano....

Intanto, la principessa Belgiojoso nella sua camera illuminata _a giorno_, come il solito, rileggeva impassibile le poesie del Porta.

Il villino contava fra i più piccoli e fra i più modesti; ma tutti lo conoscevano; tutti lo additavano passando sul piroscafo o su quelle barche proprie dei laghi lombardi, che Ugo Foscolo nel raffaellesco carme _Le Grazie_ chiama “gondole erranti„ — Ugo Foscolo, che, in quello stesso azzurro Lario, visse sognando e amando, sognatore eterno, innamorato eterno. Tutti additavano il villino della Belgiojoso come un piccolo tempio della vita mondana elegante, rallegrato da un'eccentricità ricca di spirito. Di notte, l'ombra nera della riva e della montagna imperante appariva rotta come dai raggi d'un faro. Dalle finestre, molti lumi gittavan fasci fulgidi nella tenebra: un poeta avrebbe esclamato: “par che vi nasca il sole!„ — Appena giunse al villino, la principessa vi si adagiò come se da molti anni lo avesse abitato: poich'ella possedeva per istinto il segreto delle vere dame, che consiste nel rendersi subito famigliari i luoghi dove pongono piede: la sala d'un palazzo o d'un _grand-hôtel_, un piroscafo.... Colla principessa, il villino ricevette tosto l'impronta dell'eccentricità, sprezzatrice delle convenzioni, ch'ella portava dappertutto; l'impronta d'una superiorità senza invidie, perchè invidiare è discendere. E tutto o quasi tutto era bizzarro nel celebre villino, dal _narghilé_ a Bodòz; a questo servo turco incristianito, che quando il partenopeo letterato suddetto conversava colla principessa, gli si piantava dinanzi, ammonendolo:

— Professore! Non dire bugie!

Una nostra conoscenza, il diplomatico francese Enrico d'Ideville, andò a trovare a Blevio la Belgiojoso, e nel suo _Journal d'un diplomate en Italie_, la descrive con queste vive parole:

La taille courbée avant l'âge, l'œil ardent, d'une expression un peu sombre, le geste impérieux, la parole incisive, originale, tout en elle dénotait une volonté de fer et une nature passionnée. La princesse m'accueillit avec une cordialité qui me surprit beaucoup.

Ma quel fuoco gittava le ultime vampe.... Eppur, lottando contro le inesorabili leggi della natura, quel fuoco non volea spegnersi: la principessa non volea morire!

XXII.

Gli ultimi anni a Milano.

I ricevimenti della Principessa a Milano. — I suoi visitatori, i suoi pranzi, le sue serate musicali. — Una canzonetta veneziana. — Ultimo scritto della Belgiojoso sull'avvenire della donna. — Suoi concetti d'un socialismo alto e puro. — Le ultime ore, la morte, la tomba, l'oblio. — Carteggi distrutti. — Chi era la principessa Belgiojoso.

Blevio era il sorridente nido mondano; Locate era la signoril tradizione sotto le grandi ali dello storico nome dei Trivulzio; e Milano (nella casa numero 1 di _via de' Bossi_, presso quella che già appartenne a Francesco Sforza), era il riposo in famiglia, fra ammiratori e amici devoti.

Quando la principessa soggiornava a Locate, mandava un maestoso carrozzone a Milano per prendere gli ospiti e condurli su quella eterna via di polvere a' suoi pranzi. Qualche volta, montava nel carrozzone il poeta Andrea Maffei, dall'elegante chioma inanellata; il quale a molte dame e madonne sacrò sue rime, e mai una sillaba alla Belgiojoso, all'amica che avea cura speciale di farlo trovare insieme con persone a lui gradite, risparmiandogli, con squisito tatto, incontri poco geniali.

A Milano, come a Locate, la principessa riceveva uno strano insieme di persone, illustri e oscure; stranieri senza nome e italiani decorati dei nomi più chiari. E invitava tutti a pranzo! E a quei pranzi intervenivano bellissime dame italiane e forestiere in abbigliamenti da Corte, invitate con tutto il rigore dell'etichetta una settimana innanzi; e intervenivano pure con esse maestri di musica, pubblicisti, o emigrati incontrati a Parigi, ad Atene o a Costantinopoli, giovani e vecchi, invitati lì, sul momento; talvolta, in quelle sale di via Bossi, si scorgevano spalle eburnee di duchesse e logori abiti abbottonati sino al mento di poveri aspiranti a un posto di custode in qualche ginnasio del regno.

Le dame e i gentiluomini venivano collocati dal premuroso servo turco Bodòz accanto alla principessa: e, in fondo alla tavola, egli agglomerava secondo la sua orientale fantasia gli ospiti oscuri. La principessa Cristina mangiava un po', e s'addormentava. Allora gli ospiti, nuovi a tal genere d'accoglienza, si formavano un sacro dovere d'immergersi in un religioso silenzio; ma, allora, la principessa curva, spalancava i grandi occhi, e diceva: “Parlate, parlate pure!„ e si addormentava di nuovo. Allorchè il banchetto era finito, si destava, e, seguita da tutti gl'invitati, passava nella sala del pianoforte, dove si sedea su una poltrona a cucire vesticciuole per i bimbi poveri o a fumare il _narghilé_.

I visitatori assidui della principessa contavano, anche a Milano, come a Parigi, tra gli uomini più insigni. Si notavano due statisti, Stefano Jacini ed Emilio Visconti Venosta; il primo conversatore espansivo; l'altro, riserbato, chiuso ne' proprii pensieri, ma, di tratto in tratto, usciva con qualche motto di spirito così gajo da pareggiare il fratello Giovanni, poeta umoristico, novelliere e giovane elegante, dotato d'un brio così pronto, così fine, che tutte le signorili adunanze se lo disputavano.

Nelle adunanze serali della principessa, andava anche il celebre incisore e ardente garibaldino Luigi Calamatta, bel vecchio vigoroso, dagli occhi lampeggianti di vita, dal sorriso amabilissimo; l'astronomo Paolo Frisiani, il quale, pensando troppo alle stelle del cielo, non si curava delle frittelle del suo abito di società; e il filosofo hegeliano Augusto Vera, il quale fingeva d'esser celibe, e possedeva invece una tacita moglie nascosta fra la nebbia di Londra. Quel filosofo si avvicinava al pianoforte e cantava _Pietà, Signor!_... la soave preghiera, che passa, non so come, per lavoro di Alessandro Stradella; laddove dev'essere uno scherzo di quel burlone di Gioacchino Rossini, capacissimo di lanciare siccome antico qualche pezzo di musica composto da lui per celia.

Il ben chiomato critico musicale e apostolo del Wagner in Italia, Filippo Filippi, si metteva al piano, e suonava, e cantarellava, dopo il pranzo. Piaceva assai alla principessa il _Che pecà!_ deliziosa canzonetta veneziana di Francesco Dall'Ongaro, musicata dal Filippi con note languide:

Te recordistu, Nina, quei ani, Che ti geri el mio solo pensier?... Che tormenti, che rabie, che afani!... Mai un'ora de vero piaçer!... Per fortuna, quel tempo xe andà!... (Che pecà!)

No vedeva che per i to' oci: No g'aveva altro ben ch'el to' ben.... Che sciempiezzi! Che gusti batoci,[156] Oh! ma adesso so tôr quel che vien; No me scaldo po' tanto el figà![157] (Che pecà!)

Ti xe bela, so che ti xe dona; Qualche nèo lo conosso anca in ti; Co ti ridi co un'altra persona, Me diverto co un'altra anca mi. Benedeta la so' libertà!... (Che pecà!)

E continuava la cantilena graziosamente scettica fino a conchiudere con un nuovo represso sospiro:

Care gondole de la Laguna, Voghé pur, che ve lasso vogar! Quando in çielo vien fora la luna, Vago in leto e me meto a russar, Senza gnanca pensarghe al passà! (Che pecà!)

Tutte le dame della società aristocratica frequentavano il circolo della principessa; tutt'i bei nomi le facean corona. Tra le gentildonne dell'Olimpo milanese, la principessa amava sopratutte la marchesa Visconti Luigia d'Aragona, deliziandosi allo spirito di questa dama che pareva uscita dalla Corte di Luigi XV.

Mentre la discendente del maresciallo Trivulzio, colla fronte meditabonda e curva verso la fossa, tramontava fra omaggi reverenti, una squisita, ammaliante bellezza, la duchessa Eugenia Litta, regnava nel suo più sfavillante splendore. Figlia della contessa Attendolo-Bolognini, nata Vimercati, di colei che il torbido Balzac a Milano visitava fra una pagina e l'altra dei _Mémoires de deux jeunes mariées_, cominciate nella bella casa del principe Porcia, — la duchessa Eugenia Litta superava la stessa madre negl'incanti della beltà, nella grazia muliebre, nella finezza intellettuale. Il valoroso ufficiale francese Roberto de Vogüé (fratello del balordo letterato Melchiorre) toccò il cuore della dea, poi avvolta in fulgori regali.

Come una lampada che arda in un sepolcro, continuo ardeva nell'inferma Belgiojoso il pensiero per il miglioramento d'Italia. Un giorno, comparve d'improvviso, a braccio del poeta Andrea Maffei nell'orfanotrofio milanese delle _Stelline_, diretto dalla signora Felicita Morandi. Volle veder tutto, essere informata di tutto e, al domani, rimase pensosa; poi scrisse un articolo _Delle presenti condizioni delle donne e del loro avvenire_. È questo uno de' più assennati lavori della principessa; è la sintesi della sua vita. Chi, meglio di lei, donna, tanto vissuta nel passato, avea diritto di profetare l'avvenire della donna in Italia?...

Lo scritto suo decorò il primo numero della _Nuova Antologia_ di Firenze, il primo gennajo del 1866. L'autrice, che si firma “Cristina Belgiojoso„, riconosce e deplora le inferiori condizioni fatte dall'uomo alla donna, nella società moderna. Bisogna riportarsi al tempo in cui apparve lo scritto, per valutarne tutto il pregio e il coraggioso significato. Ella scrive:

“La leggerezza, la incostanza, la volubilità e la pieghevolezza delle donne è diventata proverbiale, e nessuno si sognerebbe di contrastare e di discutere un così vecchio assioma. Tutti lo accettano, e nessuno lo esamina. Eppure, tengo per certo essere la donna la creatura più tenace, la più costante, la più irremovibile ne' suoi propositi. La donna ha consacrato tutte le sue forze, al gran fine di piacere, e di essere amata. Il suo stato presente nella società è il più idoneo ad ottenere quel risultato, e perciò la grandissima maggioranza di esse non vuole assolutamente cangiarlo.„

E ancora ribatte:

“La società si è formata sulla base della supposta inferiorità della donna.„

Non sarebbe, dunque, necessaria una riforma?... La nostra scrittrice ben la vorrebbe; ma come chiederla?...

“Da qualunque parte io mi volga per trovare una via di riformare radicalmente la odierna condizione della donna, scorgo difficoltà così molteplici, così varie e così gravi, che, quantunque codesta condizione mi sembri un avanzo della passata barbarie e un indizio che di questa barbarie non siamo ancora intieramente liberi, non saprei mai alzare la voce per chiederne la riforma. Eppure la sorte toccata alla donna non è punto felice.„

Esatto è il quadro che della donna sposa e madre, giovane e vecchia, fa la principessa. Ella conchiude convinta:

“Non è forse tempo che le compagne, le madri dei signori del creato sian tenute seriamente come creature ragionevoli, dotate di potenze intellettuali forse speciali, ma non necessariamente inferiori a quelle dell'uomo?...„

Una luminosa visione dell'avvenire della donna si spiega dinanzi agli occhi della pensatrice lombarda, che vorrebbe vedere le nostre dolci compagne della vita avviate ad alcuni studii, ad alcune professioni eguali a quelle dell'uomo: vorrebbe vederle medichesse, per esempio.... E perchè no?... Non avrebbero forse più cuore di certi medici?... E un'altra raggiante visione arride alla principessa: la visione dell'Italia futura.

“Forse io m'inganno, forse mi acceca la parzialità pel mio paese, ma parmi di scorgere in un avvenire non so quanto lontano, l'Italia che scioglie tutti i problemi sociali, e li scioglie con prudente ma instancabile coraggio, vittoriosa nemica di tutti i pregiudizii, disprezzatrice costante di quelle ragioni individuali, che si oppongono alle legittime delle moltitudini.„

Così la profetessa. Quanti, a quel tempo, profetavano come lei?...

E alle parole di carità e di giustizia, proferite in una società che, ad immagine della Natura, è fondata, in parte, sulla crudeltà del più forte, la Belgiojoso continuava a unire i fatti: ella proseguiva a beneficare silenziosa, specialmente vecchi maestri di musica senza lavoro, senza pane, senza speranze; miserie velate di decoro. Ella sapeva leggere (al dire di Filippo Filippi) qualunque pezzo di musica a prima vista; sapeva eseguirlo sul pianoforte; non avea certo bisogno d'altre lezioni di musica; e a quell'età!... Eppure, sulle soglie della morte, ella volle che un povero vecchio maestro le insegnasse ancora la musica, che le impartisse lezioni di contrappunto, per cogliere un nobil pretesto di beneficare quell'infelice, il quale, forse, non avrà capito la delicata intenzione della dama generosa.