La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato
Part 25
Alla principessa premeva di rivedere Napoleone III e di ringraziarlo della promessa di Londra, ora splendidamente mantenuta. Sì, splendidamente, chè, ben presto, un'altra battaglia sanguinosa si combatte dai Francesi e dai nostri a Solferino e a San Martino. Dopo la battaglia, altri settemila dugento feriti arrivano a Milano! La cittadinanza ne è avvertita; e più di trecento carrozze, riccamente allestite, rischiarate da fanali, e alcune condotte da gentiluomini della più antica aristocrazia, stanno alla stazione per raccogliere i feriti e portarli agli ospedali o alle loro proprie case. Una doppia ala, formata da guardie civiche impedisce la ressa, la confusione, protegge il libero cammino degli equipaggi: di questi, molti vanno lenti lenti, per non offendere con brusche scosse i moribondi. Ecco sfilano.... passano.... e la folla prima rumoreggiante, ora tace impietosita.... Le torcie, tenute dalle guardie civiche, rischiarano la tragica scena.
Dopo Solferino, Napoleone III troncò, purtroppo, la guerra dell'indipendenza italiana ch'egli avea solennemente promesso di condurre _fino all'Adriatico_ per liberare Venezia; pur troppo, firmò la pace di Villafranca, che gettò nella desolazione i Veneti e i Lombardi stretti in un solo, forte nodo d'affetto fraterno. Perchè quella pace frettolosa, dopo tanta vittoria?... Ora sappiamo ciò che allora i più ignoravano del tutto: Napoleone III fu costretto a troncare, d'un tratto, la guerra contro l'Austria e rimandar sollecito le truppe in patria perchè i Prussiani, approfittando del momento, minacciavano le frontiere francesi.
Parton da Milano le truppe alleate, e sono affettuosissimi addii!... Interprete del sentimento cittadino, Tullo Massarani scrive in idioma francese un caldo saluto ai partenti su foglietti che vengono distribuiti a migliaja, e accolti con festa. E un povero soldato francese dell'89º reggimento di linea, Emanuele Augusto Roche, manda alla luce un opuscolo poetico: _Le passé, le présent et l'avenir, dédié aux Milanais_. Non sono precisamente versi sfolgoranti come quelli di Vittor Hugo; ma che importa?... Come vibran d'onor militare! come ardono d'affetto verso l'Italia! Alla povera Venezia, lasciata in catene colla pace di Villafranca, il poeta-soldato esclama commosso:
La paix de Villefrance a laissé dans les fers Le Lion de Saint-Marc, cet époux de la mer. O Venise! Tu pleures et ton indépendance Et ta splendeur passée! Tes rêves d'espérance Semblent évanouis! Relève ton courage, Regarde l'avenir!... Compte aussi sur les fils de cette noble France! Tu possèdes déjà tous les vœux de leur cœur![148]
Nobile e caro fratello! O soldato dell'89º reggimento di linea, Emanuele Augusto Roche, non solo combattente per noi, ma anche poeta per noi!... Che ne è avvenuto di te, o gentil valoroso, dopo qual sacro anno di vittorie latine? dopo il 1859?...
Altri canti di muse straniere si elevarono allora per noi, ch'eravamo elemento di generosa commozione nei cuori sublimi. Elisabetta Barrett Browning, la poetessa inglese che chiama Italia “_our Italy_„ la nostra Italia; colei che pianse in _Mother and Poet_ (_Madre e poetessa_) i due ricordati figli di Olimpia Savio, ufficiali d'artiglieria, morti l'uno a Gaeta, l'altro ad Ancona, e cantò di loro: “Morti! uno d'essi ucciso presso il mare a oriente — l'altro ucciso all'occidente presso il mare„; quella appassionata, libera Browning, “il cui aureo verso (come disse il Tommaseo) fu anello fra Italia e Inghilterra„; inneggiò a Napoleone III in Italia; fremette in versi di fuoco alle “prime notizie di Villafranca„; e delineò una fulva lombarda, “dama di Corte„ del 1859, al letto dei feriti in un ospedale; innocuo errore, perchè in quell'anno, in quei momenti, non v'eran dame di corte lombarde (nominate dopo); ma è vero (e quanto!) il fondo della lirica, eco del tempo. L'anima di quella dama immaginata dalla Browning rispondeva all'anima delle nostre dame. Eccola in un ospedale (forse nell'Ospedale Maggiore, sì orribile?...); eccola tra i feriti nei giorni della pace di Villafranca:
E andando andando, venne a un letticciolo Dove pena un garzon, veneto sangue: Ahi, non dice soltanto il proprio duolo, Ma il fallir d'una speme il volto esangue!
Stette ella un pezzo, e in lui fiso lo sguardo, Un nome iva cercando, che non venne: Se non che il ciglio, men del labbro tardo. Due gran lagrime amare non rattenne.
Lagrime sole per Venezia? Un detto Non le uscì, no, ma fremebonda, in fronte Stampò un bacio piangendo al giovanetto, Come baciasse del Signor le impronte.[149]
La principessa Cristina accorre da Parigi a Milano, e trova nell'ospedale di Sant'Angelo colui che avea raccomandato con tanto calore ai parenti, il suo amico di vent'anni, il visconte Raimondo de Rivière. Egli è ferito gravemente, per una palla toccata a un ginocchio nella battaglia di Melegnano. I chirurghi temono di doverlo amputare; ma l'operazione, per fortuna, è scongiurata; e l'infermo a poco a poco guarisce, felice di vedersi vicina al proprio letto la principessa, ch'egli avea per tanti anni visitata, e chi sa? forse adorata anch'egli, a Parigi, nel celebre salotto di lei! La principessa gli sorride; lo conforta con parole amorevoli; lo rallegra con celie. La consolatrice non è più seducente come un giorno. Eppure l'incesso della gran dama si serba squisitamente signorile e dignitoso. I grandi occhi lanciano ancor lampi alteri; e le linee del volto, ancor più accentuate che nel passato, dinotano pur sempre la tenacità del volere.
Le feste succedevano intanto alle feste. Frequenti i sontuosi balli in patrizie famiglie. Spettacoli magnifici alla Scala. Enrico Heine non avrebbe trovato nel fulgido teatro neppure uno dei pallidi cospiratori d'un giorno, da lui descritti nei _Reisebilder_.[150] Tutti sembianti giulivi.... e cuori espansivi! Non più ufficiali austriaci, guardati come irreconciliabili nemici, ma ufficiali italiani, corteggiatori.... e corteggiati.
A tante feste, la Belgiojoso di rado partecipava. Una sera, comparve colla figlia Maria nel salotto affollatissimo della contessa Maffei, in una di quelle elette riunioni, dove la maldicenza era vietata, dove l'ingegno otteneva un culto elevato.... Ivi tornavano molti esuli....
Quando Vittorio Emanuele II, il vincitor di San Martino e di Palestro tornò a Milano e aprì le sale del Palazzo reale a ufficiali feste di ballo, la principessa Belgiojoso, l'illustre patriota, non venne neppur invitata. Fu un errore del cerimoniere di Corte?... Ella ne sorrise; e fu subito compensata della visita che le fece Camillo Cavour nella casa Antona-Traversi (in via del Giardino), dove allora ella avea preso in affitto un appartamento. Invitò ivi a pranzo il Cavour che si mostrò graziosissimo e spiritoso colle signore; fra esse la marchesa Luigia Visconti d'Aragona. Pareva, che l'anima di Cavour brillasse tutta ne' suoi occhiali, tanto impassibile era quel volto; pure, di tratto in tratto, un geniale sorriso si disegnava su quelle sottili labbra come nel ritratto che l'Hayez dipinse e che oggi si ammira nella Galleria municipale d'arte a Milano.
Camillo Cavour disse alla marchesa Luigia Visconti d'Aragona:
— Sa, marchesa? Io ho letto parecchie sue lettere.
— Come, Eccellenza?... Io non ho mai avuto l'onore di scriverne a Vostra Eccellenza.
— Non a me, ma a sua cognata la marchesa Giulia Rorà, di Torino. Quelle sue lettere parlavano della società milanese.
— Mio Dio?... Se avessi saputo che un Camillo Cavour le avrebbe lette, avrei cercato di scriverle un po' meglio....
— M'interessavano molto.
Parlavano, infatti, della società milanese, circuita dalle cortesie dell'arciduca Massimiliano. Nulla sfuggiva al sommo ministro. Anche, a Milano si metteva, prima dell'alba, allo scrittojo e segretamente riceveva egregi gentiluomini milanesi, che interrogava sul passato e sul presente,
Massimo d'Azeglio ammirava anch'egli Camillo Cavour; ma ne approvava in tutto la politica?... L'autore dell'_Ettore Fieramosca_, dopo il disastro di Novara, aveva spianata la via al Cavour, ma non s'accordava sempre colle vedute di lui, specialmente per la questione romana.
Nel 13 febbrajo del 1860, Massimo d'Azeglio venne mandato governatore a Milano, nella cara città che, negli anni più baldi e più felici, gli aveva elargito due allori in una volta: di romanziere e di pittore. Oggi, i romanzi e le pitture del d'Azeglio hanno perduto di pregio; ma valgono quali documenti d'un'epoca, nella quale la penna e il pennello lavoravano concordi a servigio de' patrii ideali.
Massimo d'Azeglio, in conversazione, non rideva mai. Lasciava cader qua, là, le sue ironie, le sue facezie più o meno pungenti, rimanendo impassibile. Era amico della Belgiojoso, che lo stimava grandemente per il suo fermo carattere, e non si sarebbe mai permessa con lui gli sprezzanti atteggiamenti che adoperava con altri, i quali pretendevan di sfoggiare con lei lo spirito.... che non possedevano.
Dinanzi ai rapidi, grandiosi fatti, che si svolgevano nel nostro paese, la Belgiojoso palpitò ancora dell'antica passione: della politica. Troppe questioni capitali (come quella del papato) sorgevano nel tumultuoso formarsi dell'unità italiana; e la principessa sentiva il bisogno di esprimere le proprie idee; sopratutto, sentiva il dovere, come italiana della vigilia, di continuare l'opera sua fra le classi dirigenti. Fondò allora un grande giornale politico quotidiano, _L'Italie_, che cominciò ad uscire nel martedì 2 ottobre del 1860 a Milano (presso la tipografia Boniotti), avendo per redattore-capo Léonce Dupont, fino giornalista, che scriveva gli articoli di fondo, i così detti _primi Milano_, saturi di senno e di quell'erudizione storica, indispensabile pei raffronti dei fatti e per le origini di tante questioni. Svolgendo la raccolta di quella prima annata dell'_Italie_, troviamo lunghi e frequenti articoli firmati: “Cristina Trivulzio Belgiojoso„. Qualche volta, fra la principessa e il suo redattore-capo sorge cortese polemica sulle questioni capitali, come si può vedere nei primi numeri dell'ottobre riguardo alla necessità dei congressi europei in luogo di guerre devastatrici. Léonce Dupont risponde all'illustre collega che non sempre i congressi sono efficaci: se si fosse riunito un congresso avanti la guerra del 1859, si avrebbe avuta, forse, la liberazione della Lombardia?... E se si fosse riunito un congresso dopo la pace di Villafranca, si sarebbero ottenute le annessioni?
L'_Italie_ (nelle cui colonne la Belgiojoso emulava, con minor brio, ma con più compostezza e saggezza, la prosa dell'antica sua rivale madama de Girardin) aveva l'aspetto e il contenuto dei grandi giornali di Parigi. Ricco il notiziario di tutti gli Stati d'Europa; ma neppure una parola di cronaca milanese, tranne i manifesti del municipio e l'annuncio degli spettacoli teatrali: le bazzecole municipali non erano, infatti, assorbite dagli avvenimenti prodigiosi e febbrili di quei giorni? Nella sera del 2 ottobre 1860, uscì a Milano (e anch'essa per cura principale della Belgiojoso) un'_Italia_, ridotta di formato, e in italiano. L'edizione francese parlava all'Europa; l'edizione italiana parlava ai Milanesi.
Chi può pensare che l'intrepida pubblicista trattò sull'_Italie_ persino l'arduo tema della legge dei Comuni, e quello sulla convenzione franco-italiana, che nel 1864 agitava gli animi e le penne?...
Ma l'_Italia_, sopraffatta à Milano da altri giornali cittadini in italiano, languì presto: e il 15 ottobre dello stesso anno, scomparve. Invece, la maestosa _Italie_ vigoreggiò a Milano sino a tutto il 13 febbrajo del 1861; nel qual giorno si trasferì a Torino, sede, allora, del Parlamento. Infatti, non più nella liberata Milano, bensì a Torino ferveva ormai, di nuovo, il centro della vita politica italiana; ed ivi l'_Italie_ continuò ad uscire ogni giorno, trasportando poi i penati nelle capitali di Firenze e Roma. E, a Roma, l'_Italie_ vive tuttora.
Nessuna difficoltà spaventava la principessa. Nessuna meraviglia, adunque, se pubblicò anco un lavoro sulla politica europea. L'opuscolo _Sulla moderna politica internazionale, osservazioni di Cristina Belgiojoso_, dimostra la necessità che, in Italia, si formino abili diplomatici.[151]
Prima di quell'opuscolo, l'enciclopedica donna ne avea pubblicato un altro, scritto in un'estate nella pace di Venezia: _Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire_.[152] La Belgiojoso non si preoccupa degli errori e delle sventure della patria; ella confida nell'avvenire con una fede che nessuno de' suoi amici poteva neppure tentar d'offuscare con un solo dubbio; altrimenti, com'ella lo feriva d'acerbe canzonature! La stessa disfatta di Lissa (sulle prime non creduta da lei, come impossibile, poi ammessa nel silenzio del più cocente dolore e fra lagrime amarissime ben rare nelle sue pupille) quella stessa atroce disfatta navale finisce.... col rassicurarla perchè (ella dice) “già l'Italia è corredata d'una forte marina!„ La pittura che la Belgiojoso (con istile bonario) fa delle varie provincie italiane, prima dell'unità, è triste, ma vera.
XXI.
A Blevio sul Lago di Como.
Storia del villino della Principessa a Blevio: un frate. — Le grandi beneficenze della duchessa de Plaisance. — Vincenzo Bellini e Giuditta Pasta. — Abominevoli memorie della moglie di Giorgio IV d'Inghilterra. — Maria Letizia Solms-Wyse e Urbano Rattazzi nella _Villa Maria_. — Il prete mazziniano Tommaso Bianchi. — Nuovo stato psicologico della Principessa e strani fenomeni da lei sofferti. — Le sue lettere al dottor Màspero. — Dame di spirito. — La vedova del conte Federico Confalonieri. — Matilde Juva-Branca e il suo canto. — Un'inondazione notturna.
Un principe moscovita, Schuwaloff, possedeva sulla riva destra del primo bacino dell'incantevole lago di Como — a Blevio — un grazioso villino di stile nordico. Un giorno, desolato per la morte d'una cara, bellissima amica, abbandonò la religione degli avi, si convertì al cattolicismo e si fe' monaco, lasciando in eredità all'ordine dei Barnabiti quel villino, testimone della sua felicità per sempre distrutta. E la Belgiojoso acquistò dai Barnabiti il villino, sorgente a' piedi del lago e mezzo nascosto tra la folta verzura, per passarvi parte de' suoi ultimi anni in pace.
Senza rancori verso la duchessa de Plaisance, la principessa andò ad abitare quasi di fronte all'antica rivale; e non lungi dalla villa Pliniana, eremitaggio della fuggitiva e del principe Emilio Belgiojoso.
Era passata molta acqua sulle rive, ridenti di ville e di giardini; eran passati molti falchi sulla severa Pliniana da quella notte famosa in cui la duchessa de Plaisance, in mezzo al fulgor d'una festa di ballo a Parigi, scomparve vestita di bianco col principe. Emilio Belgiojoso era morto; ma alcuni ricordavano quella voce che cantava nei silenzii delle notti stellate sul lago; e rammentavano qualche aneddoto grazioso di quel gentiluomo raffinato e di spirito. Eccone uno: Una sera, l'antico mazziniano cantava in un'adunanza signorile, dinanzi alla principessa di Metternich, moglie del gran cancelliere austriaco, la quale profondea lodi, deliziata di quella voce. E il principe Belgiojoso:
— Che peccato, è vero, principessa, se Sua Altezza vostro marito mi avesse fatto impiccare?...
Impossibile che Cristina Belgiojoso, così equa, non ammirasse le continue, soavi opere di carità che santamente coronavano la vita di passioni della duchessa de Plaisance: impossibile ch'ella non la vedesse rendersi ancor degna dei congiunti lontani; congiunti d'intemerato nome e virtuosi.
Vicino alla villa della duchessa de Plaisance, a Moltrasio, viveva ancora Giuditta Turina; colei che ne' bei giorni avea condotto in barca sul lago il suo Vincenzo Bellini. E, non lungi dal villino della principessa, in una villa adorna d'un parco sontuoso, viveva un'altra Giuditta — la famosa cantante Giuditta Pasta, l'appassionata interprete del Genio catanese, il quale là, sul lago, fra i baci e le procelle d'amore, avea create celesti melodie. Giuditta Pasta cantava ancora, ma solo fra amici. Nella rivoluzione del Quarantotto, salì sulla cima del monte di Brunate (_terra di santi_, dice un'iscrizione) e, su quell'altura signoreggiante i piani lombardi, spiegò un canto colla sua voce d'usignuolo per esprimere al cielo la propria esultanza. Colei, che sulle scene era apparsa tante volte vestita da sovrana, scintillante di diademi gemmati, indossava, in casa, vesti così dimesse da sembrare non già una regina, ma una Cenerentola. Un adoratore della “divina Pasta„ (come la chiamava il Bellini) partì da lidi lontani, per deporre a' piedi di lei il proprio cuore; si recò nella villa della diva sul lago di Como, ma quando se la vide venire incontro al cancello, spettinata, e colle vesti luride, mandò un grido, fuggì, nè fece più ritorno.
Il lago di Como è il lago dei romanzi d'amore; specialmente in quel bacino di Blevio, che sembra chiudersi in una scena raccolta di montagne verdeggianti. Se i robusti castani di Villa d'Este, dalle larghe ombrie, potessero parlare, come gli alberi delle leggende!... Fu chiamata Villa d'Este da Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick, principessa di Galles, venuta in Italia nel 1816; la principessa, dagli occhi stellanti, che detestava le vasche da bagno.... appunto come l'interprete sublime della _Norma_.
Fu in quella Villa d'Este che la disgraziata s'infangò nella tresca più deplorevole col proprio servo Bartolommeo Bergami, complice una sorella di costui, diventata (o meglio improvvisata) _contessa Oldi_!... La principessa di Galles poteva citare peraltro a propria attenuante.... il marito; colui che divenne Giorgio IV d'Inghilterra!... Quel topazio di sposo nella prima notte di matrimonio dormì ubbriaco su un tappeto.... Inutile riandare qui lo scandaloso processo della Messalina del Lario, svoltosi a Londra collo scopo di escluderla dai diritti della Corona; processo che si risolse in favore di lei per la debole maggioranza dei giudici.... Inutile ricordare i turpi giuochi detti “del turco Maometto„ che tanto divertivano a Villa d'Este Carolina, e i balli adamitici ai quali ella assisteva con folle tripudio alla “Barona„ presso Milano!
È meglio ricordare ch'ella, sull'esempio della regina Teodolinda, aprì la bella via che da Como conduce a Villa d'Este; è meglio ricordare le beneficenze che versò a larga mano; eppure ella ne raccolse l'ingratitudine più nera, più vile; i suoi maggiori beneficati divennero, infatti, i suoi più accaniti accusatori nel processo di Londra!
La disgraziata Carolina lasciò ogni aver suo a un trovatello, Guglielmo Austin, che i nemici facevano passare per suo figlio adulterino, con facile calunnia che venne sbugiardata dai tribunali. Morì d'improvviso in Inghilterra, dove avea fatto ritorno, prima acclamata, poi oltraggiata dal popolo: morì (si disse) per avvelenamento, lasciando l'ordine che sulla sua tomba s'incidessero queste parole: “Qui giace Carolina Amelia Elisabetta di Brunswick, vilipesa regina d'Inghilterra.„
“Una bella donna non par quasi che tocchi il terreno: piega la testa de' flori e ne sparge il profumo, senza calpestarne pur uno„, scriveva un giorno il buon Silvio Pellico al fratello Luigi. Queste parole si poteva ripeterle per Maria Letizia Wyse, figlia di Letizia Bonaparte, quando, lasciata la nativa Waterford, sposò, per volere della madre, il vecchio belga Solms. Allorchè il buon Solms morì nel 1863 a Torino, si dubitava che fosse esistito; pareva un personaggio favoloso....
Non erano passati quindici giorni dalla morte del vecchio, che la bellissima Maria Letizia sposò, in seconde nozze, nella capitale del Piemonte, Urbano Rattazzi, gran capo della _Sinistra_, e innamoratissimo della dea, dinanzi alla quale anche Vittor Hugo s'inchinava rapito, chiamandola la sua “Rodope„. E gli sposi Rattazzi andarono a nascondere la loro felicità in un villino solingo sul Lario, fra Como e Blevio; non lungi, quindi, dalla principessa Belgiojoso.
La loro camera nuziale era circondata da ampii, limpidi specchi: il cielo del padiglione, che copriva il talamo beato, era anch'esso uno specchio.... Tanti specchi opposti ripetevano all'infinito i sorrisi dei felici mortali, lo spettrale Urbano e la volante Maria; la quale, nello smagliantissimo veglione del carnevale del 1860 alla Scala, era comparsa così poco vestita da mettere in grave imbarazzo i portieri del teatro. Maria Letizia Rattazzi-Solms-Wyse (divenuta poi anche de Rute) scrisse, nei dolci silenzii del Lario, parecchie calde pagine de' suoi romanzi vissuti e stampati. Ma una notte, a Parigi, ella perdette al giuoco il grazioso nido del Lario; e il villino fu acquistato dalla sposa del marchese Luigi Capranica, il romanziere di _Giovanni dalle bande nere_; il quale strappò subito tutti quegli specchi, perchè il letto, riproducendosi all'infinito in quei cristalli, facea provare la poco allegra sensazione di trovarsi in un ospedale.
Questo era il quadro che circondava la principessa Cristina Belgiojoso nel suo villino del lago. Ma non mancavano, per fortuna, altre immagini: immagini serie; immagini patriottiche.
La regale Villa dell'Olmo, di fronte alla sua riva, era stata tramutata in caserma al ritorno degli Austriaci per punire, anche con quello sfregio, l'aristocrazia lombarda che si era messa alla testa della rivoluzione. E sulla riva di Blevio era nato, da poveri pescatori, il prete Tommaso Bianchi, mazziniano della _Giovine Italia_, morto d'improvviso fra i tormenti, che gl'implacabili interrogatorii del tristo Bolza infliggevano alla sua povera testa avvampante di febbre....[153]
Quante memorie della _Giovine Italia_, del Quarantotto e de' lunghi suoi esilii dovevano assalire la principessa!... Ma ella mai parlava del suo passato; mai ricordava le vicende subìte; mai una parola dei tanti uomini gloriosi, che un giorno le avevan fatta corona!... Quella dama, che, scossa da tante vicissitudini, avea viaggiato in Europa e nell'Asia, pareva a Blevio una semplice madre di famiglia che mai fosse uscita dalla cerchia del villaggio nativo.
Un giorno, ecco nel suo villino di Blevio, sbarca un “avanzo„ della colonna Belgiojoso del Quarantotto! Il bravo veterano, riconoscente, voleva porgere il proprio omaggio all'antica condottiera. La principessa lo fa entrare e gli domanda brusca:
— Chi siete?
— Sono Varesi!
— Non conosco questo nome.
— Non si ricorda di me, principessa? Nel Quarantotto?... Nel Quarantotto, sì, principessa, quando....
E la principessa, con un gesto freddo e tagliente:
— Non so niente; non mi ricordo niente.
Il servo turco Bodòz conduce alla porta l'ex milite, e gli fa un bell'inchino.
Era disprezzo del proprio passato questo della celebre patriota?... Voleva ella sconfessarlo?... Disdegnava di ricordare il molto (non vorrei dire il troppo) ch'ella avea profuso sulla scena della vita, in una grand'epoca della storia?...
Con la figlia Maria (che nel 1861 era andata sposa al marchese Trotti-Bentivoglio) la principessa Belgiojoso volle soggiornare una volta nella Villa Pliniana. Un'altra donna non avrebbe posto più piede in una dimora come quella.... La principessa sfidò anche quei ricordi; e non permise che affliggessero il suo spirito.
E soggiornò anche nella villa Trotti a San Giovanni di Bellagio, in quel fulgido bacino della sorridente Tremezzina, dove il lago azzurro sembra che attenda le danze delle fate.
La Belgiojoso s'era, nel frattempo, tanto incurvata che chi la guardava dalle spalle non poteva scorgere il capo di lei.
Le ritornarono penose ansie e strani fenomeni come nella giovinezza. Al dottor Paolo Màspero, sempre medico suo fido, ella narrava, da San Giovanni di Bellagio, sofferenze, che fanno pensare alle teorie di Cesare Lombroso sul genio:
“_Caro Màspero_,