La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato
Part 24
Il padre di Carlo d'Adda era uno dei tanti figli di Febo d'Adda, al quale Giuseppe Parini consacrò l'ode _Alla Musa_. Devotissimo all'Austria, avea sposata la figlia d'un eccelso personaggio austriaco. Ma, non ostante l'educazione imperiale, Carlo d'Adda seguì le tradizioni del patriziato liberale lombardo, onorato da un Federico Confalonieri e dagli altri patrizii del _Conciliatore_. Alto, magro, come Massimo d'Azeglio, risoluto come l'autore d'_Ettore Fieramosca_, Carlo d'Adda diceva ciò che avea nel cuore: pensava ad alta voce. In Carlo Alberto, egli tenne fede, anche allora che questo “Amleto dell'indipendenza„ come per primo lo definì il Mazzini, ondeggiava in un nuovo cupo monologo d'“essere o non essere„. Immaginarsi con quanto ardore Carlo d'Adda si pose all'opera allorchè dal figlio di Carlo Alberto e da Camillo Cavour trasse sicuri affidamenti per la liberazione d'Italia! Come nel salotto Maffei, si raccoglieva l'alta borghesia e parte dell'aristocrazia lombarda intorno al Tenca e alla contessa Clara; così, nel salotto d'Adda, in via del Giardino (ora via Alessandro Manzoni) si raccoglieva quasi la stessa società, intorno a don Carlo d'Adda e a donna Mariquita d'Adda, figlia del principe Pio Falcò, spagnuola di nascita, rara bellezza, dai bruni capelli opulenti. Il salotto d'Adda non contava i martiri del salotto Maffei; ma era quello che respingeva inesorabile gl'inviti alle feste di Corte che, con grazia, inviava a quei cavalieri e a quelle dame l'arciduca Massimiliano. Nel salotto Maffei, si cospirava più pensosi che ridenti: nel salotto d'Adda, si cospirava fra le celie di buon genere. Nei bellissimi occhi della piccola, esile contessa Clara Maffei, lampeggiava il fuoco del patriottismo a tutta prova; ma quegli sguardi si velavano anche spesso di lacrime al pensiero dei cari amici incarcerati nelle fortezze dell'Impero austriaco: ella sentiva tutt'i dolori degli altri, e soffriva ancor più se non poteva consolarli. Donna Mariquita d'Adda, al pari del marito Carlo, respingeva le tristezze, e brillava per lo spirito caustico che passava la pelle: una vera Clorinda delle facezie originali e pungenti, ch'ella lanciava, come dardi, contro i nobili irresoluti, contro coloro che ondeggiavano fra la volontà del Cavour e le lusinghe di Massimiliano. Nella sala di casa d'Adda (sala rossa, il cui color fiammante si confondeva col colore della perla) si riunivano anche parecchi eminenti patriotti del salotto Maffei, Emilio e Giovanni Visconti-Venosta, Cesare Giulini, Ruggero Bonghi, Emilio Dandolo; i quali si scambiavano la parola d'ordine con Carlo d'Adda, col marchese Carlo Ermes Visconti. — Alberto Visconti d'Aragona e i Trivulzio, i Trotti, i Litta, i Somaglia, i Resta.... tessevano concordi con essi una vasta, fitta rete di cospirazione, della quale ogni filo era pensato, coordinato, diretto a uno scopo ben preciso. E quali somme si versavano per ajutare l'emigrazione, che crebbe come le onde d'un torrente e divenne un fiume! I giovani della miglior società diedero il buon esempio, e partirono, pronti alla guerra.
Ma, anche in quest'opera abilmente politica e necessaria, Giuseppe Mazzini intervenne per iscompigliare le fila di Camillo Cavour. L'agitatore disapprovava l'emigrazione e voleva fermarla per non privare (egli andava dicendo a Benedetto Cairoli e ad altri fidi) la Lombardia di giovani braccia, atte a una nuova rivolta!... Non era dunque ammaestrato abbastanza da tanti disgraziati, lagrimevoli suoi tentativi?... Pur troppo, non s'accorgeva delle verità che gli andava ricantando Gustavo Modena, così devoto a lui, ma così sincero!... Volendo alludere a tutt'i tentativi infelici, a tutt'i funesti errori mazziniani, il sommo attore definiva l'agitatore ligure con una delle sue solite beffarde parole: lo chiamava _pesta-l'-acqua_.
Intanto il Mazzini volle penetrare, sotto mentite spoglie, a Milano per impedire qui, sul posto, l'emigrazione in Piemonte di Casa Savoja. La polizia austriaca seppe subito della venuta dell'agitatore; ma non fu capace di scoprire dove ei si fosse annidato. E come potea, essa, infatti, sognarsi che il temuto rivoluzionario se ne stava a Milano, protetto da un impiegato della stessa polizia?... Il Mazzini alloggiava, infatti, in via Lanzone, in casa del commissario di polizia Zanetti, occulto amico dei nostri.
Quel grande, sventurato idealista, s'accorse alla fine che, contro l'opera pratica di un Cavour, contro l'emigrazione crescente nulla poteva; e disparve.
La principessa Cristina Belgiojoso, riacquistati gli averi, partecipò largamente, come l'usato, al nuovo contributo patriotico. Tornata a Milano, preferì d'abitare in mezzo a' suoi contadini di Locate, operando anch'ella per raggiungere al più presto gli scopi di Camillo Cavour. D'intesa col grande ministro (che il vecchio principe di Metternich dal suo triste, silenzioso ritiro definiva il “solo diplomatico d'Europa„) la principessa Belgiojoso cominciò a scrivere, allora, in francese, una storia di Casa di Savoja, coll'intento di rendere simpatica questa dinastia alla corte di Napoleone III e alla Francia stessa, dove la causa italiana, tranne l'imperatore e pochi altri, non risvegliava certo, allora, ardori eccessivi....
Il libro non potè uscire che nel 1860.[145] L'autrice dichiara subito, nella prefazione, d'avere scritto questa storia collo scopo di sostenere il proprio partito monarchico, e che non ebbe tempo di cercare nuove fonti storiche, nuovi fatti, nuove circostanze: si accontenta di riferire soltanto ciò che ha trovato in altri autori. Nella Casa di Savoja, ella scorge una protetta del Cielo; una dinastia prescelta dalla Provvidenza per compiere un supremo disegno di giustizia.
Un critico italiano, che all'erudizione accoppiava la clemenza dei giudizii e la genialità dello stile, Eugenio Camerini, profuse fiori di lodi sull'_Histoire de la Maison de Savoie_ della Belgiojoso:
“La principessa si lascia andare alla corrente dei fatti, e così i politici come i militari le vengono descritti con evidenza e rara efficacia. Ai momenti solenni in cui l'italianità dei fini di Casa Savoia emerge più chiara, ella li nota, tornando tosto all'incanto delle sue narrazioni, che ci rinnovano una storia cento volte detta. Un arguto scrittore, che tiene del Carlyle (Carlyle un poco annacquato), ha preso lo stesso assunto che la principessa, e si fece lodare poco in Inghilterra e nulla in Italia. Egli non ha saputo vedere e rendere il drammatico dei fatti, nè ha penetrato molto a fondo le loro ragioni. Clorinda ha vinto Tancredi. Ma in questa donna si accoppiano con mirabil tempre l'affetto, l'immaginazione e la perspicacia. La Principessa ha il dono del raccontare. Ella, come la Gloricia ariostesca, disegna in terra una nave, e la fa levare, nella più splendida pompa e gloria a' suoi incanti.„[146]
E mentre di nuovo cospirava, mentre scrivea l'_Histoire de la Maison de Savoie_, Cristina Belgiojoso, per rallegrare i mesti tempi, allestiva nel teatrino della propria villa di Locate spettacoli di commedia, ai quali invitava giovani dame e cavalieri della società milanese. Recitava ella stessa, col poeta Ippolito Nievo!... L'autore di racconti campestri ritratti dal vero, il più genuino dei manzoniani col romanzo ciclico _Le Confessioni d'un ottuagenario_ portava riverente ammirazione alla grande patriota; le era amico. Il Nievo s'arruolò poi con Garibaldi e combattè coll'eroe sui colli lombardi; fu uno dei Mille, e, a soli ventinove anni, sparì, naufrago, nelle profondità del Tirreno. Burbero il suo aspetto, burbere le sue parole, burberi i suoi modi; ma l'animo suo, sotto la rude scorza, chiudeva tesori di affetti e di delicatezza. È curioso conoscere (non è vero?) un Ippolito Nievo attore-dilettante alla vigilia della mitraglia, dell'olocausto!... La principessa gli affidò la parte del protagonista nel _Sior Todaro brontolon_, del Goldoni; parte che si adattava bene al Nievo; se non che, questi, altissimo, toccava col capo il soffitto del teatrino di Locate: un _brontolon_ lunghissimo; ma il solo che, come padovano, pronunciasse a dovere il dialogo di papà Goldoni.
Oh, ma non commedie bensì tragedie, sanguinose tragedie erano ormai imminenti sui campi lombardi!... Tutta l'aria fremeva di guerra. L'arciduca Massimiliano partì colla sposa, richiamato a Vienna dalla Corte, che, stretta ai vecchi diritti della corona, e gelosa, temeva che Massimiliano raggiungesse il suo scopo, non più segreto, di costituire un Regno Lombardo-Veneto, ponendosi egli a capo, egli re!... E quello fu un bel momento d'esultanza per Camillo Cavour! Il grande ministro del Piemonte diede una gran rifiatata; e rise ben di cuore al nuovo errore grossolano, commesso dalla diplomazia di Vienna. Ritirare un principe di generosi ideali, che avea già pensato a un ministero d'italiani, a una _Gazzetta italiana_ e che, col tempo, avrebbe forse vinto molte ostilità!... Quale sbaglio politico per l'Austria! e quale fortuna per l'Italia! E il Cavour trascinava intanto Napoleone III alla guerra dell'indipendenza italiana!...
Una memoranda sera avemmo nel teatro alla Scala. Si rappresentava _Norma_ del Bellini. E _Guerra! Guerra!_ si canta nel magnifico coro fremebondo. E _Guerra! Guerra!_ urlano tutt'i nostri nella platea, nei palchi, alzando e agitando minacciose le braccia verso la loggia di proscenio, a destra, dove sta seduto il generale austriaco Gyulai; il qual Gyulai di scatto balza in piedi, e, pestando la sciabola contro il pavimento, urla anch'esso, inferocito, _Guerra! guerra!_ — e tutti insieme scattano in piedi gli ufficiali austriaci dalle bianche tuniche, che, per vecchio uso, occupano serrati le due prime file di poltrone nella platea; e battono anch'essi furiosi le punte delle sciabole contro il suolo, gridando unanimi _Guerra!_... Ed è un fragore, un uragano di urli, di trombe, di colpi di tamburi, un inferno; e _Guerra! Guerra!_ si ripete ancora da tutti. Sì: _guerra!_... Ecco Magenta!
XX.
Dopo la battaglia di Magenta.
Particolari della battaglia di Magenta. — La liberazione di Milano. — Memorabile serata nel teatro alla Scala. — Battaglie di Melegnano, di San Martino e Solferino. — I feriti accolti nelle famiglie. — Carme d'un soldato francese. — Carmi di una poetessa inglese. — Camillo Cavour in casa della Belgiojoso. — Massimo d'Azeglio governatore di Milano. — L'_Italie_, giornale politico, fondato dalla Principessa. — Altre pubblicazioni politiche di lei. — La visione dell'Italia futura.
Una battaglia orrenda; una strage, il cui pensiero fa fremere.... Uno sterminio; e ai feriti mancavano i soccorsi. Non vi erano ambulanze; la Croce Rossa non era spuntata ancora; e nulla la suppliva in quella Magenta, oscuro villaggio lombardo, divenuto d'improvviso famoso sulla terra per la vittoria di Napoleone III, di Mac-Mahon, de' suoi soldati, per l'ajuto possente del nostro Manfredo Fanti, liberatori di Milano!...
Il 4 giugno 1859! Giorno di lacrime in mille e mille famiglie dell'Impero austriaco e della Francia; giorno di ebbrezza pei Lombardi.
Napoleone III avea fissato quel giorno per impadronirsi della riva sinistra del Ticino.... Dov'è il secondo corpo d'esercito di Mac-Mahon?... Seguito dall'esercito di Vittorio Emanuele II, deve portarsi a Turbigo sopra Boffalora e Magenta; mentre la divisione dei granatieri della guardia deve occupare la testa del Ponte San Martino e il terzo corpo d'esercito, quello del maresciallo Canrobert (magnifico tipo di soldato), deve avanzarsi sulla riva destra per passare il Ticino nello stesso punto. Questi forti, votati al cimento, son pronti; son pronti i soldati francesi allo squillar delle trombe, al rullar dei tamburi: e lampeggiano le sciabole brandite e i fucili, all'aurora che sorge placida e maestosa, quasi benedizione solenne a tanti sposi della gloria e della morte.
L'imperatore dei Francesi è là, al ponte San Martino, circondato dai granatieri della guardia: egli comanda tutto l'esercito suo, e frena a stento un impeto: è pallido. Pensa ei forse a Napoleone I che, in altre battaglie, si scagliò contro lo stesso nemico?... L'ungherese generale d'artiglieria Gyulai, dal viso di gatto, sembra tranquillo: a lui è affidato dall'imperatore Francesco Giuseppe II il comando di tutte le armi austriache: ed egli spera ben di tagliare l'esercito francese del Ponte San Martino, isolando così tutti i nemici che passeranno il fiume. Ma il generale Regnaud di Saint-Jean d'Agély, comandante in capo della guardia, slancia la brigata Wimpffen contro Boffalora; e tutti i generali che agiscono a' suoi ordini e i soldati si lanciano al conflitto, che non volge loro propizio. Ecco il generale Clerc!... Mentre guida gli zuavi della guardia alla carica sopra Ponte Vecchio, cade ferito a morte; il generale Wimpffen è ferito al volto; il generale di divisione Mellinet ha due cavalli uccisi sotto di sè, ma persiste e sostiene per quattro ore gli attacchi dell'austriaco, finchè arriva il maresciallo Canrobert colla brigata Picard; e giungon, rapide come folgori, le divisioni Vinoy, Renault, Trochu. Il villaggio di Ponte Vecchio è preso e ripreso sette volte. Mac-Mahon, il predestinato della vittoria, s'avanza con le due colonne, ch'ei comanda, da Magenta a Boffalora; ma da questo villaggio del Ticino gli Austriaci, vedendosi incalzati, sono ormai usciti gettandosi quasi tutti su Magenta.
Magenta si tramuta in una fornace di fumo, di schianti, di urli, di fuoco. In varie case, gli Austriaci son penetrati, e dalle finestre, dai tetti si difendono come eroi scaricando i fucili. Ah, i corazzieri moravi, i fanti Paumgartner dalle tuniche bianche ornate di verde! i cacciatori boemi dal cappello piumato e dalla tunica grigia! e i terribili cacciatori tirolesi Kaiser Jäger dall'infallibile _Stutzen_! Una palla dei tirolesi, trincerati come in un forte nella casa Giacobbe, atterra il generale francese Espinasse, che sta attaccando il villaggio; e una fila di mitraglia ecco fulmina la casa; i tirolesi resistono ancora, ma ne devono uscire; e là, sulla porta, gli zuavi, a uno a uno, li scannano colle bajonette, per vendicare il loro comandante. Ferocie inenarrabili divampan fra i soldati irruenti, selvaggi dell'Africa. È un correre di zuavi dai larghi pantaloni rossi; è un rosseggiar d'Algerini e di sangue. Un torrente di sangue scende dai gradini d'una angusta, rustica scala dove gli Algerini son volati all'assalto; e il generale Auger, comandante l'artiglieria del 2º corpo, fa collocare in batteria sulla strada ferrata quaranta cannoni, che vomitan di fianco e di traverso lo sterminio sugli Austriaci fuggenti: è un tuonare d'inferno, è una strage orrenda e inutile; perchè Mac-Mahon già in pugno stringeva la vittoria e i fuggiaschi si potean rendere facilmente prigionieri!... Ma all'Auger, geloso degli allori di Mac-Mahon, premeva d'acquistare anch'egli la sua corona; ed è corona di barbaro. Già, all'attacco della fattoria di Cascina Nuova, che precede il villaggio, millecinquecento Austriaci, dopo un leonino combattimento d'ambe le parti, avean cedute le armi; e la loro lacera bandiera era stata presa sul cadavere del colonnello.... Squillano ancora le trombe, ancor rullano i tamburi annunciando la vittoria latina. Le tricolori bandiere francesi corrono insieme colle tricolori bandiere italiane; perchè il nono battaglione dei bersaglieri, che forma la testa della divisione Fanti, e quattro pezzi di cannoni nostri, arrivati a Magenta sul tramonto, son tornati d'ajuto possente; onde Mac-Mahon invia dal suo cavallo al nostro Manfredo Fanti (che passa silenzioso) un nobile saluto.
L'imperatore Napoleone III rimane rattristato a tanto olocausto di vite; e sale pensoso su un campanile per esplorare la campagna che deve essere irrigata ben presto da nuovi torrenti di sangue.
A Magenta, e nei dintorni, ben novemilacinquecento caduti seminano dei loro cadaveri il suolo; e Milano riceve dal generoso soccorso delle spade francesi e dal Fanti la luce della libertà sospirata.[147]
Durante la battaglia, i Milanesi avevano udito un rombo lontano.... Alcuni eran saliti sulle guglie del Duomo.... La trepidazione, l'angoscia, agitava tutti.... Sulla sera, un uomo a cavallo comparve a Porta Vercellina, e lanciò a un gruppo di gente che gli corse incontro queste parole: “Gli Austriaci son vinti!...„
Verso le otto della sera, cominciano ad apparire nel sobborgo milanese di San Pietro in Sala i primi carri di feriti; mucchi di Austriaci e di Francesi, convogli che tracciano il loro cammino con strisce di sangue sulla polvere della via. E la processione lugubre dei carri continua e dura tutta la notte nelle tenebre, rotte appena da pochi lumi semispenti, difesi da carte oliate e pendenti dai carri lenti, lenti. E la processione dura tutta la mattina dopo; ed è accompagnata dai gemiti dei feriti, degli amputati. Arrivano pesanti _omnibus_ carichi di feriti; e i soldati meno colpiti vengono a gruppi, o soli, a piedi, colle pallide teste, colle mani, col petto a mala pena fasciati dai contadini: alcuni procedono sorretti dal braccio d'erculei popolani, che sotto la scorza del loro schietto carattere lombardo, celano commozione profonda.
Nei sobborghi e nella città, è una grande compassione, pur in mezzo al giubilo delirante per la vittoria. Molte famiglie accolgono i feriti francesi, e più di qualche sala è tramutata in corsia d'ospedale: i feriti austriaci vengono portati all'Ospedale Maggiore. Duemilaquattrocento feriti!... E, in pochi giorni, arrivano a diecimila: perchè molti sono inviati dalle cascine suburbane dove, sulle prime, son stati accolti alla peggio. Nell'ospedale di Sant'Angelo, i feriti austriaci devono essere portati via dalle stanze dove giacciono i feriti zuavi, perchè questi, di notte, si alzan dal letto e vanno a percoterli. Lungo è l'elenco dei morti, assai lungo!... I soldati morti nell'ospedale di Sant'Angelo, vengon registrati nei volumi della parrocchia di San Marco. Quanti nomi di caduti, francesi ed austriaci! Quanti nomi di lontani, ignoti villaggi dei due vasti imperi in quei funebri registri!... D'un cadavere, nulla si sa: non il nome, non il reggimento, non la nazione. È stato trovato tutto ignudo (il solo così) sul campo di battaglia.
I soldati austriaci, rimasti a Milano, si schierano in Piazza Castello: in fretta, agglomerano insieme i loro bagagli e fuggono.... È il _5 giugno_: data memoranda, che segna la fine di tanti dolori, di lunga schiavitù; e il municipio di Milano, alle ore due pomeridiane di quel giorno stesso, proclama con un manifesto l'annessione della Lombardia al Piemonte. Per l'aria risuonan canti, risa, discorsi concitati di giubilo tra uomini che prima d'allora non si eran mai visti, e diventati amici, fratelli in un lampo. I Milanesi sono tutti sulle strade, come nelle Cinque Giornate; e, nella mattina dell'8 giugno, per il maestoso Arco del Sempione (degno di Roma) e per l'ampio Foro Bonaparte, che ricorda il primo Napoleone, ecco entrano solennemente a Milano, al suon delle campane, fra grida d'entusiasmo indicibile, l'imperatore dei Francesi e re Vittorio Emanuele II a cavallo, seguiti dal secondo corpo d'esercito e preceduti dal distaccamento delle cento guardie e dagli zuavi, la cui musica suona, in cadenza dei passi trionfali, un inno. Vittorio Emanuele II cavalca alla sinistra del formidabile alleato, ed è lieto: Napoleone III è triste in mezzo al trionfo e alle rose che piovono sul suo cavallo. Il vincitore della battaglia, Mac-Mahon, nominato sul campo duca di Magenta (e se avesse perduto sarebbe stato fucilato perchè fece tutto il rovescio degli ordini ricevuti!) è anch'esso coperto di fiori che volan dalle finestre, dai balconi fra grida di _Viva l'Italia! Viva la Francia!_ Appresso a Mac-Mahon, cavalca il generale Mellinet, colui ch'ebbe due cavalli uccisi sotto di lui. Egli reca alle gote la cava traccia d'una palla che a Sebastopoli gliele trapassò da parte a parte....
Ma in quello stesso giorno, gli Austriaci, vinti, si fortificano a Melegnano. E il duca di Magenta vi manda subito, per ordine dell'imperatore, il primo corpo d'esercito, comandato dal maresciallo Baraguey d'Hilliers, quello che non avea avuto l'onore di prender parte alla battaglia di Magenta. E, a Melegnano, ecco un'altra vittoria!
Quale spettacolo al teatro alla Scala nella sera del 10 giugno!... Un ricordo quasi fantastico. Nel palco reale, si presentano Napoleone III e Vittorio Emanuele II, col podestà dalla fascia tricolore, nominato il giorno innanzi, conte Luigi Barbiano di Belgiojoso. Al loro apparire, tutti, tutti nella vasta sala prorompono in un applauso frenetico, interminabile. Le signore, nei palchi, in abbigliamenti di suprema eleganza, risplendenti di giojelli e di sorrisi, tutte in piedi. Le acclamazioni, le grida: _Viva la Francia! Viva l'Italia!_ continuano a lungo, mentre l'orchestra suona la fanfara reale e l'inno imperiale francese. Vittorio gira intorno lo sguardo imperioso e audace, infondendo in chi lo ammira l'impressione del vero re-soldato: Napoleone III, impassibile a tanta festa dei cuori riconoscenti, guarda con occhio velato e obliquo, rivolgendo solo qualche buona parola al nuovo podestà, Luigi Barbiano di Belgiojoso, che, in piedi, sta attendendo gli ordini. Nei palchi, colle nostre dame, si vedono parecchi ufficiali francesi, nuovi alle bellezze italiane.... Chi bada allo spettacolo, ai cantanti dell'opera?... Di tratto in tratto, nel silenzio dell'assemblea, scoppia irrefrenabile, unanime, un grido di gioja.
Una simile festa, nello stesso teatro, dopo una battaglia simile a quella di Magenta, era stata celebrata in mezzo a clamori di gaudio, il 16 giugno 1800, con un altro Napoleone Bonaparte: coll'“inclito eroe e liberatore dell'Italia„ come lo chiamava il Marliani, in un manifesto ai Milanesi. Il nemico sconfitto dalle armi francesi nel 1800 era lo stesso: l'austriaco. La battaglia: Marengo. E Napoleone III, col nobile ajuto prestato agl'Italiani, riparava in parte alle colpe, ai delitti commessi dallo zio verso di noi: dello zio che avea venduto il Veneto all'Austria, che avea sacrificato alle proprie ambizioni sanguinarie, migliaja di giovani vite italiche nella Spagna, fra i ghiacci della Russia, dovunque il despota avea bisogno di “carne da cannone„ onde il lamento e lo sdegno del Leopardi:
Pugnan per altra terra itali acciari!
Napoleone III, presidente della repubblica francese avea fatto spegnere tante nobili giovinezze italiche nella repubblica romana, per ridonare il poter temporale al conte Mastai Ferretti, che nella disgraziata insurrezione di Romagna del 1830 gli avea salvata la vita facendolo fuggire; ma sui campi lombardi, il sovrano francese riparava a quella strage.
La principessa Cristina Belgiojoso non si trovava nella storica serata della Scala: era ancora a Parigi. Ma ben presto venne a salutare la bandiera italiana nella gioconda, libera Milano sua.
Ell'avea raccomandato, ai congiunti qui rimasti, un ufficiale francese suo amico: il visconte Raimondo de Rivière, capo squadrone nel genio.
“Il solo pensiero che mi amareggia questa guerra (scriveva ella al marchese Alberto suo fratellastro) è il timore che gli accada una disgrazia; e il pensiero di ciò che sarebbe di sua moglie e de' suoi tre bambini, se fosse ad essi tolto. Basta: spero in Dio che ci sarà serbato; e mi conforta il saperlo in parte dove ho parenti, e dove non sarà trattato come straniero!„