La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato

Part 23

Chapter 233,539 wordsPublic domain

Ella rivide a Parigi alcuni vecchi amici; ma non pochi erano scomparsi nel turbine della rivoluzione. Vittor Hugo in esilio; Francesco Chopin morto; Enrico Heine senza protettori ufficiali e più che mai infermo di spinite, tormentato dalle grida d'una selvatica moglie (Matilde) e dalle strida del pappagallo di costei; ma consolato da una gentile lettrice, Camilla Selden; la quale ammirava anche assai la principessa Belgiojoso e andava a trovarla, esibendole i proprii ufficii.

La moglie di Enrico Heine era gelosissima delle signore, che compivano una vera opera di misericordia nel visitare il poeta; ma specialmente di Camilla Selden, graziosa e snella, dagli occhi cilestri, maliziosi, dai riccioli castani che le scherzavano intorno alla fronte, e dal nasino corto colla punta in su. Francese per soggiorno e per le disgraziate nozze contratte, ma tedesca di nascita, Camilla Selden avea la disinvoltura d'una parigina e il sentimento d'una tedesca. Enrico Heine le die' subito un soprannome, _Mouche_, in causa d'una mosca, che avea vista incisa nel sigillo di lei. Un dolce affetto inteneriva il cuore del morente nel vedere ogni giorno quella fata buona appressarsi al suo letto dove era inchiodato. Camilla leggeva al poeta libri e giornali; e Matilde n'era furiosa. _Mouche_ sopportava gli sgarbi e i dispetti, e, dopo un freddo _buon giorno_, non le rivolgeva più la parola, fingendo di non curarsi di lei.[141]

La storia di Camilla Selden faceva orrore anche a Cristina Belgiojoso. Maritata a un francese, questi le divorò tutta la fortuna, e, peggio, pensò di disfarsi di lei nel modo più scellerato. Col pretesto che la conduceva a visitare alcuni amici, la portò un giorno in un villino incantevole in Inghilterra: la lasciò in quel giardino, e disparve. L'infelice signora, rimasta sola, guardò in giro, e s'accorse che si trovava in un manicomio!... Lo spavento della poveretta fu tale che le restò la lingua paralizzata: per lungo tempo non potè pronunciare una sola parola. I medici del manicomio, accorgendosi che non si trattava d'una demente, e che il marito avea loro presentato certificati medici falsi sui supposti delirii della poveretta, la lasciarono andar via libera. Camilla Seiden ritornò allora a Parigi, in miseria. Riacquistò a poco a poco la favella, e, per guadagnarsi un pane, dovette dar lezioni di tedesco. E, così, leggeva in tedesco a Enrico Heine; il quale riudiva alla fine sulle care labbra gli accenti della patria flagellata, schernita, vituperata da lui, ma non del tutto cancellata dal suo cuore.

Camilla compose un volume di deliziosi _Portraits de femmes_. Fra essi, brilla il capitolo “Une patriote italienne„, caldo di simpatia per gl'italiani, de' quali la leggiadra profilista narra tratti sublimi del tutto ignorati. Quella “patriota italiana„ non è, peraltro, la Belgiojoso, come fu scritto: è la graziosissima marchesa Tanari, madre della contessa Malvezzi, che a Bologna tenne un salotto d'uomini illustri. Camilla Selden è autrice d'un altro bel volume, _L'esprit des femmes de notre temps_, apparso alla luce nel 1865 a Parigi. Sono altri ritratti di donne celebri, che la Belgiojoso, così lenta ad ammirare, ammirava.

Nel 6 febbrajo del 1853, era scoppiato a Milano, e finito in brev'ora nel sangue, un miserando tentativo d'insurrezione contro il dominio austriaco; ultimo tentativo, ultimo errore di Giuseppe Mazzini; il quale, nel suo eterno sogno di poeta assorto, avea sperato nella rinnovazione dei miracoli delle Cinque Giornate, non pensando che i miracoli non si possono ottenere quando si vuole. L'Austria, inferocita, eresse i patiboli, gettò Milano nel terrore, in uno squallore di morte; e sequestrò allora tutt'i beni dei profughi; sequestrò quindi di nuovo la fortuna della Belgiojoso. La principessa della Rocca, nata Embden, nei _Ricordi della vita intima di Enrico Heine_, rammentati altrove in questo libro, afferma che il celebre poeta, suo zio, tanto s'adoperò presso i potenti a favore di Cristina Belgiojoso che l'Austria le tolse alla fine il sequestro, e scrive di lui: “Ses démarches n'eurent, d'abord, aucun résultat; mais il y mit tant d'insistance, que son amitié finit par l'emporter: la princesse put enfin, après deux ans, revoir sa chère Italie et rentrer dans la possession de ses biens.„ — Ciò non è vero. Il sequestro fu tolto, ma non per l'intercessione di Enrico Heine; fu tolto, insieme con tutti gli altri sequestri di beni, quando al gabinetto di Vienna parve prudente abbandonare alla fine la politica dei rancori, delle vendette, per una politica di conciliazione. Le fortune dei profughi lombardi vennero sequestrate col proclama del 18 febbrajo 1853: i sequestri furono levati il 2 dicembre del 1856, quando Enrico Heine era sepolto da ben dieci mesi: il poeta morì infatti a Parigi nel 17 febbrajo di quell'anno.

Stanca della vita turbinosa, la principessa aspirava alla pace della famiglia. Il suo affetto di madre primeggiava ormai sugli entusiasmi patriottici; e ad esso sacrificava le compiacenze tutte della vita mondana. Al fratellastro, marchese Alberto Visconti d'Aragona, ella scriveva con un accento che le usciva dal cuore:

“Quando si hanno dispiaceri grossi come i miei, si sente un gran bisogno di stare attaccati alle affezioni della infanzia, che sono le più fidate di tutte, e i legami del sangue, che non si possono rompere in nessun modo, sembrano il più sicuro appoggio. Felice poi chi trova riuniti nei parenti e gli amici e le anime diritte, e i cuori sinceri e affettuosi. Vi sono dei momenti, nei quali penso ad Oleggio Castello come ad un porto ben riparato dalle tempeste.„

E ad Oleggio Castello, terra viscontea, dove il marchese Alberto teneva una villa dal bel giardino, ella fece (e come volentieri!) ritorno. Da quanti anni ella non vedeva il Lago Maggiore, il grandioso lago lombardo che, nei giorni d'azzurro e di sole, spiega così festoso sorriso! Da quanto tempo ella non saliva dal Lago Maggiore su su nella piccola, ridente Oleggio Castello, per quella via alpestre, oggi diventata via regale, in mezzo ai clivi pampinosi, in un continuo svolgersi di panorami radianti!... Ed ecco, alla fine, la villa, dove fanciulla sfogliava avida i libri della biblioteca, dove guardava le antiche incisioni appese alla parete e i ritratti anneriti degli antenati, guerrieri, magistrati, vescovi, monaci, usurpatori, oppressori, nati al comando e alla potenza, e le arcavole dai volti pensosi, circondati da cuffie di trine che pajono diademi!... Su su, presso la chiesetta parrocchiale dal pronao snello elegante, si stende nella gran pace, nel silenzio solenne, un altipiano verde al sole come smeraldo e, giù, la vallata frondosa percorsa dalle argentee acque della Vèvera che sembra raccontare garrule, interminabili leggende, come una vecchietta insonne che vuol divertire i nipotini; e, in fondo, le prealpi ondulate, dalle tinte azzurrastre, tappezzate da lembi di verde-scuro sfumato; e, su quella altura, dominante la catena delle Alpi, e, sovrano, gigantesco col suo mantello eterno di nevi, il Monte Rosa, che all'aurora s'invermiglia come un'enorme rosa fiammante e al tramonto si profila austero come un monumento misterioso sull'incendio del cielo — del cielo glorioso di nuvole d'oro e di viola, mentre la campana della pieve saluta timidamente, come umile creatura, tanta maestà di fulgori e di penombre e d'ombre, che rapide invadono l'ampia vallea, e le montagne, e la prateria, l'immenso.

La principessa, ritornando a Oleggio Castello, ristava sulla spianata davanti al Monte Rosa; e cercava i noti sentieri, e riviveva l'infanzia, ormai lontana; la riviveva dopo tante vicende con un senso profondo, quasi religioso, di pace, osservando quegli alberi annosi, quei sedili di pietra, quella chiesetta, tutte le minime cose, che assumono, in quei momenti dell'anima, un linguaggio sì mestamente poetico, e caro anche se è doloroso.

E la principessa saliva co' suoi congiunti, su su, per una via mulattiera, fra montagne, al castello di Massìno, culla dei Visconti: un castello a torri quadrate, dal cortile coi muri coperti d'edera errante: le sale ampie, col ritratto di Giovanni Maria Visconti, dal mento rotondo e forte, — tipo neroniano, — col ritratto di Francesco Maria Visconti.... Nella scura chiesetta vicina, tre tombe viscontee.... Tutto insieme, un vero nido di falchi; e i falchi viscontei un dì piombarono audaci sul Lago Maggiore e tutt'intorno, e regnarono temuti su Milano. Da quelle aspre torri minacciose, lo sguardo spazia in un dolce spettacolo infinito di acque, di luce, di alture, di coltivazioni ridenti. Si vede stendersi, a' piedi, il Lago Maggiore come uno specchio, e poi altri laghi, e paeselli, e ville, che punteggiano le praterie verdeggianti e i colli d'opale lontani.

Quale conforto a Cristina questa bella scena della sua bellissima Italia, accanto ai congiunti che finalmente rivedeva, e che amava!

Che cosa importava alla principessa se, a Parigi, si mormorava ancora di lei?... Che cosa le importava, ad esempio, l'inimicizia, la maldicenza d'un sommo: Balzac?

Il celebre romanziere scriveva così da Parigi, sin dal 1838, alla sua Hanska, ch'era in Russia:

“La princesse Belgioioso est une femme fort en dehors des autres femmes; peu attrayante selon moi; pâle, blanc d'Italie; maigre et jouant le vampire. Elle a le bonheur de me déplaire, bien qu'elle ait de l'esprit, mais elle le montre trop; elle veut trop faire d'effet, et manque son but en le visant avec trop de soin et d'application. Je l'avais vue, il a cinq ans, chez Gérard; mais, depuis, elle a retrouvé, par l'influence des Affaires étrangères, sa grande fortune, qui lui permet de recevoir conformément à sa position. Sa maison est bien tenue, on y fait de l'esprit. J'y suis allé deux samedis, j'y ai diné une fois: ce sera tout„.[142]

Addio, addio, ombre piccole, impure! Colei, che non aveva mai arrossito alle impurità, si purifica ora fra gli affetti famigliari, al profumo delle zolle native.

XIX.

I salotti di Torino. — Alla vigilia della guerra del 1859.

Il salotto Rorà a Torino. — Il salotto Alfieri. — Il salotto della baronessa Olimpia Savio. — Carattere della società torinese. — Incontro della principessa Belgiojoso con Camillo Cavour nel salotto di Giulia Rorà. — Cavour e l'arciduca Massimiliano d'Austria. — I salotti di Clara Maffei e di don Carlo D'Adda a Milano. — Giuseppe Mazzini viene incognito a Milano. — Sue mire. — L'_Histoire de la Maison de Savoie_ scritta dalla Belgiojoso. — La Principessa recita con Ippolito Nievo. — Una memoranda sera al teatro alla Scala. Gli ufficiali austriaci.

Virginia Visconti d'Aragona, risplendente d'una bellezza serbatasi sino agli ultimi suoi giorni, avea sposato il marchese Bonifazio Dal Pozzo, un gentiluomo dell'antica razza piemontese; era sorellastra di Cristina Belgiojoso e madre della gentil contessa Vittoria Tornaforte e del marchese Claudio Dal Pozzo. Grande artista nell'anima, raffinatissimo nei gusti, il marchese Claudio trasformò la propria antica villa d'Oleggio Castello in una dimora regale, in mezzo a un parco sterminato, che declina verso il Lago Maggiore; e aprì a favore del pubblico una lunga via maestosa che conduce ad Oleggio Castello.

L'altra sorellastra di Cristina Belgiojoso, la più giovane, la più bella, Giulia, sposò il marchese Emanuele de Rorà, capo d'un'antica famiglia piemontese, il quale, alleatosi alle idee del conte di Cavour, accettò il posto di governatore di Ravenna e, più tardi, quello di sindaco di Torino. Il marchese de Rorà s'innamorò di Giulia, vedendola una sera nel teatro alla Scala di Milano.

A Torino, il salotto della marchesa Alfieri e quello della marchesa Rorà erano i centri più frequentati da uomini politici e diplomatici, con Camillo Cavour a capo. La marchesa Alfieri, nipote del grande ministro, ne portava con signorile onore l'inclito nome. Ragguardevole era anche il salotto della baronessa Olimpia Savio (madre dei due valorosi Emilio ed Alfredo Savio entrambi morti nelle guerre dell'indipendenza e cantati sì mestamente da Elisabetta Browning nel canto _Mother and Poet_, madre e poetessa): il salotto della Savio era alquanto riservato, e non solo patriottico, ma anche letterario, illuminato dalla gloria di Giovanni Prati, che lo frequentava. Olimpia Savio, bella gentildonna dai ricchi riccioli pioventi, e che, vecchia, vidi inondare di lagrime disperate un sasso, ch'ella serbava come santa reliquia (sasso colorato del sangue prezioso d'uno de' suoi figli caduto in battaglia) era gentil poetessa, degna madre dell'ardente, soave e indimenticabile baronessa Adele, che inspirò sì gentile passione al duca di Castromediano; il _bel duca bianco_, martire delle galere borboniche, morto indegnamente negletto dalla patria, e del quale parla anche Paolo Bourget nelle _Sensations d'Italie_.

La società aristocratica torinese serbava forme più rigide che quella di Milano. Massimo D'Azeglio ritrae ne' _Miei Ricordi_ (con un'evidenza degna del Molière e del Goldoni) un dialogo della società patrizia torinese più severa: dialogo ch'è la biografia di quel vecchio mondo, orribilmente scandalezzato all'annuncio che lui, un marchese d'Azeglio, s'era messo a fare il pittore!...

La società torinese vivea divisa nel vecchio partito legittimista, ostilissimo alle idee liberali di Camillo Cavour. La marchesa d'Arvillars, la marchesa di Cortens, e la contessa di Robilant (madre del mutilato di Novara, ministro del regno d'Italia) primeggiavano in quella rocca feudale, che non mancava di certa grandezza. A Torino, si notava anche un'aristocrazia nemica dei Lombardi; ma non era, forse, la più intelligente. Il partito dominatore era quello degli uomini politici e militari, direttori della pubblica cosa.

Alcune dame francesi avean fissata dimora a Torino per le nozze contratte. La baronessa di Villanova nata de Coriolis, la contessa Berton de Sambuy nata de Chabrol, brillavano nella prima schiera. La marchesa Ternengo era “la plus charmante et la plus blonde des veuves„ ricorda un diplomatico francese; il quale racconta che la marchesa d'Aglié, nata Boyl, e le contesse Mestiatis e de Cardenas allestivano rappresentazioni da _salon_, delle quali i proverbii di Alfredo de Musset facevan le spese.[143]

Nel salotto della marchesa de Rorà, potevano penetrare soltanto le signore d'una nobiltà autentica: ma vi andavano anche signori non nati nobili, purchè celebri per valore militare o per ingegno.

La principessa Cristina Belgiojoso alloggiava più volte presso la brillante sorella Giulia e si trovava con Camillo Cavour, col generale Lamarmora, con tutta una corona di grandi, ai quali dobbiamo, in buona parte, la nostra indipendenza. E fu là, al raggio di Camillo Cavour (ch'ella avea conosciuto e ricevuto nel proprio celebre salotto di Parigi), fu là, nelle sale della sorella Giulia, che Cristina Belgiojoso s'accese di nuove simpatie per Casa Savoja. L'infelice Carlo Alberto era tristemente sparito dalla scena d'Europa, in esilio, lasciando il trono a Vittorio Emanuele II; leale figura di soldato, di re, e accortissimo diplomatico, circondato da uomini di singolar valore, saldissime tempre, maschie figure devote al dovere, al sacrificio.

La principessa Cristina non bramava altro che la libertà, l'indipendenza d'Italia, poco o nulla importandole che si conseguisse (finalmente!) con questo o con quel partito, con questi uomini o con quelli. Era stata mazziniana, quando tutt'i liberali della prim'ora confidavano nel Mazzini: divenne monarchica e sabauda, quando molti con lei fidavano in Carlo Alberto; ridivenne mazziniana quando vide Carlo Alberto debole e irresoluto, e il Mazzini a capo d'una repubblica romana bene o male costituita; e tornò ad abbandonare il Mazzini quando scorse il nuovo funesto errore della tentata insurrezione del 6 febbrajo 1853 a Milano, per tornare di nuovo monarchica e sabauda, al cospetto di un gran re, Vittorio Emanuele II, e d'un grande ministro, Camillo Cavour. Monarchica, sabauda; ma _italiana_ sempre!

La principessa Cristina teneva frequenti colloquii con Camillo Cavour sulle condizioni politiche della Lombardia, che, specialmente dopo il 1853 impegnavano quasi tutto il pensiero e l'attività dell'insigne ministro. Li teneva, nelle prime ore del mattino in casa Rorà, o nella villa di Campiglione presso Pinerolo, villa sontuosa dei Rorà. Camillo Cavour voleva essere informato di tutto; e nulla gli sfuggiva.

La Lombardia passava, allora, un momento assai pericoloso. Dopo il tragico tafferuglio mazziniano del 6 febbrajo, eran successe le vendette austriache. Il più stretto e più insensato stato d'assedio venne inflitto alla città, con obblighi odiosi e stolti imposti a intere classi della cittadinanza, come quello fatto ai proprietarii di tenere accesi tutta la notte i lumi alle finestre delle loro case, temendo che, in una nuova insurrezione, venissero dagl'insorti spenti i fanali per lavorare di coltello con più agio nelle tenebre.... E impiccagioni, senza processi, nel castello; e, poichè vennero a mancare le corde, fucilazioni, e anche d'innocenti! Sequestrati tutt'i beni dei profughi; e i nefandi processi di Mantova; e là altre forche! Rigurgitavano d'intemerati patrioti le carceri e le fortezze dell'impero. Spie dappertutto: agguati, sospetti, spade, fucili, polveri, cannoni, odii, vendette dappertutto: il regno del terrore.

E, dopo, d'improvviso, gran mutamento di scena. Amnistia, perdoni; tolti i sequestri; promesse di miglioramenti nelle amministrazioni; e mani austriache tese per stringere quelle degli italiani. Ma le destre degl'italiani stringevano invece il fucile per combattere un'altra guerra, la decisiva guerra dell'indipendenza.

Il governo di Vienna ebbe un'idea abilissima. Mandò nel regno Lombardo-Veneto il giovane arciduca Massimiliano per conciliare gli animi. E il seducente principe d'Absburgo, entrato in Milano colla giovane, bella sposa, Carlotta del Belgio, si gettò subito a una vasta opera di pacificazione, di concordia, di affetto tardivo.... ahimè quanto tardivo!... Si desidera sapere fino a qual punto arrivò l'intelligente e geniale generosità dell'arciduca Massimiliano, che doveva finire poi così lugubremente sotto il piombo messicano?... Nella loggia del Palazzo ducale a Venezia, si stavano collocando i busti dei veneziani più illustri; e Massimiliano d'Austria fece erigervi il busto del doge Andrea Gritti, che avea tanto combattuto un altro Massimiliano d'Austria, l'imperatore Massimiliano I, promotore della famosa Lega di Cambrai contro la Repubblica di Venezia! Il busto del doge Andrea Gritti (opera dello scultore Luigi Borro), reca quest'epigrafe dettata dallo stesso arciduca Massimiliano: “ANDREA GRITTI — PROVVEDITORE POI DOGE — SCIOLSE LE SPIRE DELLA LEGA MACCHINATA IN CAMBRAI. — MASSIMILIANO I RESPINSE — E DA UN DISCENDENTE DELL'OSTEGGIATO MONARCA — EBBE QUI ONORE D'IMMAGINE — NATO NEL 1454, MORTO NEL 1538 — DALL'ARCIDUCA FERDINANDO MASSIMILIANO D'AUSTRIA.„ — Si poteva immaginare tratto più cavalleresco e più simpatico?... Come resistere a omaggi tanto amabili resi ai nostri grandi?... Eppure, tranne rare eccezioni di alcuni, che troppo amaramente scontarono le proprie illusioni, i Lombardi e i Veneti (gloria a loro!) seppero resistere.

Camillo Cavour aveva ben ragione di temere di quest'uomo, che, come Alessandro Manzoni diceva di Massimo d'Azeglio, era “nato seducente.„ Tanto più ne temeva, poichè allora, proprio allora, il grande ministro apriva trattative con Napoleone III per un ajuto delle armi francesi alle armi del Piemonte, affine di espellere una buona volta, e per sempre, gli stranieri dalla terra lombarda e dalla Venezia.

Da Torino, Camillo Cavour mandava consigli, ch'eran ordini, a Milano, perchè i Lombardo-Veneti non solo resistessero a tutte le belle lusinghe arciducali, ma rispondessero con atti ostili ai sorrisi di benevolenza e d'amicizia. Egli voleva a tutt'i costi infrangere il sogno, che l'arciduca Massimiliano idoleggiava: quello di fondare un regno lombardo-veneto, protetto dalle ali dell'aquila d'Absburgo, ma autonomo, con ministri proprii, con amministrazione propria, circoscritta nei confini della Lombardia e del Veneto. Il conte di Cavour cominciò col mandare da Torino a Milano, Emilio Dandolo, il fratello d'Enrico, morto ventenne all'assedio di Roma, e anch'esso combattente in quella lotta sanguinosa. Camillo Cavour parlò a Emilio Dandolo così: “Dite ai vostri amici che facciano mettere di nuovo Milano in stato d'assedio! Tirate delle sassate alle sentinelle, scrivete su tutt'i muri: _Viva l'Italia!_„ E, subito dopo, il conte di Cavour inviò a Milano un altro patriota, il conte Cesare Giulini Della Porta, uomo di forte senno politico, e ascoltatissimo, collo stesso mandato: “Fate mettere Milano in stato d'assedio!„ Lo scopo del Cavour era semplicissimo: far vedere all'Europa che l'Austria era un elemento di disordine in Italia, e che doveva perciò esserne espulsa.

Quello fu un momento storico, vitalissimo per l'Italia; e il salotto della contessa Clara Maffei, guidato dall'imperturbabile Carlo Tenca, direttore del _Crepuscolo_, illustrato da Emilio Visconti-Venosta, da Cesare Giulini, da Tullo Massarani, da Antonio Lazzati, da Giuseppe Finzi.... quel salotto, focolare d'agitazione, oppose all'arciduca d'Austria la resistenza più tenace, più inesorabile: diffondeva la “parola d'ordine„ nella città, nella provincia, e, mercè Giovanni Visconti-Venosta (fratello d'Emilio) e d'altri animosi, organizzava con audacie incredibili l'emigrazione dei giovani delle città e delle campagne; — incessante, grandiosa emigrazione nel Piemonte; avvenimento, voluto anche questo da Camillo Cavour; il quale sperava di porgere nuovo incentivo all'Austria perchè essa, per la prima, dichiarasse guerra al Piemonte, sembrando così, agli occhi dell'Europa, la vera provocatrice.[144]

E intanto avveniva un fatto glorioso, che la storia della civiltà scrive a caratteri d'oro: Camillo Cavour e Napoleone III fondavano, d'accordo, un nuovo diritto pubblico d'Europa: il diritto della nazionalità. Fin dal 16 novembre del 1848, lo statista piemontese lanciava sul _Risorgimento_, l'animoso giornale di Torino, sacrosante parole che fanno pensare ai bei versi dell'Aleardi:

Iddio con immortali Caratteri di monti e di marine Ha segnate le patrie.

“La natura (scriveva il Cavour) ha voluto che le nazioni conservino le loro autorità speciali, che rispettino a vicenda i confini, le abitudini, le lingue, che si amino e non si fondano, che vivano ciascuna da sè e non sieno violentemente accozzate e asservite. Napoleone, il gran maestro di mezzi energici, credette che con eguale facilità si potesse vincere una battaglia sul ponte di Lodi e cancellare una legge della natura. Tutto gli arride un momento, e tutto si piega davanti a lui. Distrugge i troni nemici e dispensa novelle corone, calpesta le masse, ride de' sapienti, forza a suo modo fino il commercio e l'industria; ma nel momento in cui pare vicino a stringere nel suo pugno la monarchia universale, una manovra sbagliata sul campo di Waterloo sopravviene a scoprire che tante fortune non erano se non lo splendore di una meteora, trascorsa la quale doveva apparire la verità semplice e nuda quanto l'isola di Sant'Elena.„

Ma non solo il salotto Maffei: un altro salotto milanese, quello di don Carlo d'Adda, l'incrollabile sabaudo, spiegava la politica della resistenza.