La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato

Part 22

Chapter 223,674 wordsPublic domain

Non è agevole seguire l'ardita viaggiatrice in tutti i passi del lungo suo viaggio; impossibile seguirla in tutte le considerazioni intorno alle donne d'Oriente: convien leggere tutto il libro, che, riguardo agli arem, è veramente prezioso, avendo potuto la principessa vederli ben davvicino quei ginecei gelosamente custoditi; laddove tanti viaggiatori ne parlano solo per averne udito discorrere come di misteri, e inventano!

La Belgiojoso percorre lieta la valle d'Antiochia e s'inoltra nell'Oriente arabo. Ed ecco Terra Santa: ecco le mura merlate di Gerusalemme. E la credente si commove, piange.

“Au delà de ces murs, une ligne bleuâtre se confondant avec l'horizon, indiquait la mer Galilée. Je donnai un moment à la contemplation de ce grand spectacle, tumulte étrange se faisait en moi: je sentais ma gorge se contracter et mes yeux se remplir de larmes, comme si j'avais retrouvé une patrie plus ancienne que celle d'où j'étais exilée. Chose étrange, cette sensation de bien-être et de joie profonde ne me quitta pas pendant mon séjour à Jerusalem. Cette arrivée dans une ville inconnue avait pour moi tout le charme d'un retour„. (pag. 194.)

Verso Nazareth, la Belgiojoso viaggia ad alta notte, dopo accidenti perigliosi. Giunta alle aride montagne della Galilea, i cavalli della sua scorta sono infatti presi da una strana malattia. Non posson più reggersi in piedi; l'occhio è smorto, la pelle fredda; le povere bestie pajon vicine all'agonia. I cavallanti che li montano sono costretti a condurli lentamente colle briglie; un malvagio tedesco del ducato di Baden caccia avanti il suo, flagellandolo di bastonate. I cavalli gemono; i cavallanti bestemmiano; così la principessa e la figlia Maria procedono a stento, e, quando la notte cala tenebrosa, si trovano sole col dragomanno e due servi: la scorta è rimasta indietro. E neanche il dragomanno sa la strada. La principessa cade da cavallo, ma non si fa alcun male. Fra i cavalli morti, vi è uno dei suoi favoriti; ed ella dura fatica per istrappare il cadavere agli uccelli di rapina. La pioggia scroscia furiosa nelle tenebre.

Giunta a Nazareth, la principessa, colla figlia, s'interna a cavallo in una strada, e i suoi servi la fan fermare davanti a una casa d'aspetto europeo. Un frate francescano sta sulla soglia con una fiaccola in mano e porge alle viaggiatrici il ben venuto, in italiano, coll'accento lombardo. Allora ella prova un moto di gioja nell'udir risuonare sotto la vôlta d'un chiostro d'Oriente il saluto e le pie formule che sì spesso aveva udite nelle campagne lombarde. Ella medesima confessa ahimè! che Nazareth è per lei una “delusione„; che per quanto ella evochi nell'intimo suo i grandi ricordi del Vangelo, rimane gelida: “Rien ne réussissait à exciter en moi cet enthousiasme que tant d'âmes d'élite avaient éprouvé en présence des mêmes lieux.„

Sono le atonie di spirito, che irrigidiscono talvolta chi è affetto da sconvolgimenti nervosi; chi è sazio d'impressioni, d'emozioni febbrili, di vicende esagitate. Ma le rive del Giordano, quelle acque che passarono sul divin capo del Salvatore degli uomini, quella religiosa solitudine toccano il cuore della viaggiatrice.

“Que de souvenirs se réveillent d'ailleurs sur les bords du Jourdain! que de scènes! que d'images sont évoquées par ce seul nom!„

Nel lasciare Gerusalemme, si fa triste; sembra che un palpito accompagni l'addio ch'ella manda alla santa città; ma non sembra profondo. Mai la morte di Gesù, mai lo strazio di Maria, le umiltà degli apostoli, il grido dei profeti, mai sono evocati da questa donna, ch'è pur credente!... E dire ch'ella è vissuta un mese intero a Gerusalemme; ha visitato i santuarii della città e dei dintorni, Betlemme, il Monte degli Ulivi.... tutto. Uno dei fenomeni di quello spirito singolare! Fenomeno; poichè un giorno confessava che, all'uscire dall'_Opéra Italien_ a Parigi dove Mario, il gran Mario cantava nel _Poliuto_ del Donizetti, ella si sentiva così accesa d'ardor religioso che si sarebbe lanciata contro le fiere in un circo, al pari degli antichi cristiani.

Molti viaggiatori (fra i quali il Lamartine) descrivono il Mar Morto come un lago nero, lugubre e pestifero, dove i pesci non vivono, e sopra il quale uccello non passa; una solitudine paurosa d'acque morte e d'asfalto. La principessa, invece, descrive il lago maledetto come uno specchio limpido che riflette i sorrisi del cielo; un bel lago dai pesci vivaci e coronato d'arbusti in fiore sui quali cantano gli uccelli; un lago, che le fa pensare a' suoi bei laghi di Lombardia.

Nel ritorno, la principessa si ferma a Tarso, presso un signor Rossi, console sardo, marito d'una schiava nera del vicerè d'Egitto; e, a due giornate da Tarso, la nostra viaggiatrice intrepida si sprofonda fra le gole del monte Tauro dirigendosi verso Konia, dove è ospite d'un pascià, nel cui arem deve a tutt'i costi dormire colla figliuola.

“.... J'eusse pu concevoir quelques inquiétudes, sinon pour moi, pour l'enfant qui m'accompagnait, à la pensée d'être logée par ordre dans le harem d'un pacha; mais je connaissais trop bien à cette heure la réserve exquise et le respect inné des Turcs envers les femmes, pour me laisser gagner par de semblables paniques.„[136]

Questo aureo pascià si chiamava Haffyz-Mehemmed, detto il sapiente. Era un uomo amabile e di spirito, quanto un europeo della buona società. Il pascià di Koniah si mostrò gentile colla principessa; e più ancora si mostrò gentile con lei la bella, espansiva Malekha, una turca vedova e libera, che la principessa trovò in visita presso due sue amiche, principali spose del pascià. Ella parlò di letteratura, di fedeltà conjugale, di dignità della donna; e le amiche sue, povere schiave, piangevano dirottamente nell'udire i consigli di lei che insegnava loro di minacciare addirittura il pascià se non si mostrava fedelissimo.

— Oh, sì! — le rispondevan le amiche in un concorde duetto, col volto inondato di lagrime. — Avete un bel dire voi, che siete libera!

La principessa, dopo altre peregrinazioni fra i Kurdi (che descrive), ritorna colla figlia nella sua pacifica valle dell'Asia Minore, dond'è partita; vi ritorna senza aver subito brutti affronti, e sana, non ostante le pioggie e i torridi soli sofferti, non ostante le fatiche e le privazioni, attraverso paesi sconosciuti, fra genti diverse. Ella risaluta con gioja il verde della vallata, il modesto suo tetto. Arrivata a casa, si chiude nella propria camera per rendere a Dio ferventi azioni di grazie; ma, nell'emozione, ella non può pronunciare che queste sole parole: “Grazie, mio Dio!„

Nelle sue memorie, la principessa Cristina tace che andava, a cavallo, alla caccia della tigre; tace d'un attentato del quale fu vittima nel _ciflik_; tace delle atroci memorie che Napoleone Bonaparte e il suo degno esecutore, generale Berthier, lasciarono nella Siria. Non era una bell'occasione per lei di isfogare un risentimento?... Perchè il Berthier (ricordiamolo pure) era il padre della duchessa de Plaisance; di colei ch'era fuggita col principe Belgiojoso da Parigi. Ma la principessa non arrivava mai all'odio: si fermava al disprezzo.

Una sera dell'estate del 1853, ella s'era appena ritirata nella propria camera, quando un suo agente le fu addosso, e dicendole: _Muori perfida, muori scellerata!_ la colpì con uno stilo, al basso ventre, a una coscia, a una mano, che ella aveva teso per difendersi, e al seno, e alla schiena. Il malfattore, certo Albergoni di Bergamo, fu arrestato dagli altri servi accorsi alle grida della principessa e fu tradotto in catene a Costantinopoli, donde ella, per le vive raccomandazioni del marchese Antinori, lo aveva fatto venire. La Belgiojoso lo aveva minacciato di licenziamento per la pessima condotta: perchè sospetto ladro, beone, violento; e lo scellerato volle vendicarsi.

Sette ferite: per fortuna, non erano mortali. La principessa non si smarrì di coraggio, e si curò da sè. Non ostante il sangue sparso, ella (chi lo crederebbe?) si fece cavar sangue e coprir di mignatte.... Una delle ferite alla schiena, verso la nuca, la obbligò a tenere, per tutto il resto de' suoi giorni, chinato il capo. Le altre ferite all'addome rimarginarono presto; non così una al petto, che, da allora, la fece respirare con fatica affannosa. Ma a poco a poco ella si riebbe, e tornò ai lavori da' quali traeva la vita; poichè il suo podere asiatico nulla le produceva, e la povertà molte privazioni le faceva soffrire.... Si vide, allora, la ricchissima gentildonna dei bei giorni ricorrere anche ai sussidii dell'ago per vivere colla figliuola in pace. Colla figlia Maria eseguiva fini ricami, che poi vendeva ai mercanti di Costantinopoli. Per trarre altri guadagni, scrisse molti articoli sui giornali, sulle riviste inglesi e francesi: francesi di Parigi; inglesi di Londra e di Nova-York. Narrava impressioni di viaggi; componeva novelle; ricordava la rivoluzione, le sventure, le speranze d'Italia. Oltre i _Souvenirs dans l'exil_, inviati nel settembre e ottobre del 1850 al _National_ di Parigi (e che vennero poi raccolti a Parigi dal librajo Prost in un opuscolo di cinque fogli, oggi introvabile), Cristina scrisse sulla _Revue des Deux Mondes_ tutti questi lavori:

_LA VIE INTIME ET LA VIE NOMADE EN ORIENT_, che comprende:

_Angora et Césarée, les Harems, les Patriarches et les Derviches_ (fascicolo del 1º febbrajo 1855).

_Les Montagnes du Giaour, le Harem de Mustuk-Bey et les femmes turques_ (fascicolo del 1º marzo 1855).

_Le Touriste européen dans l'Orient arabe_ (1º aprile 1855).

_Les Européens à Jerusalem, la Turquie et le Koran_ (15 settembre 1855).

Questi scritti, raccolti e fusi, formarono poi il volume _Asie Mineure et Syrie: souvenirs de voyage_, pubblicato a Parigi nel 1858, e che fu tradotto in tedesco, in russo, e in olandese; e poi in italiano. È l'opera più vitale della forte scrittrice.

La principessa scrisse anche nella _Revue des Deux Mondes_ tutta una serie di scene, di commedie, di racconti:

_Emina_ (quaderno del 1º e 15 febbrajo 1856).

_Un prince kurde_ (15 marzo e 1º aprile 1856).

_Les deux femmes d'Ismail-Bey_ (1º e 15 luglio 1856).

_Le Pacha de l'ancien régime_, commedia (fascicolo del 15 settembre 1856).

_Un paysan turc_ (fascicoli del 1º e 15 novembre e 1º dicembre 1857).

_Zobeïdeh_ (1º e 15 aprile 1858).

_Rachel_, racconto lombardo del 1848 (15 maggio e 1º giugno 1859).

Fu tradotto in italiano _Un prince kurde_; pregevole per la pittura del costume. Anche gli altri racconti orientali sono fotografie dal vero; fotografie inalterabili: vi manca il colore. Per trarne lucro, la principessa pubblicò nel 1850, in francese, a Parigi, un compendio di storia ad uso dei fanciulli: _Notions d'histoire à l'usage des enfants_.

Un'attività portentosa. La sua penna scorreva facilissima sulla carta dove tracciava lettere grandi, chiare. Mai una cancellatura: mai un pentimento! Invece, Ernesto Renan correggeva nove volte le bozze di stampa de' proprii articoli per la _Revue des Deux Mondes_. Ma con quel lavoro prezioso di lima, l'autore della _Vita di Gesù_ raggiunse l'ammirabile perfezione di stile che lo colloca forse primo fra gli stilisti aurei della Francia.

Victor Cousin e il prodigioso storiografo Ampère (che componeva i suoi libri viaggiando) dicevano che pochi scrivevano bene il francese come la principessa Belgiojoso; ma essi erano due amici della dea, due adoratori del fuoco.... Lo stile francese della Belgiojoso è classico; ma è opaco, senza l'agilità ch'è sì propria dei francesi.

Intanto ella lavorava; lavorava infaticabile.... Anche dal suo esilio d'Oriente, insegnava alle donne italiane la nobiltà del lavoro.

Ma da suoi parenti, lasciati in Europa, arrivavano non infrequenti consigli e preghiere di ritorno. S'aggiunga la nostalgia della vita europea. Alla fine, la principessa decise di lasciare l'Asia per sempre.

XVIII.

Ritorno in Francia e in Italia.

Sbarco d'una carovana asiatica a Marsiglia. — La Principessa nel castello di Saliès. — La marchesa Teresa Visconti d'Aragona e le sue memorie. — Il marchese Alessandro Carlo d'Aragon e le sue veglie colla Principessa. — Napoleone III e il conte Francesco Arese. — Ultimi giorni di Enrico Heine a Parigi. — Camilla Selden, il suo triste romanzo conjugale, i suoi libri. — Ritorno della Principessa al Lago Maggiore. — Nella pace di Oleggio Castello.

Nel 1853, la principessa Belgiojoso ritornò dall'Asia, sbarcò a Marsiglia, e andò direttamente nel castello di Saliès presso la piccola città d'Alby, sul Tarn, famosa nella storia per il concilio tenutosi allo scopo di estirpare gli Albigesi dalla Francia.

La bellezza di Cristina appariva offuscata dagli anni e dalle fatiche della rivoluzione, dei viaggi: il suo corpo s'inchinava omai come un salice.

Ella era accompagnata dalla figlia Maria, dalla governante di questa, miss Parker, e da un servo turco. Miss Parker era una inglese, alta, grossa, dalla faccia color del rame, sparsa di bitorzoli, e illuminata a stento da due piccoli occhi: brutta creatura, ma devota alla sua signora e alla giovinetta affidata alle sue cure. Il servo turco, Bodòz (Giovanni) battezzato per volere della padrona, si pavoneggiava col suo fez, il cui rosso sanguigno facea risaltare la tinta olivastra del volto baffuto. Vi era un altro servo, Issep, anch'esso turco, anch'esso battezzato. La principessa recava seco un bel cavallo arabo, quattro grossi cani asiatici, che mordevano ferocemente i cani europei in omaggio alla fratellanza dei popoli; e due gatti d'Angora, dalle code fenomenali, come gli strascichi di due comete. E questa carovana di signore, di servi, di bestie asiatiche, comparve d'improvviso nel castello di Saliès. Il castello sorge su una silenziosa eminenza del terreno ondulato, fra colline basse, nude, rossastre, fra viti esili, nane. Niente acque, nessun fiore. E in quel castello, addormentato nella sua antica pace feudale, viveva la sorellastra di Cristina, la dolce Teresa Visconti d'Aragona, che la principessa avea fatta sposare a un gentiluomo francese: al marchese Carlo d'Aragon.

Il castello di Saliès era un angolo perduto nel mondo; un lungo edificio grigio. Nell'interno, una vastissima biblioteca, tappeti, tavole, specchi.... tutto dovizioso ed elegante. Su una parete del salotto, al posto d'onore, un ritratto di Luigi XVIII, del quale il vecchio marchese d'Aragon, pari di Francia (morto nel 1848) era stato uno dei favoriti. Il fiero vegliardo, un gentiluomo _de la vieille roche_, aveva sposato la figlia del principe Carlo di Nassau-Siegen. Intorno al castello, un parco, e, al di là, un orizzonte melanconico e deserto. In una rustica chiesetta vicina, il parroco predicava, la domenica e tutte le altre feste comandate, ai contadini nel linguaggio a loro famigliare; e ripeteva da anni e anni sempre le stesse cose colle stesse parole: perciò è sperabile che, alla fine, quella povera gente lo abbia capito.

La marchesa Teresa era lo spirito rassegnato e silenzioso del sacrificio; era la bontà angelica fatta persona. Sommessa alla imperiosa sorella Cristina, ne aveva accettati con mesto sorriso, forse con lacrime, tutt'i voleri. Nata in Italia, sospirava dal cinereo Saliès alla luce d'Italia sua. A un libro di memorie segrete, che hanno un profumo di viole morte, ella affidò queste parole: “Io amo la mia Italia: subisco il suo incanto. Io amo gl'italiani, la mitezza dei loro costumi, il loro istinto squisito, la loro semplicità nei rapporti. Io assaporo con delizia l'elemento artistico infuso dappertutto in Italia. Ascolto della musica, vedo dei quadri, dei monumenti, che m'interessano, che mi parlano all'anima. In Francia, questa specie di gaudii non è, come in Italia, alla portata di tutti.„

La bellezza sua non risplendeva nel volto dai finissimi, dolci lineamenti, espressione dell'alta squisitezza del suo animo e della bontà; risplendeva nell'anima. Era un'_anima_. Ed ella si effondeva negli ardori della preghiera e nella musica, che aveva imparata dal Listz a Parigi. E, a proposito di Parigi e della sorella Cristina, ella lasciò nelle sue memorie queste linee biografiche tutte candore e umiltà:

“Io ho amato mia sorella Cristina. Quand'io ero fanciulla, ella mi abbagliava colla sua intelligenza; e io mi credeva trasportata in un mondo incantato, quand'ella, più anziana di quattordici anni di me (io ne avevo sette), mi permetteva di passare una giornata nel suo appartamento a guardare le incisioni e ad imparare il francese. Mia sorella lasciò l'Italia poco tempo dopo il suo matrimonio, e io, per lo spazio di più anni, non la vidi più. Nel 1836, la ritrovai a Parigi nella sua attraente palazzina di via d'Anjou, circondata d'uomini illustri e ricevendo molte persone. Ella volle tenermi presso di sè, e decise mia madre e me a contrarre un matrimonio in Francia. Io mi sposai, infatti, il 15 ottobre 1837 (festa della Santa del mio nome); ma mia madre, ahimè! non era con me. Io aveva avuto il dolore di perderla due mesi avanti.„

Della nobiltà, ella (al rovescio d'altre signore del gran mondo) concepiva un'idea elevata:

“Indietro, o vanità! Lontano da noi questa sciocca e odiosa alterigia che ci fa guardare con disprezzo persone che noi non consideriamo come nostri eguali, laddove ci sono forse superiori per molti meriti; ma alimentiamo pure legittima fierezza di ciò che potè avere e di buono e di glorioso il passato della nostra famiglia e insegniamo con quello ai nostri figli, dicendo loro: _Noblesse oblige!_ Io non amo che uno stemma sia preso soltanto per una decorazione artistica d'effetto grazioso, come un ciondolo d'una collana.„

Il marchese Alessandro Carlo d'Aragon, figlio di Teresa, era un amabilissimo gentiluomo di lettere: era un patriota e un credente; un diplomatico squisito. Militò nel battaglione d'artiglieria della scuola politecnica di Parigi fra gli orrori dell'assedio e delle lotte civili. Seguì all'ambasciata di Londra il duca di Decazes, poi ministro degli affari esteri. Ed egli sarebbe divenuto ministro se la monarchia fosse stata instaurata come molti tentavano in Francia: ma il Bismarck sopratutti, il vendicativo Bismarck, volle assolutamente che non la monarchia, bensì la repubblica risorgesse nella Francia prostrata, poichè il cancelliere di ferro, di fuoco e di veleno, sperava che la repubblica avrebbe finito col lacerare ancor più il seno della sorella latina: i vecchi diplomatici di quel momento storico conoscono meglio di tutti la verità di queste parole.

Il marchese A. Carlo d'Aragon si consacrò agli studii storici, cibo dei forti, e scrisse un largo, accurato studio, dalle linee signorili, su un suo antenato, paladino del secolo XVIII: _Le prince Charles de Nassau-Siegen; d'après sa correspondance originale inédite de 1784 à 1789_; corrispondenza che l'autore trovò negli archivii domestici.[137] Fra i capitoli, che ci conducono in un mondo scomparso, va segnalato quello su una elezione in Polonia, nel 1786; vi figura in luce il principe Czartorisky, del cui discendente rivoluzionario fu toccato nel capitolo XV di questo libro. Il marchese d'Aragon era uno dei quaranta _mainteneurs_ dei _Jeux floraux_ di Tolosa; la città aristocratica, che conserva le tradizioni genialissime della “gaja scienza„ del Medio-evo con una gara di poeti; raggio di lucente, graziosa idealità, che sì conserva in questa Europa di cupe e sorde battaglie. Il marchese d'Aragon (che mori nel castello di Saliès, e di lui, nell'Accademia dei _Jeux floraux_, pronunciò un bell'elogio il conte Gardés)[138] era, più che nipote, affettuoso amico della principessa Cristina. Quante notti egli, paziente, su uno sgabello, leggeva libri francesi a Cristina, mentr'ella, colla camera illuminata come una sala da ballo, stava a letto, cinta il capo d'un candido turbante.... Talvolta, in quelle lunghe notti, era la principessa colei che sosteneva la parte di lettrice. Ella leggeva le poesie meneghine di Carlo Porta, del cui spirito comico era convinta ammiratrice; e le spiegava in francese ad Alessandro Carlo d'Aragon.

Un particolare curioso: Negli Archivii segreti della Presidenza del Regno Lombardo-Veneto a Milano, si conserva tutta una serie di lettere (intercettate arbitrariamente dalla polizia) sul matrimonio del marchese d'Aragon colla sorellastra della _patriota_ Cristina Belgiojoso.[139] Quali segreti di Stato immaginava mai l'Austria in quell'unione?... Sono precisamente le lettere intime sulla dote e su altri particolari, che la madre della sposa scriveva alla vigilia delle nozze.

Nel solitario castello di Saliès, la principessa si sentiva tranquilla. Lo spettacolo d'un grande sacrificio risuscita i nostri migliori sentimenti e li affina in una quieta contemplazione. E tale era il caso della principessa verso Teresa.... Ma gravi dolori assalirono ben presto l'animo della Belgiojoso; la quale dovette tornare a Parigi per mettere ordine in certi scompigliati documenti ivi lasciati.

A Parigi, trovò Luigi Napoleone sul trono imperiale, stretto in amicizia tenacissima col conte Francesco Arese, il patrizio lombardo, ferreo carattere, invitto nell'amore della patria che assai gli deve. L'Arese avea conosciuto Luigi Napoleone nelle adunanze dei carbonari in Romagna e nella sollevazione di quelle provincie nel 1831. I due amici si ritrovarono poi sul lago di Costanza nel castello di Arenenberg, che la regina Ortensia aveva acquistato e che, più tardi, fu comperato dall'imperatrice Eugenia. Ortensia pregò l'Arese di raggiungere il figlio Luigi Napoleone in America; e colà entrambi vissero in un'intimità, che non ebbe ombra nè si smentì mai, e della quale l'Arese si valse, a suo tempo, perchè Napoleone III ajutasse l'Italia a risorgere.

Napoleone III, non ostante il sanguinoso colpo di Stato del 2 dicembre (al quale venne deciso dalla risolutezza del conte de Morny); non ostante le saette dei _Châtiments_ di Vittor Hugo, godeva d'una bella popolarità fra le donne francesi, attratte da quell'aureola romantica che circondava il capo dell'avventuroso Napoleonide; furono le donne coloro che persuasero i mariti a votare per lui! Molti sapevano, peraltro, che i diritti al trono accampati da Napoleone III erano dubbii. Infatti, egli era bensì figlio d'Ortensia, ma non del buon re Luigi d'Olanda. Era nato dall'ammiraglio olandese Carlo Enrico Verhuel. Così, il conte de Morny era figlio di Ortensia e del conte de Flahaut, soldato e diplomatico. La posizione del Morny fu poi legalmente regolata, perch'egli venne adottato da un _Demorny_; cognome che il conte de Morny scisse in due per accentuare la propria aria aristocratica. La madre Ortensia gli lasciò un patrimonio di quaranta mila franchi di rendita; fortuna che il de Morny s'affrettò ad aumentare mercè la sua politica, condotta sopratutto per bramosia di lucro, e mercè una fabbrica di zucchero di barbabietole. È notissimo, d'altra parte, che il conte Walesky, ministro degli affari esteri sotto Napoleone III, doveva la vita a Napoleone I e a una bella signora polacca di quel nome. Tante irregolarità d'origini contribuiva a permettere quella rilassatezza di costumi, la quale riempì la reggia francese delle famose e licenziose _cocodettes_: le _cocodettes_ danzatrici di cancan al cospetto dell'imperatore, che con flemma olandese vedeva levarsi le loro scarpette di raso bianco ad altezze inverosimili ma, pur troppo, vere![140]

Il fuggiasco falso muratore del castello d'Ham l'aveva adunque spuntata, salendo al soglio dello zio! Colui, che l'arcivescovo di Spoleto, Giovanni Maria Mastai Ferretti (poi Pio IX) avea fatto fuggire di nascosto, nel 1831, perchè non cadesse nelle mani dell'Austria e che poscia, travestito da servitore, riparò a Genova.... era dunque a capo della Francia! E la principessa Belgiojoso ne esultava, nella fiducia che il sovrano avrebbe mantenuta la promessa datale a Londra: la promessa solenne di pensare all'Italia dopo d'aver pensato alla Francia.