La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato
Part 21
La nave su cui la principessa, fremente di sdegno, scrivea la lettera punitrice, viaggiava, intanto, verso altre terre, recando un'anima che non era vinta, nè avvilita dalle delusioni amare, dalle sciagure; un'anima che, non ostante i lutti, gli errori e le colpe, sperava ancora con fede incrollabile nel vicino risorgimento della patria. La Belgiojoso viaggiava verso l'Oriente, a un nuovo esilio, incontro a nuove durezze della sorte. Durante l'assedio di Roma ella fu grande. L'apice della sua grandezza è là!
Ma troppa amarezza le aveva lasciato nell'animo il contegno dei francesi. Uno di questi, il generale Espivent de la Villeboisnet, arrivò persino a vedere politici intrighi e insidie nelle cure che la Belgiojoso e le altre dame prodigavano con eguale carità ai feriti francesi come ai feriti italiani. Aveva ragione la principessa di sembrare una _tragique furie_.[131]
XVII.
La Belgiojoso in Oriente e gli arem.
Perquisizioni austriache. — La scoperta d'un cadavere. — Funebri leggende. — La Principessa in Grecia. — Malumori fra i Greci per alcuni articoli della viaggiatrice. — A Costantinopoli e presso Angora. — Negli arem. — Donne d'Oriente. — Nuovi viaggi della Principessa e peripezie notturne. — Gerusalemme. — Un servo tenta d'assassinare la Principessa. — Le ferite. — Lavori d'ago. — Scritti della Principessa nella _Revue des Deux Mondes_. — Suoi nuovi libri.
Cristina Belgiojoso, lasciata l'Italia, viaggiava verso l'Oriente per fuggire le persecuzioni del Governo austriaco, inferocito contro i patrizii milanesi che s'erano messi a capo della rivoluzione.
L'11 dicembre del 1848, il maresciallo Radetzky sottopose a “contribuzione straordinaria„ tutti coloro che avean guidata la rivoluzione di Milano o che vi aveano cooperato “con mezzi materiali od intellettuali„. Gravi contribuzioni di denaro: l'Austria, dissanguata dalla guerra, ne aveva, infatti, bisogno!... E, poichè Cristina Belgiojoso non si trovava a Milano per contar sulle palme degli esattori le somme volute, il Governo austriaco se ne rifece, appropriandosi in larga misura le fortune di lei; vale a dire in corrispondenza delle 800,000 lire inflittele quale tassa.
E cominciarono da parte della polizia accanite perquisizioni nei palazzi, nelle case, nelle ville, nelle botteghe, persino nelle chiese: si sospettava che vi fossero celate polveri ed armi. E la polizia irruppe anche nella villa della principessa Belgiojoso a Locate; villa ch'era custodita da un ottimo famiglio. I poliziotti frugarono dappertutto, non trovando ciò che speravano: ma, nell'aprire un armadio, ecco vedono là, dentro, il cadavere d'un uomo vestito di nero....
Essi immaginano subito un delitto. Afferrano pei polsi il famiglio, e lo tempestano di domande, supponendolo colpevole d'un assassinio. Il poveretto è in preda a spavento indescrivibile: egli è mortalmente atterrito vedendo quel cadavere, dinanzi al quale le guardie lo tengon fermo perch'egli non insista nei dinieghi al cospetto della vittima sua. Ma egli non ne sa nulla, proprio nulla: mai avrebbe sospettato che là, dentro quell'armadio della villa, vi fosse un morto.... Come mai egli sarebbe passato senza sgomento tante volte dinanzi quell'armadio chiuso?...
Il poveretto giurava per tutti i santi del cielo, per tutti i troni e le dominazioni, che nulla sapeva.... Ma i poliziotti non gli credevano.
Arrivò gente del borgo, e allora qualcuno esclamò meravigliato:
— Ma questo è il cadavere del signor Gaetano Stelzi, che veniva qui qualche volta!...
— Sì! sì!... del signor Gaetano Stelzi! — borbottò l'arrestato, grandemente sorpreso: — Ora lo riconosco! È lui!...
E altri:
— Come mai? Lo Stelzi?... Ma se lo abbiamo visto seppellire qui, nel cimitero di Locate?...
Il povero servo fu tenuto, intanto, in arresto, e si ricorse al parroco, don Giosuè Brambilla, sacerdote liberale, che godeva di tutta la fiducia della Belgiojoso. Nei registri parrocchiali si leggeva (e si legge ancora) che _Gaetano Stelzi, figlio di Gioachino e di Teresa Regondi, morto a Milano, era stato seppellito nel cimitero di Locate il 19 giugno dell'anno 1848_.
— Eppure, quello è il cadavere del signor Stelzi! — ripetevano, sempre più convinti, i terrazzani. — Non possiamo sbagliare!... È lui!
E altri ancora ansiosi e sempre più stupefatti:
— Ma, allora, chi è sepolto nel cimitero?...
Quel cadavere, d'un uomo altissimo, consunto dalla tisi, con piccoli mustacchi biondi cascanti, era imbalsamato.
Le autorità si recarono al piccolo camposanto di Locate, insieme col dottor Zuffi, e fecero disseppellire la bara, dove, secondo le indicazioni del fossajuolo, doveva esser sepolto Gaetano Stelzi....
La bara vien tolta dalla fossa e portata all'aperto.... La curiosità si dipinge vivissima sui volti degli astanti.... Il feretro viene schiodato con ogni cura, e spalancato.... Ma, invece d'un cadavere, che cosa mai si vede entro la cassa?... Un tronco d'albero!...
Ma come era avvenuto il seppellimento del tronco d'albero? E com'era avvenuto il trasporto del cadavere imbalsamato di Gaetano Stelzi fino a Locate?... Come era stato posto nell'armadio?... E da chi?... Il tronco d'albero andò a finire su un camino, e la povera salma imbalsamata venne seppellita, finalmente, nel posto del tronco!
Nel generale scompiglio del 1848, tutto era possibile. Le verificazioni ufficiali, le vigilanze.... tutto era in balìa degli eventi, del caso.
Quel Gaetano Stelzi era un povero giovane milanese, che lavorava colla Belgiojoso al _Crociato_: era dottore in leggi, colto, gentile di modi e d'ingegno. Consunto da tisi, l'infelice, a soli ventisette anni, spirò a Milano il 16 giugno del '48: spirò d'improvviso, per uno sbocco di sangue, nella casa in via Borgonuovo n. 1531 (ora n. 20), davanti all'esterrefatta principessa, la quale, non volendo che la morte distruggesse rapidamente quel volto, ordinò a un operatore che ne arrestasse per il momento la decomposizione, finchè il cadavere potesse essere sepolto; e quell'operatore, illudendosi di eseguir cosa ancor più gradita alla principessa, lo imbalsamò addirittura!... L'operatore non fu Paolo Gorini di Lodi, come si disse. Povero Paolo Gorini, che mi raccontava un giorno commosso quanta gratitudine egli serbasse alla Belgiojoso, perchè ella lo avea fatto andare a Parigi e ajutato con denaro per le ricerche ch'egli tentava sulle imbalsamazioni, per il suo forno crematorio, per la sua teoria dei vulcani!... Povero e buon Gorini! Emunto, pallido alchimista del medio evo, slanciato dalla capricciosa Natura in pieno secolo decimonono!... Egli era proprio innocente dell'imbalsamazione del dottor Gaetano Stelzi!...
Sul fatto, non è possibile fissare alcuna affermazione, perchè mancano precisi documenti. La storia ci racconta di Giovanna la pazza, che viaggiava col feretro dell'adorato marito, Filippo il Bello; ma la sventurata era demente!... La principessa, benchè scossa da terribile affezione nervosa, acuita in quella sua febbril vita d'agitazioni politiche, non era certo una demente. Si aggiunga ch'ella aveva orrore della morte; aveva terrore degli spettri; i racconti di fantasmi le mettevano i brividi; per paura che le comparissero le ombre dei morti, dormiva sempre con molti lumi accesi nella camera, o meglio, di notte, non dormiva, potendo far proprio il verso del Leopardi:
Per assidui terrori io vigilava.
È quindi inverosimile ch'ella si tenesse per più settimane il cadavere imbalsamato del misero Stelzi in casa (come si disse); e che, partendo ella da Milano, lo facesse clandestinamente trasportare a Locate, nella propria villa, coll'ordine che fosse chiuso a chiave in un armadio, per poterlo ritrovare a tutto agio al suo ritorno dall'Oriente; è inverosimile ch'ella stessa abbia ordinato di seppellire un tronco d'albero in luogo della salma dell'infelice degno di tanta pietà; perchè ricorrere a sì lugubre e turpe commedia, a tal profanazione d'un luogo sacro, ella che abborriva dagl'ignobili sotterfugi? ella che nutriva nell'animo sentimenti religiosi?... Certo, il funebre fatto pareva un macabro racconto del- l'Hoffmann, del Poe, della Radcliffe; e le fantasie si sbizzarrirono a ricamarvi su le più truci variazioni, ad aggiungervi frangie.... non di seta.
La principessa parti per l'Oriente colla gentile figliuola Maria, che le era nata il 23 dicembre del 1838 a Parigi. L'accompagnavano pure alcuni clienti, i quali le formavano intorno una specie di guardia del corpo; ma, a poco a poco, si sbandarono per via, e soltanto pochi ebbero la lena di seguirla fino nell'Asia.
La Belgiojoso visitò prima Malta, poi la Grecia. Visitò i luoghi resi sacri dal mito e dalla storia ellenica; ma il suo spirito, sbattuto dalle subite agitazioni politiche, non provò le emozioni che si aspettava. Ella stessa lo dice nel grosso libro _Asie Mineure et Syri_e.[132] Confessa che ad Atene e a Maratona provò, con suo rammarico, l'identica delusione provata a Roma. Ella non s'accendeva d'entusiasmi per le memorie grandiose; le vestigia del passato glorioso la lasciavano fredda; eppure, anche agli spiriti angusti quelle memorie, quelle vestigia parlano un'alta parola!... Quando la principessa si trovò sul piano di Maratona, pensò forse che, in greco, questo nome significa “campo di finocchi„ e oscurò così, col nome ridicolo, la cosa sublime?... Certo non pensò alla gloria degli Ateniesi e dei Plateesi trionfatori dei Persiani in una battaglia immortale. Ella scrive:
“Je me souviens encore d'avoir envié dans la plaine de Marathon l'émotion que le souvenir de Thémistocle éveilla chez un de mes compagnons de voyage. Cet homme, lettré et intelligent, avait pourtant l'esprit plus positif que poétique. Je vis une larme rouler sur ses joues; et pour moi, je l'avoue à ma honte, tout ce que je pus noter en visitant Marathon, c'est qu'il faisait bien chaud ce jour-là.„[133]
Dei Greci moderni, la principessa non riportò liete impressioni, e, sincerissima qual'era fino al punto di manifestare la verità, tutta la verità, anche se sapeva che altri eran pronti a punirla del suo coraggio, mandò al _National_ di Parigi articoli che ai discendenti di Temistocle e di Botzaris non parvero certo corone d'alloro. A lei dispiaceva che quella Grecia, la quale avea dato, nel 1821, per la prima l'esempio di una sollevazione generale contro la tirannide, sostenendo per nove anni la più eroica resistenza, non avesse, nel concorde sollevamento europeo del '48, offerto la propria spada o espresso almeno efficaci simpatie per popoli che aspiravano a dignità, a indipendenza. L'esule italiana ricordava quali umiliazioni, quali amarezze i Greci aveano inflitto al nobile Santorre di Santarosa e ad altri italiani, accorsi con lord Byron a difenderli: perciò, scrivendo, non misurava i colpi e le parole. Ell'accusava anche gl'italiani di non aver fatto di più, ben più, per la patria: biasimava i romani, perchè erano rimasti a guardare tranquilli, indifferenti, i fratelli d'altre provincie italiane che morivano per Roma.
Ne successe un pandemonio. I giornali d'Atene (specialmente il _Courrier d'Athènes_) scagliarono sulla viaggiatrice italiana ogni sorta di vituperii. Un Francesco Gherardi scriveva, il 18 ottobre del 1850, al buon Pietro Vieusseux a Firenze una lettera in cui parla appunto di quell'esasperazione:
“Non ho parole per esprimere l'esasperazione che hanno prodotto fra i Greci quelle lettere della Belgiojoso al _National_ di Parigi; e di tale esasperazione si risentono tutt'i greci, che hanno parlato della Belgiojoso con molta vivacità; e non è stata risparmiata neppure dai giornali più moderati. Vi spedisco uno di tali giornali, nel quale troverete la protesta di questa emigrazione, tradotta in greco. Il direttore di quel giornale era amico della principessa; nondimeno, vi ha scritta una nota per essa poco lusinghiera; figuratevi cosa hanno scritto quelli che non le erano amici! Col futuro corriere ordinario, vi manderò altri giornali greci che trattano di questo doloroso argomento. Gli amici della Belgiojoso devono consigliarla a ritrattarsi; altrimenti, anche per le cose dette sui romani, è una donna perduta nell'opinione di tutti.„[134]
Immaginarsi se una principessa Belgiojoso poteva turbarsi dinanzi a una bufera! Immaginarsi se Pallade Minerva si sarebbe ritrattata! Ci par di vederla freddamente sorridere, e continuare il suo viaggio verso Costantinopoli....
E la principessa lascia colla figliuoletta Maria, anche la Grecia, per l'Oriente asiatico, al quale si sente attratta da costumi diversi, ma più da un bisogno di raccoglimento, dopo tante prove tumultuose. Ella sbarca a Costantinopoli. Da Costantinopoli passa nell'Asia Minore, e sceglie a propria fissa dimora la valle di Ciaq-Maq-Oglou, che vuol dire “figlio della pietra da fucile„ lontana alcune giornate dalla città d'Angora, sì famosa per le capre, pei conigli, pei gatti. Ed ivi la principessa acquista subito un latifondo, un _ciflik_ (come dicono là) collo scopo di trarne dovizie.
Ella spiega le sue proprie speculazioni in una lettera bella ed espansiva alla marchesa Luigia Visconti d'Aragona, nata Monticelli; la parente da lei sempre amata, sposa del fratellastro suo, marchese Alberto. In quella lettera, Cristina sospira al lontano Oleggio Castello, presso il suo maestoso, dolce Lago Maggiore; vi sospira, con rimpianto d'esule....
“_Ciaq-Mag-Oglou. (Asia Minore)_ “_13 agosto 1851._
“_Cara Gigia,_
Mi tengo fortunata che Alberto possieda una compagna più di lui attiva e dotata di più salda memoria; chè, altrimenti, dovrei rinunziare ad avere sue e tue nuove. Ti ringrazio, dunque, e ben di cuore, per la tua letterina.
“I particolari che mi dài delle tue gite ad Oleggio Castello mi hanno fatto battere il cuore; e s'io potessi prendere ad imprestito le ali di una delle rondinelle che annidano nella mia casa, non tarderei a farti una visitina in quel delizioso e, per me, prediletto soggiorno.
“Chi sa? Forse Dio mi tiene in serbo una vecchiaja più quieta e più serena che nol fu la mia gioventù, e se le forze mi si mantengono, se posso ridurre questo mio sito in modo che la mia presenza più non sia necessaria onde fargli produrre i frutti promessi, non tarderò a rivedere l'Europa, e il primo luogo ove pianterò per un poco la mia tenda (se lo _statu quo_ d'Europa persiste) sarà Oleggio Castello. Di' ad Alberto che reclamo dalla sua ospitalità un pajo di camerette in cui io possa contemplare il Lago Maggiore. Ma non debbo fermarmi su tali pensieri che mettono in pericolo la mia pazienza e la mia rassegnazione. Di me e dei miei progetti non ti ho ancora parlato, sebbene tu mi esprima il desiderio di conoscerli. Ti dirò, dunque, che ridotta come sono a mal partito pecuniario, pei tanti sacrifizii, per le multe, le imposizioni, tasse, ecc., ho creduto di dovere approfittare di una circostanza, che mi offriva per l'avvenire, o piuttosto offriva a Maria qualche probabilità di fortuna. Ho dunque comperato per _cinquemila_ franchi una tenuta che in Europa sarebbe un ducato. Buona terra fertilissima, parte in pianura, parte in colli, in monti, irrigate da un fiume e da varii canali. Le compere dei bestiami, degli strumenti di lavoro, la costruzione d'una casa, di stalle, granaj, pagliaj, ecc., mi costarono un poco più che la terra stessa; ma è quasi un anno ch'io sto qui, e fra gli acquisti, la mano d'opera e il mantenimento d'una numerosa famiglia, non ho speso ancora 20 000 franchi. Vedi, adunque, che la spesa è minima. Quanto all'entrata che spero trarre da questa possessione, non so perchè sarebbe molto inferiore a quanto ne trarrei se situata in Europa; poichè da qui a Costantinopoli le mercanzie sono trasportate con poca spesa in quattro o cinque giorni, ed a Costantinopoli tutt'i generi si vendono come in Europa. Ho, per esempio, delle vostre risaje; e il riso costa qui circa come a Milano. Io non penso ora che a coltivare la valle; ma se, col tempo, riesco a coprire di viti i miei colli, il profitto può essere immenso.
“Per realizzare, però, queste belle speranze, conviene ch'io qui rimanga almeno sino a che ho trovato una persona sicura da mettere alla direzione di questi lavori. Ma come meglio impiegare gli anni dell'esilio, che a preparare a mia figlia una fonte di futuro benessere?... Io mi felicito, dunque, della risoluzione da me abbracciata; e spero che i miei sacrifizii non rimarranno senza frutto.
“Maria, intanto, se la gode. Il vederla così robusta e così felice, è per me di somma consolazione. Essa si ricorda di te con affetto, mi chiede spesso tue nuove e di suo zio, e vuole esserti rammentata.
“Siccome il pensare alla felicità di chi amo forma uno dei principali miei conforti, così vorrei sapere se le conseguenze delle passate agitazioni sono svanite.... Ricorditi di me, dammi tue nuove il più sovente che puoi, e credimi sempre tua
“aff.ma sorella CRISTINA.„[135]
Abbiamo detto che quel podere, laggiù, si chiamava _ciflik_. In Turchia, come in Albania, _ciflik_ significa villaggio con un latifondo. Chi lo possiede deve oggi pagare fior di tasse al governo ottomano. E alcune, allora, ne furono inflitte alla principessa. Ella veniva, però, a patti coi capi turchi, contrattava sulle imposizioni, e arrivava a riduzioni notevoli, pagando peraltro, a quei signori dal fez, laute mancie, prezzo della loro accondiscendenza.
I parenti tentarono più volte di mandar soccorsi di denaro alla principessa; ma inutilmente! Il denaro si smarriva per via o finiva nelle saccoccie turche!
Mentre la principessa attende a' proprii interessi agricoli nel nuovo possedimento, pensa al paese che si estende al di là delle sue terre; e imprende colla figlia Maria un viaggio pittoresco, ma non scevro di pericoli.
È il gennajo del 1852. La principessa parte dall'Anatolia, e, con marcie faticose, a cavallo, interrotte da fermate più penose ancora, arriva a Gerusalemme nella primavera.
In Siria (che non le pare rassomigliante alla Siria dei libri) penetra negli arem e li descrive.... Ma, prima, traccia la storia guerresca della vallata, dove dimora, detta _Ciaq-Maq-Oglou_; e da quella vallata, preceduta da una scorta a cavallo, esce per entrare nella vita nomade. Il borgo più vicino alla sua casa si chiama _Verandcheir_, che vuol dire “città distrutta„; e ricorda eventi luttuosi. La principessa è accompagnata, nel viaggio, da un cavaliere indigeno d'aspetto fiero e selvaggio, il cui ricco costume (turbante verde, mantello bianco di lana tessuta in argento) contrasta colla sua miseria.
L'ospitalità nell'Oriente, com'è noto, è sacra. Un mussulmano non si consolerà mai d'aver mancato alle leggi dell'ospitalità, perchè il _muzafir_ (ospite) è un “inviato da Dio„. Ma.... c'è un _ma_, assai poco consolante. Il padrone della casa vi colma di cortesie; _ma_ se voi non gliele pagate venti volte almeno, egli aspetta che voi siate fuori dalla sua casa e che, per conseguenza, deponiate il sacro titolo di _muzafir_, e vi butta addosso delle pietre.
Così racconta la principessa, che riconosce, peraltro, come vi sieno turchi dal cuore semplice, buono, e alieni dalle pietre. Un vecchio _mufti_ di Tcherkess è del bel numer'uno. Ella ne è ospite. Così ella può osservare ben davvicino l'arem di lui, pieno di donne, di tenebre, di confusione, di miasmi, di fumo. Donne e ragazzi, inquieti come scimmie, si mescolano sui divani distribuiti attorno; e le stesse serve nere (una folla!), quando sono stanche dal lavoro, si lasciano cadere vicino, se non addosso, alle padrone, sui sofà stracciati e bisunti. Il vecchio mufti di Tcherkess, non ostante i suoi novant'anni venerabili (e ne dimostra sessanta appena), possiede parecchie donne, la più vecchia delle quali ha trent'anni; e ha figliuoli di tutte le età, dal bamboccio di sei mesi al vecchio di sessant'anni suonati. Di chi sarà quel bamboccio?
Gli specchi nell'arem sono oggetti rari; perciò le donne si acconciano consigliandosi l'una coll'altra; ma poichè le gelosie e le rivalità non possono mancare nello stesso gineceo, i reciproci consigli riescono malignamente falsi; e le acconciature, le pitture dei volti ne risentono, presentando gli spettacoli più grotteschi e più orribili. Sì, pitture; perchè le recluse dell'arem si dipingono disperatamente il viso; si stendono il rosso sulle labbra, sulle guancie, sul naso, sulla fronte, sul mento; e il bianco dove tocca tocca, quale riempitivo; e l'azzurro attorno agli occhi, e sotto il naso. E siccome credono che la bellezza della donna consista nel grand'arco delle sopracciglia enormi, se le dipingono di nero, cominciando dalla radice del naso e terminando alle tempie.
Non vi sono specchi, e non vi sono vetri. Le finestre, in luogo di vetri, hanno carta oliata; ma dove persino la carta è oggetto di lusso, le finestre sono addirittura soppresse; la luce penetra nell'arem dal camino, che non oltrepassa l'altezza del tetto, ed è molto largo, come quelli delle nostre vecchie case di campagna.
Con questi lieti colori la principessa descrive gli arem, nel principio del suo libro; così suscita l'interesse con arte d'abile autrice.
Ma non sempre ella riesce a interessare vivamente il lettore. Il suo stile procede troppo misurato. Nelle sue frasi risplende di rado un raggio della gran luce d'Oriente che avvolge la sua fantastica figura a cavallo. Poich'ella è una cavalcatrice imperterrita, una domatrice di cavalli.
Un'altra viaggiatrice della Siria, l'inglese lady Ester Stanhope (colei che, per qualche tempo, lavorò quale segretaria di suo zio Guglielmo Pitt e figurò ospite amabile e dignitosa nei ricevimenti politici di lui, a Londra), era intrepida domatrice di cavalli, come l'Ettore di Omero; ma superava ella la principessa lombarda, allevata fra cavalcatori passionati ed eleganti?
La principessa ama il cavallo e lo studia. Nel capitolo _Les montagnes du Giaour_, descrive il mare di Siria con un nitore di frase che ci ricorda l'autore della _Vie de Jésus_; descrive i cavalli che trottano giocondi lungo la spiaggia. È un quadro fresco e delizioso.
La Belgiojoso s'inoltra nell'Oriente, e lo ama; ma, portata dal suo spirito pratico d'osservazione, considera nell'Oriente le cose tangibili, non certo i sogni aerei. Così, ad Angora, ferma l'attenzione sulle capre dal pelo di seta, sui bufali, che altrove irrompon selvaggi, ed ivi dimoran miti al pari dei buoi; sugli sciacalli che vengono a bere, come arcadi innamorati, il latte sotto la vostra tenda.... La principessa cavalca e cavalca giornate intiere: viaggia nel fango, qualche volta nella neve, fra montagne tagliate a picco. Passa la notte in poveri villaggi, sempre colla figliuola Maria.
Ed eccola in un villaggio _fellah_, e in un altro arem; ma, prima, una torma di donne e di bambini viene a incontrarla sulla via per presentarle omaggi come a una regina.
Un altro arem, adunque?... Diciamo pure: molti altri. Poichè v'è l'arem del povero, quello della classe media, quello del riccone; l'arem della provincia e l'arem della capitale; quello della campagna, e quello della città; l'arem del giovane e del vecchio; del mussulmano pio che rimpiange l'antico regime, e del mussulmano scettico, amante di riforme e portante _redingote_. Ciascuno di questi arem ha il suo carattere, e la principessa lo studia. È raro che il contadino sposi più donne. In generale, sono poligami soltanto i contadini, i quali, nella loro prima giovinezza, hanno sposato qualche vecchia che possedeva alcuni beni....
La principessa studia la famiglia turca, il cui scopo è d'avere il più gran numero di figli, e stabilisce un confronto fra la donna georgiana e la circassa: la prima è capace di tradire il suo signore, l'altra è capace di farlo morire di noja; ma sono belle tutt'e due.