La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato
Part 2
A mon passage à Milan, un grand peuple réveillé ouvrait un moment les yeux. L'Italie sortait de son sommeil, et se souvenait de son génie comme d'un rêve divin: utile à notre pays renaissant, elle apportait dans la mesquinerie de notre pauvreté la grandeur de la nature transalpine, nourrie qu'elle était, cette Ausonie, aux chefs-d'œuvre des arts et dans les hautes réminiscences d'une patrie fameuse. L'Autriche est venue; elle a remis son manteau de plomb sur les Italiens; elle les a forcés à regagner leur cercueil. Rome est rentrée dans ses ruines, Venise dans sa mer. Venise s'est affaissée en embellissant le ciel de son dernier sourire; elle s'est couchée charmante dans ses flots, comme un astre qui ne doit plus se lever.[3]
E contro questa morte imposta dall'Austria, lottarono i magnanimi del 1821, lottò il padrigno di Cristina, lottò pertinace, invitta, la stessa Cristina allorchè, più tardi, divenne principessa di Belgiojoso.
— Voglio sudditi devoti, non sapienti, — disse Francesco I allorchè visitò l'Università di Pavia dove Ugo Foscolo avea fatto risuonare la liberale sua voce. E il monarca austriaco non poteva dir frase più adatta per ridestare tutto un movimento, una diffusione di mutuo sapere.
Alla polizia austriaca di Milano, che vegliava sopratutto sugli alti papaveri, non isfuggivano le inclinazioni del giovane Visconti d'Aragona: e, quando scoperse la trama del Carbonari, lo ricercò per arrestarlo. La moglie di lui è sul punto di salire in carrozza per la solita passeggiata sul Corso, quando vengono ad avvertirla che la polizia sta eseguendo perquisizioni nelle case degli amici del marito, e che il conte Porro Lambertenghi è in carcere, e altri arresti sono imminenti. Coraggiosa e tranquilla, ella ordina al cocchiere di volare a galoppo ad Àffori, dove arriva immediatamente: penetra in una casa che il marito ivi possiede: entra nella stanza che serve agli studii di lui: brucia in fretta e in furia, nel camino, tutte le carte che le càpitano sotto mano. Quando giungono i poliziotti col bieco Bolza alla testa, il camino fuma ancora; ma le carie incriminabili sono distrutte.
Il Visconti d'Aragona non arrivò in tempo di fuggire come Giovanni Berchet, come il marchese Giuseppe Arconati-Visconti, come Giuseppe Pecchio, Giovanni Arrivabene, Benigno Bossi e il conte Luigi Porro. Fu arrestato, ad Àffori. La moglie svenne.
Il Visconti d'Aragona fu sottoposto a interrogatorii dalla Commissione speciale di Milano per “delitto d'alto tradimento„.
Per ottenere la liberazione del marito, la moglie corse a Verona, nella qual città erano radunati per il famoso congresso i sovrani della Santa Alleanza. La bella marchesa si gettò ai piedi dell'imperatore Francesco I, che le disse buone parole. Per fortuna, le “prove legali„ mancavano, e il prigioniero fu dichiarato libero con la stessa sentenza che condannava alla morte il conte Confalonieri e altri patrioti del 1821.
Il marchese Visconti d'Aragona si comportò assai nobilmente nel processo. Lo rilevo da' suoi stessi interrogatorii, negli atti originali de' processi del '21, custoditi negli archivii segreti di Stato lombardi a Milano. Secondo l'iniqua procedura penale d'allora, agli imputati non erano concessi avvocati. Dovevano difendersi da sè. Gli inquisitori adoperavano ogni mezzo per istrappare la verità dalle labbra degli accusati. Quasi tutti ignari delle leggi, affraliti dal carcere, spesso dai digiuni, e sgomenti nell'incertezza, e fra oscure o aperte minaccie, eran facile preda.
Il giovane Gaetano De Castiglia, ingenuo, dolcissimo spirito, che, per suggerimento del conte Federico Confalonieri, s'era presentato al piemontese generai San Marzano e al principe di Carignano, Carlo Alberto, affine di determinarli a invadere colle armi la Lombardia, scacciarne gli Austriaci, e fondarvi la Costituzione, raccontò (chi sa con quali arti costretto) nel suo interrogatorio davanti alla Commissione speciale presieduta dall'astuto criminalista Salvotti, trentino, che gli pareva il marchese Visconti d'Aragona fosse uno dei loro, uno dei _federati_!... Questo bastò perchè il Visconti d'Aragona venisse arrestato e chiuso nella “Casa di Correzione„ a Porta Nuova, dove non gli mancarono, per altro, riguardi, da parte di Alessandro Pajna direttore di quel carcere, del cappellano Felice Maria Meloni e dello stesso Salvotti; il quale, perfetto nelle forme, non si presentava mai nel carcere degl'imputati politici senza levarsi il cappello e tenerlo rispettosamente in mano durante la conversazione; ma poi li condannava alla forca o allo Spielberg. Esecrabile, esecratissimo.
I verbali politici dell'Austria contro i cospiratori italiani si presentano con una regolarità di forme giuridiche impeccabili. Da una parte del foglio, è scritta l'interrogazione all'imputato, precisa, senza apparente suggestione: dall'altra parte, è scritta la risposta di lui; sovente è dettata da lui stesso; sempre è da lui firmata.
Il marchese Visconti d'Aragona difese dignitosamente se stesso, e non tradì alcuno. Disse solo che Silvio Pellico, alla mensa del conte Luigi Porro (de' cui figliuoli era istitutore) pronunciava talvolta frasi irreligiose. L'autore delle _Mie prigioni_ inclinava, allora, alle beffe volteriane. Ma la sventura innalzò quell'animo alla fede: il lungo martirio nello Spielberg tramutò il suo fremito in rassegnazione. Poteva ben odiare ei che trascinava le catene per avere amata la patria; poteva odiare, e compatì; poteva minacciare vendetta; e volle perdonare ai proprii carnefici.
Rilasciato libero per “difetto di prove legali„ dopo tre anni di carcere, il marchese Visconti d'Aragona tornò all'utile vita di prima: soccorrere gl'infelici, ajutare nuovi tentativi d'industrie, conversare coi migliori su alte cose. Il _Conciliatore_ era stato soppresso dall'Austria; ma lo spirito del generoso giornale aleggiava invitto nel cuore degli uomini come il Visconti d'Aragona.
Tale l'uomo, che la sorte diede padrigno a Cristina. Rimasta orfana del padre a soli quattr'anni, ella crebbe in casa Visconti d'Aragona; e pei Visconti alimentò gli affetti domestici.
Le cospirazioni, le prigionie, le fughe, le condanne atroci de' liberali, ecco i tristi spettacoli che sfilarono dinanzi alla sua mente fanciulla. Le ansie, le lacrime della madre per il marito incarcerato, la prigionia del padrigno non le suscitarono certamente affetto per l'Austria.
Intorno a Cristina, crescevano quattro fratelli, nati dal Visconti d'Aragona: Alberto, Teresa, Virginia e Giulia. Alberto, gentiluomo aristocratico inflessibile, appassionato pei costumi dell'alta società inglese, appassionato pei cavalli, amico di Massimo d'Azeglio, nemico della Corte austriaca, era amato dalla sorella Cristina con quell'affetto fraterno, confidente, che riempie tanti vuoti del cuore.
E la madre, sempre tutta grazie e sorriso, continuava intanto le belle serate musicali.
Vincenzo Bellini, biondo, roseo, timido giovanetto, divenuto d'un tratto celebre col _Pirata_ alla Scala, frequentava quella casa, tentando d'eseguire sul cembalo le melodie soavi da lui create: dico tentando, perchè la soggezione gli legava le mani. Vedendo l'impaccio del giovane, la marchesa si metteva ella al cembalo, e interpretava a prima vista la musica di quel genio gentile, che gioiva nell'udirla.
L'entusiasmo pei maestri e pei cantanti prorompeva allora con impeti clamorosi; e gli uni e gli altri ben lo meritavano per la loro eccellenza. Le difficili comunicazioni, i radi rapporti fra stato e stato, fra provincia e provincia, persino fra città e città, circoscrivevano la vita; ma la musica, lo spettacolo teatrale allietavano quella cerchia ristretta, l'allargavano, quasi, colla luce del genio. La musica parlava ai cuori un idioma comune, e li univa, li affratellava in una calda affinità di nobili sentimenti; e ben presto li accese di patriotiche speranze. Quanti cospiratori sfogarono nell'entusiasmo musicale la febbre occulta di patria che li agitava! E un infaticabile osservatore, un originalissimo poeta tedesco, Enrico Heine, al teatro alla Scala di Milano li notò. L'autore dei _Reisebilder_, venendo a Milano non ammira solo al chiaror di luna il Duomo, che gli sembra capolavoro grandioso e gentile ad un tempo, un incantevole “giocattolo pei bambini d'un gigante„, non solo ammira, per le vie, in più d'una donna leggiadra “quel mento aguzzo che alla signora della scuola lombarda dà un'aria sentimentale„, com'egli narra appunto nei _Reisebilder_, così lampeggianti d'impressioni e d'immagini; egli, anche, trova “pallidi visi italiani con la mestizia nel bianco degli occhi e una dolorosa tenerezza sulle labbra„. E racconta una scena del teatro alla Scala, passata fra un inglese e un italiano:
Noi avevamo assistito alla rappresentazione d'un'opera nuova alla Scala e al baccano infernale che si fa in simili occasioni. — Voi altri Italiani, disse l'Inglese all'uomo pallido, sembrate morti a ogni cosa, tranne per la musica, che sola ha ancor la potenza di scuotervi. — Voi ci fate torto, rispose l'uomo pallido, scrollando le spalle. Ahimè! (egli soggiunse con un sospiro) l'Italia siede elegiacamente sognando sulle sue ruine, e se talvolta si desta e balza con impeto alla melodia di qualche canto, il suo entusiasmo non è per il canto in sè stesso, ma per i ricordi e i sentimenti del passato, che quel canto ha evocati, che l'Italia custodisce sempre nel suo cuore, e che allora traboccano tumultuosamente. Ecco il significato del gran baccano che avete sentito alla Scala.[4]
Un popolo che possedeva quelle melodie; un popolo che ardeva così d'entusiasmo, non era morto: si preparava a risorgere. E Cristina Trivulzio voleva essere l'angelo della rivoluzione, accanto al bellissimo principe Emilio Belgiojoso, _le prince charmant_.
II.
I Belgiojoso. Nozze, separazione e fuga della Principessa.
Emilio Belgiojoso, il poeta Berchet e Gioachino Rossini. — Il supposto “giovin signore„ del _Giorno_. — Nozze fastose nella chiesa di San Fedele. — Mode. — La principessa sposa a Merate. — Gentildonne cospiratrici. — I principi Belgiojoso profughi in Svizzera. — Le spie. — Gherminelle contro il Governo austriaco. — Ricordi d'un ballo in costume in casa Batthyány a Milano. — Un “Pietro Aretino„; chi era?..
Passiamo un momento ad un borgo nella provincia di Pavia, fra l'Olona e il Po: a Belgiojoso. Fu là che, dopo la sconfitta di Pavia nel 24 febbrajo del 1525, lo spensierato, cavalleresco Francesco I re di Francia si ritrasse, prigioniero di Carlo V, per passare poi alla _Cervara_, nell'incantevole golfo ligure.
La famiglia Belgiojoso, che porta il nome di quel borgo, non ne è originaria. Essa era forte fin dal nono secolo nelle Romagne, dove possedeva, con titolo comitale, fra altri feudi imperiali quello di Barbiano; ed è Barbiano il nome originario dell'illustre famiglia.
Un Carlo Barbiano fu il primo che s'intitolò dal feudo di Belgiojoso; e i due nomi passarono da allora congiunti di secolo in secolo.
Quel Carlo Barbiano non risveglia certo gradito ricordo col nome suo. Fu egli che, inviato da Lodovico il Moro presso il mostruoso Carlo VIII di Francia, indusse costui a calare nel 1494 colle armi in Italia. La famiglia Belgiojoso divenne patrizia milanese sessantadue anni dopo quella ruinosa calata di barbari infetti. Più tardi, ottenne il grandato di Spagna: nel 1769, ottenne il principato: e i suoi principi si denominarono d'allora “principi del Sacro Romano Impero e di Belgiojoso„.
Nel 14 marzo del 1800, nacque da questa famiglia il principe Emilio Belgiojoso, figlio di Lodovico e d'Amalia Canziani, la quale non potea vantare stemmi patrizii.
Bellissimo come un Apollo era il principe Emilio. Affabile, squisito il suo tratto, caustico il suo brio, vaste le sue ricchezze, che profondeva con larghezza spensierata. Era schermitore insuperabile, cavalcatore elegantissimo; ballava con grazia. E la sua voce?... Un incanto. La prima volta che Gioachino Rossini lo ode a Milano, ne rimane rapito; la prima volta che s'avvicina a quel gentiluomo seducente, lo ama. “Ti dirò ciò che mille volte ti ho verbalmente detto e ripetuto: t'amo e t'amerò sempre!„ scriveva più tardi il Rossini al principe da Parigi.[5]
Tutta la famiglia Belgiojoso emergea pel raro talento della musica e per la generosa protezione che accordava a maestri, a cantanti; e costoro l'adulavano, formandole intorno una corte. Pompeo Belgiojoso, chiamato per celia da Gioachino Rossini il _patriarca Pompadour_, spiega così robusta voce di basso che quel grande maestro lo vuole a Bologna per cantare nel suo _Stabat Mater_. Antonio Belgiojoso compone notturni, oratorii, messe, e un'operetta, _La figlia di Domenico_. Suona il violoncello e scrive un breve trattato _Sull'arte del canto_, dove parla della “fioritura e del trillo„ — della “timidezza o peritanza„ del “canto di sorpresa ch'è proprio delle opere buffe (egli dice) e s'appoggia interamente sulla agilità.„
Un balsamo soave è l'armonia Sul dolor della vita, e l'infelice Mentre l'aura ne bee consolatrice Tutti gli affanni oblia;
esclamava, nella _Virtù del canto_, il melodioso Andrea Maffei, che facea parte di quella società canora, ed era amico del principe.
Emilio Belgiojoso non voleva che si ripetesse quanto Ugo Foscolo avea detto e che mille pappagalli ripetevano: che il _giovin signore_, l'effeminato eroe del _Giorno_ di Giuseppe Parini, fosse il principe Alberico di Belgiojoso, suo nonno. Non era vero, e neppur verosimile. Nelle vene del principe Alberico scorrea il sangue bellicoso degli avi. Non avea egli preso parte alla “guerra dei sette anni„? Non si trovò alla battaglia di Rosbach? E per il suo valore non venne promosso generale?... Era soldato, e amava i soldati; tanto che un decreto imperiale gli affidò il comando del presidio militare di Milano; comando che teneva ancora quando uscì la prima parte del _Giorno_: il _Mattino_.
Giuseppe Parini fece come gli artefici squisiti della bellezza, che scelgono le leggiadrie di più donne per una Venere sola: egli riunì più giovani signori in un giovine solo.... ed esagerò con arte poetica sovrana. La satira esagera sempre.
Poichè a Emilio Belgiojoso dava noja la sempiterna ripetizione della fola di Ugo Foscolo,[6] volle, quale _errata-corrige_ (nel 1826), che la piccola casa attigua al palazzo Belgiojoso nella piazza dello stesso nome a Milano fosse con disegni dell'architetto Gioachino Crivelli consacrata al Parini: e v'appose, sulla facciata, tanto di busto del grande poeta da lui ammirato.
Il principe Emilio inclinava, veramente, in quel tempo, ai busti, alle lapidi. La bella e infelice marchesa Bellisomi di Pavia, sposata ad un imbecille, fu disperatamente amata da un Jacopo Ortis lombardo che, in un triste giorno, si fece saltar le cervella nel bosco della villa Belgiojoso presso Pavia. “Al principe Emilio Belgiojoso (racconta non senza malizia Tullio Dandolo nei _Ricordi_) il fatto romantico parve così buona ventura pel suo parco, che lo ha eternato con una lapide commemorativa in riva ad uno stagno pittoricamente circondato di salici piangenti. Questa tragedia, omai antica, stata clamorosissima, tinse in nero la vita della marchesa, n'esaltò la immaginazione, e la trasse ad un vivere segregato e a quel sentire originale che trapela dalle sue lettere.„
Ma nella vicina Pavia, in quella fremebonda università dalla quale erano usciti nel 1821 animosi giovani pronti ad ajutare le armi piemontesi per la vagheggiata liberazione della terra lombarda dalla signoria austriaca, si ripetevano intanto le strofe di Giovanni Berchet, sfuggito per miracolo con precipitosa fuga al processo dei Carbonari e forse allo Spielberg. Nessun poeta italiano, nessuno più del Berchet, versò fuoco nelle vene dei giovani; le sue strofe sono saette contro lo straniero. L'austriaco credeva che Milano, Pavia, Brescia, Mantova, Venezia, da esso occupate, fossero città; ed erano popoli: credeva che la tomba dello Spielberg soffocasse ogni aspirazione italiana; e non s'accorgeva dell'opposto; ma s'accorgeva del Berchet.
Giovanni Berchet era amico di Emilio Belgiojoso; e fu lui, quel fiero poeta delle _Fantasie_, che spronò il giovane principe a cospirare per la libertà della patria. Quando vede il principe immerso ne' piaceri, il Berchet gli manda lettere acerbe di rimprovero; ed è di rimprovero la lettera che gli lancia da Londra, dove il poeta s'è rifugiato. Questa lettera, intercettata dalla polizia austriaca, ora giace negli archivii segreti del Governo Lombardo a Milano.[7] Il Nicolini cantava:
_Perchè tanto sorriso di cielo_ _Sulla terra del vile dolor?_
Perchè obliarsi nelle voluttà sensuali, quando un'altra voluttà, quella delle cospirazioni e de' pericoli, mette brividi nuovi nelle fibre, nell'anima?... Poichè doveva essere ben acre voluttà il cospirare per un ideale sacro, contro una forza che si spiegava tutta contro, co' suoi rigori, co' suoi terrori!... I ritrovi segreti, i colloquii sommessi, i segni di riconoscimento, il linguaggio di convenzione, il carteggio occulto, le fughe, i travestimenti, le veglie, i nascondigli, tutte le audacie, larvate più o meno dall'astuzia, da accorgimenti raffinati, da dissimulazioni, e, nello stesso tempo, il desiderio inquieto, febbrile di propaganda, la smania d'operare, di rompere gl'indugi, di sfolgorare in un tentativo deciso e decisivo, pronti ad ogni pericolo, pronti al castigo, al patibolo.... qual vita, qual vita, che tanti italiani vissero e che furon lieti, superbi d'aver vissuta; soggiogati da quell'ideale, circonfusi, abbagliati da quella luce divina! Oggi quella luce sembra appena un barlume d'incendio remoto; ma allora?... In un popolo, occorre la vita morale. L'assenza della vita morale, l'indifferenza per ciò ch'eleva, è segno di morte.
Il principe Emilio Belgiojoso si gettò alle cospirazioni, e trovò una sorella di fede patriottica in una radiosa bellezza: Cristina Trivulzio. I due giovani, ammirati e invidiati, sembravan venuti al mondo (si diceva) l'uno per l'altro, tanto brillava fra loro l'accordo di pregi singolari. Perchè non dovevano fondere le loro giovinezze, le loro vite?...
Il 15 settembre 1824, nella chiesa di San Fedele a Milano, si celebra una solenne, festosa cerimonia. Il ventiquattrenne principe Emilio si sposa a Cristina Trivulzio, otto anni più giovane di lui. Tutta l'alta società lombarda, venuta dalle ville, vi assiste. Come dice enfatica una delle tante dedicatorie nuziali piovute allora per l'occasione, il sacerdote può ripetere dall'altare: “Ai nomi storici delle vostre illustri famiglie, o Sposi, si scorgono in Voi riunite le ricchezze, la gioventù, l'avvenenza, e due belle anime, con vivace ingegno, nelle più nobili discipline educato. Se la felicità non viene a posarsi in mezzo a Voi, in qual luogo della terra si potrà mai sperare ch'essa discenda?...„[8]
Eppure non discese. Quale errore il matrimonio contratto all'alba della giovinezza, quando la realtà dinanzi agli occhi, velati dall'inesperienza o dal sogno, appare sotto sembianze alterate!... Eppure, una volta, quante spose, sedicenni appena come Cristina Trivulzio, venivan condotte all'altare e avvinte a un destino!
Cristina Belgiojoso-Trivulzio affascinava per la sua bellezza originale. Di statura piuttosto alta, magra, d'un pallore marmoreo: nerissimi i capelli, e grandi gli occhi scuri, pieni di pensiero; quegli occhi che volean dominare; quegli occhi fatali, dove parea nereggiare un dramma misterioso, e che parlavano anche quando tacevan le labbra. Il collo lungo, e affilate le mani, che, stando seduta, ella giungeva in grembo, fra le pieghe della veste. Tale era allora Cristina Belgiojoso; tale fu dipinta dal pittore Vidal a Parigi, e da Francesco Hayez a Milano alcuni anni dopo. Ma ella non era ancora la _grande dam_e; era la _jolie femme,_ con un'espressione però diversa da tutte le altre: non era ancora la romantica _visione_ del celebre quadro del Lehmann.
La madre, per sedare gl'impeti vivaci della meravigliosa figliuola, le avea scelti a maestri due uomini d'idee retrive: Francesco Ambrosoli, cuore umile e perciò umiliato, infaticabile lavoratore; e quel Robustiano Gironi, bibliotecario di Brera, che non può aspirare a un monumento patriottico. Entrambi nemici giurati del romanticismo e dei romantici, sostenevano la necessità delle imitazioni classiche. Con la passione che nutrivano delle frasi proprie, precise, tornarono non inutili certo all'ingegno di Cristina Trivulzio. L'ingegno di lei s'allontanava dal sogno poetico, che arride spesso alla giovinezza: era, invece, preciso: ingegno scientifico. Ma amava la musica.
Sospinta da propria vigoria a larghi orizzonti, ai quali i due precettori non sarebbero arrivati, Cristina Trivulzio alternava le brillanti cavalcate pei viali suburbani con gravi studii; studii superiori alla sua età e al suo sesso gentile. Achille Mauri le fu pure maestro; il Mauri ch'era il rovescio di que' due; spirito aperto alle idee nuove; sognatore d'un'Italia libera e grande. Voleva Cristina invidiar forse gli allori della concittadina sua Maria Gaetana Agnesi, l'illustre matematica? o, almeno, l'altra dotta dama. Clelia del Grillo, moglie a un Borromeo, entrambe ornamento di Milano nel secolo XVIII?... Fatto sta, ch'ella si consacrò agli studii storici, alla filosofia, alle lingue: studiò l'algebra, e un bel giorno volle tentare persino il calcolo sublime.
Nel giorno delle nozze, qualcuno fece correre un infame epigramma contro la sposa. Era l'epigramma d'un adoratore respinto?... di qualcuno fra i compagni di libere cavalcate? Era l'epigramma di qualche bell'imbusto deriso? — deriso dalla pungente ironia onde le belle labbra di Cristina punivano la fatuità e l'insolenza?... Certo era lo sfogo d'un vile. Così, fin nella sua _corbeille de noce_, quella donna singolare trovava le vipere, che dovevano assalirla per tutta la vita, e sulle quali ella passeggiò, sempre altera, sempre impassibile dea.
La folla elegante, che assisteva alle nozze, recava nelle vesti il carattere del tempo. Abbigliamenti sdolcinati per l'uomo: scarpette lievissime che lascian vedere le calze bianche, pantaloni bianchi, panciotto bianco, cravatta bianca, solini a vela bianchi, guanti bianchi: il trionfo del candore. Sulla testa, un cappello a cono rovesciato, detto alla Bolìvar, in omaggio all'emancipatore delle colonie ispano-americane. E le dame doveano sembrar ben deliziose colle loro calze fine, trasparenti, che rivelavano il color roseo del piede nella breve scarpetta! Bianca è la gonna, a campana, tutta pieghe sottili nell'orlo, e stretta alla vita con un cordone. Il cappello è sormontato da piume bianche e legato da un nastro sotto il mento; e l'ala è così larga che un poeta romantico la direbbe l'ala d'un angelo.... L'ala d'alcuni cappellini di raso è tagliata a foggia di cuore. Siamo, infatti, nel tempo in cui il vocabolo “cuore„ è il comun denominatore. Tutte le romanze, sospirate alla spinetta, rimano _cuore_ con _amore_. E si ama!... — Ma si amavano i due principi sposi?
Dopo la cerimonia nuziale, gli sposi andarono a Merate, nella villa dei Belgiojoso. Meglio i rifugii solitarii, in un angolo tranquillo del mondo, che i “viaggi di nozze„ profanatori vulgarissimi dei misteri più delicati e più sacri della vita. Ma quel recesso di Merate sembrava troppo melanconico alla giovane sposa; le pareva un recesso più adatto a recitare il carme dei _Sepolcri_ che l'epitalamio di Catullo. Quella lunga, interminabile, doppia fila di cipressi, che nella villa Belgiojoso, a Merate, sembra il viale d'un sepolcreto di re, non è, infatti, la più amena per accogliere due sposi, appena reduci dall'altare. Mite s'inarca il cielo della Brianza; i colli circostanti si profilano con amabili curve; mandan limpidi riflessi d'oro le frondi all'autunno; ma quella dimora fra i cipressi non è il più ridente paradiso nuziale. Cristina legge lunghe ore sotto gli alberi; non legge, spero, l'epigramma.