La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato

Part 17

Chapter 173,558 wordsPublic domain

Fin dal giugno del 1842, in una visita fatta alla sua indimenticabile Locate, la Belgiojoso avea diramato ai possidenti della Bassa Lombardia una lettera-circolare, tentando di commuovere i loro cuori a pro dei figliuoli minorenni e orfani dei contadini. Ella diceva: “La frequenza dei matrimonj, l'insalubrità dell'aria e le qualità de' lavori fanno sì che gli orfani trovansi in una proporzione assai maggiore qui che altrove. Affidàti alla malsicura custodia di lontani parenti, e qualche volta di estranei, adoperati negl'impieghi più fastidiosi, maltrattati, mal nutriti, male allevati, dessi formano una popolazione inferma e viziosa che consuma oltre il guadagno, e ricade a carico de' padroni o dei fittabili o dei benestanti, diminuendo così la proprietà di cui potrebbero quei paesi godere.„[100]

La Belgiojoso toccava la corda sensibile dell'interesse di tanti proprietarii, per raggiungere lo scopo supremamente benefico, che le arrideva: l'istituzione d'un _orfanotrofio rurale_.

Risposero i possidenti?... Risposero, allora, i felici della terra?... Nessuno.

La principessa, intenerita alle sofferenze di tanti poveri lavoratori della gleba, cominciò coll'istituire nell'inverno del 1845 a Locate uno scaldatojo per quei contadini. La _Gazzetta privilegiata di Milano_ ne rendeva allora conto in un'appendice,[101] ch'è tutta un inno alla benefica signora.

In una sala terrena della villa, trecento contadini s'agglomeravano a scaldarsi, giorno e sera. Così avea disposto la principessa, per toglierli dalle stalle infette. Lo scaldatojo era aperto all'alba e si chiudeva verso la mezzanotte. Persona scelta dalla principessa, faceva ad alta voce letture adatte ai contadini. La benefattrice voleva che, alla sera, tutti pregassero insieme. Così, dalla villa, usciva un mormorìo di preci come da un tempio.

Allo scaldatojo, la Belgiojoso aggiunse la cucina economica; anche questa tutta a sue spese. I contadini vi trovavano ottima e copiosa minestra a mezzodì e alla sera, per dodici centesimi, ridotti poi a dieci soli: il pagamento potevano farlo quando e come volevano; ma i più se ne scordavano volentieri.

“Il pagamento (dice la _Gazzetta privilegiata di Milano_) delle minestre che si somministrano, può farsi giornalmente, in fine d'ogni settimana, od anche in maggior periodo di tempo, o a denaro che si raccolga da persona a ciò delegata o con lavori di determinato prezzo, pei quali si somministrano dalla nobile istitutrice le materie prime, come sarebbe lino da filare, filo da tessere o far calze, tela da cucire, ecc. E notisi che anche i prodotti di questi lavori sono già dall'animo benefico della signora principessa destinati in prevenzione o a far parte delle abbondanti elemosine che per lei si distribuiscono durante il corso dell'anno, o ad essere venduti al puro costo, in occasione di sagre e di altre circostanze, che attirano affluenza di persone da' luoghi circonvicini in paese, nella vista di fornir mezzi anche ai meno bisognosi di provvedersi con minor dispendio degli oggetti di biancheria o di vestiario occorrenti alle loro famiglie.„

Che ne dicono i socialisti d'oggi?... Per una Trivulzio della metà del secolo scorso, non c'è male!... Ell'era acerrima nemica delle beneficenze.... a parole. La principessa Cristina Belgiojoso fondò a Locate una scuola infantile a tutte sue spese: i bambini dai due anni ai sei vi erano accolti, nutriti e vestiti. Sentiva ella un palpito di maternità fra quelle testine bionde, raccolte dalla sua inesauribile beneficenza, dal suo affetto?...

E aprì pure una scuola di lavori femminili per le ragazze, alle quali facea insegnare a leggere, a scrivere, a conteggiare. Si pensi che la principessa facea istruire i giovani di Locate persino nell'algebra, nella geometria e (con più senso pratico) nell'agraria.

Nè qui finivano le filantropiche istituzioni a Locate, ch'era allora, in tutta Italia, il comune più progredito in fatto d'istituzioni per il popolo.

“E qui non si limitano ancora i beneficii (nota il foglio ufficiale di Milano); chè la signora principessa intenta sempre a procurare il benessere di quegli abitanti, ha già dato ordini positivi perchè, cominciando dall'anno corrente, siano di mano in mano ricostrutte e convenientemente adatte le case di sua proprietà, che servono ad uso di abitazione della maggior parte della popolazione, in modo da renderle sane, ben ventilate e capaci a soddisfare a tutt'i bisogni delle famiglie, sceverandole di tutti gl'inconvenienti d'insalubrità e d'immondezze, che derivano dalla male ideata loro costruzione attuale.„

Era vero. A quest'opera, aveva già posto mano l'architetto Maurizio Garavaglia, procuratore generale della principessa.

Nel venerdì santo di quell'anno stesso 1845, le sale della villa Trivulzio di Locate risonavano alle note dello _Stabat Mater_ di Gioachino Rossini, eseguito da fresche voci femminili. Erano le giovanette di Locate che, ivi raccolte, lo cantavano con passione, con ardore religioso, sotto la direzione della principessa, la quale aveva loro insegnato quella musica tutt'altro che facile, impiegando due sole settimane; perciò un poeta del villaggio ne fu rapito, e improvvisò un sonetto che comincia:

Io non credea che d'inesperta voce Trar si potesse mai sublime un canto!

Ed esclama ancora:

Oh, come il core a ognun restò conquiso!

V'ha chi si rammenta ancora di quelle cantatrici: ve n'erano di bellissime: tipi gentili, soavi, delle Madonne di Bernardino Luini. Breve la fronte, e greco il naso finissimo, e gli occhi scuri, ma vivi, un po' a fior di testa, e i capelli cuprei graziosamente ondulati, e scendenti come due bende sulla fronte e fino alle orecchie piccole e rosee. Quei tipi (che a Bernardino Luini servivano a dipingere Madonne, che son dolci Muse incoronate di alloro) vivon tuttora nelle campagne lombarde; ma nelle fatiche dei campi, nella struggente vita dei tugurii, nelle ibride mescolanze della vita moderna, presto appajono adulterati, offesi.... E presto spariranno.

Più tardi, la principessa istituì a Locate una fabbrica di guanti, nella quale molte giovinette erano impiegate. E sempre il pensiero del vantaggio de' poveri! sempre l'idea delle industrie utili, geniali, mulinava in quella mente aperta ad ogni progresso moderno!

La Belgiojoso seguiva, ne' suoi provvedimenti benefici verso i poveri, sopratutto il proprio impulso; pur avea dinanzi l'esempio di altri patrizii milanesi, ed esempii anche in famiglia, che le additavano la via della carità illuminata. Un Trivulzio fondò a Milano l'asilo pei vecchi. La contessa Laura Visconti Ciceri fe' innalzare dalle fondamenta, e dotò, uno spedale femminile aperto nel settembre del 1840. Fin dal 1444, Vitaliano Borromeo aprì una pia casa per distribuire pane e vino ai bisognosi. Gian Ambrogio Melzi fondò, nel 1637, un ospizio per distribuire ai poverelli viveri e vesti.

Se la principessa oggi vivesse, inclinerebbe alle teorie del socialismo?... In una sua lettera che trovo nella Biblioteca Nazionale di Parigi, disgraziatamente senza indirizzo e senza data, ella afferma che “la société organisée telle qu'elle est aujourd'hui, est une protestation éclatante contre la justice de Dieu; protestation qu'il est urgent de faire cesser.„ E la principessa inviava mille franchi per due “azioni„ d'un giornale che a Parigi avrebbe dovuto combattere contro le ingiustizie sociali.[102]

Riguardo a Locate, non va taciuto un opuscolo della Principessa: _Osservazioni sullo stato attuale d'Italia e sul suo avvenire_,[103] al quale rispose un avvocato Felice Borsani coll'altro opuscolo: _Gli affittajuoli della Bassa Lombardia_.[104] Ella, con competenza di proprietaria, con senso pratico, trattava una questione ben viva in quei tempi, nei quali Milano continuava ad arricchirsi coi prodotti agricoli; viva anche oggi, coi presenti scioperi agrarii. Ma chi ricorda quell'opuscolo?... In quelle pagine, che si direbbero scritte da un Melchiorre Gioja, l'autrice accusa severamente gli affittajuoli: li accusa di sfruttare i contadini; di lasciarli in perpetua miseria, arricchendo sè stessi. E gli affittajuoli, feriti, a strillare allora come aquile; a protestare contro la principessa!

Le molte, gravi cure limavano intanto la fibra ammalata della Belgiojoso; la quale potea dire sorridendo: “Che importa?... La fortezza è traballante, ma la guarnigione sta bene; resistiamo!„ Per isvagarsi, interveniva, a Milano, alle veglie festose d'amici patrizii. Una sera, comparve con uno de' suoi fantastici abbigliamenti, a una festa di ballo, che il duca Lodovico Melzi dava nel suo palazzo. Entrò nella gran sala, vestita tutta di bianco, ornata il capo da candide ninfee, che le scendeano intorno al collo, al busto e a tutta la sottile persona, in una spirale: ninfee finte, perfettamente imitate dal vero, colle loro foglie verdi cascanti. Qualcosa di simile dell'abbigliamento di _suora grigia_ che la principessa avea adottato per qualche spettacolo dell'Opéra-Italien a Parigi!

Talvolta, si recava a visitare una carissima parente, cantata da Vittorio Alfieri, ed esaltata da Giuseppe Parini, che l'aveva eletta a Ninfa Egeria, e le leggeva le primizie dei proprii lavori. Era la vecchia e briosissima marchesa Paola Castiglioni-Litta, che nella signoril casa a Porta Orientale (ora Corso Venezia) riceveva ogni giorno un'infinita schiera di nipoti, fra i quali la principessa Belgiojoso. Li riceveva a letto, col suo cuffione bianco, col suo consueto, limpido sorriso. Nata nell'8 settembre del 1751, la marchesa, secondo la sentenza di tanti bravi medici, doveva sparir dalla terra fin da' primi anni della giovinezza; visse invece sino al 1846, alla vigilia dell'insurrezione di Milano: ed ella avea visti i duttili cavalieri serventi del Settecento, ed era intervenuta alle feste della Corte di Luigi XV!... I suoi motti di spirito giravano, come farfalle, per tutt'i palazzi: Giuseppe Parini, l'amico suo, n'era rapito. Nell'ode _Il dono_, il grande poeta parla di quella “fervida mente„ della “copia„ di quell'“ingegno„ di quello spirito arguto, e minia così:

.... spontaneo Lepor tu mesci a i detti, E di gentile aculeo Altrui pungi e diletti, Mal cauto da le insidie Che de' tuoi vezzi la natura ordì....

Napoleone continuava a flagellar Milano di balzelli, di ruberie e, nello stesso tempo, ordinava all'obbediente Eugenio Beauharnais, vicerè d'Italia, d'imbandire sontuose feste di ballo a Corte per abbagliare colle cortesie e col fasto i poveri sudditi spogliati. La marchesa Paola Castiglioni non tardò a rispondere alla gentil viceregina che le porgeva invito ad un ballo:

— Grazie! ma nessuna di noi, signore milanesi, possiamo venire.

— Perchè, o marchesa?

— Perchè non abbiamo più giojelli!

Altri motti di spirito di lei divertivano anche Alessandro Manzoni. Ella pregava così il buon Dio: “O Signore, non fatemi morire in carnevale!„ Negli ultimi anni, era presa da allucinazioni gioconde: le pareva di vedere la Corte di Luigi XV coi cavalieri, colle dame, coi doppieri ardenti, e udiva musiche nuove e liete. In un suo taccuino, annotava: “Fenomeno. Musica da me solo udita, e di notte e di giorno. Ebbe principio nel mese di aprile di questo 1824.„

Quando morì, il suo corpo era quasi centenne; la sua anima avea vent'anni![105]

Ma altre allucinazioni pativa, pur troppo, Cristina Belgiojoso.

Fu a questo tempo che certi turbamenti nervosi della principessa s'accentuarono, colmandola d'angoscie. Le venne presentato un medico dalle brusche maniere, ma dal nitido ingegno, il dottor Paolo Màspero, il quale si occupava di epilessia con speciale competenza. I due volumi di lui sul terribil morbo, oggi sono invecchiati e dimenticati, ma possono attrarre ancora i profani perchè formicolanti di casi curiosi e pietosi, narrati con garbo letterario. Il Màspero era, infatti, della razza geniale del Redi: era medico e poeta. Nel modo stesso che il Monti si servì della versione latina dell'_Iliade_, apprestatagli dal Mustoxidi per compiere la magniloquente traduzione del poema d'Omero (ch'è tanto semplice e ingenuo nel testo!) — il Màspero si servì d'una traduzione letterale dell'_Odissea_, per compierne la versione poetica, la quale, a detta d'Andrea Maffei, gareggiava per nerbo e per eleganza con quella del Monti.

Il Màspero disse alla Belgiojoso:

— Principessa! Se si affida a me, le prometto di migliorare assai le condizioni della sua salute!

— Venite con me allora! Seguitemi dove vo. Così vedrete voi stesso, ad ogni momento, se obbedirò alle vostre prescrizioni. Accettate?...

L'obbedire era un bell'impegno per la Belgiojoso, la quale, anche in fatto di medicina, aveva le sue idee. A ogni modo, ebbe fiducia nel Màspero; e questi lasciò il nativo cielo lombardo per il cielo di Parigi, seguendo la principessa come la sua ombra. Non furono quelli gli anni più lieti per il buon dottore; ma i più istruttivi. Quante volte si trovava imbarazzato, co' suoi modi mezzo rusticani, tra raffinati stranieri! Ma la principessa, delicata, lo toglieva d'impaccio, apprezzando sempre più le gelose prestazioni del medico fedele. Poichè ella si serviva di lui anche per incarichi segreti, come il soccorrere di nascosto poveri esuli italiani. Il dottor Màspero si vedeva trasformato così in elemosiniere. La principessa, a poco a poco, sotto le cure pazienti del Màspero, andò migliorando nella salute. La malattia non le sparve veramente del tutto; anzi certe sue incredibili stranezze delle quali si pascolarono per molto tempo le riunioni degli sfaccendati, altro non erano che nuove morbose manifestazioni di quella malattia tremenda e lagrimevole d'origini oscure.

La principessa ritornò a Parigi con numerose sottoscrizioni raccolte a Milano, e trasformò la _Gazzetta Italiana_ nell'_Ausonio_, dopo d'aver dato (ma per poco) ad essa un altro battesimo: quello di _Rivista Italiana_.

L'_Ausonio_ usciva mensile in un fascicolo compatto, come la _Revue des Deux Mondes_. Lo scopo del periodico era di rivelare meglio l'Italia, mostrandola degna di libertà, di risorgimento. Fresca delle impressioni della Lombardia, la principessa dipinse nella rivista un quadro sui contadini della Bassa Lombardia, e un altro sui contadini dell'Alta: suo dolente ritornello! Fra gli affittajuoli e i contadini della Bassa Lombardia, la scrittrice stabilisce un confronto che tocca il cuore:

“Sebbene l'affittajuolo sia come il popolo d'Italia tutto ardente nella fede cristiana, ed attaccatissimo al culto della Chiesa, pure non si può dire che v'abbia in esso carità nessuna. L'animo di lui non è propriamente cattivo, imperocchè, quando potesse far del bene al misero, senza nuocere a sè, e senza darsi noja, il farebbe. Ma non alligna in quel cuore neppure una favilla di quell'amore per l'umanità che si rivela, quando esiste, da ogni atto ed ogni motto. Non ode il contadino fuorchè rimproveri, insulti, improperii, maledizioni, e sommesso in faccia all'affittajuolo, scarica sulla moglie e sui figli il malumore represso....

“Le famiglie sono numerose; e in quei paesi così fertili, su quel suolo così ricco, può tenersi per certo che, in una famiglia composta di cinque individui, uno ve ne sia sempre travagliato da febbre.... Le donne filano assidue dall'alba fino a mezzanotte, chiuse nelle umide, tenebrose e luride stalle, disseccandosi i bronchi col continuo bagnare il filo per torcerlo più agevolmente e guadagnare così non più di due soldi al giorno.„

E, fin d'allora, la Belgiojoso raccomandava che i proprietarii esaminassero i contratti conchiusi cogli affittajuoli, “imponendo a questi dovuti riguardi verso il povero, interrogando i suoi contadini, dandosi di essi qualche pensiero, convincendosi, insomma, che i possedimenti territoriali esigono maggiori brighe, che non il possesso di obbligazioni dello Stato.„

Parole scritte nel 1846; e pajono di jeri!

Queste pagine fanno parte di tutta una serie di _Studii sulla storia d'Italia_, largo lavoro che mostra l'ampiezza e la cultura di quella mente di donna singolare. Nella dispensa ottava dell'Ausonio, è notevole lo studio su Firenze, dalla cui storia l'autrice trae insegnamenti per l'Italia.

Un giorno del 1846, l'_Ausonio_ uscì con una novità prelibata: una lunga lettera, inedita, di Alessandro Manzoni (divenuta poi tanto famosa) _Sul Romanticismo_. La principessa sperava che il sommo scrittore, suo concittadino, ne tollerasse la pubblicazione in omaggio ad antiche relazioni d'amicizia che correvano fra loro; ma il Manzoni non le approvò, nè allora nè poi, l'arbitrio della pubblicazione. La principessa gli scrisse una lunga epistola cortese, sostenendo che la lettera _Sul Romanticismo_ le era pervenuta da colui al quale era stata indirizzata (il marchese Cesare Taparelli d'Azeglio); e conchiudeva affermando il principio “è cosa incontestabile che le lettere appartengano a colui cui vennero dirette, e non a chi le scrisse.„ Altri afferma ch'è vero, invece, l'opposto.[106]

Anche l'_Ausonio_ venne proibito dalle polizie d'Italia; ma gli esuli di Parigi avidamente se ne impossessavano appena usciva dalla libreria Dusacq della rue Jacob. Col maggio del 1847, si chiuse la prima serie dell'_Ausonio_; e nuovi scrittori accendevano di idee, di vita, nuove pagine. Massimo d'Azeglio vi scrisse un ampio articolo, oggi sconosciuto, _La sentinella del Campidoglio_. La sentinella è Pio IX. Il Pontefice liberale era già salito sul soglio di San Pietro, destando liete speranze.

I tempi incalzano e l'_Ausonio_ da rivista mensile diventa rivista settimanale. Ed esce non più in lingua italiana, bensì tutta in lingua francese, perchè i fratelli latini, i francesi, si accalorino anch'essi per la causa d'Italia! Gl'interessi italiani sono trattati con maggior nerbo; i varii Stati italiani sono considerati nei loro caratteri, nelle loro tendenze; lo stile è più esplicito; la frase è più scottante. Non più moderazione! Un veemente articolo _L'Ausonio aux modérés de Toscane_ comincia: “La modération n'est pas toujours une vertu; elle n'est souvent que le masque de la couardise.„

Già Carlo Alberto brandisce la spada per l'indipendenza italiana, e uno scrittore anonimo ha il coraggio di esclamare: “l'Autriche est perdue!„

Carlo Alberto è l'astro dell'_Ausonio_, è l'astro ormai della principessa. A cominciare dal 1848, l'_Ausonio_ ha cessato d'essere settimanale per uscire il 5, il 15 e il 25 d'ogni mese.... Ma dobbiamo fare un passo indietro e seguir la principessa in Inghilterra, dove s'abbocca con Luigi Napoleone, che sta per diventare il padrone della Francia, e un giorno darà una mano all'Italia.

Nel _Brunswick hôtel, Jermyn street_, a Londra, sotto il falso nome di Conte d'Arenenberg, è sceso Luigi Bonaparte. Egli è fuggito il 25 maggio del 1846 dalla fortezza di Ham, dove re Luigi Filippo l'avea fatto rinchiudere, per punirlo della sollevazione tentata a Boulogne a favore dei Bonaparte. Dalla celebre fortezza di Stato il principe è scappato negli abiti d'un muratore.... Fuga romanzesca.... e avvenne così:

Entro la fortezza di Ham, alcuni muratori erano intenti a imbiancare (nella mattina del 25 maggio 1846) le scale. Luigi Napoleone, coll'ajuto del dottor Conneau, medico della fortezza, indossò in fretta un vestito da muratore, sporco di calce, che avea pagato venticinque franchi; si tagliò i mustacchi; si coprì la testa d'una parrucca nera, scarmigliata; si pose sulle spalle un'assa della libreria che Luigi Filippo gli aveva concesso in prigione; e stringendo fra i denti una vecchia pipa, si avviò franco all'uscita della fortezza. I muratori, vedendo un compagno sconosciuto, avrebbero potuto meravigliarsene; perciò vi fu l'accorto compare che si affrettò ad accompagnarli all'osteria a beverne di quel buono.

Ecco, ora, il principe faccia a faccia con uno de' guardiani. Egli gli mette l'assa davanti al viso, e procede. Eccolo ora nel cortile ch'ei deve attraversare in tutta la sua lunghezza. Si nasconde ancora colla tavola (vera tavola di salvezza!) e passa. Così passa davanti alla prima sentinella.... L'emozione lo prende: ei lascia cadere la pipa, che va in frantumi. Si china per raccoglierne i cocci, poi si rimette in cammino, e s'imbatte nell'ufficiale di guardia. Ma questi, tutto intento a leggere una lettera (forse una lettera d'amore?) non lo vede nemmeno. Il principe fila sotto le finestre del comandante.... I soldati di sentinella, presso l'unica uscita della fortezza, sembrano stupiti dello strano insieme, che presenta quel falso muratore.... Il tamburino si gira più volte a guardarlo. Intanto, i piantoni di guardia aprono la porta, ed il fuggitivo è ormai fuori della carcere. Ma, appena uscito, incontra due operaj della fortezza.... Essi lo fissano con attenzione.... E, pronto, egli allora a nascondersi coll'assa.... Questa volta teme di non poterla scappare.... Un operajo esclama: È Bertrando!... — È salvo.

Intanto, il dottor Conneau (quello che avea aperta cautamente la carcere a Luigi Napoleone) ingannando le sentinelle, s'era fatto premura di sparger la voce che il principe, ammalato, dopo una notte insonne, riposava; e che bisognava lasciarlo tranquillo. Il dottor Conneau pose sul letto una specie di fantoccio rannicchiato contro il muro; un fantoccio formato da un mantello e da un _foulard_....

Il principe Luigi Napoleone è libero; non teme più nulla. A una mezza lega da Ham, si getta commosso in ginocchio davanti alla croce d'un cimitero. Otto ore dopo, tocca il suolo belga e, dodici ore più tardi, l'Inghilterra, dove s'incontra colla principessa Belgiojoso.

L'incontro del giovane principe ex carbonaro coll'ex _giardiniera_ della Carboneria milanese è uno dei più caratteristici. V'è presente anche il dottor Paolo Màspero, il fedel medico-poeta, che la principessa si è condotto con sè.

Da una parte, v'è un giovane che sente d'essere il nipote di Napoleone il Grande; un giovane che tutto osa, perchè tutto ambisce; dall'altra, un'intrepida gentildonna, che sente i doveri d'italiana e che, a tutti i costi, lotta per rendere il nome d'Italia sua rispettato nel mondo.

La principessa italiana ricorda al principe francese il suo antico affetto all'Italia, il suo amore per l'indipendenza dei popoli. Gli ricorda i moti di Romagna, a' quali egli prese parte col fratello nel 1831. Gli raccomanda caldamente l'Italia lo prega di non dimenticare una terra, dalla quale è uscita la sua famiglia.... — Principe (gli dice) aiutate l'Italia! —

Luigi Napoleone la guarda fisso, l'ascolta.... Le prende quindi la mano, e le risponde:

— Principessa! Lasciatemi mettere a posto le cose di Francia; poi penserò all'Italia.

Le stesse parole che, più tardi, il principe ripetè a un fortissimo spirito lombardo; all'intimo amico suo, conte Francesco Arese.

Luigi Napoleone raccontò alla principessa Belgiojoso tutt'i particolari della fuga dalla fortezza di Ham; li raccontò alla presenza del dottor Paolo Màspero, che li riferì poscia al suo ritorno a Milano, e che sono gli stessi particolari narrati da Imbert de Saint-Arnaud nel libro _Louis Napoléon et Mademoiselle de Montijo_.[107]

Luigi Bonaparte avea, infatti, militato per la libertà d'Italia nell'insurrezione romagnola del 1831, agli ordini dell'irrequieto faentino Giuseppe Sercognani, già soldato di Napoleone I; in un'imboscata, corse allora pericolo della vita contro il trombone d'un fanatico ciociaro che voleva ucciderlo; e fu salvato per miracolo da un Martelli che, sguainata la sciabola, deviò il colpo e ammazzò il ciociaro.[108] La principessa Belgiojoso avea ajutato con denaro anche quell'insurrezione? Pare di sì.

[Illustrazione: La Principessa CRISTINA BELGIOJOSO nel 1848

(da un ritratto di quell'anno conservato nel Museo del Risorgimento di Milano).]