La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato

Part 16

Chapter 163,510 wordsPublic domain

Sprecando egli in cavalli superbi e in altri lussi, ingenti somme colla duchessa de Plaisance, uno zio gl'intimò di lasciare quella dama, altrimenti lo avrebbe diseredato. E fu la duchessa, lei, che pregò il marchese Cesare di abbandonarla!... Egli non voleva: non voleva, immaginando un rivale, una sostituzione; e la minacciò.... Ma ella oppose alle furie il suo tranquillo sorriso: lo disarmò, e si fece ascoltare. Così, colei stessa che jeri abbandonava l'amico venutole a fastidio, oggi si faceva abbandonare dall'amico che amava. Poichè ella lo amava, il Soncino! E appunto per questo volle salvarlo.

[Illustrazione: Principe EMILIO BELGIOJOSO

(dal ritratto a olio eseguito da Francesco Bouchat intorno il 1840 a Parigi, ora posseduto dal Principe Emilio Barbiano di Belgiojoso d'Este a Milano).]

Dal conflitto penoso, ella uscì abbattuta. Il suo volto era più affocato: girava gli occhi come una pazza.... Implorò un alto conforto; si ricordò della obliata fede materna; e pregò.

A Moltrasio, sul lago di Como, cominciò a spargere beneficenze copiose. Si svegliava di buon mattino; indossava un accappatojo bianco, si scioglieva per le spalle i capelli e, a letto, apriva la corrispondenza ch'era formata quasi tutta di suppliche di sventurati per sussidii: rispondeva agli amici, a tutti; poi si riaddormentava. Specialmente nell'estate, molti amici di Parigi andavano a visitarla a Moltrasio; amici dai grandi nomi, ch'empievano gli orecchi di quegli abitanti come una fanfara imperiale. Nel luglio del 1878, la duchessa stava per recarsi a Parigi, che dopo la sua fuga ella non aveva più riveduta. Molti de' suoi accusatori erano morti; gli anni aveano versato la cenere sul fuoco delle ire; perchè non sarebbe stata accolta con pietosa indulgenza?... Suo fratello poi la amava sempre; ed ella s'era purificata nella carità; una carità silenziosa, inesausta, talvolta sublime.

La duchessa fu presa da malessere. Subito dopo, una malattia ai bronchi ostinata, divoratrice, la prese, la distrusse, — e, alle 13 e mezzo del 23 di quello stesso mese di luglio, nella sua villa di Moltrasio, la sventurata chiuse gli occhi per sempre, invocando fidente il perdono di Dio.

Oscuri servi furono testimonii all'atto di morte di colei ch'era stata la principessa di Wagram, la figlia di chi aveva unito il proprio nome al nome di Napoleone I. La salma venne chiusa in due casse: una delle quali di zinco con un vetro per lasciar scorgere le sembianze del cadavere. E, l'anno dopo, fu trasportata a Parigi dove venne seppellita nella cappella di famiglia.

Così, silenziosamente, quegli avanzi lasciavano il lago di Como che avea consumato una giovinezza, una riputazione, una vita. Così finì colei ch'era chiamata la duchessa di Moltrasio.

Il principe Emilio Belgiojoso era morto da vent'anni. La _Villa Pliniana_ era stata intanto abitata, a intervalli, dalla principessa Cristina; e la villa della duchessa, che serbava le traccie della sua sorridente eleganza, venne smembrata in varie parti e venduta: un pezzo ne acquistò un farmacista, un altro un erbivendolo di Milano.... È l'agonia delle cose: gli Dei se ne vanno!

Una parola qui, ancora pel principe, è doverosa. Il principe Emilio Belgiojoso non si era dato pace, mai pace, dell'abbandono improvviso della duchessa. Dopo qualche dimora nella desolata Pliniana, fuggì, per distrarsi, dalla Lombardia, fuggì dall'Italia, e percorse l'Oriente. Ma l'Oriente non valse a rifare quella vita rovinata. La salute del principe volgeva di male in peggio. Alla spinite, si unì una forma di demenza che strappava le lagrime. Il povero gentiluomo languiva a Milano, in quell'avito palazzo Belgiojoso, dove avea date tante squisite feste musicali e di scherma, nelle quali egli emergeva, corteggiatissimo, per la bella voce e per l'arte sua di tiratore eccezionale, quando la scherma era sapiente privilegio di pochi.

Il 17 febbrajo del 1858 fu l'ultimo per l'infelice principe, il quale contava soli cinquantasette anni. Egli sparve, compianto, nella febbril vigilia della liberazione della sua Milano, quasi all'aurora dell'indipendenza d'Italia, per la quale avea, nella giovinezza, cospirato col sentimento, col denaro, col prestigio del nome; e noi abbiamo il dovere di onorarne con riconoscenza la memoria fra quella dei patrioti più coraggiosi e più geniali della prima ora.

Nella _Gazzetta privilegiata di Milano_ del 20 febbrajo 1858, si leggevano le seguenti parole:

Questa mattina nella chiesa di San Fedele, furono celebrate le solenni esequie del Principe Emilio Belgiojoso Balbiano.

Un'eletta e lunga schiera di parenti ed amici erano accorsi per prestare un ultimo omaggio all'illustre defunto, alle sue virtù ed alle splendide qualità che lo resero in vita sì caro e desiderato da tutti. Una lunga e penosa malattia lo rapì all'affetto di due distinti fratelli, della consorte e parenti, all'amore ed all'amicizia di tanti, alla società di cui era nobile ed invidiato ornamento; ma il suo nome suonerà ancora per lungo tempo sulle labbra de' più gentili ogni qual volta si parlerà delle doti e dei pregi che costituiscono un perfetto cittadino ed un brillante uomo di mondo.

L'anno stesso della morte del principe, fu pubblicata a Parigi _La Fiammina_, commedia in quattro atti e in prosa, di Mario Uchard; commedia che, rappresentata l'anno innanzi al Théâtre-Français a Parigi, dagli attori dell'imperatore Napoleone III, aveva ottenuto un successo di strepitosi battimani e di lagrime, il titolo di _capolavoro_, le lodi altisonanti di Paul de Saint-Victor. Mario Uchard, nell'inviarne copia al duca Antonio Litta Visconti Arese, gli diceva (in una lettera tuttora inedita, che mi è favorita dal gentile signor David Henry Prior) che quel dramma altro non era che la storia della duchessa de Plaisance e del principe Emilio Belgiojoso:

“_La Fiammina a été composée sur la situation de Madame de Plaisance._ Elle est la regrettable héroïne de ce drame, et lord Dudley n'est autre que le prince _Emilio Belgiojoso_. J'ai tout simplement déduit les conséquences de leur liaison au cas ou M.me de Plaisance se trouverait en présence de son mari et de son fils, qu'elle avait quittés depuis quinze ans, à l'heure ou j'écrivais cette comédie. Vous comprendrez, sans que je le dise, mon cher duc, par quelle raison de convenances ils ont été si bien déguisés par moi.„

Infatti, se non si avesse questa confessione, si stenterebbe a ravvisare nella protagonista _Fiammina_, cantante italiana (che madama Judith rappresentava con tanta passione) la duchessa de Plaisance; e non si potrebbe neppur intravvedere in quel Giorgio Dudley, pari d'Inghilterra, il principe milanese. Mario Uchard fa che Fiammina abbandoni il marito e il figlio in culla per seguire l'amante, ed è punita della sua colpa. Il dramma, che si svolge a Parigi sotto Luigi Filippo, è una pittura dell'amor materno; è sano, morale.... ma non è il dramma della Pliniana.

E non è vero che la duchessa de Plaisance avesse abbandonato un figlio; bensì, travolta dalla vertigine, lasciò alle cure del padre una cara figliuola; la quale, sposandosi, entrò in una grande famiglia, ben degna di quella in cui era nata: sposò il duca de Maillè, dell'antica e illustre casa della Turenna.

Nel 1886, la principessa Maria Troubetzkoi pubblicò a Parigi un libro dal titolo _Amours_, con una prefazione di Madame Adam. È tutta una serie elegante di storie d'amori. Un capitolo s'intitola _Amour épuisé_; e allude, velatamente, al dramma di passione svoltosi sul lago di Como fra il principe Belgiojoso e la duchessa de Plaisance. Il marito della duchessa è rappresentato come dissoluto e brutale; il che non era vero. Per giustificare i voli dal nido, somiglianti a quello della bionda, maestosa signora, si ricorre facilmente alle pitture poco caritatevoli dei mariti!... Secondo la narratrice d'_Amours_, anche la duchessa era dotata di una bella voce, come il principe Belgiojoso; aggiunge che s'innamorarono cantando insieme un duetto nel castello del duca de Plaisance; castello dall'aspetto monumentale, sorgente presso Parigi in mezzo d'un parco superbo. Nessuno è nominato: neppure la principessa Cristina Belgiojoso. La quale (si noti!) andò a dimorare sullo stesso lago di Como, non lungi dalla Villa Pliniana, e quasi di fronte della villa di Moltrasio, dove abitava la duchessa.... Ma ne riparleremo.... Intanto, più elevati drammi si svolgono; più nobili passioni dilatano il loro impero.

XIII.

La Principessa pubblicista e benefattrice dei contadini. Suo incontro con Luigi Napoleone.

La _Gazzetta Italiana_ fondata dalla Belgiojoso a Parigi. — Peripezie di questo giornale. — La Principessa ritorna in Italia. — Locate e il suo paesaggio. — Villa dei Trivulzio. — Suo medagliere e biblioteca. — Benefiche iniziative della Principessa pei contadini e i loro figliuoli. — Il suo illuminato socialismo. — La _donna Paola_ del Parini. — Il dottor Màspero. — L'_Ausonio_. — La lettera del Manzoni sul “Romanticismo„. — Malcontento del Manzoni. — Speranze in Carlo Alberto. — Drammatica fuga di Luigi Napoleone dalla fortezza di Ham. — Incontro di Luigi Napoleone colla Principessa. — Loro dialogo sul risorgimento d'Italia. — Poeta profeta.

Mentre il principe Emilio Belgiojoso, travolto da irresistibil passione, abbandonava le lotte della libertà della patria, ch'era stata il suo alto e febbril sogno nella giovinezza, la principessa Cristina continuava con più forte tenacia nell'azione seria, efficace, per dare alfine all'Italia ordini liberi e dignità di nome. Anzi, più il principe si obliava in un amore, del quale subiva la tirannia (egli un giorno di spiriti sì indipendenti!) — e più la principessa prodigava le mirabili energie intellettuali per raggiungere lo scopo nobilissimo. E non solo ella operava più alacre che mai per la liberazione della patria, fino al punto di presentarsi a Luigi Napoleone e dirgli: “Principe! ajutate l'Italia!„ (come vedremo) — anche ad altra liberazione ella pensava: alla liberazione delle umili classi lavoratrici dall'oppressione degli sfruttatori e dalla miseria; — vi pensava, quando questo sacro dovere non veniva imposto colla violenza, quando non era neppur di moda.

La principessa Cristina Belgiojoso era convinta che la stampa, questa forza formidabile, poteva, ben più delle fosche congiure mazziniane, preparare il giorno della risurrezione d'Italia: pensava che era urgente formare una pubblica opinione (come allora si diceva) a favore d'Italia nostra; ed ella, con giornali da lei fondati nel primo centro intellettuale d'Europa, qual era sempre Parigi, contribuì a fortificarla, ben presto, chiamando intorno a sè scrittori valenti, ma più lavorando ella stessa, infaticabile, e profondendo anche nuove somme di denaro, munifica sempre.

La principessa Cristina Belgiojoso occupa un soglio eminente anche nella storia del giornalismo. Ella possedeva un talento di prim'ordine per cogliere gli argomenti del giorno. I maestri dell'arte del giornale, — arte sì facile in apparenza, sì ardua in sostanza — possono riconoscere le attitudini preziose di lei, esaminando i periodici ch'ella lanciò a Parigi con patriottica audacia. Ella inspirava articoli, li coordinava, li correggeva.

Nel 1845, ella fonda a Parigi un giornale italiano, con intenti italiani, la _Gazzetta Italiana_; la fonda (chi lo crederebbe?) in mezzo a una tempesta che alcuni amici italiani le suscitano intorno. La principessa, Pier Silvestro Leopardi e Giuseppe Massari, formano il “Consiglio di redazione„ della Gazzetta, ch'esce dalla _Rue du Marché St.-Honoré, 5_, dove pure si tiene deposito di libri italiani. Certo Marino Falconi, entusiasta ammiratore della Belgiojoso, attende all'amministrazione e corrisponde coi libraj d'Italia per raccogliere “nuovi fondi„ al periodico e per diffonderlo; ma egli dà ombra al Massari e al Leopardi, che vorrebbero allontanarlo. Ed ecco, entra in scena Terenzio Mamiani:

“.... Il Mamiani (scrive il Falconi al Vieusseux a Firenze) interpellato da Leopardi di far parte del Consiglio, si ricusò dicendo: Non convenire a lui solo stare a fronte della Principessa, mentr'egli, Leopardi, e Massari, non erano che due accoliti di questa donna, e troppo ripugnava che un giornale politico unico e primo di tal fatta fosse diretto da una donna; — ch'egli volentieri entrerebbe a tal direzione, quando insieme con lui vi fossero uno o due nomi indipendenti da poterlo sostenere in caso di divergenza di opinioni fra lui e la Principessa. Tale franco parlare scosse Leopardi, che si vide compromesso e tacciato di accolito di una donna, e, tutto sgomento, egli dichiarò che nulla farebbe più di quello che sarebbe per fare Mamiani.„[95]

Così la culla della _Gazzetta Italiana_, come la culla di Ercole, era seminata di serpi!

La principessa rimase addolorata del contegno del Mamiani e di Pier Silvestro Leopardi. Essi le aveano portati, è vero, buoni articoli, ma in fondo ella sola sosteneva le spese della rivista; e, sola, avrebbe continuato. E così fece. Salutò i suoi oppositori, e si tenne seco il Falconi. Era allora l'ottobre del 1845.

“Messi alla porta dalla Principessa gli oppositori, nacquero per Parigi, nelle trattorie e nei caffè, mille pettegolezzi, vantando che non vi erano più collaboratori per la _Gazzetta_; che quest'era diventata un ornamento da donna; che non v'erano mezzi da continuare neppure una settimana, e mille piccolezze stomacanti. A tanti raggiri, rispondemmo con un silenzio ed un contegno stoico.„[96]

Così ancora il Falconi scrive al buon Vieusseux: il Falconi, che, come si vede, prendeva arie di filosofo!

Il giornale veniva intanto proibito a Torino, a Roma, a Milano, a Firenze.... E Gino Capponi se ne lamenta così col Vieusseux:

“Mi dispiace di quella _Gazzetta_ alla quale pigliavo gusto, e ce lo pigliavano parecchi; ma tutti si aspettavano con ragione, che ce ne fosse per poco....„[97]

Con ragione, naturalmente; perchè la _Gazzetta Italiana_ della Belgiojoso era la prima, che con Cesare Balbo, proclamasse che l'opera della liberazione d'Italia non dovea essere riservata esclusivamente alle popolazioni, ma che e popoli e principi italiani dovevano operare d'accordo. Le _Speranze d'Italia_, il libro dal bel titolo e dal bell'ideale, del conte Cesare Balbo (che, uscito a Parigi nel 1844, l'anno della eroica spedizione dei veneziani Bandiera e Moro in Calabria, fu squillo avvivatore) aveva nella _Gazzetta Italiana_ un'alleata. Le sêtte segrete, le cospirazioni, care al Mazzini, parevano ormai alla principessa, come a Massimo d'Azeglio, ferri vecchi. La Belgiojoso s'era, nel frattempo, allontanata dai principii dell'agitatore genovese; ma ne aveva conservata l'amicizia, fino ad accogliere articoli di quella penna poetica; articoli che, per altro, non contrastavano coll'indirizzo del periodico; uno, ad esempio, sull'educazione degli italiani, base del risorgimento!...

In pochi mesi, la principessa avea versati ottomila franchi, e nuove spese occorrevano. Ella si trovò costretta a rivolgersi a' suoi amici d'Italia, e, all'uopo scese a Milano, partendo da Parigi il 19 dicembre di quell'anno 1845. Perchè non dovea approfittare, pe' suoi scopi patriottici, dell'amnistia che Ferdinando I aveva concesso ai “pregiudicati politici„ salendo, nel 1838, sul trono d'Austria?...

E qui, a Milano, avvenne allora un fatto incredibile. La polizia, che conosceva benissimo lo spirito d'infaticabile propaganda e il giornale ardito della principessa, non le diede ombra di molestia; la lasciò liberamente raccogliere sottoscrizioni per la _Gazzetta Italiana_!... Il Governatore voleva che l'inclita principessa lombarda, cara alle umili classi per le sue beneficenze, fosse rispettata e ripartisse per Parigi senza odiose impressioni sul dominio austriaco in Italia. Era una galanteria, e, nello stesso tempo, un atto diplomatico. Tanto, la _Gazzetta Italiana_ a Milano non penetrava! Quel governatore era il conte Spaur, successo al conte Hartig.

“Sia lode eterna all'ottima principessa Belgiojoso (esclama il Falconi). Ecco come dovrebbero essere i ricchi! Essa ha preso a cuore la cosa, e, a Milano ha già venduto trentotto azioni (da 100 franchi l'una); e non si ferma lì. Se dieci soli in Italia così facessero, non vi sarebbe da sperare assai più?„[98]

Ma fuori di Milano, poco o nulla si raccolse; e il Falconi se ne disperò tanto da buttarsi.... al commercio dei formaggi! E qui vediamo la principessa nel suo Locate, dove semina benefiche istituzioni a pro delle classi sofferenti. Ed ecco un nuovo lato di quello spirito.

Un grosso, grave carrozzone, bianco di polvere, conduceva per una lunga strada maestra, fra estese praterie da Milano a Locate, Cristina Belgiojoso. Quando non v'era la ferrovia, bisognava rassegnarsi per forza a quel viaggio interminabile, salutati appena da qualche passero fuggitivo. Una malinconia di piani, d'aere, di tutto! Lo stesso verde assume un tono di noja infinita. I “ruscelletti dei piani lombardi„ non sono che una figura rettorica del _Nabucco_. Le risaje si distendono squallide e avvelenano l'aria. È ben raro che si trovi qualche casolare isolato. Bisognava proprio avere per meta un pajo d'occhi fatati come quelli della principessa per affrontare la via polverosa e interminabile. Solo, in alcune sere, sulle silenziose praterie, s'inarcano immensi padiglioni di fuoco: sono tramonti grandiosi e tragici; sono le _passioni del cielo_, come li definiva l'infelice Elisabetta, imperatrice d'Austria. E, sparita la gran luce, nell'azzurrina penombra le praterie fumano: sono nebbie, e si direbbero incensi che la terra eleva al cielo che si va stellando.

Locate, terra dei Trivulzio, nella Bassa Lombardia, è un grosso borgo industre, patria di latticinii insuperabili. La villa dei Trivulzio, questa reliquia feudale in mezzo a una fattoria agricola di carattere spiccatamente lombardo, partecipa anch'essa del carattere dell'_ambiente_: non ha alcun aspetto di maniero, nulla di monumentale. Sembra, all'esterno, una grandiosa cascina, che si estende per un centinajo di metri; ma conserva alcune terrecotte del Quattrocento, sospiro dei buongustai, il che le imprime un certo carattere, più degli stemmi dei Trivulzio dipinti a fresco sulle muraglie, con esagerati sfoggi di terre rosse, da qualche Raffaello di cattivo umore. Il letterato Achille Mauri, additava alla principessa quegli stemmi majuscoli, e le diceva:

— Principessa! Democrazia, non è vero?... e questi stemmi?

E il brioso conte Toffetti, alludendo alla desolante monotonìa della rasa campagna, domandava alla principessa nel suo inalterabile dialetto veneziano:

— _Principessa, come se divèrtela fra ste coline?..._

La villa ha vaste sale i cui usci, ai giorni della principessa, non si chiudevano mai. Il nudo pavimento era, un dì, coperto di modeste stuoje di paglia; ma alcuni gabinetti avean le pareti coperte di seta; qualche altro presentava panoplie d'armi antiche: e, altrove, libri preziosi, miniati da mani diventate polvere da molti secoli. La sala terrena serviva per ricevere i lavoratori dei campi, per le rappresentazioni teatrali, per esecuzioni di concerti, per feste di ballo.

Nella sala terrena, la principessa, ne' primi anni del suo matrimonio, siedeva su una antica poltrona a mo' d'un trono; e i contadini, fedeli alle tradizioni patriarcali e feudali, le passavano davanti, baciandole reverenti la mano. Era allora la _razza Trivulzio_ che trapelava da quella dama; ma, in quel tempo, l'orgoglio era peccato di pochi.

Un'altra sala superiore (la biblioteca) è ancora ricca di libri. Vi abbonda la collezione Tauchnitz dei romanzi inglesi, della quale la Belgiojoso era ghiotta.

La stanza da letto della principessa è vasta; vasto il talamo, coperto da cortine. Un inginocchiatojo accanto al letto accoglieva ogni sera la principessa che pregava. E, attigua, un'altra stanza ravvolta in misteriosa penombra: la luce vi penetra appena da un finestrone dai vetri colorati e istoriati, come nelle cattedrali gotiche. Là, la Belgiojoso meditava, scriveva, e distribuiva innumerevoli beneficenze,

Con quel tacer pudico Che accetto il don ti fa.

Vi era un medagliere che, ai tempi della principessa Belgiojoso, contava fra i primi d'Europa.

Nella _Gazzetta privilegiata di Milano_ del 1845 (e precisamente del 28 febbrajo e 9 marzo) si legge una descrizione di quel medagliere, com'era allora conservato.

Il marchese Carlo Trivulzio con lungo studio e dispendio (dice la _Gazzetta_) raccolse una collezione di medaglie e monete dei tempi greci, romani e del medio evo, degna di gareggiare colle più pregevoli. La principessa Cristina Belgiojoso Trivulzio, nel diventarne proprietaria, volle (nel 1845) che la collezione fosse riordinata. Fra le medaglie, quattrocento spettavano a uomini illustri italiani e stranieri. La serie dei papi era delle più cospicue; cominciava da Sisto I e giungeva, con qualche interruzione, sino a Leone XII. Salvo qualche lacuna, i re di Francia da Clodoveo I arrivavano a Luigi XVI, alla rivoluzione. Molte medaglie, coniate ai tempi dei duchi di Savoja, dei re di Sardegna, dei Gonzaga di Mantova, dei signori di Padova, dei dogi di Venezia.

Le monete comprendevano un periodo di quindici secoli e si riferivano a trecento città. V'era una serie, quasi intera, di monete d'Aquileja. Fra le rarissime: uno scudo d'oro di Paolo II coniato nel 1464. Due monete di forma poligona appartenevano a Gian Giacomo de' Medici, marchese di Musso, poi signore di Lecco. Fra le curiosità più preziose si notava la Bolla di Maria, moglie all'imperatore Onorio; un cammeo eseguito a Milano per quelle nozze, celebrate nel 398, e che venne scoperto in Roma nel 1544 entro la tomba di Maria nell'antica chiesuola di Santa Petronilla. Il marchese Giorgio Trivulzio potè venirne in possesso, e ne fece dono alla cugina principessa Cristina Belgiojoso, la quale non si stancava d'ammirare quel giojello rotondo, che constava di due onici legati da un aureo cerchio fregiato di quattro smeraldi e di dieci rubini. Fra gli anelli d'oro, uno era a suggello, di zaffiro, colla testa di Federico III imperatore di Germania. I sigilli?... Erano più di novecento. V'era anche un catino triangolare di majolica, con un dipinto rappresentante l'esercito di Carlo V che passa l'Elba a Milburgo.[99]

Finchè visse la principessa, la ricca raccolta numismatica rimase incolume, formando uno dei taciti orgogli di lei. Morta, la raccolta fu venduta alla Casa reale d'Italia. Sua Maestà il re Vittorio Emanuele III, il dotto numismatico, ben conosce quella collezione preziosa, che narra tanta storia di passioni dinastiche, tanta agitazione di corone e di popoli; tanto dramma umano lampeggiato dall'iraconda, spesso fratricida smania d'impero.

Ma non era la numismatica, non era la raccolta di cammei, di libri antichi, d'oggetti d'arte rarissimi; non era tutto quel ricco insieme di fiori nelle serre e di monete e di medaglie (degna cornice alla figura di Cristina) ciò che faceva amare sopratutte alla principessa la terra de' suoi avi Trivulzio. Ella amava quella popolazione onesta e laboriosa; ella ne era l'alta benefattrice, la madre. Di Locate-Trivulzio, ella fece in breve tempo un comune modello, avvivato da sapienti, filantropiche istituzioni, delle quali gli storici del socialismo dovranno tener conto.