La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato
Part 15
La Merlin era nata Maria de las Mercedes de Jaruco. Avea visto la luce sotto l'azzurro cielo di quell'Avana da lei descritta nel libro _Havana, lettres et voyages_. Suo padre era il conte de Jaruco, ispettore generale delle truppe spagnuole a Cuba, e illustre negriero. Ell'avea ammaliato della sua grazia il valoroso generale Cristoforo Merlin, che la sposò, e la portò a brillare a Parigi, dove ben presto ella seppe circondarsi di sapienti, di letterati, di poeti, d'artisti, d'uomini di spirito e anche di donne di spirito e belle. Nel salotto della Merlin, gli artisti italiani, le melodie italiane primeggiavano. Gioachino Rossini si metteva al pianoforte; il grosso e mordace napoletano Luigi Lablache, dalla bella testa nera, mirabile nel genere buffo e nel serio, maestro di canto della regina Vittoria d'Inghilterra, apriva la bocca alle barzellette e alle delizie canore. Il cagliaritano marchese de Candia, che, lasciata la sciabola di brillante ufficiale sardo, era salito (come dicemmo) sulle scene col classico nome di Mario, avvolgendo nel dolce fiume della voce sua le anime rapite, non si facea pregar tanto a cantare, come un altro celebre artista italiano che frequentava pure il salotto: il bergamasco Rubini. Questi sapeva bene d'essere il tenore più famoso e più ricco del secolo XIX. Ma presentiva egli d'essere nominato.... colonnello dello czar, come avvenne?... Nel salotto Merlin, il Rubini risparmiava i celestiali vocalizzi; non così la buona Fanny Persiani, non così la Grisi, che, intanto, era divenuta moglie di Mario.
Tutta una costellazione musicale, nel salotto della contessa Merlin, s'aggruppava intorno al dio Rossini, a _monsieur Rossiní_, e vi diffondeva, con lui, i raggi del genio italiano. Ma nel salotto della Merlin non solo si eseguivano le belle arie delle opere italiane, dominatrici allora nel mondo; vi si recitava, si rappresentavano sciarade in azione, con bizzarri, pittoreschi costumi; e s'improvvisavano burle, con quella gajezza che prorompeva dai cuori e che adesso, nel tormento del sottilizzar tutto e nell'ansia del domani, non sappiamo trovar più.
Fu per quella società che Alfredo de Musset compose i suoi “proverbii„, narra la contessa de Bassanville ne' _Salons d'autrefois_.[92] E là apparve la gloriosa rivale della nostra Adelaide Ristori, la Rachel, che recitava favole del La Fontaine. E là, madame de Gernandes, sì celebre per il suo spirito, sfavillava. Là, infine (che bella cosa!), nessuno poteva discorrere di politica, pena il bando dal salotto.
Fra le altre piacevolezze, gli ospiti si battezzavano a perfetta vicenda con soprannomi più e meno arguti. Alfredo de Musset veniva chiamato _le prince tout à toutes_; la Belgiojoso (sognante, allora, la repubblica) _Citoyenne Couperet_; e la duchessa de Plaisance, sì bionda, sì elegante, sì profumata, e che per le sue ardite avventure col principe Emilio Belgiojoso, doveva riempire ben presto tutta Parigi di clamor scandaloso, veniva detta _Princesse Pompon de Falbalas_. Più avanti, racconteremo le sue avventure.... Intanto, dobbiamo fermarci su un piccante particolare.
La duchessa de Plaisance cercava di lottare colla principessa Belgiojoso: anch'essa ne era gelosa. Un giorno, queste due illustri rivali discorrevano insieme del _salon_ della Merlin. Tutto vi è rappresentato, diceva l'una: le lettere, la musica, la poesia....
— La beautè, par Mademoiselle de Saint-Aldegonde; l'esprit par Madame de Balby.... — soggiunse vivamente la duchessa de Plaisance.
— Et vous, madame, que representez-vous?... — le domandò ironica la Belgiojoso.
La duchessa diventò rossa, ma con sforzata ingenuità, e sorridendo:
— Mon Dieu, je ne sais pas!... la vertu, peut-être!
E la principessa, con uno sguardo intraducibile:
— Nous prenez-vous donc pour des masques?...[93]
Madame Merlin (quand'era giovane) venne invitata una sera da gaudenti suoi adoratori, fra i calici spumanti, fra i doppieri, tra i fiori.... Quante volte alle labbra ridenti della Merlin fu accostata da mani traditrici la coppa inebbriante!... Troppo inebbriante; chè a poco a poco e doppieri, e fiori, e calici, e amici si confusero come in una ridda velata ai begli occhi della povera signora; ed ella non s'accorse nemmeno che esperte dita le scioglievano intanto i nastri di seta, i merletti, le vesti.... e tutta la svelavano nel suo splendore di Najade cubana....
Così terminavano allora a Parigi alcuni banchetti di spensierati, ignobili mortali.
E dire che la Merlin ebbe il coraggio di scrivere nelle _Lionnes de Paris_ tanti orrori sopra un'ospite preclara del suo salotto, sulla Belgiojoso, per compiacere a un'altra donna, Madame de Girardin!... E dire che avea ideato persino un romanzo intitolato _La Vestale_!...
La terribile Girardin non doveva esultar molto della gioja d'aver colpita e d'aver fatta colpire la principessa Belgiojoso, ella autrice del dramma lacrimoso _La joie fait peur!_ Finì tristamente a cinquantun anno nel 20 giugno del 1855, dopo d'aver molto sofferto; dopo d'aver tanto parlato agli spiriti d'oltretomba, evocati da lei, notte e giorno, coi picchi dei tavolini.... Orribili terrori la faceano urlare disperata. Aveva paura d'attraversare una via in carrozza; sveniva se vedea volare un pipistrello. Era sparita del tutto la risoluta bellezza che le irradiava il volto, e che Teofilo Gautier ammirava incantato alla prima tempestosa rappresentazione dell'_Hernani_ di Victor Hugo, idolo da lei adorato, incensato sempre. Mentre scriveva, Madame de Girardin lasciava che i folti suoi biondi capelli disciolti piovessero per le spalle sull'accappatojo bianco nel quale ella s'avvolgea maestosamente come una pitonessa. Nubi funeree scesero sul suo volto; e ben luttuosi furono gli ultimi anni della potente signora!... Quando l'angelo della morte (dice Gautier) venne a prenderla, ella lo aspettava da lungo tempo.
La principessa Belgiojoso non nutrì invidie, gelosie, nè rancori contro la sua nemica; si sentiva così superiore a lei! E si divertiva a leggerne gli articoli.
Madame Émile de Girardin lasciò più vuoto nella società mondana che nella letteratura. Ma, nella società mondana, poteva ella superare lo spirito sfavillante e signorile della marchesa de Bedmar, che portava il nome del bieco cospiratore spagnuolo contro la Repubblica di Venezia?... La marchesa de Bedmar era la più intima amica della principessa Belgiojoso. Matura, ella conservò il suo fine brio. Anche di lei, si poteva dire: Ecco una signora che si conserva nello spirito!
XII.
La fuga e le passioni della Duchessa de Plaisance.
La società gaudente di Parigi sotto re Luigi Filippo. — Camillo Cavour ai banchetti del principe Belgiojoso a Parigi. — Uno scandaloso romanzo _a chiave_. — Pier Angelo Fiorentino. — La duchessa de Plaisance. — Sua passione per il principe Belgiojoso. — Sua fuga con lui. — Rifugio nel Lago di Como. — Il barone Carlo Bellerio alla Villa Pliniana. — L'ora dell'abbandono. — La duchessa de Plaisance a Moltrasio e a Milano. — Ultimi anni della duchessa. — Ultimi anni del principe. — Un dramma di Mario Uchard sulla duchessa de Plaisance. — Lettera inedita di Mario Uchard.
Parigi, sotto il regno di Luigi Filippo, presentava un memorando spettacolo. Una coorte di grandi ingegni sfolgorava in mezzo a una gaudiosa corruzione. Mentre oggi passiamo nella vita colla fronte corrugata, con arido odio, forse, nel cuore; sospinti fra i clamori delle lotte di classe, — jeri, i nostri padri avventurosi, dai begli occhi di cospiratori e di trovatori amanti, cercavano di temperare le tristezze del romanticismo fra le gajezze delle liete compagnie d'amici. Così Venezia si preparava all'insurrezione del Quarantotto e alla leonina difesa colle serenate del Canal Grande, colle _sagre_ di Santa Marta, coi _baccanali_ del Lido; così Milano si preparava alle Cinque Giornate colle facezie del Moncalvo e cogli spettacoli della Scala; così Parigi pensava, abbagliava il mondo co' suoi eccelsi poeti, co' suoi filosofi; e gioiva.
Il principe Emilio Belgiojoso era un genuino rappresentante dell'epoca sua. Egli avea sortito indole di cospiratore, d'artista e di gaudente. Egli era diventato popolare a Parigi per il suo buon cuore e per le gioconde sue cene. I chiomati, romantici studenti del _Quartier latino_ cantavano una canzonetta in suo onore, il cui ritornello finiva in un amenissimo _Belsgiozosò_, come i Francesi pronunciavano tutti questo cognome. Quando Camillo Cavour andò per la prima volta a Parigi (era ben giovane allora! contava ventisette anni) fu introdotto nell'allegra società, la quale dettava la moda alla Francia, all'Europa; e vi trovò anche il principe Emilio Belgiojoso. Nel _Diario inedito_ di Camillo Cavour, pubblicato dal senatore Domenico Berti, si leggono le seguenti noterelle che aprono uno spiraglio nella vita parigina d'allora. Correva l'anno _1837_, domenica, 30 luglio; e il conte scrive:
“J'ai rencontré Cigala chez le chevalier Portula: il s'est emparé de moi et ne m'a plus quitté. Nous avons dîné ensemble au _Café de Paris_. Il m'a fait faire connaissance avec _Boigne, Belgiojoso,_ etc. Ces messieurs veulent à toute force me présenter au jockey-club. _Me voilà donc enrôlé parmi les plus mauvais sujets de Paris._„
E ancora:
“_Vendredi, 11 août._
“Soupé avec M.r de la Grange, Belgiojoso, Dalton, N. Roqueplan, Cigala, Lautour. _Orgie complète_. Ces messieurs n'ont pas plus fait attention à moi que s'ils avaient été dans une auberge.„
Madama Joubert incolpa, nei _Souvenirs_, il principe Belgiojoso d'aver invogliato Alfredo de Musset alle crapule. È una calunnia; perchè, anche prima d'incontrarsi col seducente principe italiano, il poeta di _Rolla_ tentava con entusiasmo l'articolo _champagne_.... e ahimè! anche qualche altro liquore di marca meno aristocratica.
Fatto sta che la Parigi di Luigi Filippo si slanciava a quella corrente di piaceri, che doveva ingrossarsi e diventare oceano negli ultimi anni del secondo Impero, quando su una folla irrequieta di teste dai berretti a sonagli, e illuminata dai più bei rosei colori dei fuochi di bengala, sorgeva lenta ma implacabile, nera, minacciosa, la gigantesca e brutale figura di Ottone di Bismarck.
Nel 1852, comparve a Parigi un romanzo che dipingeva la società parigina corrotta. Sollevò scandalo; tutti lo lessero. La principessa Belgiojoso si divertiva a svelare i nomi veri che si nascondevano sotto i nomi inventati. Il romanzo si chiamava _Un caprice de grande dame_; l'azione si svolgeva fra il 1842 e il 1845 a Parigi: n'era autore “le marquis De Foudras„. In esso, una splendida civetta, madame de Montgazon (una dama spagnuola) faceva bel contrasto con una cortigiana titolata, la marchesa di Lydonne, la quale era poi una marchesa vera: de Contard. E un vecchio egoista spiccava accanto a un briccone di spirito, sotto il cui nome di _Fortunio_ tutti leggevano il nome d'un napoletano di spirito sfavillante e diabolico, il quale, a Parigi, teneva col veneziano Scudo il regno della critica musicale: Pier Angelo Fiorentino, morto poi nella stessa Parigi nel 1864.
Ma un altro scandalo più grave, e per una passione sincera, ineluttabile, non per un altro _caprice de grande dame_, si sollevò a Parigi in quel tempo.
Una mattina, si sparse nell'alta società e nella Corte, la novella che la duchessa de Plaisance era fuggita da Parigi col principe Emilio Belgiojoso. La famiglia della duchessa, immersa nel dolore, vestì il lutto.
La nuova Bianca Cappello parigina era Anna Maria Berthier, principessa di Wagram, moglie del duca de Plaisance; titolo che Napoleone I (prendendolo da un piccolo villaggio dei Pirenei) avea dato all'arcitesoriere suo, Lebrun. Ell'era figlia d'un terribil, feroce soldato: del maresciallo Alessandro Berthier, nativo di Versailles, che nelle sanguinose battaglie napoleoniche, a Marengo, ad Austerlitz, a Jena, a Wagram, primeggiò come capo dello Stato maggiore. La madre di lei era pure un alto personaggio: era quella figlia del duca di Birkenfeld, che il Bonaparte avea data in moglie al suo diletto Berthier, qual novello segno d'onore: al maresciallo Berthier, che avea per intima amica una contessa Visconti-Almi, vissuta a lungo a Parigi. Per le parentele, la duchessa de Plaisance era congiunta colla casa di Wittersbach e con altre teste coronate. Il maresciallo Berthier si uccise nel 1º luglio del 1815 precipitandosi da un balcone, e lasciò una bambina, Anna Maria.... la fuggitiva!
I due fuggiaschi non si preoccuparono dello scandalo enorme sollevato; la duchessa de Plaisance, non pensò che abbandonava una tenera figlia, la quale avrebbe pianto lacrime amare; non si preoccupò alla notizia che il marito l'aveva dichiarata al mondo come morta e che il lutto, ordinato per un anno, era persino portato dagli staffieri nella livrea e dai cavalli nelle gualdrappe.
Il duca de Plaisance era un perfetto gentiluomo; era buono; non meritava quel dolore. Il solo fratello della Plaisance cercava di scusarla, egli che l'aveva amata sin dall'infanzia. La duchessa era alta, bionda, formosa, imperiosa, dal volto affocato, come se il sangue le fluttuasse indomito sulle guancie. Chiari gli occhi, piccoli il naso e la bocca, e niveo il collo. Il profilo era quello d'un cammeo; ma non d'un cammeo d'artefice squisitissimo. Quando andava in carrozza, levava il capo con un gesto risoluto: pareva che sfidasse il destino. Quando cavalcava, parea l'arcangelo delle battaglie.
I due fuggitivi ripararono in Italia, nei silenzii della fosca, antica _Villa Pliniana_, sul lago di Como; villa che il Belgiojoso possedeva. Il principe Emilio condusse là l'idolo suo; là, in quel recesso solenne e solitario, all'ombra dell'alta montagna che sovrasta la villa e che l'accoglie a' suoi piedi, su un aspro scoglio, in un seno austero, e, di notte, pauroso. Entro quelle sale folte di ombra, che sembran mute camere funerarie d'un castello di sovrani spariti; fra quegli alberi secolari, sibilanti ai gelidi soffii e su le cui fronde il sole cala a stento un raggio sottile, impallidito; fra quei sepolcrali, alti cipressi, al fragore monotono di acque cadenti dall'alto, ermo dirupo, — fra memorie immani d'agguati e di sangue; — là, in quella villa grandiosa dall'atrio dorico, e funerea come una casa di fantasmi, il principe Emilio condusse la lieta, bionda duchessa de Plaisance; e là i due amanti vissero, volontarii prigionieri, chiusi, soli, soli, con qualche servo, per otto anni; e in quell'asilo, anco tra le nevi dell'inverno e all'infuriar delle procelle in mezzo a una desolazione d'ombre e di spume iraconde e di flutti lividi, i baci d'amore bastavano; e in profondo, immenso oblio era sepolta per quelle anime beate la vita degli altri, la vita del mondo. Pochissimi, intimi amici li visitavano.
Larga e monumentale è la mole della _Villa Pliniana_, che prese il nome da Plinio perchè Plinio il Giovane descrisse in una lettera a Licinio una sorgente che vi cresce e decresce a guisa del mare; eterna sorgente della cui mistica vita molti esplorarono il segreto; simbolo delle vicende umane. Il conte Anguissòla (che col Gonfalonieri, col Pallavicino e col Landi avea assassinato nel 1547 il ribaldo Pier Luigi Farnese, duca di Piacenza e di Parma) temendo vendette ivi riparò, e fe' costruire addosso alla montagna protettrice, la villa; — e questa, che aveva accolto il fuggiasco del delitto co' suoi turbamenti, doveva, quasi tre secoli più tardi, accogliere i fuggiaschi dell'amore. Nella _Villa Pliniana_, due sicarii incappucciati da frati, penetrarono un giorno per insidiare cogli stili, celati sotto le tonache, la vita dell'Anguissòla e per vendicare il Farnese; — là, una notte, Napoleone Bonaparte riposò, sognando forse nuove vittorie; ma nella stessa dimora ben altri sogni allietavano il principe Belgiojoso e Anna Maria, alta, bionda, dal bel corpo adorato!...
Come mai passavano i lunghi giorni nella reclusione?... Doveva essere un'estasi, un mutuo incantamento, che solo la passione, un'invincibile passione, in tutti e due, poteva spiegare. Aveano abbandonati i viaggi, i teatri, i conviti, le danze, le mille leggiadrie, le mille feste della grande metropoli, della città più mondanamente seduttrice della terra per un eremo come quello.
Al rimbombo del torrente precipitantesi a picco dal monte, confondeasi il canto soave del principe, i suoni del cembalo d'Anna Maria. Ed erano talora risate di gioja, che si perdeano nei chioschi segreti dei boschetti, fra le edere, tenaci come passioni. E quali veglie nelle notti piovose d'autunno!... Nessun astro in cielo; e monti neri, acqua nera; e i cipressi, nella languida pace dell'alba, disegnantisi appena con tremolii lenti nelle cime.... Par che, all'alba, la mano d'una fata, ardente d'amore, passi tra le chiome di foglie, destandone brividi di voluttà. Sulla ringhiera marmorea, le ultime rose grondanti rugiada si rialzano superbe alla luce; bellezze lagrimose ed altiere che domandano a Dio un conforto. E, sbattendo sugli scogli, l'onde dalle lunghe striscio violacee, assaltano avide gli scogli e ricadono con un singhiozzo.... Ma che importa tutto questo a due cuori amanti?
La duchessa de Plaisance, la principessa di Wagram, s'abbandonava talora a scherzi infantili col principe: e un giorno, remando con lui sul lago, ella gli disse: “una capanna, il tuo cuore.... e un buon cuoco.„
Nei pomeriggi d'estate, sulla balaustrata della loggia alta e severa, comparivano ritte due figure ravvolte in un lenzuolo, che molti, sul lago di Como, ricordano ancora. Erano il principe e la duchessa. E stavano lì, ritti, qualche tempo, sembrando due statue. D'un tratto, i due amanti spiccavano insieme un salto da quell'altezza e piombavano nel lago, che ivi è profondissimo; e beatamente nuotavano.
Ma un giorno, comparve alla Pliniana un fiero gentiluomo. Era un cospiratore milanese, un mazziniano, amico di Cristina Belgiojoso, ma non certo inviato da questa principessa, chè mai ell'avrebbe voluto abbassarsi per venire a patti o catechizzare una rivale!... Egli era pure amico e concittadino del principe Emilio; era stato attivo cospiratore con lui nella _Giovine Italia_; con lui aveva fondata a Parigi la “Cassa di soccorso per gli emigranti italiani„; con lui s'era trovato nelle belle audacie mazziniane, nei pericoli. Era il barone Carlo Bellerio.[94]
Il Bellerio voleva strapparlo da quella donna, fra le cui blandizie l'amico perdeva l'antico amor patriottico, del quale l'Italia aveva ancora bisogno. Il Bellerio soffriva nel veder sepolto negli ozii snervanti d'una villa un amatissimo amico, che, per il suo passato operoso, per il prestigio del gran nome e della personale seduzione, avrebbe dovuto agire ancor più, ora che altri passi sulla via della indipendenza restavano da compiere, gli ultimi forse, i decisivi!... Carlo Bellerio si presentava alla duchessa anche per preghiera della famiglia Belgiojoso, allo scopo di ricondurre l'ordine morale dove la passione l'avea bandito.
L'incontro del barone Bellerio colla duchessa de Plaisance alla Pliniana fu uno de' più caratteristici: una scena. Qua, un cospiratore dagli occhi fulgentissimi, leale, impavido, che vuol distruggere a ogni costo la rete avvolgente la vita d'un patriota, d'un gentiluomo, d'un amico; là, una gran dama ch'era precipitata nello scandalo, disprezzando il disprezzo di mille.
Il Bellerio le parlava vibrato, commosso; ella ascoltava con blanda rassegnazione.
— Pensate, o duchessa, pensate che non può tardare il giorno nel quale uno di voi due, stanco, abbandonerà l'altro. È meglio che affrettiate voi stessa il momento della separazione; ma senza chiasso, da buoni amici, con cordialità. L'addio d'oggi non sarebbe senza la soddisfazione di compiere un alto sacrificio; l'addio di domani non sarà senza fastidio, forse non senza disprezzo. E pensate al dolore della vostra famiglia di Parigi, al dolore di vostro fratello che vi ama, di vostra figlia che avete abbandonato.... Pensate allo scandalo....
E la duchessa, con voce bassa, lenta, per troncare ogni discussione, rispose:
— Ma a me piacciono gli scandali!
Quando scoppiò la rivoluzione del '48 a Milano, non si vide, pur troppo, il principe Emilio Belgiojoso primeggiare nella sua città fra i maggiorenti che guidavano il popolo alla lotta eroica e bellissima. Egli era ancora celato nella Villa Pliniana colla duchessa de Plaisance!
In quello stesso anno, il giovane Carlo Rezia di Como corre a una polveriera austriaca e ne invola le polveri; altri animosi s'impadroniscono della polveriera di Geno; a Como, i cittadini fanno prigionieri nelle caserme millecinquecento soldati; s'impadroniscono dell'antica, gloriosa bandiera del reggimento Prohaska; — e il principe Belgiojoso rimane inerte accanto alla duchessa!... Soltanto, all'improvviso, dona alla guardia civica comense una bandiera: povera bandiera, che, dopo varie vicende, passò a una società operaja, che la conserva tuttora.
Ma il giorno preveduto dal Bellerio arriva. La duchessa non può più rimaner sepolta viva in quella solitudine, donde per otto lunghi anni mai, nemmeno una volta, volle allontanarsi. Ella è stanca dell'antica villa, di quella fragorosa cascata; è stanca di quei cipressi, di quelle fitte edere eterne, di quelle serpi striscianti nell'umidità dei muschi, di quella lapide che, nel loggiato, reca scolpita la lettera famosa di Plinio; è stanca di quegli amori; è stanca del principe; ma non è stanca del lago di Como; e, dicendo addio al principe, va ad abitare nella riva opposta del lago, a Moltrasio, pur memore d'altri amori: di Vincenzo Bellini con Giuditta Turina.
Un giorno, il principe avea fama d'uomo facile alle decisioni. Ebbene, si noti che non lui spezza per primo il legame; lo rompe ella, e, per di più, va a dimorare quasi in faccia all'abbandonato!
Chi può penetrare nel cuor di quella donna che, pur frangendo ogni vincolo coll'uomo per il quale ha offeso la società, non può lasciare il lago, quelle rive, quei ricordi?... Per fare un dispetto al principe?... Oppure, per assaporar le memorie d'una dolcezza amorosa, che ha inondata la sua giovinezza?
Il principe Emilio ne sofferse come della più acerba ferita. Che avrebbero detto a Parigi e a Milano di quell'umiliazione a cui una donna lo avea piegato?... Quanti ne avrebbero riso!... E che strazio essere abbandonato da una creatura divinamente bella, lungamente amata, e adorata ancora!...
Il principe Emilio non fuggi; rimase qualche tempo nella Pliniana, solo, triste, cercando di sviare i tormentosi pensieri coll'abbellire i giardini, col renderli, col suo buon gusto d'artista, più ameni di piante e di fiori. Della duchessa mai parlava; soltanto ad un amico, che andò un giorno a trovarlo, egli manifestò per lei quel disprezzo con cui Alfredo de Musset nella _Confession d'un enfant du siècle_ parla di certi abbandoni d'amanti....
E la duchessa brillava intanto più che mai. Uccello.... non del paradiso, fuggito dalla gabbia, saltava spensierato di gioja in gioja. Aveva coperto i balconi e i muri della sua villa di Moltrasio di piante verdi rampicanti; una graziosa novità, allora, per il lago. E, a Milano, abitava nel palazzo Poldi-Pezzoli, dove riceveva soltanto giovani signori coi quali teneva discorsi d'una libertà da etèra. Nel palco numero 4 della seconda fila a sinistra del teatro alla Scala, la duchessa sfoggiava le sue rosee bellezze in modo che pareva immersa in una vasca da bagno....
La duchessa de Plaisance s'infiammò poi, a Milano, per Cesare Stampa marchese di Soncino, nervoso, bruno, fierissimo, di carattere violento, tipo del gran signore. Perchè patriota risoluto, il conte Spaur, governatore di Milano, lo avea, nel 12 gennajo del 1848, sfrattato d'improvviso dalla città e fatto condurre a Lubiana in esilio; ma egli ritornò in patria, a muover le mani sui padroni stranieri!...