La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato
Part 14
Margherita Power, divenuta per il secondo suo matrimonio _lady Blessington_ (il primo marito si chiamava il capitano Saint-Léger Farmer), era nata da un piccolo proprietario di quella irlandese contea di Waterford, dove più tardi vide la luce un'altra regina della moda, un'altra autrice di romanzi mordenti: l'avventurosa Maria Letizia Wyse, sposatasi prima al vecchio de Solms; poi al ministro d'Italia, Urbano Rattazzi; quindi al giornalista spagnuolo De Rute; morta nel febbrajo del 1902. Lady Blessington era un portento per la finissima bellezza, per l'eleganza suprema ch'ella imponeva alle dame inglesi; le quali la detestavano, non potendole perdonare l'audacia colla quale ella smascherava nei proprii romanzi l'ipocrisia dei puritani d'Albione. Fra i tanti romanzi sociali di lady Blessington, uno ne emerge: _Le vittime della società_; ma noi italiani dovremmo conoscere ancor più _L'ozioso in Italia_, che fa il pajo con l'altro suo libro d'impressioni di viaggi, _L'ozioso in Francia_. Nell'_Ozioso in Italia_, lady Blessington descrive gli azzurri del cielo di Genova, di Firenze, di Venezia, di Roma, i monumenti, i capi d'opera dell'arte moderna, la società italiana; riferisce le conversazioni avute con lord Byron, al quale ell'aveva portata una lettera del poeta Tommaso Moore; ma non dice ch'ella viaggiava col marito e coll'amante suo, insieme, il conte Alfredo d'Orsay.... Erano i comodi costumi d'allora.... Lord Byron s'affrettò a informare di quella trinità viaggiante Tommaso Moore con un piccante biglietto da Genova, prima d'imbarcarsi per la Grecia insorta; biglietto che non venne tradotto da Carlo Rusconi fra le lettere del poeta d'Aroldo. Lady Blessington difese lord Byron contro le accuse lanciategli dall'Inghilterra: il suo _Diario di Conversazioni con lord Byron_ contrasta simpaticamente colle infamie che sul grande poeta pubblicò nel 1869 Enrichetta Beecher-Stowe; questa arrivò al punto d'accusarlo d'amore incestuoso con la sorellastra Aurora Leight; e non si accorgeva che con sì orrenda accusa, avventata nella _Vera storia di lady Byron_, macchiava il fulgente alloro guadagnatosi colla _Capanna dello zio Tom_, che tanto contribuì a spezzare le catene degli schiavi americani. Ma l'accusa era vera!
La principessa Belgiojoso apprezzava il coraggio di lady Blessington, di questa bella Amazzone della letteratura inglese, e si divertiva a udirla parlare con tanto spirito delle gelosie della povera Teresa Gamba contessa Guiccioli, l'amante di lord Byron, la quale, perduto il glorioso e bellissimo amico suo nel 1824, morto in Grecia, non seppe consolarsene neppure fra gli spassi di Parigi e della corte di re Luigi Filippo, dove, come un fiore del giardino italico, venne portata dal secondo marito, il marchese de Boissy. Questo gentiluomo francese non era meno balordo del vecchio conte Guiccioli di Ravenna, il primo marito della _charming_ contessa Teresa, come lord Byron definiva quella damina molto piccola, molto bionda, molto bianca di carni, molto opulenta nel busto stretto alla vita, molto seducente nel sorriso. Si racconta che il marchese de Boissy presentasse al re Luigi Filippo la sposa con queste parole: “La marquise de Boissy, ma femme, ci-devant maîtresse de lord Byron!„ Quando lady Blessington andò a trovare a Genova lord Byron, questi si divertì a corteggiarla sotto gli occhi di milord Blessington, del conte d'Orsay e della _charming_ Guiccioli, che ne sentiva (dicea la brillante scrittrice) tutti gli aghi della gelosia. Lady Blessington morì a Parigi nel suo palazzo di _rue du Cercle_; la contessa Guiccioli (che andava pure a visitare la Belgiojoso, subendone sorridente la superiorità intellettuale) morì settuagenaria a Firenze co' suoi antichi riccioli a spirale sulle tempie e colla sua grazia innata, che gli anni non aveano illanguidito d'una sfumatura; morì dopo d'aver difeso anch'essa il suo adorato indimenticabile poeta.... colla penna! L'amore che fa tanti miracoli, fece anche quello di trasformare la colta dilettante di poesia in vera autrice. Chi oggi può leggere il libro che la Guiccioli pubblicò a Londra: _Ricordanze di lord Byron_?... È quasi introvabile.
Entusiasta per la principessa Cristina Belgiojoso si mostrava (dice Camillo Cavour nel _Diario inedito_) Madame de Boigne. Questa dama, autrice dello squisito romanzo _Une passion dans le grand monde_, era moglie di quel Boigne che durante il regno di Luigi Filippo primeggiò fra gli eroi del _Jockey's Club_ e del _Café de Paris_: un semidio della moda.
Ma più delle ammirazioni di madame de Boigne, importava a Cristina l'amicizia calda e sincera d'una grande scrittrice: Giorgio Sand.
Nei crocchi mondani di Parigi, si ripeteva che la Sand avesse fatto lega colla Belgiojoso perchè questa canzonasse lietamente Alfredo de Musset, concedendosi, mercè lo spirito della patrizia italiana, il lusso d'un divertimento, in compenso del bel filo da torcere che il poeta le aveva dato dopo la procellosa avventura erotica di Venezia. Ma sarà vero?... La Sand fece più male co' suoi romanzi che colle sue passioni. L'aurea lingua de' suoi libri non li ha salvati dall'oblio; eppure quali pagine risplendenti di bellezza ci offrono _Valentine_ e _Lelia_ e _Spiridion_ e _Les sept cordes de la lyre_! Sì, di bellezza; ma come certi fiori tropicali, quelle pagine emanano aliti che turbano il cervello di chi non è forte. I romanzi della Sand sono i romanzi delle signore mal maritate, che a tutti i costi vogliono uscire dalle loro catene, e non s'avveggono delle ingiustizie ch'esse medesime, cieche, commettono a danno degli altri. La ciarpa tricolore del sindaco è ben di rado l'arcobaleno della felicità; le signore mal maritate lo sentono, ne soffrono, e s'afferrano disperate al collo dei giovani liberi, spesso inesperti, e ne struggono come edere per sempre la vita, non immaginando nemmeno il delitto che, per soddisfare un febbrile egoismo, compiono dinanzi a quel Dio da esse tante volte implorato in ajuto dei proprii dolori.
La Belgiojoso amava grandemente la Sand, perchè questa tendeva a migliorare, come lei, le condizioni del popolo. La Sand fondò, infatti, un giornale settimanale col titolo: _La cause du peuple_, e divenne mazziniana fervente al pari di Madame d'Agoult.
Madame d'Agoult si mostrò mai amica della principessa Belgiojoso?... La natura le aveva create rivali. Tutt'e due volevano dominare nello stesso regno: Parigi. Tutt'e due s'eran gittate nei flutti della politica; ma Madame d'Agoult non possedeva il talento dell'italiana, per navigarvi sicura; non avea la meta dell'esule; meta fieramente contesa e bella: la libertà della patria. Madame d'Agoult, nota nella letteratura col nome di battaglia _Daniel Stern_, si limitava alla parte di seconda attrice.... con Giuseppe Mazzini. Le _Lettres de Joseph Mazzini à Daniel Stern_[83] mostrano quanta considerazione in materia politica, l'agitatore ligure nutrisse per quella donna; ma nella sua generosità di poetico sognatore egli scambiava talvolta per autentiche Minerve certe povere donnette....
Madame d'Agoult rappresentava anch'essa i liberissimi costumi femminei di quel tempo. Non mostrava alcun riguardo di viaggiare l'Europa col ben chiomato pianista Liszt, e di portare trionfalmente in società (come per esempio nel salotto della dolce contessa Maffei a Milano) i segni di non legali ma feconde tenerezze.
Ben più attraente di Madame d'Agoult era la contessa Anna Dubourg, una specie di contessa Maffei di Parigi.
Gli emigrati italiani e polacchi, fra il '33 e il '44, ricevevano a Parigi cordiali, calde accoglienze dalla _contessa Anna_, come la chiamavano. La genialità più squisita splendeva ne' suoi sguardi e nella sua parola. Tutt'i frequentatori del suo salotto le porgevano omaggi di devozione; tutti, anche lontani, la ricordavano. Nessun ingegno forte e ardito in lei; ma una grazia dolce e sorridente che avvinceva gli animi. Gli emigrati lombardi andavano tutti in casa della contessa Anna; vi andava anche l'illustre capo de' congiurati del '21, il conte Federico Confalonieri quando, liberato dai lunghi, cupi martirii dello Spielberg, rivide Parigi; e fu là, nel salotto della Dubourg ch'egli incontrò Sofia O' Ferrall, la donna eletta che, commossa alle sofferenze del patrizio somigliante a misero spettro, ed entusiasta di quel carattere indomito, se ne innamorò; ed egli la fece sua seconda moglie, per avere una compagna, un'infermiera. La prima moglie del Confalonieri, l'incomparabile contessa Teresa Casati, morì consumata da un dolor solo, — per l'adorato marito prigioniero: — morì nel settembre del 1830 in Milano, senza aver potuto almeno una volta riabbracciare colui che, con un grido (ben raro) del suo cuore la chiama nelle _Memorie_ “martire santa dell'amor conjugale„.
Sofia O' Ferrall, danese d'origine, povera, era dama di compagnia della contessa Anna Dubourg; ma il superbo Confalonieri non fe' conoscere mai ad alcuno questo particolare. Noi ritroveremo più tardi, a Blevio, fra gli azzurri del lago di Como, in compagnia allegra, Sofia. La principessa visitava a Parigi la Dubourg: le voleva bene perchè schietta, perchè amica degl'italiani e dell'Italia.
Anche Madame Ancelot amava la patria nostra, ch'ella chiamava “ce fortuné pays de l'intelligence„ specialmente pei portentosi ingegni versatili, che la privilegiata terra nostra produce; “Il ne s'est trouvé un Michel-Ange qu'en Italie„ ella diceva. Terenzio Mamiani destava speciali ammirazioni in Madame Ancelot.... La buona signora ammirava in lui la conversazione finamente canzonatrice, spesso allegrissima. “La poésie et la philosophie donnaient un grand charme à ses paroles„ ella aggiungeva.
Il Mamiani, dai capelli ricciuti e baffetti sottili, con l'abito stretto alla vita e coi calzoni attillati (secondo la moda del tempo) era diventato il _deus loci_ del salotto della Ancelot; la quale ne teneva religiosamente il ritratto appeso a una parete; e lo additava a tutti, dicendo: “Voilà mon doux Mamianì!„[84]
Era romanziera e fecondissima commediografa Virginia Ancelot, moglie di _monsieur_ Ancelot, poeta, tragedo. Abitava nell'_Hôtel de la Rochefoucauld_, dove riceveva a braccia aperte i più illustri personaggi. Ed era anche pittrice. Un suo quadro mostra il suo salotto dagli ampii usci spalancati, con un gruppo caratteristico: lei, regina, scollata, — Victor Hugo giovane, vicino alla moglie, — e il poeta Parseval de Grandmaison, che declama de' versi. Questo vate da salotto era autore del poema epico _Philippe Auguste_, un immortale dell'Accademia, come monsieur Ancelot.... Poveri immortali.... morti!... In quella casa, aveva abitato un giorno lo scettico duca de la Rochefoucauld, autore delle _Maximes et réflexions morales_; Madame de Sévigné, ciarliera e arguta, vi era passata; i grandi scrittori del regno di Luigi XIV vi erano stati ricevuti con tutti gli onori delle armi.
Non contenta d'averlo ritratto col pennello, il suo celebre salotto (che gareggiava con quello della Récamier), Madame Ancelot lo ritrasse anche colla penna: _Un salon de Paris 1824-1864_; e vi appose un motto poco lusinghiero, veramente, pe' suoi bravi ospiti: “Et in Arcadia ego!„ Il dolce e gelido Alfredo de Vigny, la “casta diva„ della lirica; — Emilio Deschamps, che si sforzava a tradurre in francese la _Divina Commedia_; — Sofia Gay, romanziera, vociferante come una trecca, sprizzante veleno da tutt'i pori, maledica verso tutti; — sua figlia Delfina, che diventò Madame Emilio Girardin, dai begli occhi azzurri, dal naso aquilino, dalle labbra sottili, dal mento duro; — e tutte, o quasi tutte, le stelle di prima, seconda, terza grandezza passarono nel salotto Ancelot; quante stelle in quarant'anni!... Un firmamento! — Vi andò, qualche volta, anche la principessa Belgiojoso. Vi andò per la segreta antipatia che la padrona di casa nutriva per le due muse Gay, madre e figlia?... Un profugo veneto, Antonio Caccianiga, lo descrisse così:
“Madama Ancelot riceveva una sera per settimana una società composta di accademici colleghi del marito, di letterati amici di lei, e di contesse del sobborgo di San Germano che amavano le belle lettere e gl'inni dei poeti. Ce n'erano di belle e di brutte, e chiedevano sovente un'ode, una canzone, una ballata pel pianoforte o per l'album. I Francesi, così compiacenti in simili cose, le contentavano tutte. Ignoro i loro componimenti, ma me li immagino; per le belle, avranno cantato qualche variazione della solita romanza: — _Je pense à toi_ — e per le brutte? — _Je pense à moi!_„[85]
Oh i due deliziosi acquerelli-caricature del Gavarni: _Elle va chanter!_ e _Elle a chantè!_...[86]
Sul tardi, quelle pareti in mezzo a profondo, sacro silenzio, risuonavano alle cadenze (poco piacevoli per noi italiani) di declamazioni di poesie francesi. Talvolta, le poesie eran così vivaci, che tutti si addormentavano....
Madame Ancelot aveva conosciuta la Belgiojoso intorno al 1832, in casa del pittore Gérard: e l'incontrò poi in parecchi salotti parigini. “Elle ne m'attirait pas; elle m'étonnait.„ L'effetto che la strana apparizione faceva in quasi tutti.... E racconta questo aneddoto pittoresco:
“Mi ricordo d'una sera in casa del nostro illustre Berryer; — quell'Arturo Berryer oratore principe, del quale abbiamo le postume _Œuvres parlementaires_. Vi si eseguiva della musica; e Adolfo Nourrit (il famoso tenore di Montpellier che, avvilito pei cessati trionfi, si uccise poi sotto il cielo ridente di Napoli, e per il quale Rossini avea scritta la parte d'Arnoldo nel _Guglielmo Tell_), cantava là, per l'ultima volta. Quella sera, egli aveva ceduto ad una preghiera, alla quale non si può resistere; ma ciò che v'era di triste nel fondo del suo cuore traspariva, contro ogni suo sforzo, nelle inflessioni della voce e imprimeva una specie d'emozione alla società che sapeva de' suoi crucci e della sua partenza. Verso mezzanotte, mentre egli cantava e teneva l'uditorio sotto l'impero della sua simpatica malinconia, apparve, sulla soglia del salotto, la principessa Belgiojoso, ancora in lutto di sua madre. Ella portava una veste di seta bianca, ornata di _jais_ neri. Il suo pallore sepolcrale, il suo abbigliamento funereo, i suoi grandi occhi neri brillanti, la sua persona alta e magra, tutto concorreva per darle l'aspetto d'un'apparizione d'oltre tomba. Ella rimaneva là, sulla soglia, ferma, immobile, come una statua di marmo. Arturo Berryer stava per andarle incontro; ma ella, d'un gesto imperioso, gli fe' cenno di non turbare il canto. Ella restò così, là, pallidissima, senza movimenti, e così esile che pareva impalpabile.„[87]
La marchesa Vittoria Gherardini (che avea sposato in prime nozze un Trivulzio padre di Cristina e in seconde il marchese Visconti d'Aragona coinvolto quale carbonaro nei processi del '21 a Milano) era morta, infatti, a Parigi; e la principessa ne fece trasportare la salma nei sepolcri gentilizii ad Àffori presso Milano, come la madre cara le avea raccomandato sul letto di morte. La bella e animosa marchesa Vittoria fu l'ultima dei feudatarii di Àffori.
Ed ora un'altra scena: una scena di donne, degna di Carlo Goldoni e del Molière.
Elisa, la viril sorella di Napoleone I, che voleva tutto e diventar tutto, volle essere anche presidentessa d'un'effimera accademia di donne, sotto il primo Impero: e Madame Jules de Castellane non accontentandosi della notorietà acquistata a Parigi col suo teatrino in casa e co' suoi cavalli alle corse, vagheggiava anch'essa, al pari d'Elisa, un'Accademia femminile di quaranta donne immortali, con sedute solenni, con ricevimenti ufficiali, coi discorsi; una copia, insomma, dell'Accademia francese. Ma poichè possedeva almeno il buon senso di comprendere di non essere abbastanza capace per fondarla lei, l'accademia, ne affidò l'incarico alla ispiratrice sua segreta, Virginia Ancelot. Madame de Castellane non pretendeva neppure al campanello di presidentessa: voleva affidarlo alla celebre mano che avea donato alla Francia i più appassionati romanzi: Giorgio Sand. Ma una furiosa avversaria scattò subito contro tale illustre candidatura; una giornalista, romanziera, commediografa, che non si reputava inferiore per nulla all'autrice di _Lelia_. Era Madame de Girardin. Chi avrebbe potuto resisterle?... Ell'era inebbriata dell'incenso che scrittori e artisti le prodigavano per ingraziarsi il marito di lei, il temuto Emilio de Girardin, padrone della pubblica opinione, coi prepotenti sommesso, coi deboli prepotente.
Non ostante il potere d'Emilio (era figlio naturale del generale Alessandro conte di Girardin) quella signora non veniva ammessa negli aristocratici salotti del _faubourg Saint-Germain_; ma ella sperava di debellarne le sdegnose ritrosie una volta che, divenuta presidentessa e regina d'un'Accademia di donne immortali, avrebbe potuto invogliare del nuovo, alto consesso le marchese e le duchesse più o meno intinte di letteratura; queste non avrebbero respinte allora le sue visite; e le avrebbero (così sperava.) aperto l'Olimpo del blasone, in compenso dell'Olimpo della penna.
Scoppiò il conflitto. Gli animi più o meno letterarii s'appassionarono. Gli uni, con Madame Ancelot, sostenevano la candidatura della Sand; gli altri, con Madame de Girardin, sostenevano la candidatura.... di Madame de Girardin. Ma la Sand, non ostante il suo coraggio in tante, anzi in troppe cose, non si sentiva d'accettare. Non voleva accettare neppure Madame Charles Reybaud, romanziera assai stimata, timida signora, E allora gli sguardi si rivolsero sulla grande patriota italiana, che in quell'anno (era il 1843) attirava più che mai l'attenzione di tutta Parigi: la principessa Cristina Belgiojoso.
“On dut donc (dice _Une vieille Saint-Simonienne_ nella _Revue des Revues_ di Parigi)[88] on dut donc se rejeter sur la princesse de Belgiojoso, quoique non française. C'était une femme d'une grande allure patricienne, amie passionnée de G. Sand. Furibonde zélatrice de la cause républicaine, elle aidait généreusement de sa bourse tous les conspirateurs politiques, italiens ou polonais, réfugiés en France. M.me de Belgiojoso eut été, certes, pour l'académie des femmes, une présidente hors ligne: elle était belle, d'une beauté tragique, impressionnante: grande était son intelligence.„
Dinanzi alla candidatura della principessa, Madame de Girardin si sentì vinta, ma non doma; abbandonò furiosa la candidatura, e afferrò furiosa la penna, per deridere le idee delle due gemelle, Castellane e Ancelot. Guizzano le sue ironie in una delle appendici, che dal '36 al '48, ella, Madame de Girardin, scriveva nella _Presse_, sotto il titolo di _Courrier de Paris_. Le firmava con un pseudonimo nobiliare (s'intende!): _Le Vicomte Charles de Launay_; e vi profondeva agilità di stile, brio.... ed acido corrosivo. Anche oggi son piacevoli a leggersi quei “corrieri„, modelli d'un genere che si crede facile ed è difficilissimo. Tutta la vita parigina di quel periodo passa, trasvola nei rapidi _feuilletons_ della celebre giornalista. Ecco: quello era il campo dove ella raccoglieva allori veridici; gli altri suoi erano allori di carta. Madame de Girardin compose, infatti, parecchie commedie; ma esse provano una volta di più che le donne sul teatro possono regnare come attrici, come cantanti, come ballerine, non come autrici.
Nel _feuilleton_ del 23 marzo 1844, madame de Girardin s'occupa dell'Accademia femminile. Ella sostiene che un italiano ha più spirito d'un'italiana; uno spagnuolo ha più spirito d'una spagnuola; un russo ha più spirito d'una russa; un greco ha più spirito d'una greca; ma una francese ha più spirito d'un francese....; “car en France (soggiunge maligna), excepté les _bas bleus_, toutes les femmes ont de l'esprit.„[89]
E finisce con questa variante della favoletta d'Esopo sulla volpe e l'uva:
“Quant aux femmes célèbres, elles vous diront qu'elles ne rêvent nullement les _dignités académiques_; l'art pour elles n'est pas une profession, mais une religion: leur talent n'est pas un trésor qu'elles exploitent, comme les hommes, par intérêt et par orgueil: c'est un don du ciel, qu'elles cultivent avec amour et respect.„
Ma, non contenta d'assalire l'Accademia, assalì anche la principessa Belgiojoso.... colla penna de' proprii amici. Ed ecco tutto uno stillicidio di veleni da penne più e men note contro la Belgiojoso! Ecco lo stesso Teofilo Gautier, il poeta della bellezza, macchiarsi d'un cattivo ritratto della grande Italiana. Madame de Girardin, nella terza lettera della _Croix de Berny_, introdusse quel ritratto, che assicurò al volume un grossolano successo di scandalo. La _Croix de Berny_ è composta di lettere firmate da Irène de Chateaudun (ch'è Madame de Girardin); da Raymond de Villiers (ch'è Jules Sandeau), da Roger de Monbert (ch'è Mery) e da Edgard de Meilhan (ch'è precisamente Théophile Gautier), amico e biografo della Girardin, a' cui piedi aveva deposto penna e discrezione.
Il Gautier, che avea beffato un giorno l'addobbo del salotto della principessa, con egual grazia e malignità leggiera cincischia la dama. Senza nominarla (la chiama soltanto la _marquise_) ne esalta la bellezza, le belle mani aristocratiche, il piede minuscolo; ma dice:
“Je fus reçu avec toutes sortes de tendresses, bourré de petits gâteaux, inondé de the, et assassiné de dissertations romantiques et transcendantes.„[90]
Doveva essere soddisfatta l'acre Girardin.... Ma nossignori! Ella attirò alla sua ignobile causa una dea della moda, la contessa Merlin, nel cui salotto la principessa Belgiojoso andava di tratto in tratto, non certo in omaggio a lei, arricchita col più infame commercio (quello degli schiavi), ma pei celebri artisti, che la circondavano divertendo se stessi e divertendo tutti. Madame Merlin, che dilettavasi a scrivere, nelle _Lionnes de Paris_ pubblicate sotto falso nome, trasformò la principessa Belgiojoso in una spaventevole avventuriera criminale e demoniaca. Ma questo romanzo, come tutti gli sfoghi ignobili, ebbe voga fugace, e solo nel “petit monde boulevardier„ dei cattivi soggetti.[91]
Come ne rimasero Madame de Castellane e la principessa Belgiojoso?... _Une vieille St.-Simonienne_ racconta così:
“Néanmoins, malgré tous ces mécomptes, M.me de Castellane continuait bravement à aller de l'avant. En vain M.me de Belgiojoso elle-même terrorisée par tant d'injures, refusait-elle son concours. M.me Ancelot, qui avait toujours été l'àme de l'entreprise, ne lui consacrait pas moins toutes ses énergies.„
Ah, no! Non bisognava conoscere la principessa per supporre ch'ella potesse atterrirsi. Anche allora, ella avrà fatto il suo solito gesto di sprezzante indifferenza, sollevando il mento, senza pronunciare neppure una sillaba. Su quella statua di marmo le raffiche non lasciavano solco. La Belgiojoso ricusò il proprio concorso all'Accademia Castellane, perchè le vere regine della letteratura si erano, nel frattempo, ritirate, lasciando il posto a quaranta poetesse e giornaliste di scarsa fama; e una principessa Belgiojoso non poteva, non voleva, in una Parigi, offrire lo spettacolo di regnare sopra un asilo di scrivanelle mediocri. L'Accademia s'aperse, ma senza Giorgio Sand, senza Cristina Belgiojoso, e non ebbe importanza. Una sola seduta fu memorabile: il ricevimento d'una celebre viaggiatrice inglese, mistress Trollope, reduce da una traversata del deserto.
Virginia Ancelot contava allora mezzo secolo; ma, più di lei, la contessa Merlin (per dirla con Shakespeare) era scesa nella valle degli anni. Al pari della Girardin, la Merlin era gelosissima del fascino che la gran dama italiana irradiava, e del gran posto che teneva nella metropoli del mondo.