La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato

Part 12

Chapter 123,583 wordsPublic domain

Il Thierry prese le mosse da Saint-Simon, suo maestro, ma, ben presto, si librò a libero volo in un cielo suo. L'_Histoire de la conquête de l'Angleterre par les Normands_, apparsa nel 1825, è storia ed epopea insieme. E che dire dei _Récits des temps mérovingiens_, di quei due fitti volumi che cominciano dalla primitiva costituzione della monarchia francese e finiscono col dolore materno di Fredegonda?... E che dire delle _Lettres sur l'histoire de France_, commiste di critica e di narrazione; narrazione animata come una scena, limpida come un cristallo?... Tutte le pagine di Agostino Thierry attestano lunghe ricerche e un'anima di poeta che intuisce, che scopre dove gli altri non iscoprono.... Ei non vendette la penna a nessun sovrano, a nessun ministro, a nessuna fazione politica, a nessun capriccio della moda: la consacrò alla letteratura.

Anche allora che la sventura lo colpì (nel 1826 divenne cieco e paralitico) non piegò l'animo alto e sereno. Sembran quelle d'un venerando sacerdote d'antica dea le parole ch'egli scrive nella prefazione dei _Dix ans d'études historiques_; parole che i giovani devono scolpir bene nel cuore:

“Aveugle et souffrant sans espoir et presque sans relâche, je puis rendre ce témoignage qui, de ma part, ne sera pas suspect: il y a au monde quelque chose qui vaut mieux que les puissances matérielles, mieux que la fortune, mieux que la santé même: c'est le dévouement à la science.„

La principessa Belgiojoso, che comprendeva le grandi cose e i grandi caratteri, comprese il Thierry; e, nel 1844, quando il glorioso storico restò vedovo della diletta consorte, signora Querangal, che lo avea consolato nell'infortunio col lungo affetto e colla dolce devozione, volle togliere l'infelice uomo alle tristezze d'una gelida, amara solitudine, lui, infermo, lui cieco e paralitico: volle che Agostino Thierry andasse ad abitare in un bel _chalet_ del suo giardino nella _rue du Montparnasse_ presso di lei; là, nella nuova dimora che la principessa avea comperato nel lasciare la palazzina di _rue d'Anjou_; e là il Thierry, questo Milton delle visioni storiche, il fulminato della sventura, visse gli ultimi anni in pace, circondato dalle cure affettuose d'una figlia di suo fratello Amedeo, pur egli a lui devoto, e storico anch'esso; confortato, sopratutti, dall'esule italiana.

Amici eletti visitavano Agostino Thierry,

Stuolo d'amici numerato e casto,

direbbe il Parini. Fra essi, il pittore di Paolo e di Francesca, Ary Scheffer, amico d'Italia nostra; Ary Scheffer che filosofeggiò più che non abbia dipinto, poichè debole è alquanto la tecnica sua, — ma come riesce nobile sempre, elevato!

La principessa Belgiojoso si trasformò in assidua infermiera, in suora di carità del venerando infermo; e non solo apprestava farmachi al corpo cadente, ma consolazioni all'anima.

“A me (scrive Terenzio Mamiani nel lavoro citato parlando d'Agostino Thierry) a me non fu dato d'avvicinarlo e ammirarlo nel suo corpo sano ed integro; bensì lo vidi assai volte in casa della Belgiojoso già cieco e paralitico di tutte le membra eccetto il capo e il torace; e mentre conveniva reggergli il braccio e la mano, perchè accostasse in un bicchiere un poco d'acqua alla bocca, la sua mente permaneva lucidissima e acuta come per lo passato; ed anzi di tutte le umane ricreazioni eragli rimasta sol quella di controvertere cose di scienza e di erudizione; salvo che quando la Belgiojoso, ospite sua generosa e infermiera amorevolissima, addrizzavagli alcuna parola affettuosa e impressa di maggiore pietà e dolcezza, scorrevano dalle chiuse palpebre di lui lacrime così abbondanti che ognuno rimanevane intenerito e angosciato, nè era facile di cogliere il modo di farle cessare.„

Nei giorni di sole, Agostino Thierry si faceva portare nel giardino della casa, fra gli alberi e i fiori; e là ristava, seduto, immobile su una poltrona, cogli occhi che parevano velati da un triste sogno, ed erano velati dalla cecità e dalle lagrime.

Nella sventura, Agostino Thierry trovò altri conforti, un supremo conforto: la Fede. La sua non fu una conversione, ma un ritorno. E ritornò ad essere cristiano, ad essere cattolico. Nella crudele sua tenebra, quella, quella era la sua luce! Morì nel 1856, quando il turbine degli avvenimenti politici avea divelto dal fianco del grande sventurato la benefattrice, che serbò mesta, religiosa memoria dell'amico. La malignità umana non mancò di gittar bava anche sull'opera spontanea d'alta carità della principessa: dicevano ch'ella volle seco il Thierry per attirare maggiormente gli sguardi di Parigi; ch'ella volle far pompa teatrale del beneficio. Ma la malignità umana non poteva soggiungere (almeno quella volta.) che Cristina Belgiojoso volea vedersi genuflesso dinanzi un nuovo adoratore della propria bellezza.... Un cieco?... — Ed un alto, nobile carattere qual era il Thierry, avrebbe sopportata un'ostentazione melodrammatica, per dodici lunghi anni?... Poichè tanti ne visse là, presso la principessa Belgiojoso, colui che lo Chateaubriand chiamò l'Omero della storia.

La benefica gentildonna dovette avvezzarsi all'ingratitudine, e non la curò. Nel marzo del 1837, quand'ella volle tenere nella propria casa, a Parigi, una pubblica vendita d'autografi d'illustri, a tutto beneficio degli emigrati italiani poveri, un italiano disse: “Chi diede alla signora Belgiojoso il diritto di pensare ai nostri dolori?„ Lo riferisce in una lettera a Gino Capponi Nicolò Tommaseo, il quale, nelle _Memorie inedite_, dipinge la Belgiojoso, “ingegnosa donna e gentile e buona, e più calunniata che rea„.[70]

X.

Una folla d'immortali.

Canta il principe Belgiojoso. — Rossini al piano. — Giulia Grisi e il tenore Mario. — Meyerbeer e i gatti. — Thalberg. — Un altro pianista: Döhler. — Chopin e gli esuli polacchi a Parigi. — Un pittore irritato: Delacroix. — Bella scenetta! — Il ritratto della Belgiojoso dipinto dal Lehmann. — Victor Hugo. — Alessandro Dumas padre e la sua bionda Ida. — Balzac. — Sue supposizioni sulla Principessa. — Stendhal lo corregge. — Il poeta de Laprade. — Lamartine. — Chateaubriand. — Augusto Barbier. — Un traduttore di Dante. — La grandezza di Pellegrino Rossi. — Camillo Cavour in una seduta spiritica presso la Principessa. — Un improvvisatore. — Carattere del salotto della Belgiojoso.

Dalla _rue d'Anjou Saint-Honoré_, la principessa Belgiojoso aveva portato il suo celebre _salon_ al numero 28 nella _rue du Montparnasse_, in mezzo agli alberi. Splendida era anche quella sua palazzina. Carlo Monselet, nelle _Statues et statuettes_, la descrive con pochi tocchi, così:

“Un cancello di ferro, di lavoro squisito e bizzarro, s'apre sopra un giardino disordinato, pieno d'ombre e d'erbe, sulle quali rotolano quattro o cinque caprette dalle zampe bianche e nervose. Una ragazzina, che ha portato dall'Italia sul volto un bacio del sole morente, passa, inseguendole, con una verghetta in mano. La casa è in fondo, a diritta, con delle torricelle di ferro agli angoli e sculture in alto.„[71]

L'interno delle sale presentava press'a poco lo spettacolo della palazzina di rue d'Anjou Saint-Honoré. Al piano terreno, abitava il principe Emilio Belgiojoso, che, nel frattempo, s'era riavvicinato alla moglie. Quasi tutte le sere, egli saliva, cantarellando, per una scaletta a chiocciola e compariva nelle sale della principessa, in mezzo a un concerto musicale, di cui diventava il re colla divina sua voce, colla sua grazia.

I concerti, infatti, si susseguivano continui. Nelle sere di carnevale, erano concerti allegri, e la musica di Gioachino Rossini ne faceva riccamente le spese: il principe cantava e il maestro lo accompagnava al pianoforte. Nelle sere di quaresima, si eseguiva, invece, tutta musica religiosa; ma anche allora, il Rossini imperava col suo _Stabat Mater_. I cantanti più celebri dell'_Opéra-Italien_ prodigavano in quelle sale le loro note sublimi. Ecco il soavissimo canto a mezza voce di Giulia Grisi; una carezza!... Il povero Vincenzo Bellini ha scritto per lei _I Puritani_.... E Gioachino Rossini la guarda felice quand'ella gli canta un'aria dell'_Otello_ o del _Barbiere di Siviglia_. Nata a Milano, Giulia Grisi s'avvicina alla principessa sua concittadina e parla con lei in meneghino purissimo: e la principessa sorride mostrando le sue belle file di denti che Alfredo de Musset ha ancora l'ingenuità di descrivere.... al principe Emilio Belgiojoso, suo amico, intimo compagno di cene: “Ce sont de petits boutons d'oranger blanc, enchassés dans du satin groseille, qui servent de dents à cette belle personne.„

Voce ammaliante era quella del tenore _Mario_, bellissimo uomo. Giovanni dei marchesi De Candia, nato a Cagliari, ufficiale di Carlo Alberto, era fuggito in Francia per respirare libere aure. A Parigi, Emilio Belgiojoso, che amava il canto e cantava, lo incoraggiò all'arte; e il De Candia si diede alle scene col nome di _Mario_.

Eccellente patriota anche quel Mario!... Amico del Mazzini, apriva anch'egli la propria casa di Parigi agli emigrati italiani, e gareggiava coi principi Emilio e Cristina nel soccorrerli.

Piccolo di statura, l'autore di _Roberto il Diavolo_ compariva nel salotto con un serafico sorriso, e facendo un profondo inchino alla principessa. Durante la conversazione, il maestro Meyerbeer stava zitto, solo esprimendo con esclamazioni _ah! oh!_ calda ammirazione ad ogni frase, anche insignificante, che cadeva dalle labbra della dea. Egli aveva una terribil paura dei gatti. Di tratto in tratto, gettava qua e là spaventato gli sguardi, credendo di vederne spuntar qualcuno sulla soglia dell'uscio o sotto il pianoforte. Non andava a dormire, senza esaminare ansante sotto il letto, se mai vi fosse annidata qualcuna di quelle bestie, delle quali Teofilo Gautier andava pazzo a tal segno da tenerne una dozzina in casa, sulle poltrone e fra le rare porcellane; e l'autore di _Mademoiselle Maupin_ descrisse il gatto, nello studio sul Baudelaire; le sue poche pagine squisite, scintillanti, vincono tutto il volume fisiologico che sulla domestica belva, pure cara al Petrarca, pubblicò il Rajberti di Monza. Enrico Heine e Gioachino Rossini andavano a gara (un duetto!) nel burlare, davanti alla principessa, il maestro Meyerbeer. Il Rossini diceva: “Oh, la mia piccola musica si eseguisce facilmente. È la grande ch'è difficile!„ E alludeva alla musica del _Roberto_.

Gioachino Rossini viveva giocondo, ma allora senza lussi. I suoi capolavori gli aveano fruttati pochissimi quattrini; e quando poteva riceverne dagli editori, n'era tutto beato: li riponeva in un ripostiglio, li teneva nascosti come un tesoro geloso. Fu sotto il secondo Impero che l'autore del _Barbiere di Siviglia_ guadagnò fior di ricchezze. Egli era intimo amico, allora, del re delle finanze, il banchiere Rothschild, il quale gli diceva: “Caro maestro! Domani alla Borsa giuocate così e così, questo e questo....„ Il maestro s'affrettava a giuocare, naturalmente; e vinceva.

Ed ecco due pianisti di gran fama entrano nel salotto: Sigismondo Thalberg, ginevrino, e Teodoro Döhler, che, non ostante il cognome tedesco, vide la luce nella culla della melodia italiana: a Napoli. Il primo, ruvido, avido di denaro; il secondo, gentile, avido di sorrisi principeschi.

Il Thalberg componeva _variazioni_ e _fantasie_ su una folla di opere; fantasie e variazioni complicate, di pessimo gusto, che stanno all'arte come i giuochi d'un acrobata alle carole d'una Elssler. Le sue mani correan rapidissime sui tasti come lucertole sulle pietre. Il Döhler era più geniale: suonava _perlato_: un incanto di grazia. Sul ritmo delle sue scarpe inverniciate, ei passava di salotto in salotto, dove ripetea un proprio notturno preferito (quello in _re_ bemolle) che godè gran voga.

Teodoro Döhler era stato un fanciullo prodigio. A tredici anni, le sue esecuzioni al pianoforte strappavano al teatro del Fondo di Napoli battimani fragorosi, urli d'ammirazione. Suo padre venne chiamato a Lucca per l'educazione di quei principi, e portò seco il piccolo Teodoro nell'artistica, silente città toscana, che pare un asilo di sognatori. Pochi mesi dopo, Teodoro seguì il duca a Vienna; e là, alla scuola di Carlo Czerny, allievo di Beethoven, maestro di Liszt, insuperabile nell'insegnamento della meccanica pianistica, stupì tutti: — a soli diecisette anni, venne nominato pianista del duca di Lucca; e accompagnò il principe nelle peregrinazioni per l'Europa, componendo fantasie sulla _Norma_, su _Zampa_, sul _Roberto il Diavolo_, opera, quest'ultima, ricca di colore, ma troppo lunga (non è vero?) trattandosi del diavolo, che ama far le cose presto!... In un giro artistico in Germania, le bionde Margherite restarono rapite al delicatissimo tocco di quel Faust del piano; ma fu a Parigi, e precisamente nel salotto della Belgiojoso, ch'egli venne consacrato maestro.

I buongustai, non ostante la presenza del Thalberg (detto da madame de Girardin “il re„) preferivano il Döhler quale esecutore al pianoforte. Le maniere del giovane pianista, imparate a Corte, così diverse da quelle di tanti altri artisti alla moda, incliti villani, piacquero anche alla gran dama milanese, certo più del talento delizioso. Le loro conversazioni alla sera si protraevano, destando inutili gelosie in Enrico Heine, che attanagliava il preferito con acerbi motti e risate. Tanto preferito, che la dama ne accolse il bacio fecondo....

Un giorno, Teodoro Döhler si congeda dalla principessa e da Parigi: e vola oltre la Manica ad altre conquiste, ad altre incoronazioni. Poi passa fra i mulini dell'Olanda e fra le slitte della Russia. Le sue mani s'aprono orizzontali sul cembalo, e solo colle dita ricurve toccano i tasti. Ma una principessa russa, Tschermeteff, vuole quelle mani per lei sola; vuole stringerle davanti all'altare. Ella porta una ricca fortuna al maestro, che ritorna colla sposa sotto il nativo cielo d'Italia; ma una malattia di languore lo assale, lo consuma, e lo spegne il 21 febbrajo 1856.

Sui leggii dei pianoforti, si trovano ancora alcuni pezzi del Döhler, ne' quali risplende la grazia ch'egli sfoggiava nell'eseguirli. I suoi _Lieder_ essendo imitazioni delle melodie dello Schubert, subirono, invece, la sorte di tutte le imitazioni di questo mondo. Enrico Heine lasciò in _Lutezia_ questo ricordo del Döhler: “Comme le plus grand d'entre les petits, nous nommerons ici Théodore Döhler.„

Tempeste, turbini, come gli uragani delle sue lande ungariche, sollevava Francesco Liszt sul cembalo; e le sue mani ossute e adunche come quelle d'un vecchio avaro volavano fulminee sui tasti, e la sua lunga chioma apollinea svolazzava, e tutta la sua magra persona vibrava, agitavasi, e l'aria tremava.

Un altro glorioso straniero, un altro amico della Belgiojoso, un polacco, Chopin, sedeva al piano.... Altra musica la sua! Musica dolente. Nella melanconia di quelle note profonde, sembra che gema l'anima della Polonia. La principessa ammirava grandemente Chopin, anche perchè le rappresentava una terra sorella all'Italia nelle sventure e nelle speranze. Parecchi esuli polacchi si univano cogli esuli italiani nel salotto della Belgiojoso a Parigi; e anche per essi era pronta la borsa della generosa gentildonna.

Ai primi del 1834, la principessa polacca Czartoriska, nata principessa Sapieha, commossa alle lagrimevoli miserie di tante famiglie polacche rifugiatesi in Francia, avea fondata a Parigi una società di beneficenza, tutta di signore; e, nella schiera, brillava primo il nome della principessa Belgiojoso, accanto a quello della signora di Lamartine, moglie del poeta, e al nome della contessa di Montijo, madre di colei che divenne imperatrice di Francia. E balli, e concerti, e fiere.... tutto veniva allora escogitato per accrescere i sussidii; e a quei balli, a quei concerti pubblici, a quelle fiere di beneficenza, la principessa lombarda emergeva per la singolarità della bellezza e degli abbigliamenti, scelti e adatti all'occasione.

Gli esuli polacchi, come gli esuli italiani, portavano in cuore l'immagine sacra della patria; se non chè, fra gl'italiani non iscoppiavan mai le discordie feroci, che spesso obbligavano i fratelli della Polonia a metter mano alla spada e lanciarsi a duelli fra loro.[72] Superfluo è il rammentare che, nel glorioso 29 novembre del 1830, i Polacchi si sollevarono contro la tirannia moscovita: superfluo il ricordare le lotte dei Polacchi contro le decuple forze dei Russi, lotte che durarono fino al settembre dell'anno dopo: i nomi del Chlopiçki, del Czartoryiski, dello Skrzyneçki, del Dembinski, splendono a caratteri d'oro nella storia degli eroi. La terra polonese fu seminata di cadaveri dal vincitore feroce; e fu allora che la terza colonna polacca potè attraversare la Germania e arrivare in Francia, a Parigi: altri Polacchi esularono nel Belgio, nell'Inghilterra, nella Germania, nella Svizzera; fu un lungo esodo di superstiti esacerbati, mestissimi, che si sparsero per l'Europa a mostrare di quali ingiustizie nefande era capace il despotismo della Santa Alleanza. Ma a Parigi, dove nel 1830 era stato lanciato il grido della rivolta e l'appello all'emancipazione dei popoli oppressi; a Parigi, dove si preparavano le nuove rivendicazioni, i Polacchi, più che altrove, trovarono larga eco alle loro aspirazioni di libertà; il popolo stesso li acclamava. Tutta una ricca letteratura cosmopolita sorse allora a favore della Polonia; letteratura segnatamente poetica, che durò lunghi anni, e tenne deste le sacrosante ragioni di quel popolo degno d'augusti destini.

Nessuna donna allora a Parigi, — neppur la classica tragica Rachel — vide curvarsi dinanzi tante fronti di pensatori, di poeti, d'artisti, come la Belgiojoso; ed era omaggio reso a lei e all'Italia, ch'ella rappresentava nel centro della civiltà europea colla magnificenza delle gentildonne del Rinascimento, coll'attraenza della donna liberale moderna.

Anche tre pittori francesi di grido andavano nel salotto della Belgiojoso, dove tutte le arti belle aveano altare: il pittore Gérard, Enrico Lehmann, e il Delacroix, che finì col detestar la Belgiojoso. Il Delacroix non era entusiasta, come altri, della pallida bellezza della principessa; eppure era romantico e amava i chiari di luna. Il solo sorriso della principessa gli rendeva il sentimento d'un essere vivente: almeno ei diceva così.

Madame Jaubert racconta ne' _Souvenirs_ che la principessa lo avea invitato una volta a pranzo a Port-Marly, dove ella avea preso in affitto una villetta graziosa. Il Delacroix entra pian piano nella sala mentre la principessa, animatissima, questiona con Giacomo Alessandro Bixio, di Chiavari, uomo politico e semi-letterato, fratello di Nino Bixio, l'eroe garibaldino dei _Mille_.

All'apparire del Delacroix, i duellanti troncano la lotta per accogliere con onore il celebre pittore di _Dante e Virgilio_; ma la ripiglian ben presto, e più accesa. La tenacissima italiana sostiene (al pari del Gioberti) la superiorità dell'Italia sulla Francia; non ammette neppure un dubbio!... Il Bixio, benchè d'origine italiana, sostiene che gl'italiani serbano in petto le loro convinzioni, laddove i Francesi, più franchi, non potrebbero sopportare in silenzio l'oppressione e si batterebbero subito.

— Non capisco, signor Bixio, — esclama la principessa, — non capisco come, essendo voi d'origine italiana, osiate esprimere tale giudizio!

Il Bixio ridendo (il che irrita la superba milanese) risponde: Io non dubito che, una volta appassionatisi, gl'Italiani si batterebbero bene per sostenere una causa; ma essi non lo farebbero di sangue freddo, per principio.

— Par principe! — grida la principessa in francese, bollente di collera improvvisa; — qu'entendez-vous par là?... Quel est le principe, pour un Français, qui ne fléchisse pas devant....

E qui, secondo Madame Jaubert, la principessa si sarebbe lasciata andare a una frase punto gentile verso i Francesi; ma non può essere, assolutamente; poichè nessuna volgarità poteva uscire da quelle labbra di gran dama. La Belgiojoso avrà risposto bruscamente, non ne dubito; ma in modo conforme alla sua eletta educazione. Tuttavia, un glaciale silenzio seguì alla risposta della principessa. Il Delacroix si levò tranquillamente e si diresse verso la porta del giardino. Quando s'annuncia il pranzo, la Belgiojoso manda il domestico _Pietro_ ad avvertirne l'assente convitato: ma, dopo qualche istante, il servo ritorna dichiarando che il signore è partito. Tutt'i presenti si sforzarono, quella sera e dopo, a far comprendere che avevano dimenticato una parola sfuggita alla collera; ma Eugenio Delacroix non pose più piede in casa dell'illustre italiana.

Buon amico della principessa era il pittore Gérard. Il vecchio autore di _Psiche che riceve il primo bacio d'amore_ sorviveva al genere di pittura che lo avea reso celebre in Francia. Colui che un giorno era chiamato il pittore dei re e il re dei pittori, seguiva fedelmente il caposcuola dei classici, David. Imitava con gelido pennello la bella antichità, il cui ideale pareva risorto, ma per morire soffocato fra le efflorescenze del romanticismo trionfante. Il buon Gérard voleva nelle proprie adunanze la principessa Belgiojoso, e andava spesso da lei, lieto di riceverne un sorriso di ringraziamento.

Quando la Belgiojoso cominciò a frequentare le piccole stanze del Gérard in cui si protraevano fino a tarda ora i crocchi animati, erano scomparsi i personaggi che, prima della rivoluzione del luglio 1830, si facevano ammirare per quella delicatezza elegante e per quella dignità semplice e naturale che formavano il precipuo carattere del ramo primogenito dei Borboni. Vi andavano tre amici italiani: Terenzio Mamiani, il conte Carlo Pepoli e Gioachino Rossini, che cantava egli stesso le arie del suo _Barbiere di Siviglia_ con un brio indiavolato; v'andava un poeta estemporaneo allora assai noto, Luigi Ciconi, e oggi ignotissimo. Fido al Gérard, il Ciconi ne raccolse l'ultimo sospiro dopo d'averlo, coll'ardore d'un missionario, infervorato alla Fede e invaghito del cielo. Madame Ancelot, che ci fornisce questi ragguagli nel libriccino spirante bontà _Les salons de Paris: foyers éteints_, delinea la principessa Belgiojoso come eccitata dall'ambiente:

Sa vive imagination, excitée par les scènes tumultueuses de notre époque, ne pouvait se restreindre aux paisibles émotions et aux succès fémenins que l'on trouve dans les salons. Il lui fallait les émotions de la révolte et les succès du _forum_.

Nelle salette del Gérard, non s'incontrava più il tozzo Stendhal, l'impenitente innamorato di Milano; non più il cortese e furbo italiano Pozzo di Borgo, che a Parigi faceva della diplomazia moscovita col titolo d'ambasciatore; vi s'incontrava il dolce, raccolto poeta patrizio, conte Alfredo de Vigny, il poeta delle anime tranquille. Strano! Nella casa del Gérard andava frequente un pittore ch'era tutto l'opposto del Gérard: appunto quell'Eugenio Delacroix, pieno di slancio, di foga, d'ispirazione romantica, che lo avea fatto dimenticare. Ciò prova quanto il Gérard fosse di carattere buono ed elevato. Quanti così?...

Il Gérard entrava nel salotto della principessa Belgiojoso accompagnato da un pittore, tedesco di nome e di nascita, ma francese per elezione: Enrico Lehmann.

Il Delacroix d'Italia, Francesco Hayez, principe della scuola romantica fra noi, ritrasse un giorno Cristina Belgiojoso in un ritratto, mirabile per raro valore artistico, ma poco rassomigliante. Il vero, il sovrano ritratto della principessa è quello dipinto da Enrico Lehmann, a olio, grande al vero, e la cui fotografia fregia la prima pagina di questo libro.

Il Lehmann depose su quella tela due tinte dominanti: il bruno e il bianco; ma quale impressione profonda desta quel ritratto nell'animo di chi lo contempla!

Qui contempla ce front bien fait pour un musée Dans ces grands yeux pensifs reviendra lire encor, Tant cette belle femme est gravement posée Sur son escabelle à clous d'or.