La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato

Part 11

Chapter 113,634 wordsPublic domain

Nel suo _Parigi or fa cinquant'anni_, Terenzio Mamiani ci porse un nitido ritratto di Enrico Heine, dicendo ch'ei “già moveva rumore per qualche saggio di poesia, nè i Parigini si davan pace che egli possedesse nel conversare tanto spirito epigrammatico quanto essi, e sopra più un maneggio mirabile dell'ironia e non poca vena dell'_humor_ inglese. Era giovane allora, con una capigliera biondissima e folta, con bel colore di carne, con occhi piccoli ma scintillanti, e con bocca vermiglia e ben contornata, salvo ch'ei la torcea un poco dal lato destro ghignando più presto che sorridendo.„ Così il Mamiani, che avvicinò Enrico Heine e lavorò con lui per fondare a Parigi l'_Europe littéraire_.

Madame Joubert racconta ne' _Souvenirs_ che Enrico Heine ammirava assai lo strano genere di bellezza di Cristina Belgiojoso, la sua intelligenza vivida e seria, il suo spirito. Il satirico poeta avea, peraltro, tentato di lanciare qualche celia mordente alla dama; ma ella gli aveva risposto pronta in modo da fargli passare per sempre la voglia della replica.

E un altro mutamento avvenne in Enrico Heine. Appena s'accorse che le proprie velleità di dominazione sul cuore della principessa apparivano alquanto risibili, giocò una carta bellissima: ebbe lo spirito e la finezza che Alfredo de Musset ed altri adoratori della Minerva lombarda non ebbero: di mutare quelle velleità in reverente amicizia. Alfredo de Musset, da buon latino, pensò alla vendetta; Enrico Heine, non ostante lo spirito suo schernitore, agì, almeno questa volta, da buon tedesco.

Un critico moderno, Giulio Legras, nel libro _Henri Heine poète_, pone in rilievo l'amicizia devota dell'autore dei _Reisebilder_ per Cristina Belgiojoso, pubblicando varie lettere del grande tedesco alla grande italiana; lettere delle quali rispetta la forma francese non sempre eccellente.

Fra le lettere più rilevanti alla principessa, ve n'ha una del 30 ottobre 1836. Essa è il documento più sincero sullo stato morale di Enrico Heine quand'egli, in punizione degli strali lanciati sulla propria patria colle poesie e più cogli articoli de' giornali, si vide sbarrar la via del ritorno in Germania. L'esilio da lui prima gaiamente voluto, gli tornava allora ben insopportabile sacrificio!

La Dieta germanica aveva proibita entro le frontiere la vendita delle opere d'Enrico Heine; e il poeta, vedendosi trattato come un traditore della patria, apriva il cuore all'amica in una flebile lettera:

“Non, très belle et très compatissante Princesse: je ne suis que malade dans ce moment: malade d'âme encore plus que de corps....„

E finisce con uno slancio passionato:

“J'embrasse votre belle main. Vous êtes la personne la plus complète que j'ai trouvé sur la terre. Oui, avant de vous connaître, je me suis imaginé que des personnes comme vous, douées de toutes les perfections corporelles et spirituelles, n'existaient que dans les contes de fées, dans les rêves du poète. A présent, je sais que l'idéal n'est pas une vaine chimère, qu'une réalité correspond à nos idées les plus sublimes, et, en pensant à vous, Princesse, je cesse quelquefois de douter d'une autre divinité que j'avais aussi l'habitude de reléguer dans l'empire de mes rêves.„

Ed Enrico Heine le scrisse ancora:

“Votre billet, Princesse, est très clair, et je l'ai très bien compris, très nettement, quoiqu'il exhale un parfum d'amabilité qui me monte au cerveau!„

Ma che cosa diceva quel biglietto?...

La principessa avea mandato Enrico Heine allo storico Francesco Mignet, il quale doveva presentare il poeta al Thiers per uno di quei favori che non si scordano.

“Je suis charmé que Monsieur Mignet se donne tant de peine pour moi....„

Enrico Heine avea bisogno di denaro: ecco tutto, e fu lei, la potente protettrice, che gli fece accordare dal Thiers, ministro di Luigi Filippo, il sussidio annuo di 4800 franchi sui fondi secreti: il Mignet lo presentò al Thiers appunto per questo.[63]

Il signor Giulio Legras dimostrò nella _Deutsche Rundschau_[64] che tal pensione fu poi, per preghiera del Thiers stesso, elargita al poeta tedesco anche dal Guizot, che gli successe a capo del ministero. E anche in codesto generoso mantenimento del sussidio, potè assai la Belgiojoso.

Ma quanti sarcasmi saettarono il poeta per quei quattromila e ottocento franchi, ch'ei continuò a riscuotere fino al 1848!... Lo accusarono d'aver venduta la penna a Luigi Filippo.... Il quale, veramente, da quel perfetto sfruttatore che era, non avrebbe mai concessa quella somma per i soli begli occhi cilestri del cantore del _Buch der Lieder_!... Nel giugno del 1848, il poeta tentò di difendersi sui giornali di Parigi, offendendo gli altri; e non rifletteva ch'è pericoloso gettar sassi sulla capanna del vicino, quando il proprio palazzo è coperto di vetro.

Non passarono mai nere ombre fra la Belgiojoso ed Enrico Heine. È a lei, certo, che l'Heine allude nella prima delle sue _Notti Fiorentine_, dove parla di Vincenzo Bellini. Ei dipinge il quadro d'una serata (dopo cena) col giovane maestro siciliano a' piedi della dominatrice; la quale trattava l'autore della _Sonnambula_ come un caro fanciullo.

“Mi ricordo d'un istante, in cui Bellini m'apparve in una luce così bella, che non potei restare dal contemplarlo con diletto, e mi proposi di conoscerlo meglio. Ma questa era pur troppo l'ultima volta che dovevo vederlo in vita. Ciò avvenne una sera, dopo cena, nella casa d'una gran dama, che ha il piede più piccolo di tutta Parigi; eravamo molto allegri, e le più soavi melodie salivano dal pianoforte. Lo rivedo ancora il buon Bellini come allora che, esausto finalmente dai numerosi e pazzi bellinismi che aveva spifferato, si lasciò cadere sopra una sedia. Questa era molto bassa, quasi come uno sgabello; dimodochè si trovò a sedere ai piedi d'una bella signora che, distesa in faccia a lui sopra un sofà, lo guardava colla più dolce cattiveria del mondo, mentr'egli si affaticava ad intrattenerla con quattro modi di dire francesi, che commentava poscia nel suo dialetto siciliano, per dimostrare d'aver detto, non una sciocchezza, ma il più delicato dei complimenti. Credo che la bella signora non facesse molta attenzione alle frasi di Bellini; essa gli aveva preso di mano il bastoncino, con cui egli cercava d'aiutare talvolta la sua debole rettorica, e scomponeva tranquillamente il delicato lavoro dei ricci sulle tempia del giovane maestro. Ben si addiceva a questa birichinesca occupazione quel sorriso, che dava alla di lei fisionomia un'espressione, quale più non mi fu dato di osservare sulla faccia d'un uomo. Non dimenticherò mai quel volto. Era uno di quelli che sembrano appartenere più al regno fantastico della poesia, che alla rozza realtà della vita; contorni che rammentavano Leonardo da Vinci, dal nobile ovale, colle ingenue pozzette nelle guance ed il sentimentale mento acuminato della scuola lombarda. Il colore aveva la delicatezza romana, l'opaco splendore di madreperla, l'altiero pallore, la morbidezza. Era uno di quei volti infine, che non si riscontrano che in qualche tela italiana, ov'è dipinta una di quelle grandi dame, di cui erano innamorati gli artisti d'Italia del Cinquecento, quando creavano i loro capolavori; a cui pensavano i poeti di quel tempo, quando s'immortalavano coi canti, ed a cui agognavano i guerrieri francesi e tedeschi, allora che cingevano la spada e, desiderosi d'azione, valicavano le Alpi. Sì, sì, era uno di quei volti su cui brillava un sorriso della più dolce malizia e della più altera bizzarria, mentr'essa, la bella signora, scompigliava, colla punta del bastoncino, i biondi ricci del Siciliano. In quell'istante, Bellini mi apparve come toccato da una magica bacchetta, come totalmente trasformato in una apparizione amica, e diventò ad un tratto congiunto del mio cuore. Il suo viso splendeva del riflesso di quel sorriso; quello era forse l'istante più fulgido della sua esistenza.... Non lo dimenticherò mai!...„[65]

Enrico Heine non avea mai potuto domare la propria malignità verso il Bellini. Vedendo quell'esile, ingenuo fanciullo, ch'entrava nel salotto della Belgiojoso, leggiero leggiero colle scarpette di vernice, lo salutava chiamandolo un _soupir en escarpins_! L'Heine rideva agli spropositi di lingua francese che al Bellini sfuggivano conversando. Il povero ragazzo, tutto rosso di collera, gli rispose una volta: _C'est une bugie!_ Immaginarsi le celie di Enrico Heine! Il quale, peraltro, non avrebbe dovuto ridere, se avesse un po' pensato al proprio francese, che Gérard de Nerval gli correggeva paziente negli scritti destinati alla _Revue des Deux Mondes_. Tutte le volte che Enrico Heine entrava nel salotto, gittava in aria il suo intedescato _Pon-ciùr_, che faceva sorridere la principessa e faceva ridere madame de Girardin.... Nella sala dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Parigi, v'è una lettera del Bellini, il quale si lamenta di certe piraterie dell'editore Artaria di Milano; e quella lettera è stesa in un francese non certo peggiore del francese di Enrico Heine.[66]

Vincenzo Bellini era vittima d'un invincibile terrore: della jettatura! Il maligno Heine se n'accorse; e una sera, per ispaventarlo, gli profetò prossima la fine, perchè tutti i genii, Raffaello, Mozart, Pergolese, erano morti (diceva) giovanissimi!... L'autore della _Norma_, atterrito, fuggì subito dal salotto della Belgiojoso, lanciando verso il tristo profeta i noti segni di scongiuro contro la jettatura.... Poche settimane dopo (il 24 settembre del 1835) il povero Bellini moriva a Puteaux, d'una fulminea malattia intestinale, pianto dalla principessa Belgiojoso, che più volte avea tentato invano di difenderlo contro i motteggi di Enrico Heine; pianto da Gioachino Rossini, che lo amava come un figliuolo, specialmente dopo _I Puritani_, rappresentati a Parigi; ultimo canto innalzato da quel limpido genio, la cui musica effonde talvolta gemiti, sospiri, e talvolta impeti e scoppii d'una vita fremebonda che ha fretta d'espandersi prima di finire sì presto lungi dal cielo natìo.

I tedeschi non amano troppo la memoria di Enrico Heine, che schernì la patria; eppure fu ben egli che col suo pungolo valse a ridestarla dal sonno!... Noi, italiani, non dobbiamo scordare che l'Heine amò la nostra terra e compianse le nostre sventure, eccitato a questo, forse, e senza forse, dalla grande esule lombarda.

Come altri tedeschi, — dal Gœthe al Rückert, dal Platen a Paolo Heyse, — Enrico Heine levò grida d'ammirazione e talvolta di dolore alla vista delle nostre rovine fiorite. Teofilo Gautier, con finezza di critico e con brio d'artista, diceva di lui; “si le clair de lune allemand argentait un des côtés de sa physionomie, le gai soleil de France dorait l'autre.„ Ma si potrebbe pur dire che anche il sole nostro, anche l'Italia da lui commiserata nei _Reisebilder_, e tutto il dorato Mezzodì gli offersero onde di raggi e letti di rose, cari alla sua musa sibaritica.

Enrico Heine soffriva di spinite; e un estate, la principessa Belgiojoso, vedendolo alquanto malato, lo pregò di andar a dimorare alcun po' con lei alla _Jonchère_, delizioso castello, ch'ella avea comperato in campagna, sopra un'altura fra Rueil e Bougival, tra fronde e fiori. Appena sbrigato un affaruccio letterario col signor Buloz, direttore della _Revue des Deux Mondes_, Enrico Heine vi andò, e si presentò alla sorridente principessa con un'aria compassionevole di scimunito.

— Che cosa avete, Heine, — gli domanda la principessa, — che avete quell'aria d'imbecille?

E il poeta:

— Vengo adesso da una conversazione con Buloz. Ci siamo scambiate le idee.

Come gli uccelli canzonatori delle foreste d'America, di cui parla Carlo Darwin in un suo libro, Enrico Heine canzonava anche in campagna il prossimo suo. Un giorno, il malore l'avea ridotto al punto che non potea nemmeno aprire la bocca. Il medico gli disse:

— Potete almeno fischiare?

E il poeta con un fil di voce:

— Neanche una commedia di Scribe!

Non risparmiava neppure la sua protettrice. Un amico, sapendolo assai sofferente e deperito, andò a trovarlo e gli domandò come stesse. Ed egli:

— Sono un osso funebre come la principessa Belgiojoso!

“E i cuori obliano e gli occhi s'addormentano!„ dice Enrico Heine in una delle sue squisite canzoncine:

Und die Herzen, die vergessen — Und die Augen schlafen ein;

il che fa ricordare il verso di Alfredo de Musset:

Puis l'oubli vient au cœur comme aux yeux le sommeil.

Ma Enrico Heine non dimenticò la principessa. Quando, dopo la rivoluzione del '48, l'Austria sequestrò di bel nuovo le fortune della Belgiojoso, il beneficato Heine s'adoperò presso potenti personaggi, perchè fosse tolto l'odioso sequestro. Ciò è narrato da una nipote del poeta, la principessa Della Rocca nata Embden nei _Ricordi della vita intima di Enrico Heine_.[67] Ella soggiunge che tutti gli sforzi del poeta fallirono allora, ma che riuscirono dopo.... Ciò non è esatto; e lo vedremo.

“Talvolta egli spinse la malignità fino a recidere arditamente un teschio, per indi sollevarlo alla vista del pubblico e mostrare com'esso fosse vuoto nell'interno;„ diceva Enrico Heine del Lessing. E così si può ripetere per lui stesso. Ma il poeta che cantò con religioso affetto la madre venerata; il poeta che ammirò gli eroici Ungheresi, novelli Nibelungi; il poeta che s'inteneriva al passare delle file di orfani per via, era pur capace di moti gentili; ed egli ne ebbe per la Belgiojoso, della quale non iscordò i beneficii.

Tali furono le relazioni che, colla celebre italiana, ebbero i due fratelli d'armi, i due squisiti poeti dell'amore: Alfredo de Musset ed Enrico Heine. Sopra di loro, signoreggiava, per altro, un nobile, felice rivale, che imponeva loro rispetto....

Chi era?

IX.

Il dolce signore.... — Il cieco Thierry.

Come amavano le _lyonnes de Paris_. — I romanzi alla moda. — Lo storico Francesco Mignet. — Mignet e Thiers: loro studii comuni, loro diversi destini. — Tre scuole storiche francesi. — Agostino Thierry. — Il suo genio, le sue sventure. — Grandi e delicate beneficenze della principessa Belgiojoso verso Agostino Thierry. — Malignità del mondo.

Molte signore romantiche dichiaravano d'avere il “cuore malato„ e se lo facevano curare.... da tutti gli uomini.

I costumi muliebri d'allora erano assai più liberi dei costumi di adesso; e ai loro facili voli contribuivano di molto i romanzi, così diffusi, del Balzac e quelli caldi, insinuanti, della Sand, che non fortificavano certo i vincoli della famiglia. La derisione della fedeltà conjugale era diffusa nella società, sui teatri, nei libri; e i più eleganti, che sapevano l'inglese, ripetevano volentieri un motto anti-conjugale di lord Byron (altro idolo del tempo); motto del _Don Juan_ che volea dire: La passione in un amante è ammirabile, in un marito è ridicola. — Gli abbandoni, le dedizioni del cuore erano tutt'uno colla passione; ma, anche allora, le dame alla moda, _les lionnes de Paris_, si permettevano delle _passades_, solo per curiosità o per capriccio.

La Gloria, simboleggiata dal Manzoni,

vede i mille e ad un sorride;

così la principessa Belgiojoso, in mezzo ai fuggevoli capricci e fra' suoi adoratori, che prendeano per lei, non _colpi di sole_, ma _colpi di luna_ (così sempre lunare appariva l'ammaliante suo pallore), — seppe scegliere un amico, un vero amico, serio, devoto, degno di culto. Era lo storico Francesco Mignet; e di quel nobile spirito ella serbò fin negli ultimi anni la rimembranza: — e ne serbava anco il ritratto accanto al suo panierino di lavoro, quando, vecchia cadente, lavorava cuffiette a maglia o cuciva vesticciuole per i bambini poveri.... Le immagini delle persone care, da noi sinceramente amate, restano impresse nell'animo nostro senza il sussidio delle fotografie; pur la mostra di quel ritratto volea essere testimonianza d'una rara eccezione, che gli anni e le vicende non poteano cancellare.

Chi giudicava alle apparenze la principessa Belgiojoso, non la credeva capace d'un culto segreto così tenace, così delicato; ma l'anima sua, appunto perchè non facile ad amare, _sapeva amare_ nel caso, rarissimo, che l'oggetto ne fosse ben degno agli occhi suoi.

Ella, discendente d'una delle più illustri famiglie d'Europa; ella, incoronata del diadema di principessa, pose la sua mano nella mano del figlio d'un rozzo fabbro ferrajo di Aix. Francesco Mignet era figlio, infatti, d'un fabbro ferrajo che tutto il giorno batteva il martello nella sua bottega; operajo repubblicano fanatico, che avrebbe, con tripudio, temprata la mannaja per decapitare tutt'i re del mondo vecchio e tutte le principesse del mondo moderno.

Come mai da quell'uomo impulsivo, infiammabile, rozzo, era nato l'uomo più grave, più riflessivo e più nobile?... Francesco Mignet era il più misurato degli scrittori meridionali. Il suo pensiero, che pur si dilettava d'ampie generalità, pericolose per chi vuol conquistare il vero esatto, splendeva d'una luce limpida, ma fredda. La riflessione andava congiunta in lui alla rettitudine. Egli era l'uomo equilibrato per eccellenza, era un _savio_; e appunto perchè tale, conquistò la Belgiojoso, la quale, nel turbinìo delle cospirazioni, s'era incontrata in tanti spiriti esaltati. Le donne più fredde in apparenza suscitano le nostre più calde passioni: e così avviene degli uomini. L'acqua tranquilla è la più profonda. _Le calme c'est Dieu_, diceva un'amica della Belgiojoso, Giorgio Sand, che se ne intendeva.

Francesco Mignet, non ostante l'origine popolana, sembrava nell'aspetto un gentiluomo sceso da un castello. Alto, di forme elette, dal nobile volto sbarbato e coronato di capelli biondi arricciati; piccola e delicata la mano, che accompagnava le parole con gesto elegante. Egli sapeva parlare, ma sapeva (virtù più difficile) anche ascoltare; sapeva esprimere ponderate induzioni su questioni storiche e politiche coi sapienti della Sorbona, ma sapeva pur sorridere con grazia alle dame; e allora i suoi vivi occhi brillavano ancor più, i suoi denti splendevano del loro candore.

La principessa vide la prima volta il Mignet (come Alfredo de Musset) nel salotto del generale La Fayette. Anche il Mignet alimentava le idee liberali, e, un giorno, non parve molto diverso dal Thiers, il suo intimo, fido amico; amico sin da' primi anni, e compagno di studii e d'ispirazioni, quando entrambi, lasciato il nativo mezzogiorno della Francia, andarono a dimorare a Parigi in due misere stanzuccie contigue, nell'oscuro, lurido “passaggio Montesquieu„, uno de' quartieri più popolari e più strepitanti della metropoli; e là, in alto, nella povertà più angusta, imbevuti d'idee liberali (essi si dicevano _carbonari_) scrivevano articoli pei giornali politici, studiavano insieme, sognavano insieme, inseparabili. E l'uno, il piccolo Thiers, vide i proprii sogni baliosi luminosamente sorpassati; conquistò la gloria di storico, la possanza di ministro, sbaragliò l'inferno della Comune, signoreggiò la Francia, divenne il capo della seconda Repubblica e il pacificatore della terra più agitata del mondo dopo le spaventose rovine del '70. L'altro, uomo più di penna che d'azione, raggiunse la fama, un seggio fra gl'immortali dell'Accademia (nientemeno che contro il re della lirica, Victor Hugo), e, conquista più superba e più difficile, s'ebbe il cuore della dama più ossequiata, più ammirata, più singolare del suo tempo, la Belgiojoso, che l'amico suo Thiers invano aveva adorata.

Le donne affrontano le più ardue questioni politiche e sociali; le affrontano con coraggio inaudito, spesso senza studii, senza preparazione; simili un po', in questo, a certi giornalisti pe' quali è scusa la fretta febbrile con cui devono sostenere l'ufficio di buttafuori per il pubblico. Le donne hanno, naturalmente, la passione delle idee; e la principessa Belgiojoso l'aveva in sommo grado, affrontando difficoltà intellettuali che spaventavano altri. Col Thiers, col Thierry, col Cousin, col Tommaseo, col Mamiani, col Gioberti, col Massari.... ell'amava discutere di politica, di filosofia; ma, sopratutto, amava conversare e discutere col Mignet. Così, una comunione intellettuale andò tessendo, fin dalle prime, le dolci fila fra que' due spiriti forti; e il Mignet, che possedeva la scienza di penetrare bene addentro nell'anima femminile, di attrarla colla frase persuasiva, non tardò a spiegare un fascino particolare sulla Belgiojoso; e ne divenne il fido e dolce signore, la cui memoria (è bene ripeterlo) ella serbò attraverso a peripezie d'ogni specie, sino all'ultimo sospiro, in un angolo inviolato del cuore. Le vicende politiche, la forza delle circostanze divisero la Belgiojoso dallo storico di Carlo V, di Maria Stuarda, della Rivoluzione francese: ma i due amici si ricordarono sempre.... anche senza scriversi. Sono tanto inutili spesso le lettere, e tanto bugiarde!...

Nel 1883, un diplomatico, il signor d'Ideville, (che avea soggiornato qualche tempo in Italia), fece visita al Mignet vecchio. I due uomini parlarono dell'Italia riguardo al _Journal d'un diplomate en Italie_; libro del signor d'Ideville, che avea sollevato clamori e scandali per certi racconti di Corte.... “Un nome sopra tutti (riferisce l'Ideville) ferì Mignet nell'intimo; il nome della principessa Belgiojoso. Evocato da me, quel nome risvegliò nel vegliardo i più cari ricordi. Io gli parlai della principessa con calore; eppure il mio entusiasmo fu presto sorpassato dal vecchio amico della “grande Italiana„ che s'intrattenne intorno a lei con fuoco e con soddisfazione non dissimulata.„[68] Dal Mignet, la Belgiojoso ebbe un bambino, che morì presto.

Ad un altro francese storiografo illustre, la principessa consacrò culto delicatissimo, ma culto di indole diversa: al povero cieco Agostino Thierry. Eppure nessuno dei biografi francesi di questo grande ricorda quanto Cristina di Belgiojoso operò spontanea per alleviargli la crudele sventura.

Guizot, Michelet e Thierry, ecco una triade che al tempo di cui parliamo, rappresenta tre fasi degli studii storici. Guizot svolge le questioni delle idee astratte e delle istituzioni politiche; Michelet quelle degli uomini concreti; Thierry quelle delle masse. Guizot sviluppa i progressi delle idee donde sorgono tutte le civiltà umane; Michelet si consacra a dipingere le aspirazioni, i dubbii, le lotte, le vittorie degli uomini; Thierry scopre l'importanza delle conquiste, della fusione delle razze, della nascita e dei progressi dei Comuni, questa culla della libertà moderna. A Guizot il problema dell'incivilimento; a Michelet quello degli uomini inciviliti; a Thierry il problema delle razze civilizzatrici.

Il Thierry, capo della scuola descrittiva, è l'artista vero della storia, che per lui è un grandioso spettacolo e (come per Cicerone) è una lezione eterna. Certo, l'immaginazione, bellissima, folle fata, s'infiltra qualche volta nel tempio austero della verità; certo, questo ammaliante drammaturgo della storia viene, e non da oggi solo, dardeggiato dalla critica.[69] Certo chi segue il metodo rigorosamente sperimentale d'oggi trova da ridire; ma chi fra i critici dei granelli di sabbia pesati sulla bilancia della pedanteria, può imitare quel drammaturgo della storia, quel coloritore?

Terenzio Mamiani nel suo _Parigi or fa cinquant'anni_, pubblicato nella _Nuova Antologia_ del 1881, lasciò queste assennate parole:

“Fu detto, io credo, con giusta appropriazione che se Walter Scott introduceva nel romanzo la Storia, Agostino Thierry à in questa introdotto qualche po' di romanzo. Nella letteratura la meschianza dei generi torna pericolosa; e guardata nelle sue viscere è falsa e dannevole. Lusinga il volgo per la novità come qualunque ibridismo di piante allegra l'occhio del giardiniere; ma i fiori o non ispuntano, o poco olezzano, o perdono la veste nuova ripigliando ostinatamente l'antica. Pure, comunque si pensi di ciò, giustizia vuole che il Thierry venga salutato padre incolpevole di plebe corrotta.„