La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato
Part 10
I parigini si meravigliavano che un'italiana pubblicasse libri così serii in bel francese. Nessun altro muliebre esempio, prima di lei, la storia letteraria poteva offrire. La buona Maria Riccoboni, l'autrice dell'_Histoire du Marquis de Cressy_, dell'_Histoire de deux jeunes amies_, dell'_Histoire d'Ernestine_ e d'altre storie, morta in povertà nel 1792, aveva sposato, è vero, l'italiano Antonio Riccoboni attore e autore mediocre, ma era nata a Parigi. La Francia salutava, peraltro, altre filosofesse, fiorite, specialmente nel secolo decimottavo: la marchesa de Lambert, detta la “première femme honnéte homme du dix-huitième siécle„ e che volle restar sempre “honnéte femme„ tutta irradiazione del Fontenelle; — madame de Tencin, tutta irradiazione del Montesquieu; — madame d'Epinay, tutta irradiazione del Rousseau; — madame Geoffrin, figlia d'un fabbricante di specchi, tutta irradiazione del Diderot e degli altri enciclopedisti; — la marchesa di Deffand, scettica come il Voltaire; — madamigella De Lespinasse, che preferì “l'uomo a Dio„ credendo nell'amore; — la baronessa de Staal, che preferì sè stessa all'uomo, credendo nella ragione; — e la marchesa du Châtelet, che avea gli occhi come due piselli e scrisse gli _Éléments de physique_, tradusse i _Principes mathématiques de la philosophie naturelle_ del Newton; e morì di parto a quasi cinquant'anni (fatto che sollevò risa e pietà in tutta Parigi), dopo d'esser passata dal bacio del Voltaire al bacio del Saint-Lambert, dinanzi alla sorridente ingenuità del marito.
E ancora: la contessa d'Houdetot, brutta, ma seducente per lo spirito e per il sentimento: ella fu il primo e vero amore del Rousseau, come l'autore delle _Confessions_ ci confessa. E la duchessa di Choiseul?... Pareva una statuina di cera, timida in conversazione come una mimosa; eppure, con mano sicura, con ferro anatomico, fe' l'autopsia dei contrasti, delle variazioni, in una parola del carattere del Voltaire.... Cittadini all'armi!... Passa ora la marescialla de Beauvau, nata Rohan-Chabot, energica volontà; madama du Deffand e madama de Choiseul la chiamano “la dominante„. Figge gli occhi al cielo, la pia marchesa de Créqui, vedova a ventisei anni; sostenitrice della religione, e, per questo, incarcerata dai rivoluzionarii. — E, sulla carretta dei condannati a morte, flagellata dalla pioggia furiosa dell'uragano, colle mani legate sul dorso, la credente, vecchia viscontessa de Noailles, s'avvia serena al patibolo; e con lei la figlia, dolcissima, vestita di bianco, e la piccola nipote, che prega.[57]
Nel secolo decimottavo, il Rousseau stese il proprio impero sulle donne più che il Voltaire; e si comprende. La donna è portata al caldo sentimento (e persino al sentimentalismo che ne è la degenerazione) non al gelido scherno. Cristina Belgiojoso aveva ammirato, ne' primi anni, l'autore della _Nuova Eloisa_; ma, poscia, s'innamorò del grande autore ispirato di _Scienza nuova_, tenendo, nello stesso tempo, in gran pregio un filosofo, esule anch'esso dalla terra materna, Giuseppe Ferrari, che, profondo interprete di Giambattista Vico, non lesinava alla principessa consigli nell'opera ardua e patriottica da lei coraggiosamente assunta: di diffondere tra i francesi il pensiero del filosofo precursore.
Non tutti sono concordi nel tributar lode a Giuseppe Ferrari, come storico e come filosofo. È vero: egli corre dietro alla verità, e torna in compagnia col paradosso; ma la sua mente è creata ai larghi voli. Vede nella storia due eterni principii in eterno conflitto, senza possibile aurora di pace, senza speranza di felicità umana: il principio della libertà e il principio della tirannide; e sì nell'uno che nell'altro, discerne germi di bene e germi di male. Questa visione del Ferrari (che lampeggia in tutta l'_Histoire de la Raison d'État_ da lui pubblicata a Parigi) sembrava agli spiriti miti un'espressione di ateismo; ma non turbava la principessa Belgiojoso, che nel Ferrari vedeva un maestro. Tuttavia, le conversazioni del bel teologo abate Cœur, indefesso visitatore della principessa, temperavano le conversazioni del Ferrari: l'acqua santa del primo smorzava i tizzoni d'inferno del secondo. È proprio della Scienza e dell'Ideale insieme, l'avvenire umano. Le due forze, che finora corsero disgiunte e disperse cozzando fra loro, muoveranno concordi. La Scienza ritrarrà lume dall'Ideale, che non ammette confini alle vittorie del bene: si sentirà sorella d'una stessa forza, che emana da un'origine misteriosa, onnipossente. E l'Ideale coronerà di rose la fronte austera della Scienza; fronte impallidita nel lungo travaglio, nel superbo sforzo dell'assoluto dominio.
Giuseppe Ferrari, come quell'altra mente poderosa di Carlo Cattaneo, era stato discepolo e intimo amico di Giandomenico Romagnosi, magnifico apostolo d'alte dottrine, al quale manca soltanto la bellezza della forma letteraria per diffondere più ampio regno sulle menti. Il Ferrari esulò dall'Italia a Parigi nel 1837, l'anno stesso che il venerato suo maestro, spogliato d'ogni ufficiale soccorso dall'Austria, moriva a Milano in povertà. L'Austria non potea perdonare il grande filosofo dell'“incivilimento„ che ammetteva nei cittadini mal governati il diritto d'insorgere.
Quando s'avviava alla terra d'esilio, Giuseppe Ferrari avea già pubblicato _La mente di Giandomenico Romagnosi_ e le opere di Giambattista Vico. E in Parigi diede alla luce _Vico et l'Italie_, opera che eclissa, naturalmente, le pagine della Belgiojoso sullo stesso alto soggetto.
Nel 1840, Giuseppe Ferrari saliva la cattedra di letteratura nella marinaresca città di Rochefort; ma non di rado lasciava quel porto e gli scolari per visitare a Parigi l'affascinante sua concittadina e indettarsi cogli “spiriti magni„ che intorno a lei parlavano di liberali instituti e di patria.
Un altro filosofo, anch'esso nato sotto il cielo di Milano, ma di scuola del tutto opposta alla scuola del Ferrari, visitava talora la principessa: era l'autore di _Dante et la philosophie catholique au XIII siècle_, l'emunto Ozanam, dai capelli lisci, neri, spioventi, che gl'incorniciavano il volto pensoso, accrescendogli quella solenne aria da asceta tanto ammirata dai giovani e dalle donne sognanti, nell'aula della Sorbona, dove l'Ozanam diffondeva la convinta parola. E, nel salotto della Belgiojoso, andava di tratto in tratto un altro lombardo, che avea pur egli aspetto e anima d'asceta: Giuseppe Sìrtori. Nato fra i sorrisi della Brianza, avido di studii, il Sìrtori passò a Parigi; e a Parigi abbandonò la veste talare, indossata fra gl'incensi del seminario di Milano. In mezzo alle facili follie parigine, il solingo giovane conduceva vita austera, quasi religiosa. Alla Sorbona e al Collegio di Francia, seguiva i corsi di geologia, di chimica, di fisiologia; materie tutte sulle quali la principessa Belgiojoso amava intrattenersi con lui. Chi poteva immaginare in quel giovane il futuro generale dell'indipendenza?... Il suo nome rimane scritto a caratteri di bronzo nelle tavole degli eroi.... Ed ei visse rigidamente tutta la vita, e portò nel sepolcro, come una fanciulla sacratasi a Dio, la virginità, la purezza.
In quel periodo di esaltazioni religiose e di misticismo, che signoreggiava la principessa Belgiojoso, sempre più ammalata nei delicatissimi nervi, un'altra stranezza i parigini videro in lei. Ella avvolse l'agile suo corpo nell'antica squallida tunica cinerea delle _Suore grigie_, istituite fin dal 1617 a Parigi da Luigia de Mérillac coll'ajuto di San Vincenzo de' Paoli. La principessa non lasciava quella veste da catacombe, neppur quando andava all'_Opéra-Italien_ ad assaporare, nel suo palco, con sacro raccoglimento, le divine melodie dei grandi operisti italiani, specialmente di Gioachino Rossini e di Vincenzo Bellini, che frequentavano le sue sale; nume protettore l'uno; angelo protetto l'altro; entrambi glorie d'Italia. Sui nerissimi capelli, pettinati con estrema semplicità, la principessa faceva spiccare una ghirlanda di fiori bianchi freschi; e tutti contemplavano quella tacita, immobile visione, che parea discesa da una sfera soprannaturale.... E poichè dopo la rappresentazione dell'opera, dopo quell'onda di melodie, eseguite da cantatrici elette, come Giulia Grisi, Giuditta Pasta, la Persiani-Tacchinardi, l'Ungher, e da un Rubini e da un Lablache.... la principessa si sentiva stanca, spossata, incapace di scendere le scale del teatro, — un forte amico suo, lombardo, il conte Fausto Sanseverino, se la poneva sulle braccia come una languida fanciulla malata, come una naufraga, come Ofelia; e con quel carico fantastico discendeva le scale fra lo stupore della folla, che gli apriva il passo.
Chi poteva riconoscere in lei una vera _sansimoniana_? Cristina fu creduta, sì, una signora del Saint-Simon, che domandava l'abolizione di tutti i privilegi di nascita e di eredità, e voleva accomunare in massa tutti i materiali dell'attività umana, le macchine, i fondi, i capitali. Bazzicavano nel salotto di Cristina i sansimoniani Bazzard e Enfantin.[58] Ella li ascoltava, per amor delle dispute e delle novità; ma poteva seguirli? Sì; li seguì, ma per poco; e con lo scopo evidente di apparire ancor più singolare coi vermigli riflessi di quelle audacie.
VIII.
Alfredo de Musset ed Enrico Heine.
Primo incontro di Alfredo de Musset colla Principessa. — Una sera nel parco di Versailles. — Il biondo poeta ospite della Principessa. — Ciò che raccontano due biografi di Alfredo de Musset: madame Joubert e Arsène Houssaye. — Una festa di ballo amorosa. — Lettera della principessa Belgiojoso. — Una caricatura di Alfredo de Musset. — Addio, incanto! — Enrico Heine a Parigi. — La Belgiojoso benefattrice di Enrico Heine. — Una serata con Vincenzo Bellini. — Morte dell'autore della _Norma_. — Enrico Heine e l'Italia.
Alfredo de Musset era da qualche tempo in amichevoli relazioni colla principessa, ch'egli avea incontrata la prima volta nella folla variopinta del salotto del buon generale La Fayette. La Belgiojoso aveva lasciato momentaneamente Parigi per Versailles, dove, non lungi dal parco, avea preso in affitto un alloggio elegante. Un giorno, il poeta le fece visita; e venne trattenuto a pranzo. S'era in principio dell'estate; e quella sera, Alfredo de Musset era il solo ospite della principessa.
Dopo pranzo, andarono entrambi a passeggiare nel gran parco solitario di Versailles. Il recesso era propizio all'intimità. La principessa domandò al biondo poeta di declamarle dei versi. Il poeta le recitò alcune rime d'amore e, appena recitate, le voleva porre in azione. Ma, leggera e rapida, la principessa fuggì attraverso i viali e i labirinti di Maria Antonietta; il poeta la inseguì; e il suo piede urtò contro un tronco d'albero. Il poeta si produsse una storta e cadde emettendo un'esclamazione di sofferenza. La Belgiojoso tornò sollecita verso il poeta, e l'ajutò a trascinarsi verso un sedile di pietra, e lo fece sedere. Vedendolo soffrir molto, divenne affettuosa con lui, carezzevole, quasi appassionata. Ma l'acuto dolore del piede rende il poeta poco sensibile alle tenerezze della principesca sua amica, che corre a casa e chiama gente; due domestici arrivano portando un'ampia poltrona sulla quale adagiano con ogni cura Alfredo de Musset e lo portano in una camera della principessa.
— Vous êtes mon prisonnier, — gli dice ridendo la Belgiojoso, — je ne vous laisse pas retourner à Paris, avant que vous ne soyez complètement remis.
Il poeta si sottomise tanto più docilmente a questo arresto, in quanto che il menomo movimento gli causava un vero spasimo. E divenne innamorato della principessa.
Così narra Gabriel Ferry nel libro _Balzac et ses amies_.[59] Egli ripete quanto la più irrequieta delle scrittrici francesi, Luisa Colet, avea già narrato nello scompigliato romanzo _Lui_, e tutto fa credere che questo racconto del bosco sia vero; non è vero, invece, il resto della narrazione galante, che segue nel libro; narrazione che, nelle pagine di Arsène Houssaye e in quelle di madame Joubert, è smentita.
Nessun dubbio che anche Alfredo de Musset sia stato affascinato dagli occhi della principessa.
“Elle avait les yeux terribles du sphinx, si grands, si grands, si grands, que je m'y suis perdu et que je ne m'y retrouve pas.„
Così esclamava il povero poeta; così egli stesso dava la misura della sua infelice passione.
Arsène Houssaye nelle _Confessions, souvenirs d'un demi-siècle_, dice che il poveretto sperava di trovare nella Belgiojoso una vera passione; sperava di riaprire il proprio cuore e d'essere salvato; ma la misteriosa dama lombarda lo deluse nelle più calde speranze.
“Cette grande dame, qui avait _tout pour elle_, n'était pas bien sûre d'avoir un cœur, car elle n'avait que la passion de l'esprit; elle voulait bien qu'on se donnât à elle; mais elle ne se donnait pas. Elle servait avec une grâce adorable le festin de l'amour; puis elle s'envolait au moment de se mettre à table.„
Molto in queste parole v'era di esatto. E che dovea succedere intanto di quel cuore di poeta, il quale, eterno sitibondo d'amore, esclamava (e con quanta verità!): “être admiré n'est rien; l'affaire est d'être aimé!„ Ah, doveva fremere e piangere, egli che trovava conforto nelle lagrime:
Le seul bien qui me reste au monde C'est d'avoir quelque fois pleuré.
Ma al fulgor delle varie bellezze femminili, anche le lagrime del disinganno si arrestarono in quegli occhi, avidi d'immagini radiose. Il tradimento che la sensualissima Giorgio Sand avea inflitto pochi anni innanzi fra le seduttrici magie di Venezia nell'_Hôtel Danieli_ al giovane Alfredo de Musset, sfibrato dai piaceri, esaltato dai liquori, malato di febbri amorose insaziabili, fe' sanguinare (non v'ha dubbio) il cuor del poeta infelice: lo aveva ben ella, la Sand, rapito e trascinato a Venezia per gioire d'amore; eppure, nello stesso albergo, nelle stesse stanze, lo avea lietamente tradito, una notte, col bellissimo chirurgo e poeta veneziano, dottor Pietro Pagello, chiamato da lei stessa a guarire Alfredo de Musset; e anch'esso, il Pagello, venne trascinato d'improvviso da quella donna irruente, da quell'astro fatale, in un'orbita di passione dolorosa. Ne' suoi ultimi, tardissimi anni, il Pagello mi narrava, non senza tristezza, le gelosie impetuose, tormentose, le disperazioni del povero poeta francese; ma, allora, io non potevo scordare che le gelosie, i tormenti, le disperazioni di Alfredo de Musset vennero consolate da altri baci, da altri amori.... E così avvenne dell'infelice amore per la principessa Cristina Belgiojoso.... Madame Joubert (madrina di Alfredo de Musset) ne' _Souvenirs_ ne racconta qualche cosa.
[Illustrazione: LE DUE CARICATURE DELLA PRINCIPESSA BELGIOJOSO disegnate da Alfredo De Musset.
[Dall'_Étude et recits sur Alfred de Musset_ della viscontessa ALICE DE JANZÉ] (Paris, Plon, 1891, cap. VIII, p. 155).
Il verso latino scritto dal Poeta sotto uno dei due ritratti, con la traduzione francese, suona così: _Pallida, sed quamvis pallida, pulchra tamen_. È un verso d'ignoto autore, parafrasi del motto del “Cantico de' Cantici„: _Nigra sum sed formosa_.]
La principessa diede un ballo nelle sue magiche sale, e Alfredo de Musset v'incontrò, per la prima volta, l'ammirabile madamigella di C.... che sapeva a memoria tutte le sue poesie; quelle poesie così vibranti di giovinezza e di passione. Egli si fece presentare dalla principessa all'elegantissima, bionda signorina dagli occhi azzurri e fresca come un fiore; e i due giovani ben presto volteggiarono in un valzer, nel ballo elegante e amoroso, del quale Alfredo era il poeta. Quand'essi ritornarono al loro posto, eran pallidi entrambi: egli sorrideva al turbamento che avea cagionato; ella, pensosa, mormorava in cuor suo: “Ho io trovato un dominatore?„
Lo stesso Alfredo de Musset raccontò questi particolari a madame Joubert. La signorina viveva in provincia dove suo padre occupava una ragguardevole posizione militare. Orfana di madre, leggeva tutto ciò che le piaceva, e s'era commossa alle appassionate _Nuits_ di Alfredo de Musset. In quella stessa veglia, un secondo valzer fu danzato dai due giovani; e la musica doveva essere di quel Joseph Lanner, viennese, che fece muovere co' suoi lenti, voluttuosi valzer per un quarto di secolo i più bei piedini d'Europa.
Questa volta i grandi occhi della Belgiojoso si fissarono ostinatamente sulla coppia danzante. Quando Alfredo de Musset, avvicinandosi alla principessa, volle riprendere la conversazione sul tono consueto, ella gli rispose con una distrazione della quale egli sentì l'impertinenza voluta. Egli prese, sullo stesso momento, la decisione d'un viaggio in Normandia. Madame Joubert lo disapprovò, e ricevette questo biglietto della Belgiojoso, ch'ella stessa pubblica e ch'è un piccolo poema di finezza del femminino eterno, in un bel francese:
“_Chère Caroline!_
“Qui ne s'éveillerait en voyant ce beau soleil? Je crains de devenir idyllique; car je me surprends à regarder cette belle lumière avec passion. Je comprends toutes les belles dames qui se sont laissées attraper par Apollon, et je ne les plains pas trop.
“Samedi sera donc pour moi un jour de fête; mais si mon soleil demain était aussi beau, et moi aussi animée, je pourrais devancer samedi et faire une reconnaissance à pied jusque chez vous.
“Mille tendres amitiés.
“CHRISTINE.„
E Carolina ebbe la visita di Cristina. La principessa, sempre di grande spirito, parlò all'amica del suo ballo, della bellezza di madamigella de C.... e senza affettazione. Ne pareva entusiasta.
— Qual grazia! Quale eleganza in quel corpo! I suoi occhi sono d'un azzurro profondo come il firmamento. — E disse ancora.... Ma è meglio ripetere le sue parole in francese, quali la signora Carolina Joubert le riferisce:
“C'est que rarement j'ai rencontré chez une blonde l'accent entraînant de nos beautés méridionales. A Paris, jusqu'ici, seule, la duchesse d'Elchingen m'avait inspiré pareil sentiment d'admiration; j'espère que M. de Musset appréciera, comme je le fais, la beauté de M.lle de C.... et cela amènera une heureuse diversion au sentiment qu'il _croit_ ressentir pour moi, et qui gâte absolument nos relations.„
— Je me pris à rire en hochant la tête (soggiunge la signora Carolina).
— Que voulez-vous dire?... domandò la principessa.
— Que cette façon de guérir un coeur blessé par une blessure nouvelle n'a pas toujours réussi.
Alfredo partì per la Normandia; ma prima andò a prender commiato da madama Joubert. Pareva irritato contro la principessa, ripetendo: “Saprò io farle vedere ch'ella non ha il diritto di trattarmi così leggermente!„ Tanto è vero che quando si ha torto si vuol avere ragione.
Una rottura era inevitabile.
Una sera (è l'Houssaye che questa volta racconta) nel salotto affollato della principessa (Madame Joubert dice nel suo!...) Alfredo de Musset si divertiva a disegnare, da dilettante, in un circolo di curiosi e di curiose; e arrischiò un paradosso: che si poteva fare benissimo la caricatura più buffa del più bel volto.
— Non della principessa, — gli dice una vicina.
— Precisamente, come un'altra, — risponde il poeta-caricaturista.
Sfidato, egli si mette all'opera, e, con pochi tocchi di penna, ecco quel profilo di fata spoetizzato, accompagnato coll'agrodolce del noto verso latino:
_Pallida, sed quamvis pallida, pulchra tamen._
— Il y a quelque chose! — mormora la principessa, mascherando il suo furore e voltando la caricatura.
I presenti, a tarda ora, se ne vanno. Alfredo de Musset, che ha sentito il colpo, resta l'ultimo.
— Ah! princesse! comme je vous aime! — esclama il commediante, illudendosi di poter rabbonire l'offesa signora.
— C'est impossible, — risponde ella, — puisque vous m'avez vue ainsi.
E gli riconsegna la caricatura:
— Emportez-moi sur votre coeur: c'est tout ce que vous aurez de moi.
Appena fu sulla via (soggiunge Arsène Houssaye) l'_enfant du siècle_ si disse:
— Suis-je fou de m'obstiner de trouver une femme là où il n'y a qu'un fantôme!...
Ed ecco perchè, nella _Revue des deux Mondes_ del 1842, apparvero le strofe _Sur une morte_.[60]
Le otto quartine, gli eleganti strali della vendetta, i rintocchi funebri sulle spente illusioni, son questi: è questa tutta l'ode di Alfredo de Musset _Sur une morte_:
Elle était belle, si la Nuit Qui dort dans la sombre chapelle Où Michel-Ange a fait son lit, Immobile, peut être belle.
Elle était bonne, s'il suffit Qu'en passant la main s'ouvre et donne, Sans que Dieu n'ait rien vu, rien dit; Si l'or sans pitié fait l'aumône.
Elle pensait, si le vain bruit D'une voix douce et cadencée, Comme le ruisseau qui gémit, Peut faire croire à la pensée.
Elle priait, si deux beaux yeux, Tantôt s'attachant à la terre, Tantôt se levant vers les cieux, Peuvent s'appeler la prière.
Elle aurait souri, si la fleur, Qui ne s'est point épanouie, Pouvait s'ouvrir à la fraîcheur Du vent qui passe et qui l'oublie.
Elle aurait pleuré, si sa main, Sur son cœur froidement posée, Eût jamais dans l'argile humain Senti la céleste rosée.
Elle aurait aimé, si l'orgueil, Pareil à la lampe inutile Qu'on allume près d'un cercueil, N'eût veillé sur son cœur stérile.
Elle est morte, et n'a point vécu; Elle faisait semblant de vivre. De ses mains est tombé le livre Dans lequel elle n'a rien lu.[61]
Questa poesia (ripubblicata poi soltanto nelle opere postume del poeta) sollevò a Parigi alto scalpore. La principessa Belgiojoso la lesse nella _Revue des Deux Mondes_, la grande rivista diretta allora dal Buloz; e con aria sdegnosa disse un giorno, ad alta voce, a quelli che l'attorniavano nel suo salotto:
— Avez-vous lu les vers d'Alfred de Musset _Sur une morte_? Il paraît que cette morte-là, c'est mademoiselle Rachel.
— Ce doit être mademoiselle Rachel, — risponde una signora maliziosa, — puisqu'elle a dit à Buloz en plein _foyer_: — Vous avez publié dans la _Revue des Deux Mondes_ des vers d'Alfred de Musset, dédiés à la princesse de Belgiojoso.
La principessa assunse il sorriso d'una donna che non è mai ferita.
“Cette Rachel! elle voudrait nous faire croire qu'elle est vivante en jouant les morts. Ce n'est qu'une ombre qui passe.„[62]
Povera e grande tragica Rachel!... Povera evocatrice di tristi figure di donne antiche, di leggendarii fantasmi sulle scene!... Ella era stata partorita su una strada di Mumpf in Turgovia; ed era salita dal fango agli onori della vita, mercè il suo classico genio. Cristina Belgiojoso, principessa del Sacro Romano Impero, avea grandeggiato, invece, rimanendo al suo posto pur nella Parigi ch'ella dicea servire allora “d'hospice aux blessés politiques de toute l'Europe„, — e nessun confronto era possibile fra le due grandi figure femminili, che in quel tempo si dividevano l'impero di Parigi; ma il motto della principessa non ci rivela di qual fine lama fosse il suo spirito?
Molti anni dopo, un parente della Belgiojoso le domandava a Milano:
— E Alfredo de Musset?...
Ed ella, con disprezzo:
— Oh! aveva dei gran brutti _gilets_!
Ma un altro immortale poeta bramava di dominare sull'animo di Cristina Belgiojoso. Quel poeta era tedesco e si chiamava Enrico Heine.
L'arrivo a Parigi del biondo originale umorista dai finissimi lineamenti, dalla bocca purpurea, fu uno dei più fortunati. Nel “cervello del mondo„, come il Balzac prima e Victor Hugo poi definiron Parigi, Enrico Heine vinse presto le diffidenze. Nella patria dell'_esprit_, lo spirito, spesso diabolico, dell'Heine, piacque assai; pareva lo spirito del Voltaire redivivo. E infatti si è indotti a esclamare: com'è francese questo tedesco! nello stesso modo che di Ettore Berlioz si esclama: com'è tedesco questo francese!