La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato
Part 1
Produced by Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images made available by the HathiTrust Digital Library)
[Illustrazione: Principessa CRISTINA BELGIOJOSO TRIVULZIO (dal ritratto dipinto da _Enrico Lehmann_ a Parigi, ora conservato presso il Marchese Franco Dal Pozzo a Belgirate sul Lago Maggiore).]
RAFFAELLO BARBIERA
La Principessa Belgiojoso
DA MEMORIE MONDANE INEDITE O RARE E DA ARCHIVII SEGRETI DI STATO
_Nuova edizione riveduta, con appendice di documenti inediti, e ritratti._
MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI
=Ottavo migliaio.=
PROPRIETÀ LETTERARIA.
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._
Milano — Tip. Treves — 1922.
PREFAZIONE.
_La principessa Cristina Belgiojoso, nata dalla stirpe dei Trivulzio, morì nella sua Milano il 1871. Morì dopo le sciagure della Francia, dove un giorno, profuga e cospiratrice, aveva ella, discendente dal famoso maresciallo di Francia, potuto emergere in un tempo nel quale si adoravano, più di adesso, le ricchezze, le alte posizioni sociali, l'influenza, «le succès». Morì quasi inosservata, senza curarsi della gloria, questo sole degli estinti; morì in silenzio, ella che aveva riempito mezzo mondo de' suoi coraggiosi conati patriotici, delle sue multiformi vicende romanzesche, delle sue idee e opere filantropiche, delle sue stranezze e pompe fantastiche, de' suoi incanti. Appena qualche giornale fe' allora cenno, magro cenno, della sua vita e della sua morte. E dopo, per anni e anni, silenzio; silenzio che mi pareva ingiusto, perchè, sopra tutto, la gentildonna milanese «dai grandi occhi fatali», come avrebbe detto Ugo Foscolo, aveva amata la patria, e operato per la liberazione della patria, quando molti non vi pensavano ancora._
_E mi provai a descriverne la vita. Le difficoltà erano moltissime e dure; alcune neppur sospettabili dalla critica che si pasce di soli libri. Era un labirinto quella vita, che non era mai stata narrata. Eppure mi condussi a pubblicare nel 1902 un volume, ch'ebbe in breve più ristampe e che adesso, ridomandato dai lettori, ritorna alla luce in una nuova edizione riveduta e corretta in più punti, specialmente per la scoperta di qualche nuovo documento. Fin dai primi miei tentativi biografici, oltre l'esame in Archivii di Stato, ottenni molte preziose informazioni e tesori di comunicazioni epistolari da elette persone congiunte o amiche della principessa Belgiojoso e mie: questo libro ne reca le doverose testimonianze._
_La imperiosa patrizia, che indifferente violava ogni regola comune, si attirò per questo inimicizie, ch'ella disprezzava; e anche all'apparir del mio libro (cosa strana, dopo tanti anni!), le ostilità, certe ostilità, non tutte femminili, ripullularono al punto da mettere persino in dubbio il patriotismo della magnanima cospiratrice. Ma nuovi documenti, e precisamente quelli degli Archivii imperiali di Vienna, citati in questa nuova edizione, dimostrano che in quell'anima pur mutevole in alcune cose, il sentimento della patria mai mutò, mai disparve. Le mie affermazioni, smentite da qualche critico, ricevono qui conferma irrefragabile nientemeno che dalla penna del Metternich; il quale, anco come impenitente signore galante, conosceva le donne, e perciò seppe scoprire le astute arti della cospiratrice lombarda. Non ostante incredibili stranezze dovute alla tempra morbosa, Cristina Belgiojoso merita rispetto e, in più atti della tempestosa sua vita, ammirazione. Dico atti, opere praticate, specie di alta carità e di previdenza; opere di spirito tutto moderno, non opere scritte. Un esame più minuzioso della tumultuaria produzione letteraria della principessa ci trascinerebbe a un nuovo volume, e molto fastidioso; e a qual pro? Si pensi che una principessa Belgiojoso, nella febbrile vita a Parigi, non avrebbe avuto nemmeno il tempo per comporre (almeno lei sola) opere così voluminose come quelle che ella pubblicò nientemeno che sul Vico e sulla formazione del dogma cattolico, e di cui discorro. Scrisse sì, e molto: la dissero anche affetta da grafomania, (e tanti altri forse no?); ma ella voleva diffondere i proprii convincimenti. Intorno al 1842, il Balzac, che si vantava d'avere «ses grandes et petites entrées» presso la principessa a Parigi, si divertiva a canzonarla e a denigrarla, scrivendo alla sua M.me Hanska ch'ella era «une belle Impéria, mais horriblement bas-bleu. Avant-hier, elle a quitté son cabinet pour me recevoir: elle est venue avec des taches d'encre à sa robe de chambre».[1] Altri talora scrivevano sotto l'ispirazione e per commissione di lei e per lei; altri della svariata folla, della quale ella si attorniò a Parigi e che tento di descrivere in questo libro sulle memorie del tempo. Ma ella pensò molto: fu una pensatrice. Victor Cousin ebbe ragione di chiamarla: _Foemina sexu, ingenio vir_. Definizione più esatta dell'altra, coniata a Parigi dal cognome maritale Belgiojoso: «Belle et joyeuse». Gaspare Finali, in una lettera a un amico, la delineò nitidamente in tre parole: «stranamente magnanima signora»._
_Sembrerebbe vanità se dicessi che, dopo la mia pubblicazione sulla Belgiojoso, il nome della patriotica signora ritornò alquanto popolare. Nel 1906, un compilatore americano pubblicò tutto un volume, che fece poi tradurre in francese, sulla principessa «rivoluzionaria» servendosi a larghe mani dell'opera mia; facil costume questo, proprio di certe penne americane e inglesi, che un critico biasimò di recente in un grande giornale di Milano. Inutile accennare a biografie minori citate a titolo di lode da qualche illustre, ma compilate passo passo sul mio libro allegramente saccheggiato; superfluo accennare a numerosi articoli di riviste e di giornali italiani, francesi, inglesi, tedeschi, americani. Qualche altra cosa si potrà dire (quando si potrà?) sulla donna singolarissima, che deve essere giudicata soltanto in rapporto a' tempi suoi. Ella era una multanime, una natura svariata, ricca: e tali nature hanno misteri e continue sorprese._
_Il «lirismo» di qualche parte del mio libro documentato non è altro che un'eco dell'epoca che tentai d'evocare, epoca tutta vibrante di poesia vissuta. Le note e i gesti melodrammatici abbondavano in quell'epoca: l'esaltazione era sorella dei grandi fatti. Oggi, siamo più positivi; ma dobbiamo per questo essiccare fiori smaglianti, spegnere fiamme votive, confinare anime appassionate e ferventi nel gelo d'una formula notarile? La principessa Belgiojoso non scrisse mai un verso, ma non poca poesia, talvolta bizzarra, persino comica, talvolta grandiosa, travolgeva o esaltava il suo spirito. Nel 1848, meravigliosi atti eroici prepararono l'anima della nova Italia; ma l'elemento melodrammatico vi divampava sovente; parve, e fu, in quell'anno, eroina melodrammatica la principessa Belgiojoso, che si pose al comando d'un battaglione da lei allestito: ricordava forse il canto d'Odabella nell'_Attila_ del Verdi, rappresentato due anni prima:_
Ma noi, noi donne italiche — Cinte di ferro il seno Sul fulgido terreno — Sempre vedrai pugnar.
_La biografia e la storia devono ritrarre, se è possibile, almeno qualche cosa, delle persone, del tempo, delle vicende che narrano._
Milano, ottobre 1913.
RAFFAELLO BARBIERA.
LA PRINCIPESSA BELGIOJOSO
I.
In casa Trivulzio e in casa Visconti d'Aragona.
I primi anni di _Cristina Trivulzio_. — Aristocrazia e democrazia all'alba del secolo XIX. — Alla Corte napoleonica di Milano. — Il visconte di Chateaubriand a Milano. — Il processo del marchese _Visconti d'Aragona_ come carbonaro. — Enrico Heine nel teatro alla Scala.
A Milano, nel palazzo dei Trivulzio, nacque nel mattino del 28 giugno 1808 una bambina, destinata a riempire un giorno l'Italia e Parigi del suo nome. Il palazzo è austero. Nell'atrio, a destra, giace una tomba. Colla facciata a linee semplici e rigide, l'edificio guarda sopra la piccola piazza di Sant'Alessandro, dove sorge la chiesa barocca: e nello stesso giorno della nascita, là, in un'angusta, oscura cappelletta di quella chiesa, la neonata ricevette il battesimo. Le furono imposti dodici nomi: Maria, _Cristina_, Beatrice, Teresa, Barbara, Leopolda, Clotilde, Melchiora, Camilla, Giulia, Margherita, Laura: ma solo il secondo nome prevalse: fu chiamata sempre col secondo.
Tanto lusso di nomi rispondeva alle tradizioni spagnuole, che, non ostante mezzo secolo di dominio austriaco e le violente sovversioni della Repubblica Cisalpina, perduravano in parecchie famiglie dell'aristocrazia lombarda.
Nelle vene di quella bambina scorreva inclito sangue. Discendeva ella dalla principesca famiglia dei Trivulzi, fondata nel secolo duodecimo, e che avea dato alla storia il fulmineo Gian Giacomo Trivulzio, maresciallo di Francia, conquistatore e crudel governatore di Milano per re Luigi XII.
_Mens unica_ sta scritto sullo stemma dai tre volti dei Trivulzio; motto superbo che quel superbo guerriero non meritava.
La piccola Cristina nacque tre anni dopo l'incoronazione di Napoleone I nel Duomo; nacque in mezzo ai fugaci bagliori del primo Regno italico, ella che dovea sorgere così accesa sostenitrice del secondo Regno.
Suo padre era il giovane erudito marchese Gerolamo Trivulzio, nominato da Napoleone cavaliere della Corona Ferrea e ciambellano di Eugenio Beauharnais, vicerè d'Italia. Sua madre era donna Vittoria Gherardini, dama d'onore della virtuosa, soave viceregina Amalia Augusta di Baviera, lodata da Ugo Foscolo nelle _Grazie_.
Padrino della neonata fu un altro cavaliere di quella Corona Ferrea, a cui tanto teneva Napoleone: e fu un altro Trivulzio: don Giacomo.
Il curato di Sant'Alessandro, Antonio Orombelli, subito dopo d'aver battezzata la figlia d'una delle più eccelse famiglie, immergeva, secondo il rito ambrosiano, nell'acqua lustrale il capo d'una bambina del popolo. Così, fin dai primi momenti della vita, colei che doveva pensare con tanto fuoco alla rigenerazione del popolo italiano, si trovava in contatto col popolo.
In casa Trivulzio, il sentimento dell'antica nobiltà durava profondo. Rimase lungo tempo famosa pe' suoi sensi accanitamente aristocratici una Trivulzio, donna Margherita, vissuta fino ai primi del secolo XIX, zia di questa bambina. Al curato di Sant'Alessandro, che per temperare l'orgoglio di lei con uno spruzzo d'umiltà cristiana le andava dicendo: — Signora marchesa, infine siamo tutti vermi! — ella con uno scatto rispondeva:
— Sì, sono un verme, ma Trivulzio!
Questa patrizia volle rimaner nubile per non contaminare lo splendore del sangue. Nessun nobile, secondo lei, poteva competere coi discendenti del maresciallo, il quale dormiva il sonno eterno nei sepolcri di San Nazaro sotto la bell'epigrafe: _Qui numquam quievit quiescit_. Di mezzana statura, d'aspetto accigliato, donna Margherita si facea trascinare per le vie di Milano nella “bastardella„, il veicolo di quel tempo, in uso presso i ricchi. I domestici doveano stare in piedi, quasi arrampicati, dietro il veicolo; ma della interminabile passeggiata della nobile fiera padrona si consolavano, filosoficamente mangiucchiando castagne. Le accentuate sopracciglia, color del tabacco, di donna Margherita eran note a tutta Milano. Un gran poeta meneghino, Carlo Porta, prese da lei il tipo di donna Fabia Fabron de Fabrian, la vecchia dama della _Preghiera_, comica pittura di quel tempo in cui le albagie nobilesche tentavano di lottare contro le beffe giacobine?... No; ma il tipo era identico. Donna Fabia così ringrazia il buon Gesù:
Mio caro e buon Gesù, che per decreto Dell'infallibil vostra volontà M'avete fatta nascere nel ceto Distinto della prima nobiltà, Mentre poteva, a un minim cenno vostro, Nascer plebea, un verme vile, un mostro,
Io vi ringrazio che d'un sì gran bene Abbiev ricolma l'umil mia persona....
Tale linguaggio parlava donna Fabia del Porta: lo stesso linguaggio spropositato di donna Quinzia, in una commedia milanese di Carlo Maria Maggi, vissuto un secolo prima.
V'erano bensì alcuni nobili, i quali per ingraziarsi i democratici spadroneggianti sprezzavano, o fingevano di sprezzare, le corone avite; ma quanti altri le tenevan più care, più strette nel loro pugno! Un conte Gaetano Porro (ch'ebbe fine infelice) guidò nei torbidi giorni della Repubblica Cisalpina una turba di furibondi a far saltare sotto i colpi dei martelli i fregi gentilizii delle tombe nella chiesa di San Marco. Altri nobili, invece, la pensavano al pari del conte Vittorio Alfieri, che nelle _Satire_ tuonava:
Vano è il vanto degli avi. In zero il nulla Torni; e sia grande chi alte cose ha fatte, Non chi succhiò gli ozj arroganti in culla. Ma, se prod'uom, di prodi figlio, intatte Le avite glorie, anzi accresciute manda Ai figli suoi; questo è splendor che abbatte L'oscuro vulgo, e tacito comanda Ch'altri dia loco al doppio merto, e ceda....
Giuseppe Parini, troppo ammirato forse come uomo, mai abbastanza ammirato qual poeta, deride “nel lungo amaro carme„ il “giovin signore„ — ma nella Milano del Parini, quali patrizii d'ingegno alto e d'idee moderne fiorivano! Bastino i Verri e Cesare Beccaria.
Parte della nobiltà lombarda si gettò ben presto alle cospirazioni per il trionfo di idee liberali che doveano scemare, almeno, se non distruggere, il suo secolare prestigio. E così avvenne di parte dei patrizii piemontesi, e d'altre regioni d'Italia; onde il principe di Metternich, l'austriaco diplomatico, rassomigliante al poeta lord Byron nella testa bellissima quasi femminea, e al Richelieu nel volere, scriveva nel 1850, quando era caduto dal soglio, queste acerbe parole:
Parmi les symptômes de la maladie de l'époque, il faut compter la position tout à fait fausse que _la noblesse_ ne prend que trop fréquemment. Presque partout c'est _elle_ qui a favorisé les troubles dans leur période préparatoire, et elle s'est effacée lorsqu'ils ont éclaté.[2]
Tipi come donna Margherita, anzi ancor più strani, nelle classi alte non eran rari. Coi tempi nuovi, che cercano di livellare, d'uniformare, di scolorire, scomparvero certi caratteri bizzarri, i quali rendevano almen più varia la vita. In gran parte, quei caratteri rappresentavano le anomalie fisiologiche, che si palesano in alcuni individui d'antiche famiglie esauste. Il marchese Magenta riceveva gli amici dentro il veicolo da passeggio, la “bastardella„ suddetta, posta in una sala a pian terreno della sua casa. Egli se ne stava rinchiuso dentro, infagottato nel tabarro, colle mani su un caldano di terracotta. I visitatori aprivano la porticciuola, entravano, sedevano di fronte a lui pigiati, e conversavano. Il medico Pietro Moscati, uno dei membri del Direttorio della Cisalpina, poi conte e senatore del Regno Italico, membro dell'Istituto Italiano di scienze e lettere, sosteneva che l'uomo è creato per camminare come i cani.... Neanche il padre di Cristina Trivulzio andava privo di qualche stranezza. E ciò va notato per ispiegare fenomeni d'atavismo, che durante la vita di Cristina si manifestaron col carattere di certe eccentricità che levarono clamore infinito.
Quando la madre di lei, Vittoria Gherardini, nel fiore de' sedici anni, andò sposa al marchese Gerolamo, compì il primo viaggio di nozze da Milano a Locate (terra dei Trivulzi) attraverso le ampie monotone praterie, lungo i fossati interminabili.... Il viaggio, come quasi tutti i viaggi di nozze, fu muto. La sposa, timida, sbigottita, a un certo momento si fa coraggio e osa avanzare un'umile domanda allo sposo. Ma questi risponde brusco e stranamente. Era il principio d'una vita conjugale non seminata di fiori, e che dovea chiudersi colla morte, quattro anni dopo la nascita della primogenita e unica figlia, Cristina.
Nemmeno a Corte, la madre di Cristina gioì ore serene. Pranzò un giorno accanto a Napoleone che la spaventò co' suoi modi villani:
— Che fa vostro marito? — le chiese fissandola. — Alleva i cagnolini?... E voi? perchè non vi mettete sul viso il belletto?
L'opposto di ciò che a Ofelia dice Amleto nella tragedia dello Shakespeare.
Vedo il ritratto di lei nelle stanze dove scrivo queste pagine, qui ad Oleggio Castello, in terra viscontea; qui dov'ella veniva nei giorni migliori. L'espressione del suo viso ovale è dolce. Quegli occhi piccoli sotto le sopracciglia leggermente arcuate non doveano balenar lampi imperiosi; quella bocca piccolissima, da bimba, non poteva mormorare che graziose parole. Il naso è lungo, affilato; fino è il collo; il seno, nel libero costume d'allora, balza fiorente; ondulati i capelli; la pettinatura liscia, semplice.
Ben presto, ella deve vestire il lutto. Il marito s'ammala a Varese. Le aure di quei colli ameni non valgono ad arrestare la malattia, che precipita e lo spegne, il 17 settembre del 1812, a soli trentadue anni. Due giorni dopo, la salma viene trasportata a Milano nei sepolcri di famiglia; due settimane dopo, sono celebrate nella chiesa di Sant'Alessandro pompose, clamorose esequie con ricco catafalco, con musica, e gran folla di sacerdoti. Suo padre, Giorgio Teodoro, l'avea preceduto da più tempo nella tomba; la genitrice, contessa Cristina Cicogna, era morta anch'essa lasciando il proprio nome nella piccola nipote. La sposa rimanea dunque vedova e sola, nel fiore dei vent'anni.
E qui cambia la scena, e assistiamo a un altro svolgimento della società di Milano.
In fondo alla via Brera, dove era nato Cesare Beccaria, dov'era vissuto Alessandro Volta, dov'era morto Giuseppe Parini, sorgeva fino a trent'anni fa un vetusto palazzo, che poi venne distrutto per fabbricarvi un casamento moderno. Gian Giacomo de' Medici, il famoso pirata del lago di Como, fratello di papa Pio IV e zio di san Carlo, l'aveva fatto erigere. Si vuole fosse stata in quel posto la dimora di Cicco Simonetta, il ministro onnipotente di Francesco Sforza, colui che la duchessa Bona di Savoja sacrificò agl'intrighi del proprio cameriere Tassini, e che finì decapitato nel castello di Pavia dopo atroci torture sopportate con animo d'eroe.
Quel palazzo rimase opera incompiuta dell'architetto Seregno. Era maestoso, a un solo piano, con colonne all'esterno, parte erette, parte appena cominciate. Il portone d'ingresso, grandioso, non compiuto nemmen quello. Il tempo aveva steso su tutte le pietre massiccie il suo color fosco, accrescendo austerità all'edificio, il cui interno s'apriva del pari solenne e severo. Un ampio scalone conduceva a una lunga, vastissima galleria di quadri antichi, di bronzi, di stoffe, di porcellane, di lacche, tutte antiche, e tutte in gran quantità, ammonticchiate, confuse.
In questo museo d'arte, si viveva una vita d'arte. Proprietario e abitatore del palazzo era il conte Cesare Castelbarco, marito della contessa Maria Freganeschi, ultima d'antica e ricchissima famiglia cremonese. Il conte, insieme co' suoi due figli, faceva le accoglienze più festose a letterati e ad artisti di grido. Aveva imparato da sua madre a onorarli: sua madre era la contessa Maria Castelbarco nata Litta per le cui bellezze tremò il vecchio cuore del Parini che scrisse per lei _Il messaggio_. Il conte Castelbarco eseguiva musica di sua composizione, e recitava sue poesie; poetavano anche i figli. Un burlone non risparmiò per questo il padre e i figli, cantando:
Fa sonetti a migliaja il conte padre, Fa sonetti a migliaja il conte figlio....
La contessa Maria Castelbarco Freganeschi era _grande maîtresse_ della Corte vicereale; perciò, ogni giorno, allo scoccar delle due, il carrozzone co' servi in livrea di lusso stava ad aspettare a piè dello scalone per condurre la contessa a palazzo; e da una finestra, una vaghissima fanciulla dai grandi occhi, Cristina Trivulzio, colla madre, sogguardava intanto sulla via l'uscita fragorosa della carrozza con la signora.
La marchesa Vittoria s'era sposata ben presto in seconde nozze al giovane marchese Alessandro Visconti d'Aragona, ed era andata ad abitare col secondo marito e coll'unica figlia del primo, in un'ala di quel palazzo. E fu là che Cristina, la futura principessa Belgiojoso, sviluppò la viva intelligenza; specialmente l'intelligenza musicale. La madre, innamorata dell'arte de' suoni, ne trasfuse nella figlia il sentimento; e in lei lo accrebbero poscia la Malibran, la Pasta e il maestro Nicola Vaccaj, che visitavano la madre, eseguendo in quelle sale musiche appassionate e gentili, onde tutta l'aria d'Italia allora vibrava.
Alessandro Visconti d'Aragona, uscito da una grande, storica famiglia, accresceva lustro al proprio nome. La madre di lui, contessa Virginia Ottolini, occupava un'alta carica nella Corte vicereale. Il padre, marchese Serafino Alberto, era uno di quei tipi strani di cui parlavamo. Stava in campagna tutto l'anno a Castelletto sul Ticino e ad Ornavasso, con una folla di gatti: passava l'intera notte fino all'alba a recitare col cameriere i salmi e il rosario: all'alba, si coricava tranquillo per rifare nella notte l'ascetica vita di prima. Il dormire di giorno e il vegliare la notte fu, d'altra parte, la vita di molti nobili sulla fine del Settecento e sul principio del secolo XIX; e Ippolito Pindemonte, innamorato della vita campestre, nelle fluide, lucide ottave del suo _Mattino_, punge quel controsenso e l'usanza malsana.
Simpatico l'aspetto del Visconti d'Aragona: faccia rotonda che emerge dai solini e da un cravattone enorme: begli occhi, bella la fronte spaziosa, resa più spaziosa dai radi capelli. Entusiasta del Rousseau, inclina al sentimentalismo sospiroso; nello stesso tempo si occupa d'agricoltura con dottrina non comune. Facile agli slanci d'ammirazione e, nello stesso tempo, ombroso, sospettoso. Quanti possono competere con lui nelle cognizioni botaniche? Egli non si arresta solo a studiare le piante; le coltiva con sapienza per abbellire giardini; e disegna giardini. Le bellezze dell'arte lo esaltano; ma ama ancor più la patria, a cui vuol donare liberali istituzioni; e quest'amore lo spinge al pericolo, alla soglia dello Spielberg.
Egli è amico di casa Manzoni, e il sommo scrittore lombardo gli mostra benevolenza. Frequenta il liberal conte Luigi Porro Lambertenghi, e, nella casa del conte, trova Silvio Pellico; trova Giovanni Berchet, Pietro Borsieri, il Romagnosi, Melchiorre Gioja, il medico Rasori, tutti scrittori di un nuovo giornale, _Il Conciliatore_, che vuole infrangere i vecchi stampi di convenzione su cui il classicismo si modella e bandisce una poesia popolare, una poesia sentita, una letteratura che viva in accordo col movimento dei tempi. Il marchese Visconti d'Aragona s'incontra, in casa Porro, con un altiero uomo: Federico Confalonieri. E col Confalonieri, e con altri, il marchese Alessandro Visconti d'Aragona fa costruire il primo battello a vapore sul Po, caldeggia il mutuo insegnamento, vuol diffondere la scienza: tutti nobili sforzi, germi di sano progresso che i migliori opponevano al letargo servile imposto allora alle contrade italiane dall'Austria: dall'Austria che, abbattuto il napoleonico colosso dai piedi di creta, era ritornata padrona ed arbitra.
“I grandi uomini sono come le meteore del cielo che si consumano per illuminare la terra„; sembra abbia detto un giorno Napoleone; anche la sua meteora — meteora di sangue — s'era consumata; e l'Austria amava le tenebre. Nelle _Memorie d'Oltretomba_ del visconte di Chateaubriand, si legge una pagina verissima sul sonno che l'Austria avea diffuso su una terra appena risvegliata, appena in ascolto della propria coscienza. Lo Chateaubriand era venuto a Milano al tempo della fragorosa occupazione francese, con una lettera di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone, per il maestoso Murat; e parla d'allora, parla del poi: è una pagina ammirabile: