La Principessa

Part 9

Chapter 9 3,815 words Public domain Markdown

--Oh, potete immaginare--replicò il Venosa--ch'appena quell'uomo pronunziò il casato Jannacone, già subito il mio pensiero corse al delitto, commesso nel parco sedici anni or sono, e al delinquente.... Volete vi dica tutto l'animo mio?... e anche a voi, Diana....--seguitò il Venosa, con la sua voce simpatica, e strinse, nella sua eccitazione, la mano della fanciulla,--mio padre non credette mai che Roberto Jannacone avesse ucciso mio cugino.... Era sicuro che egli, incauto, avesse incontrato a caso la morte: e fosse caduto da sè nel precipizio, se pure non ve l'avesser gittato altri che quel Roberto.... E non per dire: voleva bene al suo nipote, al conte di Squirace, come ad un figliuolo.... Ne sapeva i difetti, ma li scusava,--secondo ripeteva,--perchè erano conseguenza più della sua educazione che d'un'indole cattiva.... La sua morte, così repentina, così tragica, lo colpì tanto ch'ebbe una lunga malattia.... Egli volle parlare col supposto assassino....

--Supposto?--interruppe il marchese.

--Vi dirò....

--Ma io non so nulla del fatto,--esclamò Diana.--Datemi qualche ragguaglio.

Il Venosa le raccontò con molta commozione l'assassinio del conte di Squirace nel modo si credeva, generalmente, fosse avvenuto e ch'egli stesso, cresciuto in età, avea udito raccontare più volte nella sua famiglia.

--Mio cugino, figuratevi,--aggiungeva Adolfo,--era un bel giovane, elegante, uno di quei giovani che non si curano d'altro, se non di far una vita allegra... almeno essi la chiaman così... era conosciuto da tutta Napoli....

--E l'assassino?--chiese Diana, ben lungi dall'immaginare in quale stretta, sin allora ignota relazione, ella fosse con lui.

--L'assassino, anch'egli un bellissimo giovane, e di più... un valoroso. Avea compiuto atti eroici; avea salvato la vita, e le ricchezze a molti; uscito da una condizione oscura, si era inalzato, si era fatto amare per la sua virtù....

Diana piangeva.

--O come mai,--ella disse,--questo giovane sì bravo, sì buono, potè assassinare vostro cugino?

--Ecco il gran punto... cara Diana,--esclamò il Venosa, e la voce gli tremava.--Mio padre, ripeto, nutriva l'assoluta convinzione che costui non avesse assassinato il conte.

--È strano che Giacinto Venosa... vostro padre... ch'io ho ben conosciuto, potesse pensare che un uomo, senz'alcuna colpa, sia per anni e anni sottoposto alle più atroci sofferenze, chiuso in una prigione.

--Fu questo un segreto martirio della sua vita... ed è per ciò appunto che or ora io ho sospirato.... Chiamatomi a sè, durante la sua lunga malattia, un giorno ch'egli avea potuto alzarsi e la poltrona su cui si adagiava era stata spinta nel giardino, fra quelle piante, che gli piaceva tanto di rivedere, mi disse:--Ti ho già parlato più volte di quel giovinetto che deve esser ormai un uomo maturo... forse un vecchio per i patimenti del carcere.... Egli non è un assassino: è una vittima.... Sono sicuro che il conte di Squirace non avea mai avuto alcun rapporto con lui.... Sento impossibile una causa di rancore fra loro. Quando la nostra famiglia volle costituirsi parte civile, io mi opposi, come potevo, senza urtare certi legittimi sentimenti, poichè non avea nulla, se non la mia opinione, da metter a contrasto con certi gravi indizi.... L'animo mi diceva che un avvocato accusatore sarebbe stato una nuova e valida forza a intorbidare quella causa, a impedire, contro un infelice che si scoprisse il vero!

E prendendomi per mano,--continuava il Venosa,--il mio vecchio padre mi affermò ch'egli avea lavorato molto, pensato molto, dacchè il giovane era in prigione, allo scopo di porne in luce l'innocenza.... Che era già su una traccia... che non volea confidarmi nulla, poichè si trattava di meri sospetti; e, sentendosi vicino alla sua fine, non voleva lasciar la vita, accusando e forse calunniando taluno. Ma,--mi disse,--tu, figliuolo mio, promettimi che ti adopererai allo stesso scopo, in cui mi sono io adoperato indarno; al trionfo di un innocente....

--Ma che contegno tenne il giovane accusato durante il processo?--domandò Diana trepidante e che, nel suo carattere, si commovea, come sempre, per ogni motivo generoso.

--Un contegno nobilissimo,--rispose l'amante di Diana,--a quanto diceva mio padre: evitò di scolparsi: cercò ogni modo di aggravare la sua posizione: pareva dicesse: sbrigatevi a condannarmi, ho fretta di uscire dalla tortura delle vostre domande per timore che mi sfugga una parola compromettente.... Compromettente per chi? Questo, diceva mio padre, era il segreto del suo riserbo; e mio padre aggiungeva che tutto il mistero di tal affare dovea essere in mano d'una donna.

--Ma la testimonianza della principessa?--osservò il marchese.

--Oh...--rispose il Venosa, agitando in aria un braccio,--mio padre si meravigliò sempre, e lo disse nei crocchi, che i giudici annettessero tanta importanza a una tale deposizione... si tratta, egli diceva, di una fanciulla, paurosa, che ha veduto un uomo cadere nel precipizio... I ragguagli, da lei dati, sono molto incompiuti.... Nella età, nella condizione di salute in cui era, può darsi ella abbia asserito di aver veduto ciò che non ha mai veduto, ciò che forse le è apparso, come un'illusione destata dall'eccitamento de' suoi nervi.... Mio padre avea studiato legge, e profondamente, nella sua gioventù: che questo Jannacone fosse innocente, era una sua idea fissa.

Poco prima di morire mi disse di nuovo:

--Quel giovinetto era soldato, e valoroso.... Egli ha taciuto, si è immolato per una donna.... Tu devi cercare questa donna, che è forse fra le tue conoscenze: impadronirti del suo segreto: costringerla a far rendere la libertà, l'onore a un innocente. Ah fossi stato io giovane come te: sarei riuscito: e già sento che ero vicino a riuscirvi.... Però non posso dirti altro....

Tale fu l'ultimo colloquio che ebbi con mio padre su questo argomento.

Cercare la donna--ecco il punto ove dovea volger le mire--la donna che avea spinto quel giovane innocente nel carcere per tutta la vita.

--Non avrei creduto mai che Giacinto potesse nutrir tali fantasie!--esclamò il marchese, in tono di compassione.

--Io,--rispose Adolfo,--che ebbi per mio padre l'affetto più sviscerato, e ne venero la memoria, non potei partecipar mai sinceramente a queste sue convinzioni.... Mi mancò sin ora l'animo, e forse il tempo, per i miei studii, di farmi nella società l'avvocato dell'assassino di mio cugino....

--Del supposto assassino, come diceva vostro padre,--interruppe Diana.

--Ecco Diana... testolina esaltata,--esclamò il marchese,--ella ormai simpatizza col prigioniero....

--Sicuro,--rispose Diana.--Chi soffre ha sempre la mia simpatia... E quell'infelice non avea una moglie, una figlia?...

--No, egli non avea se non il padre: uomo rispettabilissimo, cattolico fervente, il cui suicidio, appunto per le idee religiose da lui professate con tanto zelo, deve aver molto turbato i suoi amici e compagni.... Mio padre dicea sempre di lui: è una grand'anima....

Diana rifletteva a questo vecchio cristiano, spinto dalla follìa, cagionata dal dolore, al suicidio: rifletteva a quel giovane valoroso, stimato, condannato a un tratto come assassino, per un fatto inesplicabile.

Le sue simpatie crescevano per questa famiglia di sventurati: uno de' quali sceso con violenza nel sepolcro: l'altro chiuso vivo in una tomba d'altra specie.

--C'è qualche cosa d'incomprensibile,--disse,--di straziante nella sorte che perseguita questa famiglia. Il padre è lasciato solo, senza cure, senza conforti, a errare nei boschi, non trova pace altro che nel suicidio; ed è un uomo che tutti dicono virtuoso, esemplare: il figlio è condannato, senza che si difenda... e da uomini ragguardevoli, com'era vostro padre, è creduto innocente.... L'opinione di vostro padre ha per me maggior peso della vostra,--disse Diana, bellissima nella sua indignazione, volgendosi al Venosa.--S'io avessi conosciuto quel vecchio, che s'è tolta la vita in modo sì strano, lo avrei aiutato a vivere, soccorso, consolato; accetto io l'incarico, che a voi affidava vostro padre.... Una donna vi darà l'esempio che certe debolezze sono intempestive.... Bisogna, mio caro amico, saper lottare per chi soffre: bisogna saper inchinarsi verso gl'infelici: bisogna, sopra tutto, saper vincere con energia certi pregiudizi, certi egoismi, che ci rendon cattivi....

Il marchese sorrideva di quell'entusiasmo: egli non era uomo che potesse comprenderlo.

Diana, in un istante, credeva esser guarita dalle sue gelosie verso la principessa e il Venosa: paragonava grandi dolori, de' quali avea udito parlare, con certi suoi risentimenti; e questi ultimi le parevano inezie.

Dopo un breve silenzio, ella disse a Adolfo:

--Non voglio esser sola nel far un'opera buona: voi mi aiuterete a compiere ciò che vostro padre desiderava: a provare, se è possibile, l'innocenza di Roberto Jannacone.... Mi sembra quasi appartenere alla sua famiglia, aver un dovere di amarlo, di proteggerlo, dopo ciò che ho udito di lui....

--Diana! Diana!--interruppe il marchese,--tu non conosci misura: ti esalti per il più strano motivo.... Il nostro modo di sentire è sempre così diverso!

La fanciulla, senza badare a quella interruzione, e come seguendo sempre un suo pensiero, continuò:

--E troveremo la donna, se c'è, che ha cagionato la rovina di questi disgraziati....

In quel punto entrò la principessa.

Il Venosa si alzò per andarle incontro, e metter fine alla importuna conversazione.

Egli aveva per la principessa una devozione senza pari, e tutto avrebbe fatto pur di risparmiarle un disturbo.

Ma Diana, che non conosceva malizie, avvicinandosi alla principessa:--Qui si parlava,--le disse,--del caso di quel pover uomo che s'è impiccato la notte scorsa, e della prigionia del suo figliuolo.... Non te l'avrai per male? Io mi voglio accingere a provare, se è possibile, l'innocenza di quel prigioniero; a metter in chiaro che tutti i guai avvenuti, e di cui tu pur soffri stasera, si debbono all'influsso di una creatura malvagia, che scopriremo.... Vuoi anche tu aiutarmi a scoprirla?

--Ben volentieri!--rispose la principessa; col suo più maligno sorriso.

--C'è chi crede,--insistè Diana con la crudeltà della inesperienza,--che tu stessa nelle tue testimonianze ti sia lasciata ispirare da allucinazioni, e tu abbia detto quello che la paura ti faceva vedere anzi che quello che tu avevi veduto; se pure eri in condizione di poter ben vedere i ragguagli d'una tale scena.

La principessa avea un grande dominio sopra di sè; pure riuscì a stento a simulare l'acuto dolore che le procuravano le parole di Diana.

Per la prima volta, qualcuno, al suo cospetto, osava metter in dubbio, discutere la sua deposizione nel famoso processo.

--Ah... tu sei una bambina,--le disse amorevolmente la principessa,--e spieghi molto zelo in cose, che spesso non lo meritano... probabilmente, tu non fai se non ripetere ciò che ti fu detto da qualche malvagio, e credi sia vero nella tua semplicità....

Il marchese redarguì Diana aspramente: si dolse di non aver alcun impero sull'animo della figliuola. Non voleva, per nulla al mondo, la principessa sospettasse ch'egli l'avesse sobillata.

Il Venosa rimase male; non ebbe il coraggio di fiatare. La principessa non volea ferir lui, ma il colpo lo investiva.

Enrica raccontò che avea licenziato l'intendente: e prese una sfuriata, parlando della negligenza della sua gente cui si doveva la morte del vecchio; gente barbara, essa diceva, idiota, senza costume.

--Avevo conosciuto, da bambina, quel povero vecchio!

E le lacrime, le sue solite lacrime, la soccorsero. Vi aggiunse un po' di tremito; il preludio d'una convulsione.

Diana le cinse la vita con un braccio per soccorrerla; le loro labbra s'incontrarono: e si baciarono.

Poco dopo, la principessa era sola nella sua camera e finiva di abbigliarsi per il pranzo. Ravviava le pieghe del suo abito color di rosa, dinanzi allo specchio. Ma, a un tratto, uscì dalla camera quasi di corsa. Le pareva di veder, a ogni istante, dinanzi a sè il gramo corpo di Ciccillo, pendente dall'inferriata, e la faccia pallida di Roberto, esprimente la disperazione.

Arrivarono gl'invitati; nessuno di loro sapeva nulla del tristissimo fatto avvenuto a Mondrone. La principessa li accolse tutti con la solita affabilità.

Finito il pranzo, addusse in iscusa che era indisposta e si ritirò subito nelle sue stanze.

Il conte Guicciardi, il giovane magistrato, a cui aveva scritto, le veniva a far visita, in ora assai tarda.

Egli la studiava!

L'allegra parente del marchese di Trapani, che, di solito, accompagnava Diana, giunse a prenderla a casa della principessa nel punto in cui la fanciulla ne usciva, insieme col Venosa e col marchese Piero.

--Arrivate sempre tardi!--le disse il marchese.

--Oh se sapeste,--rispose,--quante cose ho fatto in questo tempo.--E ne avea fatte davvero.

Il marchese sorrideva: si compiaceva di quella corruzione, poichè immaginava qualche galante scappatella della cugina.

--La vostra pettinatura,--le disse,--è molto disfatta!

E, a un'indicazione del marchese; gli protendeva il suo collo grasso e bianco, e che era stato in altri tempi bellissimo, affinchè egli vi accomodasse alcuni riccioli.

Dall'altro lato della strada era il giovinottino di vent'anni. La donna matura l'avea condotto con sè nella carrozza del marchese, dopo il loro convegno, ed egli la guardava, beandosi.

Avea alla cravatta uno spillo, che essa gli avea poco prima donato, in segno della sua alta soddisfazione pel profitto nelle lezioni che da lei gli erano date.

Fra tali pericoli cresceva immacolato il candidissimo fiore della innocenza di Diana: il Venosa stesso però non si spaventava; conoscendone l'illibato, forte carattere, della corruttela ond'era attorniata e dalla quale sperava toglierla presto.

Ma il marchese non voleva, come sa il lettore, tale unione: e Diana stessa avea provato verso il Venosa le punture della gelosia, della diffidenza.

L'acerbo sentimento, per un poco attutito, dovea presto risvegliarsi.

La principessa, col suo furore di vanità, era destinata a contristare anche il cuore di Diana: a disputare ad essa come avea fatto ad altre il suo unico amore.

Chi le avrebbe detto ch'ogni legge di natura vi si opponeva?

In casa del marchese quella sera, durante il pranzo, fu parlato del fatto di Ciccillo Jannacone.

La signora Teodora, così si chiamava la parente del marchese, si commosse tutta.

Furon ricordate, con ogni ragguaglio, le due tragedie avvenute nel parco di Mondrone.

--Povero conte di Squirace!--esclamava la signora Teodora,--era un discreto giovinetto.... Ma l'altro: quello che fu condannato come assassino, che bell'uomo: un uomo come oggi se ne vedono pochi!... E che spalle!... Per me era innocente!

Il marchese crollava la testa.

--Oh, allora lo dicevano molti,--soggiunse la signora Teodora.--Anche mio zio, che era un avvocato di molto grido....

Diana facea sempre qualche domanda intorno a Roberto Jannacone.

La sera ne riparlò con la signora Teodora, accompagnandola nella sua camera.

--Per me,--le diceva costei,--quel giovane non era colpevole.... Ho sempre desiderato che scappasse dalla sua prigione. Venisse qui, lo accoglierei a braccia aperte. Povero giovinetto! Eh che bel giovinetto! A tempo della condanna, pensai molto a lui, a tutti i ragguagli di quel processo.... Ora me n'ero, da anni e anni, dimenticata.... Però, un innocente, dover stare tanto tempo in prigione, dovervi morire... poichè il suo processo, fu detto, non ammettea revisione.... Ma che condizione terribile! Sentirsi senz'alcuna colpa, e dirsi: nessuno mi giustificherà mai, non potrò uscir mai di qui.... Speriamo che riesca a fuggire!

--Oh, vorrei poterlo aiutare io nella sua fuga!--esclamò Diana.--Povero prigioniero! non lo scorderò mai, d'ora in avanti, nelle mie preghiere!

Ella sentiva verso di lui una simpatia inesplicabile.

Già le pareva, per quella corrispondenza misteriosa che è tra certi cuori amanti, eziandio senza si conoscano, ch'egli aspettasse da lei il suo massimo conforto, e le tributasse un culto, nel quale il rispetto arrivava all'adorazione.

In quella notte ella pensò molto a Roberto, e i discorsi da lei uditi, poche ore prima, pinsero i suoi sogni di strane immagini.

IV.

Da lungo tempo, il lettore non vede in scena l'eroe del nostro racconto: Roberto Jannacone.

Chiuso nel carcere di *** in Calabria, a poco a poco egli si assuefece a quella solitudine.

Sapea che atti impetuosi sarebbero tornati vani: una condotta savia, regolare gli avrebbe conciliati gli animi: potea render men dura la sua prigionia.

Soprintendente del carcere era un uomo ruvido e buono: Filippo Cardella, nato a Ischia. Egli era stato marinaro come Roberto: ma a causa d'una ferita assai grave, riportata alla gamba destra, in una manovra durante una burrasca, avea dovuto lasciar il servizio.

Filippo, salvo che zoppicava un po' dalla gamba, la cui ferita spesso gl'iterava il martoro, si conservava robusto e sapea farsi rispettare da chi si sia.

Per due o tre anni, Roberto restò nella sua prigione in un silenzio quasi assoluto. Egli stesso, per mesi, non udì il suono della sua voce.

Una sola idea ormai l'agitava: fuggire: ritrovarsi con la donna che l'avea sì vilmente, sì atrocemente tradito: vendicarsi in modo proporzionato all'ingiuria.

Che cosa era accaduto di lei? Avrebbe ella osato contrarre un nuovo matrimonio?

E immaginava di trovarsi libero, di scuoprir il domicilio di lei, rapirla a forza, e recatasela in luogo sicuro, sottoporla poi alle torture che egli, uomo sì mite, le andava preparando nella sua mente.

Accettava nella prigione volentieri ogni lavoro che gli era commesso: e, a poco a poco, vedendone l'indole tranquilla, il carceriere lo aveva unito a sè in certi umili servizi.

Dopo tre anni dacchè Roberto era nella prigione, venne a morire un vecchio settantenne, che avea passato circa quarant'anni in quello speco. Egli avea commesso un delitto orribile; giovane, ingolfato nei vizi, si era di notte recato alla casa di una sua zia, quasi ottuagenaria, che viveva sola, per sordidezza e per diffidenza che in altri destasse cupidigia il denaro da lei accumulato, e che tenea in calze sotto il letto in sacchi, in buche fatte studiosamente nel pavimento.... Il giovane si era fatto aprire la porta e avea ucciso la vecchia, dandole ripetuti colpi sul cranio con una leva di ferro.... Il delitto esecrando avea sollevato nel pubblico un orrore indescrivibile. Il giovane frequentava l'università, ed era per laurearsi: i professori lo avean sempre lodato come molto sveglio d'ingegno: avea scritto versi, novelle: sapea far benissimo distici latini, anche all'improvviso: era dissipato, ma colto, si credea capace di sentimenti gentili. Quel delitto stupì addirittura.

Nel carcere si condusse a meraviglia. Tutti ne erano contenti. O fosse il pentimento, o che realmente la sua indole buona fosse stata soverchiata in un periodo d'irresistibile frenesia, egli non cadde mai nel più piccolo trascorso: nè con parole, nè con atti mancò, sia pur lievemente, alla disciplina.

Dopo alcuni anni di prigionia, era stato chiamato dal soprintendente nel suo ufficio per tener la scrittura e per trentacinque anni ogni mattina, senza aver mancato una volta sola, poichè la sua salute si mantenne sempre floridissima, si recò in quella stanza, al far del giorno, e vi durava nel lavoro sino a ora inoltrata della notte; dolce, affabile, senza alcun rammarico; quasi non avesse avuto coscienza di un tenore di vita migliore di quella; e ogni impressione del passato fosse in lui spenta.

Una mattina indugiò dieci minuti a recarsi al suo lavoro. Ciò parve enorme. Si mandò per lui: era steso, immobile nel letto. Era morto nel sonno. La fisonomia placida, veneranda, le mani conserte sul petto, lo avresti detto un santo, piuttosto che un vecchio assassino.

Il giorno stesso della morte di lui fu chiamato a sostituirlo, nella stanza del soprintendente, Roberto.

Dopo tre anni, egli respirava; con quella prova di fiducia, acquistava una libertà relativa: ad ogni modo, assai maggiore di quella che avea potuto aver sin allora.

Fermo nel pensiero di tentar ad ogni costo una fuga, egli sperava aver miglior agio di esaminar bene l'edificio in cui era rinchiuso; farsi capace di tutte le difficoltà, che si opponevano al suo disegno. Ma più che esaminava, più che potea vedere, più queste difficoltà gli apparivano immense, e forse insormontabili.

Ad ogni modo, la fuga dovea esser preparata da molti anni di lavoro, di osservazione.

Di questo si persuase Roberto, senza scorarsi: ciò che a lui stava nell'animo era di arrivar al suo scopo, quello di vedere Enrica, prima di morire.

Si hanno molti esempii della tenacia che prendono certe idee nella mente di un prigioniero.

Trascorsero gli anni monotoni: a ogni suo nuovo tentativo di osservazione, Roberto vedea nuovi ostacoli. Per tutto mura altissime, porte di ferro, raddoppiate da grossi cancelli, e per tutto a ogni porta, a ogni scala, quasi sotto ogni finestra, sentinelle.

La fuga non era da tentarsi, se non di notte, e Roberto avea un giorno avuto in mano il _ruolo_ delle sentinelle, che la notte circondavano l'edificio: avea veduto su la pianta, annessa, come eran disposte:--una sentinella, a ogni quindici passi.

Come tentare una fuga?

E pure, egli si diceva, deve esser possibile, e sarà.

Gli avevano impedito qualsiasi corrispondenza: un arbitrio, che i nemici di Roberto avean saputo giustificare. Da anni, egli non avea più notizia neppure del suo vecchio padre.

Eravi nel mezzo all'edificio della prigione uno stupendo cortile, di architettura antichissima: e spesso, di sera, in estate vi si raccoglieva la famigliuola del soprintendente: cioè la moglie di lui, e due bambini.

Da un lato del cortile, sotto un bell'arco, con la fronte ricoperta di marmi, v'era un pozzo, stretto, ma di una straordinaria profondità.

Non se ne adoperavano le acque perchè, fatto o leggenda che fosse, anni prima vi s'era gettato un prigioniero e riusciva vano ogni sforzo per ripescarlo.

Si diceva, e vi credevano tutti, che il cadavere si fosse lì decomposto.

Vi era sovra il pozzo una gran carrucola e intorno ad essa scorreva una fune, all'un de' capi della quale era legata una grossa pietra, che serviva di sonda: e la gettavan nel pozzo per misurarne la profondità e sostenevano che, fosse pur lunga la fune, non si poteva trovare: che, calata la pietra alcuni metri nell'acqua, era respinta in su (si diceva) chi sa da qual forza: e, a proposito di quel pozzo, si spargevano terrori, superstizioni, che si radicavano sempre più tra i prigionieri e i loro custodi. Roberto, affacciatosi un giorno a questo pozzo, si era accorto come a un certo punto, si apriva in esso uno spiraglio, che mandava alcuni bagliori di luce.

Donde quella misteriosa luce veniva?

Roberto pensò che forse lo spiraglio dava in una grotta, verso i campi, sull'aperta campagna; o immettesse in una di quelle capricciose anfrattuosità, specie di corridoi, che si trovan talvolta ai piedi di certi monti.

Non ebbe più requie. Poteva esser quella la via della sua salvezza.

Un giorno d'estate, mentre tutti dormivano, salvo le guardie poste a' lor luoghi, e non era probabile che altri passasse dal cortile, egli preparato, come se dovesse fuggire, si avvicinò al pozzo, tutto palpitante.

Scavalcò l'orlo: guardò con la sua vista acuta, dopo che si fu un po' calato, per abituarsi all'oscurità, e vide che le mura del pozzo eran tutte a bozze, e quasi a scaglioni, a qualche braccio dall'orlo.

Avea preso in mano l'estremità della fune, dal lato opposto a quello ove era legata la pietra e scese giù, con molta cautela, tenendosi sempre alle mura.

Arrivò, a, poco, a poco, e assai facilmente, allo spiraglio di luce, che avea scorto le tante volte, dall'orlo. La luce veniva da una buca, che dall'alto parea uno spiraglio ma larga a segno che Roberto capì di potervi passare.

In fatti, v'entrò: e vide subito di là da essa una grande estensione di macerie.