La Principessa

Part 8

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--Siete stato ispirato male.... Vi ricordate che io sono vostro associato: rammentate la nostra ditta: Marchese Piero di Trapani e Marco Alboni.... Voi non potete, non dovete stipulare nessun affare senza di me.... Non solo io debbo partecipare agli utili, ma voglio esser informato dei rischi.... E qui vi sono....

--Che rischi?--domandò il marchese, che poi, in fondo, riconoscea Marco un'autorità nel saper condurre a bene una bricconata.

--Che rischi?... Vero o no che sia, si dice in tutta Napoli che la ben accetta al Re è la principessa di Caprenne.... E quella donna deve aver un'arte somma per incatenare a sè chi l'ama: deve aver segreti, tutti suoi, per piacere.... Io non voglio dire che ella sia la favorita: non bisogna basar un affare sull'incertezza.... Ma, senza dubbio, ella ha nell'animo del Re predominanza.... Che si presenti una rivale, più giovane, e bella, la principessa, che è focosissima, si porrà subito contro di lei e contro di voi.... La principessa è capace d'ogni vendetta: anche di percuoter la giovane in pubblico, se fosse eccitata all'estremo.... il Re, disgustato, si ritirerebbe allora da un'avventura, che potrebbe arrecargli troppe molestie....

La porta della stanza fu aperta, senza che alcuno avesse bussato, e comparve una giovane di alta statura, di una incantevole grazia, una figura veramente ideale.

--Diana!--disse il marchese, alzandosi e andandole incontro.

E le dette un freddo bacio sulla fronte.

L'altra corrispose con un bacio anche più freddo.

Diana era in abito da passeggio.

--Babbo,--gli disse, senza l'affetto che i buoni figliuoli sanno metter di solito in tale parola,--vado a far visita alla principessa di Caprenne.... È oggi il suo giorno.

Diana era accompagnata da una signora di oltre quarant'anni, parente del marchese, sprovveduta d'ogni mezzo e d'ogni scrupolo: allegra. S'imbellettava, si azzimava con la massima cura: avea sempre studio di allettare: era pretenziosa.

Tal donna avea dato il marchese per compagna e maestra alla giovane, che chiamava sua figliuola.

--Va', va' dalla principessa,--rispose il marchese alla ragazza,--va', e, fra non molto, io stesso verrò a riprenderti.... Saluta intanto la principessa....

Enrica in quel giorno riceveva: una sessantina di signore, e altrettanti gentiluomini, e forse più, l'aveano per varie ore costretta a quella tensione, a cui una padrona di casa deve sottoporsi per saper interrogare tutti, rispondere a tutti, ascoltar tutti, per andare dall'uno all'altro: per dir a tutti la cosa più grata, o più pungente, secondo l'intenzione. Molte donne non resistono a questa fatica, più grave che non si pensi. E, alla fine di certe giornate, si sentono spossate come un capitano la sera dopo una grande battaglia.

All'obbligo di parlare, di muoversi, di indovinare, di confutare le malizie delle amiche, di impedire che esse vi strappino dal labbro più di quello che vi piace far sapere su certi vostri atti, è da aggiungere il dovere di star stecchite, impettite, a disagio, in un abbigliamento di cerimonia.

Ma la principessa avea una salute di ferro: e resisteva felicemente a ben altre fatiche.

Diana arrivò al palazzo Gorreso, che era già tardi: verso le sei della sera. Le visitatrici, i visitatori aveano lasciato in pace la principessa.

Il cicaleccio era cessato in que' salotti, ove aveano echeggiato, poco prima, le voci più armoniose, più melodiose, nel conversare, che avesse Napoli.

Diana fu lasciata sola alla porta del palazzo dalla signora che l'accompagnava e che le allegò di dover fare molte piccole commissioni: sarebbe tornata a prenderla fra un'ora. Un giovinottino di vent'anni, del quale ella faceva l'educazione, l'aspettava in un luogo convenuto. Essa era tutta palpitante, impaziente d'arrivare. Anche senza il belletto, l'impazienza avrebbe colorito di rosso le sue guancie paffutelle.

Diana entrò nel salotto della principessa: la trovò sola con un giovane elegantissimo: Adolfo Venosa, di famiglia molto agiata e che avea impreso per amor della scienza lunghi, difficoltosi viaggi in regioni inesplorate, facendo, in sì fresca età, noto il suo nome a tutti gli scienziati.

Nella società napoletana il Venosa era ben veduto e apprezzato per il suo ingegno, il suo amore della coltura, per la serietà, la modestia, la vigoria del carattere.

D'impeti generosi, era quasi un fanciullo nelle cose del mondo, poichè toccava i vent'anni e gli aveva trascorsi, dalla prima età, nello studio e nelle imprese arrischiate.

Avea conosciuto Diana mentr'ella era nel convento di Santa Chiara, ove era pure la sorella di lui.

Quando Diana uscì dal convento, e Adolfo la rivide, i due giovani parlarono insieme d'amore: Adolfo, con tale gentilezza d'animo, Diana, con un sentimento sì squisito e sì casto, che tutt'e due si trovarono affini a segno, da non dubitar più, come si dice in tali congiunture, che Dio li avesse destinati l'una all'altro.

Diana avea capito che il marchese di Trapani non vedea di buon occhio questo amore; nella onestà, nel carattere franco, leale di Adolfo, egli scorgea tante accuse a sè stesso: sentiva per lui una repulsione: mentre Diana e Adolfo si sentiano attirati l'un verso l'altra, appunto in forza della loro virtù, il marchese si sentiva ripugnante, alieno da Adolfo, inclinato ad allontanarsene: tutt'e due erano, ciascuno, all'opposto polo nel mondo morale.

Adolfo si era accorto della antipatia che ispirava al marchese, nè a Diana era sfuggita la ripugnanza di colui, che ella chiamava padre, verso il giovane che essa amava con tutte le forze dell'anima sua.

Però tenevano nascosto più che poteano il loro amore, ma già molti e molte se ne occupavano.

Quando entrò nel salotto della principessa e vide Adolfo in intimo colloquio con essa: le poltrone su cui eran seduti quasi si toccavano: Diana impallidì.

La principessa era di quelle donne che ispirano sempre alle altre una forte gelosia. Le donne, che sanno sì ben giudicare quali sieno i più irresistibili mezzi di seduzione, li riconoscono subito in chi li possiede.

Al rumore che fece Diana entrando, poichè il servitore L'avea accompagnata fin nell'attiguo salotto, aprendo l'uscio, e ciò avrebbe dovuto assicurarla sull'indole del colloquio fra Adolfo e la principessa, Enrica si voltò; e veduta Diana, dette in una risata argentina.

S'alzò di scatto per correrle incontro. Voleva dirle, come sempre, alcune di quelle parole con cui solea vezzeggiarla: angiolo mio; mia bellezza, figliuolina cara.... arrivava sino a chiamarla così, inconsapevole; ma si ritrasse subito al veder Diana sì pallida e sì vacillante.

Anche Adolfo si era subito alzato.

Diana, ritta in mezzo alla stanza, li guardava: un po' come si guardan due esseri di cui si ha paura, mentre pur si amano e se ne vogliono scrutare i veri intendimenti: un po' come un giudice, che esamina due, reputati colpevoli.

La principessa non sapea spiegarsi il terrore che si andava dipingendo sul volto di Diana: vedeva che ella era in preda a una grande sofferenza.

--Ma che hai?... che hai?...--le domandò correndole incontro, e cuoprendola di baci.

Diana avea scorto su un tavolino una lettera, il cui indirizzo alla principessa era scritto da Adolfo.

Essi erano, dunque, in corrispondenza fra loro?

Nella sua passione, quasi infantile, poichè Diana varcava di poco i sedici anni, essa, appoggiando la testa al seno della principessa, dette in uno scoppio di pianto.

Cercava, a studio, sfuggire gli sguardi del giovane.

La principessa si sentì veramente commossa.

Ella nutriva per quella fanciulla un affetto insolito, che non avea mai provato per alcuno: un affetto di una nuova specie.

Era tanto lieta, quando potea stringerla al suo seno: quando la guardava, la udiva parlare, si sentiva come scender nell'animo un influsso buono, che la consolava.

Da qualche tempo, conduceva spesso con sè Diana nella sua carrozza, al teatro, l'invitava talora a passare da lei intere giornate: giornate che alla principessa trascorrevano in una placidezza, in una contentezza indicibile.

Anche Diana voleva bene alla principessa: la credeva perfetta: le sembrava che tutti la dovessero amare, tanto era bella, affabile, seducente: un uomo solo non avrebbe ella voluto che la amasse.

Il marchese di Trapani, assiduo fra i parassiti che circondavano la principessa, avea voluto, o agevolato quella intimità.

Enrica avea presentato la figlia del marchese alla Corte, ove era stata benissimo accolta. I sovrani la trattavano familiarmente.

E la principessa le dava spesso consigli sul modo di diportarsi: ma tutto andava perduto: Diana era candidissima, non ostante che vivesse fra gente sì trista, era di quelle nature a cui sembra che il male morale, tanto son di buona tempra, non possa appiccarsi.

La principessa avea fatto seder la ragazza su un sofà, e chinandosi su di lei, carezzandole la fronte, tutta premurosa, e tutta ansiosa, ripeteva:

--Che hai, angioletto mio? Vuoi venire nella mia camera?... Ti coricherò: ti assisterò io.

A quelle parole Diana parve rasserenarsi.

Un'altra volta essa, trovandosi un po' sofferente, era stata coricata per qualche ora nella camera della principessa. Ed è inesplicabile la felicità che ne avea risentito.

Ella nutriva per la principessa una simpatia vivissima: verso di lei la spingeva un'attrazione invincibile; rinchiusa nella camera di essa, si era data a toccare tutti gli oggetti, di cui la gentildonna si serviva; i pettini di tartaruga, le scatole d'argento, le fialette, a borchie d'oro, ov'erano le polveri, i profumi: avea fin baciato un accappatoio, che la principessa indossava allora, sovente, la mattina.

Un affetto misterioso, che non avea nulla di volgare, eccitava Diana ad amare la bella, elegante gentildonna.

--È così,--avea detto un giorno,--ch'io mi sono spesso figurata mia madre, che non ho mai conosciuto....

Il Venosa, mentre la principessa soccorreva Diana, era rimasto inoperoso. Che cosa egli poteva fare? Ritirarsi. E aspettava il momento opportuno.

Gli dispiaceva molto del malessere di Diana e non sapea spiegarsene il motivo. Al cospetto della principessa credea di cattivo gusto mostrare la intimità che univa l'animo suo a quello della giovane.

Non potea staccar gli occhi dal gruppo che avea dinanzi: le due bellissime donne, una sofferente, la testa appoggiata, gli stupendi capelli biondi sparsi sul cuscino d'un sofà in raso nero; l'altra curvata, tutta amorosa, su colei che soffriva.

Qual artista avrebbe potuto rendere un tal quadro, con tanta venustà di linee, con tanta vivacità di seduzione?

Per la prima volta, il Venosa, guardando le due teste di Enrica e di Diana, l'una sì presso all'altra, fu colpito dalla grande somiglianza di tratti eh'era in esse.

--Si direbbero due sorelle!--pensava fra sè: poichè la principessa si manteneva sì giovane, per la naturale freschezza, per l'arte che certe donne belle hanno di conservar que' tesori che le rendon sì care.

A poco a poco, Diana si rinfrancò.

Era in lei nato un disegno: non volea che i due, lì presenti, e che ella tanto amava, subodorassero il motivo del suo conturbamento: era meglio si porgesse loro con volto sereno: così avrebbe il destro di sorvegliarli tranquillamente.

--Non so,--rispose a una domanda della principessa,--mi ha colto a un tratto questo malessere: nè riesco a spiegarmene neppur io la cagione.... ma ora sto bene.

E si gettò al collo della principessa per darle i due baci, che le dava, e ne riceveva, di solito, ogni volta che s'incontravano.

Era la prima simulazione, che essa commetteva, la prima volta che fingeva, dacchè era nata. Ma nelle donne anche più candide è sempre latente, sempre facile a prorompere il potere di simulare.

È la grandissima forza del sesso, che non accadrebbe di chiamar debole, secondo alcuni, eziandio se pur non avesse altra arma a nuocere, che questa terribile del mentire, ond'è formidabile.

Dopo ch'ebber fatto altri commenti sull'accaduto, intavolarono una briosa conversazione.

La principessa si rallegrava tutte le volte che vedea la sua giovane amica.

Diana non perdea d'occhio nè Enrica, nè il Venosa. Vide che questi avea all'occhiello alcuni fiori: gli stessi fiori che erano in un magnifico vaso, smaltato d'azzurro, su uno stipo nel salotto. Era facile argomentare che la principessa gli avesse donati a Adolfo. Le parve che un momento, alzatisi, per guardare un non so che da una finestra, si stringessero le mani, in mezzo alle pesanti tende di stoffa color granato.

Ella soffriva e si mostrava ilare.

Si faceva buio nel salotto: la conversazione fra i tre durava sempre: Diana studiava Adolfo e la principessa: cercava dar un significato, non solo alle parole da lor pronunziate, ma alla inflessione onde erano pronunziate.

A un tratto, udirono un gran rumore nell'anticamera: servi che parlavano insieme: alzavano la voce: qualche cosa di molto grave dovea esser accaduto.

Fu aperto l'uscio del salotto attiguo: e un servitore, con un passo accelerato, rosso in volto, ansante, venne ad annunziare alla principessa che era arrivato l'intendente della tenuta di Mondrone e domandava di parlarle.

Dall'aspetto del servitore, dal rumore che avea udito, la principessa indovinò trattarsi di qualche sinistro: rimase impassibile, e disse che avrebbe subito ricevuto l'intendente.

Entrò un uomo di alta statura, asciutto, la pelle abbronzata, gli occhi neri, i capelli e la barba neri, foltissimi.

Fece una specie di genuflessione dinanzi alla principessa: e le baciò una mano.

Poi, con rozza familiarità, esclamò:

--Eccellenza, abbiamo cattive nuove!

--E a quale proposito?--domandò la principessa con l'alterezza che usava con i suoi e onde solea sfidare i colpi della fortuna.

--Si prepari Vostra Eccellenza a udire una brutta notizia.

--Parlate!--disse la principessa già in collera.

L'uomo cercava in una tasca del suo abito.

La mezza oscurità in cui eran rimasti sin allora e che era sì propizia allo stato di animo, alla disposizione al fantasticare in cui tutti e tre si trovavano, prima che giungesse il campagnuolo, conferiva ora solennità alla scena.

--Stamani,--continuò l'intendente con accento fiero e scolpito,--abbiamo trovato un uomo impiccato a una inferriata del castello.... È provato che egli s'è impiccato, durante la notte, mentre imperversava l'uragano tra le raffiche del vento e una pioggia fortissima.... Aveva posto sotto una pietra su la soglia della gran porta di mezzo questa lettera....

E porse alla principessa un gran plico, che teneva in mano già da qualche istante.

La principessa esitava.

--La lettera è indirizzata a V. E.,--proseguì l'intendente.

--E chi è l'impiccato?--disse negligentemente la principessa, prendendo il plico.

--Ciccillo Jannacone!

La principessa si alzò. Niuno potè veder in quell'istante la fisonomia di lei.

Con un tono di voce, che si sforzava render sicuro, disse:

--Non voglio che tu ti spaventi, Diana, coi ragguagli di questa storia.... Poco fa eri già tanto abbattuta!... Vado a finir di parlare con l'intendente in un altro salotto.... Voi, Venosa, tenete a Diana un po' di compagnia....

Mentre la principessa si alzava, era giunto nel salotto attiguo il marchese di Trapani, che veniva a riprendere la figliuola.

S'incontrò con Enrica e la salutò appena, inchinandosi: già avea saputo dal maggiordomo che la principessa in quel momento dovea aver ricevuto una tristissima notizia: ed egli mostrava non volerla disturbare.

La principessa rispose al saluto cerimonioso con un cenno che significava quanto ella fosse angustiata.

--Povera principessa!--esclamò il marchese, entrato nel salotto ove Diana e il Venosa eran rimasti soli appena un secondo.

--Sì, povera Enrica! ella deve aver ricevuto un bel colpo da questo fatto.... L'ho capito al tono della sua voce,--rispose Diana.

I servitori entravano coi lumi.

La principessa, nella sua concitazione, aveva veduto illuminata la sala da pranzo e vi era entrata, facendo segno all'intendente, che la seguiva, di richiuder la porta. Un'altra porta, di rimpetto, era chiusa.

Enrica si accasciò su una sedia e disse all'intendente:

--Continuate!

--Poco ho da aggiungere a V. E. Il nominato Ciccillo Jannacone, da qualche tempo, era pazzo. Avea, da molto, lasciato il suo lavoro, e girava sempre intorno al parco: si recava spesso, sopra tutto di notte, alla casetta ove avea passato tanti anni: e vi è stato visto più volte, seduto sugli scalini della porta.... Un contadino l'ha veduto arrampicarsi al muro e baciar più volte il davanzale della finestra della camera, già abitata dal suo figliuolo. In breve, Ciccillo Jannacone tre settimane or sono entrò nel parco e vi è rimasto, nutrendosi non si sa come.... Non si sa ove passasse le notti.... si vedea talvolta sgattaiolare fra gli alberi, nella foresta, come un animale inseguito, si perdeva d'occhio....

Era lacero, scarmigliato, e avea varie ferite.... I cani del castello l'aveano un giorno addentato. Stamani, io, per il primo, ho esaminato il corpo del vecchio per accertarmi s'egli era morto; assicuro V. E. che quel corpo era sì straziato dai denti degli animali, dalle punture degl'insetti nocivi, forse dai rovi che il vecchio nella sua demenza non sapeva scansare, dalle stesse intemperie, ch'io ho detto, se non si fosse impiccato, avremmo trovato uno di questi giorni Ciccillo morto lungo la strada della foresta.... E debbo aggiungere un particolare a V. E. Sembra che il povero Ciccillo non avesse idea di uccidersi.... Il casiere del castello dice che stanotte ha udito dare varii colpi sull'uscio, ma ha creduto fosse il vento che smuoveva i battenti. Certo il fragore, lo scrosciare dell'uragano ne attuavano i colpi.... Si crede fosse l'infelice Ciccillo, il quale, non potendo più sostenere la crudezza della tempesta, fosse venuto a chieder asilo, soccorso.... Chi sa.... può darsi.... Tutti piangono la morte del vecchio: tutti maledicono al figliuolo assassino, causa di tanta desolazione.

L'intendente, come ligio alla casa del duca, e fino allora anima dannata, cieco schiavo della duchessa, non era fra quelli che credevano all'innocenza di Roberto.

Egli singhiozzava.

La principessa era rimasta imperterrita.

Uscì alfine dalla sua gola come un ruggito: un che di terribile e di indistinto: crollò la testa, e i suoi belli e lunghi capelli si arruffarono un istante: non altrimenti un leone tien irta la criniera nel procinto di avventarsi ad alcuno.

--Siete licenziato dal mio servizio!--mormorò, per tutta risposta.--Dite qual rimunerazione volete, qual compenso vi spetta, ma desidero lasciate fra due giorni e, se si può, domani, il vostro posto.

L'intendente era trasecolato.

--E che,--continuò la principessa, alzandosi,--dovrò io tollerare quello che il principe, mio marito, non tollererebbe, se fosse qui?... Si abusa troppo di me, della mia bontà, lo so,--e fingea accento commosso.--Il parco di Mondrone è doventato un nido di scandali: scandali, che sono per noi spiacevolissimi! Vi avvenne un assassinio, anni or sono,--qui la voce della principessa tremava, e non per istudio.--Sarebbe accaduto, se una delle nostre guardie si fosse trovata lì? Non debbono esse vigilare nella foresta? E ora si lascia che, per settimane, un uomo erri, fuor di sè, nel parco: si lascia che i miei cani l'addentino, non si pensa.... non dico a scacciarlo.... ma a nutrirlo, a soccorrerlo, a persuaderlo di far meglio.... no.... no.... si aspetta che quest'uomo.... già pazzo.... commetta la più grande delle follie. E voi sapevate chi era quest'uomo. Il padre di uno che avea contaminato il nostro parco con un altro delitto!

La principessa era tutta impetuosa di collera, sublime: commediante perfetta, sapea valersi della passione, della forza che naturalmente erano in lei.

L'intendente allibiva: non sapea trovar parola da rispondere.

Egli aveva già contribuito a rovinare la principessa, con una mala amministrazione e con rapine: ma non gli pareva d'avere ancor fatto abbastanza.

Devoto alla principessa sino ad arrischiare per lei la vita, non le era stato mai devoto sino all'onestà. Bizzarrie che si danno: facile è trovar uomini che si affezionino altrui soltanto in proporzione dell'utile che ne ritraggono, e ciò non è poco, o da dispregiare: assai più sovente trovate chi vi spoglia e vi odia, vi vitupera, pel bene onde gli siete origine.

L'intendente facea atto d'inginocchiarsi dinanzi alla principessa, per supplicarla: ella, con un gesto rabbioso, gl'impedì di fornire quel movimento e gli accennò che uscisse.

Mentre l'intendente si ritirava, la principessa suonava il campanello, e accorse il maggiordomo.

--Ho licenziato l'intendente,--gli disse;--entro due giorni egli non deve esser più al castello. Gli sieno date tutte le indennità che chiede.... Accomodate voi tutto col mio procuratore.... Farete attaccare una carrozza e andrete a portar un mio biglietto al conte Guicciardi.

--Ma il pranzo, Eccellenza?

La principessa guardò la tavola apparecchiata per diciotto persone; e, fra tre quarti d'ora, gl'invitati doveano arrivare.

Ella avea tutto dimenticato, e non si era ancora abbigliata.

Quale contrasto fra la tavola, tutta splendente di fiori, di argenterie; i ricchi _menus_ accomodati sul dorso di graziosissimi nani d'argento, dalla schiena ricurva: le piramidi di frutti canditi: la varietà dei bicchieri posti dinanzi a ogni convitato, e la tristissima sorte di Ciccillo Jannacone, freddo cadavere, penzolante alle intemperie nel bel parco di Mondrone!

La principessa avea posato sulla tovaglia, tutta tessuta di corone e d'iniziali, il plico, quasi lurido, lasciato da Ciccillo.

--Va bene,--aggiunse, rispondendo al maggiordomo,--mandate un altro.... Intanto, io vado a scrivere il biglietto che deve essere recapitato al conte....

Ella volea sapere qualche cosa sul suicidio del povero contadino; volea sapere che ne pensasse il giudice inquirente.

Si era rivolta, non senza un perchè, al conte Guicciardi.

Sapeva che, nel giudizio contro Roberto, egli le era stato un po' avverso: volea conciliarselo: e col cercar sempre mezzo di vederlo, mostrare che ella non aveva alcuna ragione per temere di lui.

Non lasciava nulla d'intentato nel lottare a pro della sua salvezza.

In tutto il palazzo, dalle cucine, sotto il pianterreno, ove eran raccolti i servitori sino all'ultimo piano ove erano le cameriere, occupate a riordinare la guardaroba, si parlava del suicidio di Ciccillo Jannacone: e si rammentava il delitto commesso dal figliuolo di lui.

E su tali argomenti si parlava anche nel salotto, ove il marchese Piero, Diana e il Venosa aspettavano la principessa, nè si accorgeano del tempo che passava.

Diana stava attentissima: non perdeva una sillaba.

Il marchese Piero insisteva nel dire che la famiglia degli Jannacone avea voluto tribolare in ogni modo i duchi di Mondrone e la loro gente.

--Tutti noi,--continuava il marchese,--rammentiamo lo spavento che ebbero il duca ed Enrica, allora non maritata, e tutte le persone al loro servizio, quando il figlio di colui che la notte scorsa s'è impiccato, uccise il vostro cugino: il conte di Squirace!

Il Venosa sospirò.

--Mi duole--ripigliò il marchese--aver forse commesso un'indiscrezione, nel tornare su tali memorie.