# La Principessa

## Part 7

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Enrica non respirava più. Le esigenze di questa donna abietta andavano sempre aumentando.

Essa era nata d'una famiglia di contadini, molto numerosa e povera, sebbene un tempo avessero avuto terre del loro e menato vita prospera.

Volea, prima di tutto, che la sua famiglia rifiorisse nell'antico stato: poi ella stessa, serbando apparenze di umiltà, volea vivere in lusso; non basta: essa provvedeva al bel guardacaccia, alla famiglia di lui, che profittava, senza rammarico, di quelle lautezze offertele solo perchè un de' suoi sapea tener vivo, inattutito un amor di donna assai attempata.

Nel vedersi comparir dinanzi Cristina un'altra volta, e con quella improntitudine, dopo che l'avea largamente sovvenuta due giorni innanzi, Enrica perdette la pazienza.

--Sta bene--disse--ch'io ho ordinato a' miei servitori di non scacciarti, quando ti presenti; ma tu abusi.... Vieni qui in ore insolite; non ti dai neppur la pena di vestir un abito che possa illudere sulla tua condizione: non hai neppure il pensiero di fingerti una sarta, una pettinatrice, una maestra di ballo, o di musica, che venga a darmi lezioni.... No: entri qui: vieni, vai, come se tu fossi in casa tua: come se tu studiassi ogni mezzo per compromettermi....

--La bambina è malata....--interruppe Cristina con la sua solita menzogna, poichè non avea ancor scoperto il vero ad Enrica, ma si preparava a svelarglielo,--e di una malattia che sembra mortale.... Ci vogliono molte spese: la gente che l'ha in custodia, sono gente poverissima, come vi ho detto altre volte, sono tutti occupati ad assisterla, trascurano le proprie faccende, non hanno pane.... E io? io ho bisogno da voi del massimo favore.... Mi è capitato di ricomprare alcuni campicelli, già appartenuti al mio povero babbo, morto pazzo pel dolore, dacchè glieli tolsero.... Mi occorrono quindicimila lire....

--E ne hai avute già, entro due settimane, ottomila.

--Sono le ultime, che vi domando.... salvo urgenti bisogni.

--È impossibile!--esclamò Enrica.--Non ho tutto questo danaro a mia disposizione: ti ho dato in undici anni vesti, denari, oggetti d'ogni specie per un immenso valore.... E tu abusi, abusi sempre di me.... sei sempre più povera.... a ascoltarti! Che hai fatto per gettar via tutto questo denaro?

--Non ho bisogno di rendervene conto!--rispose asciutta Cristina.

Così la principessa si vedeva trattata dalla sua antica cameriera.

Volea darle uno schiaffo, gettarle in viso il bicchier d'argento, ch'avea vicino, ma si ritenne. Cristina, la sua antica compagna e consigliera di dissolutezze, la sua maestra e complice di piaceri, serbava sempre un grande imperio su di essa.

Costei e il marito, dopo la scena di collera avvenuta tra loro ne' primordii del matrimonio, eran le sole persone a cui non osasse apertamente ribellarsi.

--Non ti darò un picciolo!--le disse, digrignando i denti e battendo i pugni sul tavolino.

Non osò fare, o proferire di più.

--Non tollero d'essere insultata!--riprese Cristina; e si alzò dignitosa, stecchita, avviandosi verso la porta.

La principessa volea richiamarla, ma il suo orgoglio la vinse: erano due caparbietà, due cupidigie, l'una di piaceri, l'altra di denaro e di dissolutezza, che si urtavano insieme.

Enrica sapeva ch'ella doveva soccombere anche in quel frangente: dovea cedere come v'era stata costretta altre volte.

Cristina era scomparsa: e, per varie ore, la principessa stette ad aspettare qual nuovo, crudele espediente avrebbe posto in opera per astringerla a sottomettersi al suo nuovo ricatto.

Verso le quattro del pomeriggio, mentre la principessa scendeva le scale del suo palazzo, tutta sfarzosamente abbigliata, per andare alla riviera di Chiaia s'accorse che un _groom_ le presentava una lettera su un vassoio d'argento.

Essa prese la lettera, senza guardarla, entrò in carrozza e, allorchè i cavalli si furono mossi, ruppe la busta.

Subito fu colta da una grande indignazione, da un indicibile terrore.

Era una lettera scritta da Cristina, ma essa avea del tutto contrafatto la sua calligrafia in modo che non fosse da alcuno riconoscibile.

Ed ecco la lettera:

"La persona, che ha avuto l'onore d'invitare stamani V. S. a incominciar la giornata con un'opera buona, e che n'ebbe una ripulsa sì dura, vuol tentare ancora la generosità d'animo, che altre volte ha sperimentato in V. S. C'è in Napoli una gran dama, la quale si trova in un bruttissimo caso: un caso di _bigamia_. Essa avrebbe due mariti: uno nell'ergastolo, condannato per assassinio: l'altro.... ambasciatore. V'è una creatura, bisognosa di denaro, ridotta alla disperazione, che vorrebbe sfruttare questo segreto. Ci sarebbe da far un bel chiasso nella stampa europea, se la gran dama fosse citata in giudizio: e se il fatto soltanto si propalasse. Compiendo l'opera buona, consigliata stamani a V. S. dalla persona che accoglieste sì duramente, lo scandalo sarebbe evitato, e la gran dama, vostra intima amica, sarebbe salva.

"La infelice creatura, per la quale supplico V. E. è in possesso di due documenti: uno de' quali prova il matrimonio della gran dama con l'assassino: e l'altro che la gran dama avea avuto da esso, prima di sposare l'ambasciatore, una bambina, che ha sempre nascosto a tutti, anche al povero padre, facendola trafugare...."

E mentre nel suo _coupé_, foderato di velluto nero, circondato di limpidi cristalli, tutti chiusi in quel punto, da' tre lati, la principessa leggeva quell'immondo pezzo di carta, passavano in altri _coupés_ le sue amiche, tutte elegantissime, raggianti, e avveniva un vivace scambio di saluti con le dita inguantate, e di sorrisi.

Che distanza dal mondo in cui viveva a quello in cui avrebbe potuto precipitare!

Da un lato, essa era legata con le più nobili famiglie, con la più pura aristocrazia napoletana: avea aderenze e splendeva alla Corte: dall'altro lato erano i suoi vincoli con un uomo condannato per assassinio, eran le sue calunnie, le sue false delazioni, le sue perfidie, le sue intime relazioni con una donna di basso affare, la quale poteva a sua posta disporre dell'avvenire di lei. In tale stato pieno di angustie l'avea gettata la assoluta mancanza di coscienza.

Il contrasto, che era fra le due parti della sua vita, la turbava, mentre, tenendo in mano quella lettera, passava per le più belle strade di Napoli, e ogni tanto alzava il capo, sorrideva, per rispondere ai sorrisi che le inviavano le gentildonne sue amiche da' loro equipaggi, a saluti ossequiosi fattile da' molti signori, ch'ella man mano veniva incontrando.

Nella lettera v'era anche un poscritto e il poscritto diceva:

"Si vuoi risparmiare a S. E. la fatica d'una lunga risposta. Oggi stesso V. E. giungendo a Mergellina vedrà una mendicante avvicinarsi alla sua carrozza. V. E. potrà scambiar due parole con questa mendicante: e dirle come la persona, la quale ora scrive, potrà ottenere quanto domanda, a evitare scandali, che sarebbero per tutti spiacevolissimi."

In questa lettera c'erano intere la crudele ipocrisia, la maligna ironia di Cristina: le qualità in cui essa era stata maestra ad Enrica.

La principessa fremeva di sdegno: le sue belle labbra eran tremanti.

Riflettè un poco: quindi dette un ordine al cocchiere e si raccolse, tutta pensosa, in un canto del _coupé_, tenendo sempre in mano la lettera.

Il _coupé_ si fermava a Mergellina. La principessa si scosse: fin allora era rimasta talmente assorta nei suoi pensieri da non veder nulla intorno a sè: da non aver più neppure la sensazione del movimento che facea la carrozza.

Una mendicante si accostò subito alla portiera sinistra: la principessa si tolse dalla cintura un borsello di seta rossa, con ghiande d'oro, ne cavò alcune piccole monete e ponendole nella mano della mendicante, le bisbigliò:

--Tra quattro giorni, la mattina, alle sette, in questo punto: io sarò a piedi: la carrozza mi seguiterà a una certa distanza: tu mostrerai offrirmi de' fiori.

La principessa avea pronunziato tali parole, con gesti, con sguardi, con un'intonazione come se la donna che le era dinanzi avesse dovuto, da un istante all'altro, esser annichilita dalla sua collera.

La mendicante si allontanò, con la rapidità d'un trar di sasso: forse anch'ella era aspettata da una carrozza ove entrava in gran fretta.

Superfluo dire al lettore che colei, la quale avea preso abiti e fisonomia di mendicante, non era altri che Cristina.

Mentre risaliva nella carrozza, un riso diabolico scontorceva la sua larga bocca.

Ma ora ad un altro personaggio.

Si era, da poco, stabilito in Napoli un banchiere americano. Egli vi faceva grandissimi affari: si occupava del commercio marittimo: imprendeva esportazioni, a quel tempo, da nessun altro tentate. L'oro riempiva i suoi forzieri: gli si attribuivano ricchezze favolose. L'aristocrazia napoletana lo avea accolto benissimo: e, a poco a poco, egli n'era divenuto quasi il beniamino. Avea saputo render abilmente grandi servizi a tre o quattro persone, che l'aveano pagato col fargli strada nel bel mondo.

L'avventuriere americano si chiamava Gustavo Weill-Myot. Era di grande ingegno, di molta versatilità, d'una eleganza irreprensibile, era piacevole e bell'uomo.

La principessa lo conobbe subito: lo invitò, lo attirò a sè: egli se ne invaghì: fece a causa di essa qualche follia; ma per un capriccio inesplicabile in lei, trattandosi d'uomo sì appariscente, e che tanto piaceva alle altre femmine, ella non volle mai corrispondergli. Espansiva, festosa, gaissima con lui, nella conversazione ordinaria, egli la trovava di ghiaccio, impenetrabile, allorchè volea entrare in più intimo argomento.

L'americano meravigliava Napoli con la bellezza de' suoi cavalli, de' suoi equipaggi, con la prodigalità delle sue munificenze. Avea pensato dar una festa a tutta l'aristocrazia napoletana nello splendido palazzo, che abitava in Bisignano.

Avea avuto promessa che tutti vi sarebbero accorsi: era certo di accogliere nelle sue sale il fiore della bella società di Napoli.

Molti gentiluomini, molte signore l'aveano anzi pregato di scegliere una tale occasione per far vedere lo sfarzo, la ricchezza, squisitamente artistica, de' suoi appartamenti.

Ma egli era scapolo: come invitare tante signore?

Gli aveano suggerito: desse un ballo di beneficenza: un comitato di signore avrebbe fatto gl'inviti. Ciò non appagava la sua vanità.

Gli ripugnava che la gente potesse entrare nelle sue stanze, pagando quindici, venti, trenta lire: che la sua casa doventasse come una locanda, un _café-chantant_: o quasi uno di que' locali, che si prestano, o si affittano ad ogni occorrenza di feste, di ricreazioni.

Ciò era buono per gli arricchiti di seconda mano, per gli avari fastosi, che, ad ogni costo, voglion vedere un gran signore, una gran signora varcar la soglia delle loro porte.

Le sue ambizioni eran più alte: egli non era uomo da contentarsi di piccoli espedienti.

Se il ballo di beneficenza, dato nelle sue sale, avesse potuto fruttare, poniamo, diecimila lire, egli era pronto a darne anche trentamila per quello scopo che gli fosse designato. Ma non voleva che altri venissero a far l'elemosina in casa sua.

Fu trovato un altro mezzo. Enrica avrebbe diramato gl'inviti.

E, pochi giorni appresso, tutti i conoscenti di Enrica e del Weill-Myot ricevettero un cartoncino litografato. La principessa Gorreso di Caprenne e il signor Weill-Myot invitavano, ecc., ecc., a far loro l'onore di passar la serata.... (e qui la data) nel palazzo Weill-Myot.

Ci fu un po' di rumore, vi furono ciarle, pettegolezzi per questa specie d'invito: ma la sera del ballo può dirsi non mancasse uno de' cinquecento invitati.

Enrica, in abito bianco semplicissimo, senza un gioiello, facea gli onori della festa.

Le magnificenze della festa furono indescrivibili. Una ventina di sale, tutte aperte agl'invitati: da una sala turca essi passavano a una sala pompeiana, da una sala egiziana a una sala nel più puro stile del XV secolo, fiorentino: e per tutto quadri, statue, oro; forse troppo oro. Tutto un appartamento era alla foggia russa, con i suoi _iconi_, la abbondanza di fiori da serra: un altro rappresentava una casa romana, sotto l'Impero; statuette, idoli, gioielli, utensili domestici, tutto era autentico: un tesoro.

La sala da ballo, alle pareti e nel soffitto, era tutta ricoperta di camelie, tramezzate dalle loro foglie: un'idea vaghissima e dell'effetto più delicato.

Le lautezze del _buffet_ nulla lasciarono da desiderare a' più esigenti.

Nella vastissima sala, si vedevano grandi piante, come banani, ananassi, palme, cariche dei loro bei frutti: portate e accomodate lì col più grande dispendio.

A un gruppo di signore, riparate sotto una specie di chiosco, tutto formato di rarissimi fiori scarlatti, nel fondo d'una splendida galleria, in mezzo al qual gruppo sedea la principessa, fu servito un fagiano su un piatto d'oro, cesellato, di cui due servitori appena poteano sostenere il peso.

Il bel mondo napoletano avea un po' mormorato della stranezza di Enrica nel farsi patrona di questa festa; nell'entrare ella sì giovane, sì bella, e in assenza del marito, qual signora assoluta in casa d'uno scapolo; ma Enrica sapea farsi tutto perdonare con la sua sottile ipocrisia.

E, allorchè, due giorni dopo il ballo, si seppe che il signor Weill-Myot avea elargito trentamila lire: e il modo ingegnoso ond'erano state largite, venendo in aiuto a vere, profonde sventure, cessarono tutte le mormorazioni: ed anzi Enrica fa lodata.

II.

Non si creda che tutto fosse disinteresse, o vi fosse soltanto stranezza, nella condotta di Enrica verso il banchiere.

Dacchè Enrica avea sposato il principe di Caprenne, egli, dopo la morte del duca di Mondrone, padre di lei, le avea lasciato la libera amministrazione di tutti i suoi beni.

Al principe il duca avea fatto un lascito tutto speciale, e come un ricordo personale gli avea legato la stupenda tenuta di Battifolli, computata a lire seicentomila.

L'avvocato del duca, Francesco Costella, che abbiamo già conosciuto, affermava che il duca avea lasciato al genero circa la quarta parte del suo patrimonio, ch'era quasi tutto in terre, avendo già scorto le tendenze di Enrica al dissipare, e non volendola contristare col toglierle una maggior parte de' beni.

Enrica, non cupida, pianto il padre, che amava sinceramente, fu lieta del lascito ch'egli avea fatto al marito, stimandolo un nuovo legame fra loro: un eccitamento al principe di essere benevolo verso di lei.

Ma il principe indulgente, un po' indolente, gaio, era pur capace di grande severità, serbava intatti i suoi sentimenti d'uomo d'onore.

Da quattro anni, cioè dacchè il principe, diventato ambasciatore, stava lontano da Napoli, Enrica avea più che raddoppiato le spese della sua casa. Essa spendeva oltre le sue rendite: la gente, mal sicura, o non pratica, di cui si serviva per amministrare, era già costretta a mettere in opera ripieghi.

Il principe, sulle prime, avea chiesto qualche congedo: ma, da due anni, non era più tornato a Napoli.

Enrica si faceva vedere spesso alla Corte: il Re le parlava molto familiarmente: un ufficiale delle guardie reali, appartenente all'aristocrazia napoletana, pranzando un giorno in campagna, nella villa di sua sorella, maritata al conte di L...., eccitato un po' dal vino, dal buon pranzo, avea confidato alla contessa d'aver veduto uscire una mattina di buon ora la principessa di Caprenne dagli appartamenti del Re, vestita come una semplice modista, e il Re stesso le avea aperto la porta di una scaletta segreta.

L'ufficiale si pentì presto di ciò ch'avea detto, tanto più che la donna da lui vista fosse la principessa non era ben sicuro: tornò alla sorella, la supplicò non ne parlasse ad alcuno: essa gli giurò di tenere il silenzio, ma disse il fatto soltanto a una sua cognata, che lo riferì soltanto a sua suocera: la duchessa d'I., che non potè stare senz'informarne alcune delle sue vecchie conoscenze.

La notizia corse dai salotti nelle anticamere, dalle anticamere nelle botteghe: in breve, volò sul labbro di tutti.

Si dipingeva il principe per un marito compiacente: un uomo nullo, ma ambizioso, assetato di onori: che abbandonava la propria moglie perchè ella potesse dar prova di devozione al Sovrano: ed egli avvantaggiarsene.

Così, per leggerezza della moglie, una taccia d'infamia si apponeva al nome del principe.

Egli avea i suoi difensori, ma più, com'abbiamo già detto, i suoi denigratori: gli emuli, gl'invidiosi: coloro, che son sempre avidi, magari per ozio, di sfruttare, propalare una calunnia.

Enrica diveniva così sempre più oggetto di curiosità. Per tutto ove andava, raddoppiava l'attenzione verso di lei: i suoi ricevimenti erano sempre più frequentati.

Ella sfoggiava un lusso, da anni, si diceva, non veduto in Napoli: gareggiava con la Sovrana. Avea attorno un nugolo di parassiti. La sua casa pareva una seconda Corte.

Senza attitudine ad amministrare, senza discernimento a scegliere chi dovea per lei curar i suoi affari, assottigliava il suo patrimonio in modo vistoso. Tra le rapine e le spese favolose, si trovava già, ripetiamo, molto imbarazzata.

A chi ricorrere?

Ella avea un giorno visitato la Banca del Weill-Myot: costui le avea fatto una mostra studiata e abbagliante delle sue ricchezze, della sua potenza commerciale.

Le avea fatto vedere in una cassaforte due milioni in oro, un milione in titoli.

Ciò indicava davvero la sua forza, il suo credito.

--Domani,--le avea detto,--questi denari non saranno più qui; fra otto giorni avranno fruttato una somma, da empir d'oro tutta questa cassetta....

E tirava a sè febbrilmente una gran cassetta, di ferro, profonda. Essa si richiuse con un cigolìo stridente.

Il Weill-Myot avea guidato la principessa ne' suoi uffici ove fervea tanto lavoro: le avea spiegato minutamente qualcuna delle sue grandi combinazioni.

La principessa era uscita da quella visita inebriata: infatuata di quel desiderio dell'oro, che diventa, a poco a poco, irresistibile.

Enrica pensò, nella rovina da cui si sentiva incalzata, ricorrere al Weill-Myot.

Ella non lo amava: non avrebbe ceduto a' suoi capricci: per questo avrebbe osato domandargli qualche cosa.

Gli parlò un giorno molto destramente de' suoi imbarazzi.

L'allusione era velata, discreta, fatta con molto garbo e molta finezza, in mezzo a' segni della più grande opulenza, poichè il banchiere era in visita dalla principessa e, girando gli occhi attorno a sè, vedea per tutto oggetti di molto prezzo e acquistati solo per mera fantasia: cinquantamila lire un quadro del Grenze: diciottomila una statuetta di bronzo, di cui era proibita la riproduzione.

Il banchiere capì subito l'allusione, benchè molto velata; e capì il profitto che potea trarne, in ispecie dopo ch'ebbe incoraggiato la principessa a parlargli aperto. Egli--le diceva--era suo servitore: felice di poter obbedir a un cenno di lei; metteva tutta la sua immensa fortuna a' suoi piedi: ella ne disponesse come voleva.

La principessa, che non nutriva per quell'uomo se non una sincera amicizia, senz'alcuna mischianza di passione, si fece a parlargli liberamente come a un uomo d'affari.

Egli ascoltava attentissimo; intendeva tutto; vedeva dov'era il bene ed il male: cercava e trovava fra una parola e l'altra i provvedimenti: in pochi minuti comprendeva, scopriva ciò che la principessa non avea, e non avrebbe mai potuto capire.

E, intanto, egli tendeva le sue reti.

Avrebbe persuaso la principessa a entrare in speculazioni: le avrebbe fornito egli stesso tutto il denaro che le occorreva; le avrebbe fatto firmare obbligazioni: un bel giorno, per uscir dal viluppo in cui egli l'avrebbe destramente intricata (pur dandosi aria d'esserle d'aiuto), ella sarebbe stata costretta a gettarsi nelle sue braccia.

Così nulla sarebbe mancato al suo successo nel mondo,--si diceva l'uomo, senz'altra nobiltà che quella del denaro,--se avesse potuto avere per amante una principessa e giovane e bellissima.

La sera stessa uno de'segretari della Banca Weill-Myot si presentava alla principessa, e le rimetteva, contro regolare ricevuta, una somma enorme.

Nella sua spensieratezza, ella si vide liberata per lungo tempo da ogni molestia e in condizione da proseguire la sua solita allegrezza.

Intanto, da quella sera, a insaputa del principe, cui avrebbe potuto rivolgersi, ella diveniva debitrice della Banca Weill-Myot.

III.

Dobbiamo tornare a occuparci di uno de' nostri personaggi: il marchese Piero di Trapani; non abbiamo più parlato di lui, dacchè egli ebbe finito il suo colloquio con Marco, fra le rovine del casolare presso il parco di Mondrone, dopo il ratto della bambina.

Marco era entrato al servizio del marchese di Trapani: sempre tutto abbigliato di nero, in cravatta bianca, calzoni corti, era irriconoscibile per chi lo vedeva nel palazzo. Solenne, severo, impartiva ordini a tutti gli altri servitori e anche al padrone, su cui aveva un'assoluta autorità: poichè egli possedeva sempre la lettera del dottor Krag.

Quest'uomo misterioso e sinistro era il vero marchese di Trapani.

Non parlava mai con gli altri servitori, se non per dar loro comandi: mangiava solo: nelle ore di riposo lo vedevano seduto nel giardino, nei vestiboli, o nelle anticamere, sempre dove era facile qualcuno passasse, con un libro di preghiere in mano.

Andava con molta assiduità alla chiesa: usava larghezza nel far elemosine: i giorni di vigilia l'ex-galeotto si facea servir un pranzo, tutto magro, e ne rimandava in cucina più della metà; non bevea vino, per non rompere, egli dicea, l'astinenza: tanto era scrupoloso. I preti della parrocchia lo salutavano con un certo riguardo: si tenevano quasi di parlare con un uomo sì grave e di tanta virtù.

Il vecchio uomo riappariva soltanto ne' colloqui che Marco avea col padrone.

Quando il marchese Piero meno se l'aspettava, lo vedeva comparir nella sua camera, nel suo salotto, pian piano, come se, in apparenza, temesse disturbarlo; e subito faceva domanda di grosse somme.

Costui operava verso il marchese Piero come Cristina verso la principessa.

Le due ricchissime parenti della defunta marchesa non si mostravan disposte a morire: passavano al marchese cospicui assegni, in riguardo della figliuola: assegni, che non erano sufficienti a quell'uomo vizioso: e che avea già sperperato tesori. Le eredità si faceano troppo aspettare.

Come la principessa, il marchese s'impazientiva dei continui ricatti; volea irritarsi contro sì forti estorsioni.

L'altro ripicchiava:

--Non rammentate ciò che mi diceste la sera in cui rapivo la fanciulla, e la ponevo nel letto, accanto al cadavere di vostra moglie?... Non mi avete voi... detto ch'io vi salvavo l'onore, la vita?... E oggi, da che traete i lauti assegni, che vi danno modo di menar sì buona vita? se non dall'atto che io ebbi l'intelligenza, l'audacia, la premura di compiere in vostro favore?... Sono io, e non altri che io, l'autore di tutta questa prosperità che vi circonda.... E oggi, se voi pensate a innalzarvi, a chi lo dovete? Alla fanciulla, che io vi ho procurato.... Voi.... parliamoci franchi.... poichè le reticenze sono tra noi inutili.... e ci leggiamo l'un l'altro nell'animo, e siamo sì degni di comprenderci, voi vi preparate a speculare sulla grande bellezza della figliuola.... Alla Corte, lo so, si parla già molto di lei: si racconta sommesso ch'ella possa succedere all'attuale favorita.... bellissima sempre, ma un po' matura.... Il Re ha inviato alla vostra figliuola un vezzo di perle per l'onomastico di lei. E il fatto è un po' insolito.... Tutta Napoli conosce l'avarizia del Re.... Voi non m'avete detto nulla: avreste voluto che un tal fatto rimanesse un mistero per me....

Tali cose aggiungeva un giorno a' soliti rabbuffi ond'era avvezzo a torturare il marchese. E in quel giorno, appunto, proseguiva:

