# La Principessa

## Part 22

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La bellezza luminosa, chè tale pareva, della principessa, sembrava irradiasse la stanza.

Il pittore non batteva palpebra: gettava linee: intrideva colori. Volle, a un certo istante, inginocchiarsele innanzi.

--È la prima volta ch'io vedo, e che adoro la vera bellezza umana.... Comprendo ora meglio gli antichi e i loro capolavori.... La bellezza armonica, perfetta, dovea essere, in un tempo, men rara!--Ritraeva con foga tutti i contorni robusti, e insieme fini, di quel corpo fiorente, in su la tela. Lo meravigliavano certe proporzioni. Il seno così ricolmo, così vigoroso, così in avanti, avrebbe deformato, reso volgare un altro corpo.

Stava benissimo in quel corpo sì maestoso, sì scultorio, di linee sì forti e pur sì schiette, I due be' dischi d'avorio si ergeano con tal forza lor propria e tal ardimento, a così dire, di natura, che il pittore non avrebbe mai osato adeguar tali linee, prima di aver l'idea d'un corpo sì ammirevole. Lo stupiva la sovrana bellezza della gamba, pur sì massiccia tra il fianco e il ginocchio, come si vede in certe grandi statue antiche, persino sotto i panneggiamenti. Era un delirio di bellezza, secondo la frase, che tra sè formava il pittore. Le linee convergevano sì armoniche, il colorito della pelle, tra roseo e bianco era sì vivo, sì venuste le fossette qua e là, sì azzurre le vene, tra la carne copiosa, polita come l'agata, d'un biancore marmoreo. Ella gioiva della follìa d'ammirazione a cui vedea in preda que' due uomini, in ispecie l'artista: nè l'uno, nè l'altro, benchè ricercatori della bellezza, aveano mai visto modello che, pur da lontano, l'agguagliasse. Si compiaceva, provocante, lasciva, in un'ebbrezza che ormai l'avvicinava al delirio, di quell'atto, come una sfida a' pregiudizii, come di una tortura inflitta a que' due uomini, spasimanti, ma che non osavano, per rispetto umano, e per quella specie di terrore che ispira la grande, assoluta bellezza, avvicinarsele.

La assoluta bellezza assomiglia a un prodigio, e, come ogni prodigio, ha una subita virtù di gettare nell'animo ammirato un certo terrore; sentimento che soltanto alcuni fortunati hanno provato: che è profondo, ma non è naturale, durevole.

Il pittore lavorava, lavorava, già avea fissato su la tela tutte le linee principali. Avea qua e là colorito con la prestezza di un uomo di gusto, avvalorato da una foga impetuosa, irresistibile.

Si alzò, a un tratto, come di scatto: ma sembrava pensoso, assorto, fuori di sè. Toccò con ambedue le mani la principessa, affinchè ella mutasse di un poco il suo atteggiarsi. Essa sentì che le mani di lui erano fredde come il ghiaccio. Egli era atterrito da quella superba, smagliante, potentissima bellezza; si sentiva in estasi, come se si fosse trovato di repente fra gli astanti d'un improvviso prodigio naturale. Volle veder il dorso nella robustezza, nella risentita fierezza delle linee; a spiegarci, in una certa solida ampiezza, nella gagliardezza e soavità delle seduzioni, sopravanzava le più stupende fra le statue antiche. Alla fine si vide un quadro; un quadro mezzo abbozzato, ma che avea già un'impronta di nuovo, di originale; un quadro, che già, a guardarlo, facea pensare e palpitare.

Più in là altri segni, altre forme; gli _appunti_ di un pittore; e tutti presi su la venustà di Enrica, in altro senso. Ma il primo quadro, con pochi tocchi, e pochi segni di colore, avea già del meraviglioso.

--Come intitolerete questo quadro?--domandò la principessa.

Il pittore esitò un poco: egli già avea nella mente il suo quadro compiuto; già lo scorgeva in tutti i suoi effetti e si esaltava; quello dovea essere il capolavoro de' suoi capolavori. Lo avrebbe mandato al prossimo _salon_ di Parigi. La Francia intelligente, appassionata, egli n'era sicuro, sarebbe, attratta anche dal suo nome, passata tutta innanzi a tal quadro; avrebbe pensato, sospirato, palpitato innanzi ad esso. Allora la scuola naturalista era nel suo primo sboccio. Egli volea esser classico e naturalista insieme, e qualche cosa di più, come possono gli uomini di genio, che san percorrere i tempi. La bellezza della principessa, sì pura, sì grandiosa, e tanto singolare, era stato il vero alimento, di cui ancor bisognava la sua ispirazione.

--Come intitolerò il mio quadro?--egli domandò, poichè non rispondeva, ma interrogava sè stesso quasi avesse udito una voce nel mezzo di un sogno, tanto tutte le sue facoltà erano eccitate, tanto la sua commovibilità era esasperata. Parve star sopra pensiero un istante; affissò gli occhi di nuovo su la principessa: e pensò, esprimendo con le parole il pensier suo:--Intitolerò il mio quadro: "_La Donna Nuda_." Sarà la prima battaglia che dà la scuola realista, in mezzo a' pittori accademici.... I pochi realisti, che ora sono di là dall'Alpi,--pensava il Murcillo,--non valgono me: e poi non hanno veduto questa donna!

Accomodati i quadri nudi, postili in luogo sicuro, il pittore uscì: sentiva bisogno di aria: le sue tempia battevano, il sangue gli rifluiva al cuore: vedea la principessa come circonfusa da un nimbo di luce. Con le ultime linee tracciate su la tela, sembravano in lui ammorzati gli entusiasmi dell'artista: si riaccendevano gl'istinti dell'uomo. Temeva di apparire ridicolo innanzi al Weill-Myot, alla principessa. Non potea dimenticare ciò che avea veduto. Il Murcillo fece un cenno al Weill-Myot nell'uscire: voleva dire, tornerò fra un istante. Era uomo bizzarrissimo. Salì su la terrazza del palazzo: si mise a guardare i bellissimi orizzonti di Napoli: il mare, il Vulcano, le amene campagne: e subito il suo animo fu in quiete. Tanto splendore di bellezze volgeva i moti dell'animo suo tutti a una meta sublime. Egli era nato per l'ideale: la contemplazione del bello lo purificava sempre: la principessa, col suo sguaiato sorriso, con la voluttà che le sfavillava dagli occhi, lo aveva un istante affattucchierato.

Quando Io spagnuolo fu uscito, la principessa era già tornata dietro al paravento. L'ebbrezza in lei si dissipava a poco a poco. Ricopriva le sue belle forme, e l'agitava un pensiero maligno: la tentazione, che stava per esercitare sul Weill-Myot: non preparava una scena di seduzione, poichè gli sembrava inutile. Il Weill-Myot non avrebbe mai potuto resisterle. Il banchiere non toglieva lo sguardo dal paravento. A un tratto la principessa fece capolino: la sua testa di baccante si sporgea verso il Weill-Myot. I loro sguardi s'incontrarono: quelli di lei infiammati, tutti ardore, quelli di lui freddi, implacabili. Ella si fece innanzi: non già sì baldanzosa, come d'usato. Le entrava in cuore subitamente la consapevolezza del molto, o del troppo, che avea osato. Ma oramai non poteva ritrarsi. Tutto, la sua stessa disperazione, la spingeva a andar innanzi. Uscì, mezzo vestita, dal nascondiglio. Erano tuttora scoperte le sue braccia, scoperto quasi il seno palpitante. Si avvicinò al Weill-Myot. Egli era impassibile. Avea goduto della sua vista; non volea di più; l'umiliarla, il vendicarsi era, cioè, per lui il massimo piacere in quel momento. Si trovavano in faccia e a poca distanza l'uno dall'altro.

--Ho bisogno di voi,--disse la principessa, guardando di sotto in su.

--In che posso servirvi?--domandò con scherno mal velato l'americano.

--In che cosa potete servirmi? Ma non vedete che in questo istante,--ella replicò con l'abilità d'una astuta cortigiana,--voi siete il mio arbitro? Tocca a voi il far ciò che volete.

--Non v'intendo!

La principessa si sentì di nuovo molto angustiata.

--Sapete la mia rovina?--ella aggiunse con voce esitante.

--No, principessa; da un pezzo non mi occupo de' vostri affari.

--Voi mi avete tanto desiderata!

--È vero, principessa!--ribattè il Weill-Myot molto serio.

--E bene;--continuò, fra cinica e graziosa, la principessa,--io vengo a offrirvi un capitale, che fin ora non avete posseduto....

--E mi domandate in compenso?...--esclamò il Weill-Myot.--So che le donne come voi non s'inducono a tal passo per mera passione: o vi s'inducono in altro modo. S'io vi fossi piaciuto, non me lo avreste detto oggi.... L'avrei capito al primo istante in cui v'ho conosciuta.... Invece, non ebbi da voi, se non ripulse.... Ma parlate, può darsi,--la trattava come una vera cortigiana,--che io sostenga un piccolo sacrifizio.... per un capriccio.--Non poteva umiliarla di più.--Quanto mi domandate,--disse il Weill-Myot, che la teneva ora per una delle sue braccia bianche, morbide, robuste,--a rimediar la vostra rovina?

--Non tutto quello che io valgo,--rispose Enrica con una certa alterezza, poichè credeva averlo soggiogato.--Mi basta un milione!

--Un milione!--replicò il Weill-Myot.--È ben poco... è vero.... dato a una donna che si ama, e per un uomo, che può darlo, senza punto impoverirsi, senza che i suoi affari ne sieno menomamente impediti.... Voi avete già un'idea della mia ricchezza.... Sapete che potrei ben darvi il milione agognato.... Darei invece un milione per vedervi dinanzi a me più umiliata, più avvilita, se è possibile; che non siate adesso.... Sappiate che son io l'autore principale della vostra rovina....

--Voi?

--Io... A quest'ora vostro marito sa della vostra rovina, de' diamanti che gli avete rubato... poichè tale è la parola che conviene alla vostra azione.... Ah, credevate di venir qui, di ammaliarmi, di condurmi come uno dei tanti imbecilli di cui avete fatto le vostre vittime.... Credevate, voi, che una donna napoletana potesse riuscir a burlarsi d'un americano.... Pazza voi foste... non dirò altro....

"Ella è stata buona con me come Paolina Borghese col Canova", pensava in quel momento il gentil pittore spagnuolo, che si affrettava a tornar nello studio, non volendo la principessa partisse senza un suo comiato: e già avea fatto disegno d'offrirle un grazioso ricordo, che ella avrebbe ben potuto accettare.

Le risposte del Weill-Myot avean lasciato la principessa mezzo tramortita: tanto ciò che udiva era lontano da ogni suo pensiero.

--Voi mi avete troppo disprezzato.... E non avete capito, sempre ingenua nella vostra immensa malizia ch'io dovea ardere di uno sfrenato desiderio di vendetta.... Voi non siete abituata a trovar alcuna resistenza: e anch'io sono abituato a veder soddisfatto ogni mio desiderio.... In un urto fra voi e me, uno di noi dovea esser spezzato.... Io, se non avessi saputo attutire la fiamma di voluttà, che mi spingeva verso di voi.... Ma io ho trionfato di me stesso, e aspettava, ormai sicuro, dopo molte trepidanze, anzi paure di me, che voi sareste venuta a chieder mercè.... Noi siamo due creature al di sopra di molte.... Abbiamo doti rare, che ci poteano aiutare ad intenderci.... Ma eravamo entrambi troppo orgogliosi per amarci.... E l'orgoglio è la prima cagione d'ogni infelicità.... Il problema era questo: qual di noi due dovea esser più infelice. È toccato a voi... rassegnatevi. Eccovi l'unico rimedio, ch'io posso suggerirvi.--Le porse una fialettina di cristallo con cerniera d'oro; v'era dentro un liquido azzurrognolo.--Due goccie di questo liquido e tutto sarà finito!--Essa era pallida come una morta: digrignava i denti; non avea mai provato un tale invilimento, non s'era mai trovata tanto abbattuta.--Ripigliate le vostre vesti,--disse con tono altero e sprezzante il Weill-Myot,--fra pochi minuti il Murcillo sarà qui.... Mi meraviglio che già non sia tornato!

La principessa, senza dir verbo, corse a raccorre tutte le sue vesti; in pochi istanti finì d'acconciarsi. A un tratto il Weill-Myot se la vide dinanzi tutta minacciosa. Essa avea preso una pistola carica, dalla guaina in cui era infilata, in un angolo dello studio, e la puntava al petto del Weill-Myot. Questi raccapricciava d'orrore: domandava grazia.

--Vedete che una donna napoletana,--disse la principessa con piglio fra disperato e trionfante,--può ben vincere un.... americano! Ma non temete: io vi farò la grazia, che mi domandate: vi farò grazia della vita: essa dev'essere un giorno per voi il massimo de' tormenti....--E andò, con gran sangue freddo, a rimettere la pistola donde l'avea tolta.--Se con quell'arma alla gola, io vi avessi ora chiesto il milione, forse voi vi sareste trovato costretto a concedere alla violenza ciò che avete rifiutato alla mia irresistibil bellezza.... Irresistibile! Così un tempo io l'ho creduta!--e ruppe in singhiozzi.

Il Weill-Myot era già uscito dallo studio. Ella, inconscia di ciò che faceva, oppressa da un dolore che superava di gran lunga le sue forze, pur s'era fermata dinanzi al quadro di maggior dimensione, testè abbozzato dal pittore e vi contemplava la voluttuosa opulenza delle sue forme. Entrò di repente il Murcillo. Ella si scosse, come richiamata alla realtà. Il pittore le si volse subito con le parole del maggior rispetto, della più esaltata ammirazione.

La pregò di voler accettare un piccolissimo dono: meglio, un ricordo di lui. E le mostrava una testa di giovane greca: una testa ch'egli avea disegnato, colorito, studiando Diana, da lui conosciuta in casa del marchese di Trapani. Era provvidenza, o era un'insidia infernale che, proprio in quel punto supremo, fossero poste sotto gli occhi della principessa le sembianze di Diana, di sua figlia? Ella allontanò da sè con un gesto quella tela: con un gesto di ribrezzo, come se una sì soave, sì leggiadra immagine potesse ispirarle terrore. Nel vederla così nervosa, così confusa e trambasciata, il Murcillo immaginò che ella fosse pentita di ciò che avea fatto: temè volesse distruggere il quadro. Le domandò se provava rammarico di quello che avea compiuto poc'anzi, con termini molto cortesi e ritenuti. Essa si avviava per uscire.

--Ho fatto una cosa enorme!--disse al pittore, e gli passò dinanzi ratta, senza volgersi a salutarlo: uscì, prima ch'egli potesse accorrere ad accompagnarla.

--È pazza! è pazza!--ripeteva fra sè: e così spiegava la stranezza, che vi era stata nella condotta di lei.

Enrica era uscita, tenendo stretta in una mano la fialettina, offertale dal Weill-Myot. Gettatasi nella sua carrozza, dette ordine al cocchiere tornasse al palazzo. Per via incontrò Cristina, che facea cenni al cocchiere. Costui fermò i cavalli. Cristina si avvicinò alla portiera della carrozza. La principessa tirò giù il vetro e si sporse verso di lei per ascoltarla.

--Vostro marito--mormorò Cristina--sa tutto: sa che voi avevate sposato Roberto, che ne aveste una figliuola....

--Chi glielo ha detto?

--Gli ho venduto io il vostro segreto!

Enrica udì quelle parole come in un sogno. Le detter nel cuore soltanto pochi istanti dopo che Cristina l'ebbe pronunziate: quasi ne riudisse un'eco maligna. Cercò Cristina: essa si era dileguata. Non le mancava altro colpo: nulla in brevi ore le era stato risparmiato.

--A casa!--disse di nuovo al cocchiere con un tal tuono di voce ch'egli si domandò:

--Ma che può avere?... O sta per divenir pazza, o è malata!

Il cocchiere era poco rispettoso, ma imbroccava nel segno. Enrica era già pazza e malata. Salì in fretta le scale del palazzo, passò accanto ai servitori come un turbine, senza rispondere ai loro saluti: e entrò nelle sue stanze.

Sentì stringersele il cuore nel traversar que' salotti ove avea ricevuto tante adorazioni, ove avea sentito mormorare attorno a sè tante dichiarazioni d'amore, ove avea ricevuto tanti fiori, tanti omaggi. Erano tutti adorni di ricordi della sua vita: qua e là un oggetto brillava, mandava faville a' raggi del sole; le sembrava che ella rivedesse quelle mura, quei mobili, tutti que' ricordi per l'ultima volta. Gettò sopra un sofà il suo cappello, i suoi guanti: e sedette a una piccola scrivania di ebano: i gomiti su la scrivania, le mani su le guancie, gli occhi immoti, guardando dinanzi a sè, ma senza veder nulla.... Volea raccogliere, con uno sforzo supremo, il pensiero che fuggiva dalla sua mente; volea scrivere una lettera. Un servitore bussava alla porta del salotto attiguo a quello in cui ella si trovava.

--Entrate!--ella disse, sebbene ciò le recasse grave disturbo.--Un signore domanda di parlare a Vostra Eccellenza.

--Chi è?--Le presentò il vassoio d'argento su cui era un biglietto di visita. Ella lesse:--_Ingegnere Amoretti_.--Ah, appunto lui!--ella pensò.--In questo estremo momento giunge opportuno. Fatelo passare nella sala grande.... fra pochi minuti sarò da lui.--Volea restare un po' sola. Con le idee tumultuanti tornava su ciò che avea fatto. Il suo addio al mondo non era triste: ella avea lasciato un artista inebriato della sua bellezza: gli avea dato ispirazione per un capolavoro: il suo corpo vivrebbe all'ammirazione.

Sollevò la sua bella persona dalla sedia. Guardò contro luce la fialetta datale dal Weill-Myot; scosse il capo; pareva non le andasse a genio. Corse a uno stipo, prese un'altra fialetta, in cui era un liquido più chiaro, e la trangugiò senza riflettere un istante.

Andò nella sala ove avea fatto passar l'Amoretti. Egli era un po' all'oscuro. Lo salutò: si sedette; egli la vide, con gli occhi sfavillanti, il volto accesissimo; e sedutasi, avea posto una gamba accavallata su l'altra. Era la creatura provocante, sensuale, che Roberto avea sempre conosciuto: la creatura per lui irresistibile, dominatrice.

Entrando nella sala, la principessa non avea veduto un uomo nascosto dietro una portiera di raso paonazzo, con ricami d'oro, sebbene gli fosse passata d'accanto, lo avesse quasi toccato con la sua veste.

--Signora--le disse l'Amoretti, assai a bassa voce--io dovevo incontrarvi nella casa di una certa Cristina....

--Una canaglia!--interruppe la principessa.--Una bassissima canaglia!

Roberto si era trattenuto a lungo col principe: a poco a poco i loro animi s'erano acquietati; era sorta fra loro una mutua simpatia; l'uno e l'altro, animi nobilissimi, aveano avuto a comune una sventura: quella di amare una donna che li avea resi, l'uno e l'altro, sì profondamente infelici. Roberto avea raccontato al principe, a filo a filo, tutta la sua storia; gli avea detto sin della figliuola nata da Enrica: e come ella vivesse.

La notizia della nascita di costei, del modo onde ella era stata rapita, il saper che era Diana, diventata rivale della propria madre, che le disputava anche il fidanzato, commossero più volte il principe sino alle lacrime.

Aveano fissato tra loro che Roberto parlerebbe a Enrica, mentre il principe si sarebbe tenuto nascosto in modo da udir ogni loro dialogo. Egli voleva l'estrema prova: non era ancor vinta al tutto la sua incertezza. Roberto si assentava pure un istante e correva a prender Diana, che avean lasciato allora allora negli appartamenti del principe.

--Principessa,--disse l'Amoretti con tuono di voce più alto,--io ho conosciuto un uomo da voi molto amato.

--Lo so,--replicava la principessa.

Nulla vi era in lei di strano: sembrava calmissima: e soltanto a Roberto pareva che lo guardasse come se volesse affascinarlo.

--Egli è morto molto rassegnato, e benedicendovi per quello che gli avevate fatto soffrire.

La principessa si era alzata, mormorando:

--La voce.... la voce....--Avea preso per mano l'Amoretti, l'avea condotto di slancio presso la finestra: lo guardava e lo riguardava:--Il volto--disse--non è quello.... ma.... tu.... Ti riconosco alla voce.... e l'avrei riconosciuta fra mille.... sei Roberto.... Roberto, Roberto!--E se gli gettava al collo, si avvinghiava a lui.--Non mi parlare.... non imprecare.... non mi rimproverare.... non mi accusare... so che fui un mostro.... so che ho meritato da te i più atroci tormenti.... so che fui infame, traditrice.... abiettissima.... ma non mi dir nulla.... vieni là, là su quel divano.... lascia ch'io ti dia una prova suprema del mio amore.... prima che il mio cuore abbia cessato di battere.... Ti dedico gli ultimi, i più preziosi istanti della mia vita.... Voglio morire con un tuo bacio su le labbra.... Infine, tu sei il primo, l'unico uomo ch'io ho veramente amato..... Tu mi hai fatto conoscere il piacere.... tu mi hai perduta.... Prendimi adesso... sono sacra.... nessun altro mi avrà dopo di te....

Figurarsi il principe, che non poteva e non voleva ancora uscir dal suo nascondiglio. Egli la teneva per pazza in tal punto, e pazza la credette anche Roberto a quel parlare sconnesso. Lo trascinava verso il divano, e lo baciava.

Roberto sentiva riavvampare l'antica passione: si doleva sinceramente in tal punto d'aver consentito a far assistere il principe al suo abboccamento. Ora Enrica gli si abbandonava tutta su un braccio, come già in altro tempo. Ma, fortunatamente, egli ebbe subito onta di sè: gli tornarono altri pensieri: il pensiero della figlia, che era lì, a pochi passi da lui.

--Oh? tu vorresti ancor sedurmi,--disse Roberto inorridito, respingendo da sè Enrica, che cadde, o piombò, a dir meglio, sul divano.--Creatura perfida slealissima: vero demonio, che hai saputo avvelenare, distruggere tutta un'esistenza.... Tu mi hai accusato, calunniato, disonorato, condannato all'infamia, alle pene più inesorabili: e mi avevi condannato per tutta la vita: non è tuo merito, se ho rivisto la luce.... Tu avevi già saputo la mia morte, e te n'eri rallegrata.... lo so, lo so da Cristina....

--Perdona.... perdona, mio Roberto!--sclamava Enrica, tutta smaniante, e tendea le braccia verso di lui.

--Tu mi nascondesti perfino che mi avevi reso padre.... E avevi affidato a mani mercenarie la nostra creatura.... E ti rallegrasti anche per lei, quando sapesti ch'era morta....

--Questo no.... questo poi no.... ti giuro di no....

--Ma t'ingannarono.... non era morta.... Cristina l'aveva venduta....

--Eh,--gridò la principessa, facendo uno sforzo per sollevare la sua bella persona, e credendo subito a un inganno di Cristina.

--O l'aveva venduta o altri l'aveva rapita all'ubriaco, cui ella l'affidava....

--Dov'è ora questa cara creatura?--chiese singhiozzando la principessa.--Fa' ch'io la veda.... ch'io la veda....

Ella rotolò sul tappeto; vi rimase irrigidita.

Il principe accorse al fianco di Roberto; la rialzarono; essa già perdeva ogni forza.

--Mia figlia.... mia figlia,--esclamava,--voglio vedere mia figlia.... Oh, il mio animo non mi aveva dunque ingannato.... Ho nutrito, un tempo, per lei sì grande affezione!--Parlava lenta, con frasi rotte da singhiozzi, la persona agitata da un tremito.--Mi sono avvelenata!--disse con terribile risolutezza.--Mi rimangono pochi istanti da vivere.... Ogni rimedio è inutile.... La vita sarebbe un supplizio....

Nè Roberto nè il principe credevano a ciò che diceva.

--È una delle sue solite menzogne,--mormorò il principe con durezza.--Ma questa volta preparatevi a morire.... tutti gli stratagemmi saranno vani.... morirete.... per mia mano!

--No!--gridò Roberto,--non morirà.

--E chi m'impedirà di attuare il mio pensiero?...

--Io.... io, che la difenderò!

I due uomini stavano per scagliarsi l'un contro l'altro, divenir di nuovo implacabili nemici.

Una schiuma sanguigna uscì dalla bocca di Enrica: ella stralunava gli occhi. Il suo pallore era cadaverico.

--Mia figlia.... mia figlia,--tornò a esclamare.--Oh, se avessi saputo che avevo una figlia, non mi sarebbe accaduto nulla di ciò che m'è accaduto.... e che ora espio!

--Vi farò veder Diana,--disse Roberto concitatissimo;--ma, ad un patto, che essa non debba sapere che voi siete sua madre....

Con un cenno del capo assentì.

Roberto volò a prender Diana e tornò in pochi istanti. Già l'avea avvisata che la principessa stava per morire, e voleva riconciliarsi con lei.

Diana entrò, si gettò in ginocchio dinanzi alla principessa e le baciò una mano. Essa era già tutta contraffatta.

--Caro angiolo!--mormorò, e volle far uno sforzo per baciarla in fronte.

Mentr'era rimasta sola col marito, non avea detto verbo. Al cospetto di Diana prese una mano di Roberto e una del principe con le sue e bisbigliò:--Perdonatemi!--E guardando negli occhi i due uomini, dette un grido straziante e ricadde, poichè niuno pensava a sorreggerla. La sua agonia durò alcuni minuti. Un raggio di sole era venuto a posarsi sulla sua testa; e rendea orrido il pallore, spaventosa la contrazione della fisonomia.

