La Principessa

Part 21

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--Mi direte almeno il nome del giovane che mia moglie, secondo voi dite, ha attirato a sè? È bene--seguitò il principe con amara ironia--ch'io sappia donde mi viene una sì grande offesa, poichè voi, un ex-galeotto, vi siete costituito tutore dell'onor mio.

Roberto non rispose. Il principe vedeva in quale imbarazzo lo ponevano le sue parole; pensava com'egli si sarebbe trovato inferiore a lui senza le rivelazioni di Cristina, e se avesse invece dovuto aspettar da esso, a grado a grado, tali rivelazioni.

--Vostra Eccellenza ha torto--riprese Roberto, che facea sforzi ben palesi per contenersi--d'abusare in tal modo della mia longanimità.--Si drizzò in piedi, come se volesse mostrarglisi in tutta la potenza della sua persona, e soggiunse:--Vi sembro uno di quegli uomini, con cui è facile e vantaggioso scherzare? Può V. E. credermi uno di quegli uomini, atti a servir ad altri di trastullo e di ludibrio?... Non sono venuto qui per scherzare!--E, ad un gesto del principe, continuò:--Sono venuto per domandare umilmente, come un favore, ciò che avrei il diritto di esigere.... ciò che potrei domandarvi come padrone.... Vi prego, signore, di nuovo.... ascoltatemi.... Promettetemi di partir da Napoli, e per sempre, allontanando di qui vostra moglie, stabilendovi in uno di que' paesi forestieri, ove dovete pur esercitare la vostra carica d'ambasciatore....

--Mia moglie non vuol partire, e non partirà mai da Napoli.... anche se volesse; cioè se voi riusciste a vederla, a indurla a questo.

--Chi glielo impedirà?

--Io.

--Voi siete un pazzo!--esclamò Roberto incollerito,--voi mi spingete a perdere ogni moderazione, a uscire da ogni ritegno.--E febbrilmente Roberto toccava un acuminato tagliacarte, con impugnatura d'oro e lama d'acciaio, che era sul tavolino. Gli sguardi coruscanti, la fisonomia stravolta, promettevano poco di buono.--Ho avuto torto di venir qui--esclamò con voce soffocata dalla collera--sono in casa vostra.... debbo, fin che sia possibile, contenermi.... Non mi eccitate ad estremi.... Voi avete il fare sprezzante, provocante di certi uomini della vostra razza.... razza odiata, che si crede tutto permesso, e non ha la virtù di riparare onestamente, nobilmente a un'ingiustizia, a mali che ha cagionato e che sarebbe in suo potere di terminare.... Avrei dovuto farvi venir altrove.... E mi sarebbe bastata una parola per costringervi a recarvi da me, a umiliarvi innanzi a me.... Ma io sono generoso, e volevo risparmiarvi molto dolore.... Voi non sapete comprendere la grande bontà umana ch'è in certi animi, e che vi resta, malgrado le atroci sofferenze subite senz'averle meritate, malgrado i tradimenti, le viltà da cui furono angosciati.... Come vostra moglie, voi appartenete alla perfida genia di coloro, che non intendono e non ascoltano se non il proprio orgoglio, la propria sensualità: e non possono esser persuasi, convinti da una parola di giustizia, dalla forza di un affetto, dal merito di una pura intenzione....

--A udirvi parlare, si supporrebbe voi foste il modello degli uomini....

--Non proseguite negli scherni; se non volete cedere a me, ordinate alla principessa di venir qui dinanzi a me; ella potrà darvi qualche spiegazione.... Potrò a lei rivelare il segreto, che voi mi domandate, circa mia figlia.... V'ordino che facciate venir qui Enrica, colei che chiamate da anni vostra moglie, ma io ho diritti su di essa al pari di voi.... più legittimamente di voi!

Il principe lo guardava, in atto di chi ode una cosa nuova, anzi meravigliosa, e ne domanda, nel suo muto stupore, la spiegazione. Credeva opportuno fingere a quel modo. Roberto, dopo la sua eccitazione, si era accasciato sopra una sedia e sembrava aver perduto ogni energia.

--Sicchè, se mia moglie venisse qui,--continuava il principe, con sarcasmo che gli faceva sanguinar il cuore,--si troverebbe innanzi a due mariti; uno di cui s'è creduta vedova, che non ha pianto per morto.... questo non può dirsi.... ma s'è rallegrata fosse morto ed è sempre vivo.... l'altro sposato anche prima ch'ella potesse credersi vedova; e solo perchè avea l'idea d'essere riuscita a allontanare da sè il primo per sempre, a porre fra sè e lui una barriera insormontabile. La nostra situazione è strana.... molto strana.... Se ci fosse qui un commediografo!... Due uomini, che hanno sposato legittimamente una bella donna, e se la disputano: uno contro l'altro i due mariti, vivi, di una delle donne più seducenti che il mondo abbia visto: un principe rivale d'un assassino fuggito dal carcere.... Ah! ah! ah!

E il principe rideva, d'un riso secco, stridente, nervoso.

XVIII.

Come abbiamo detto, il principe non vedea la moglie da oltre una settimana. Avea schivato ogni incontro con lei; e a ciò lo sospingeva quella incertezza di cui non poteva guarirsi. Anche ora, mentre parlava con l'Amoretti, lo confondeva la perplessità su quello che dovea fare; non riusciva a dirsi aperto, risoluto il contegno, che dovea seguire, e con la moglie e con lo Jannacone, sebbene già in poche ore si fosse appigliato alle più varie e alle più severe determinazioni.

La principessa era inquietissima: s'era accorta che il marito la sfuggiva, e non osava affrontarlo. Non sapea più come liberarsi da gravi impegni di denaro che aveva contratti; e sentiva un malessere continuo; si stordiva in ogni modo per sfuggir al pensiero, che tornava sempre a crucciarla: quello di una catastrofe immensa, irreparabile. La mattina di tal giorno era uscita a cavallo, e s'era avviata verso Castellamare. A un tratto udì lo scalpitìo di un altro cavallo, che correva dietro il suo; poi le parve udir mormorare il suo nome; si volse e riconobbe il bel giovane, che serviva di primo commesso al Weill-Myot.

--Principessa,--egli disse, accostando il suo cavallo a quello di lei e scoprendosi il capo in atto molto ossequioso,--era sicuro di trovarvi qui.... nella vostra solita passeggiata.... Ho da dirvi cose molto gravi e.... funeste.

Le guancie della principessa, già rosse per la corsa, per la pungente aria mattutina, si fecero d'un incarnato più vivo.

--Avete ricevuto un mio biglietto ieri l'altro?--domandò ipocritamente il giovane.

--No,--rispose la principessa.

--Ora comprendo perchè non abbiamo risposta.... Oggi sono in scadenza i pagamenti di qualche centinaio di migliaia di lire per conto vostro.... Le avete?

--No.... no.... io non sapeva nulla!--rispose la principessa con voce concitata.--Mi cogliete all'improvviso: io non ho più denari: ho appena cinque, sei mila lire....

--I vostri gioielli?

--Ah!--La principessa fece un ghigno di scherno....

--Tutti.... tutti?...--chiese il giovane, come se avesse già compreso l'espressione della fisonomia di lei.--A proposito, debbo dirvi che vostro marito sa dei gioielli falsi, che voi avete mutato coi veri.... Ma io credeva si trattasse soltanto di alcuni....

--Mio marito sa?...

Aveano fermato i cavalli in luogo remoto, e favellavano, senza scender di sella. Era strano il colloquio sì intimo di que' due a cavallo: colloquio, che dovea decidere della vita di Enrica.

--Vi assicuro che vostro marito sa tutto....

--Sta bene,--disse la principessa,--provvederò....

--Ma urge il provvedere: pensate che c'è una cambiale in cui voi, in un istante di sovraeccitazione, e credendo poterla ricuperare e stracciare qualche ora dopo, avete falsificato la firma del Re.

Enrica trasalì.

--Ho capito, ho capito....--Con la sua corruzione, con la sua perfidia già avea pensato una cosa orribile, e in un istante: darsi finalmente al Weill-Myot, contentar il suo orgoglio, soddisfare la sua passione: per possederla egli avrebbe certo tutto sagriticato: e per lui il darle un milione, e più, non era un sagrifizio. Accomiatò il giovane con uno de' suoi gesti imperiosi. Egli si accinse a voltare il suo cavallo, mentre le ripeteva:

--È oggi l'ultimo giorno: o pagare, o una rovina inevitabile.... Noi non possiamo trattener più i vostri creditori!

Ella tornò indietro pian piano, lasciando le briglie lente, e meditando. Poi si dette, a un tratto, a una corsa vertiginosa. Le premeva di tornare a casa, di cercare fra i suoi gioielli. Tornò: salì nella sua camera: aprì lo stipo: si accorse che gli astucci dei gioielli erano stati messi sossopra: vide che era stato frugato tra le sue carte: ritrovò la lettera di Cristina, che ella non credeva aver conservato, aperta, sopra un mucchio di altri fogli in un cassetto.

Si rammentava benissimo d'aver lasciato in casa una sera la chiave dello stipo, che portava sempre con sè: e che avea palpitato per la dimenticanza. In quella sera suo marito dovea essere entrato nella camera; si dovea esser accorto di tutto.

Ma chi gli avea fatto sospettare che i gioielli fossero falsi? Il De Carlo l'avesse tradita? Non le sembrava possibile. A che prò? Il destino dunque si sfogava contro di lei e le suscitava contro misteriosi delatori. Ricevette un gran plico. Lo aprì. Le sue arti erano riuscite a meraviglia. Il re la nominava a una carica onoraria di Corte: inebriando il Venosa, umiliando Diana, ella aveva trionfato: la sua bellezza, già l'assicurava di trionfar sempre, e di tutto. Si consolava un po' fra tante angustie: la sua vanità tornava a ingigantire. Si rivestì d'un abito nero, che modellava a perfezione le sue forme: prima di uscire di nuovo, si guardò allo specchio, e mormorò cinicamente, avventatamente:

--Facciamo anche questa!

Ella andava a vendersi al Weill-Myot, per un prezzo, che non le parea punto caro: oramai era fuori di sè, o quasi non sapea più ciò che operava: avea la coscienza offuscata, ottenebrata dagli strabocchevoli vizi, agitata dalla paura della condizione terribile in cui s'era ridotta. Il Weill-Myot l'avea stretta in buona rete.

Quel giorno il banchiere americano avea ricevuto due telegrammi da New-York, che gli assicuravano il buon esito di certe sue grosse speculazioni: egli guadagnava il 17 e il 19 per cento su un vistoso numero di azioni di nuove linee di strada ferrata: guadagnava seicentomila lire su un rialzo di fondi americani. Oh, se la principessa non l'avesse offeso, aizzato contro di lei in altri tempi, avrebbe potuto permettersi tutte le prodigalità, sicura che egli non avrebbe mai mancato col suo ingegno, con la sua potenza di farle trovar i mezzi per i suoi fastosi capricci.

La principessa arrivò alla Banca Weill-Myot e domandò dell'americano. Egli era ne' suoi appartamenti, facea colazione col celebre pittore spagnuolo Murcillo. Questo artista, allora ricercato in tutta Europa, giunto a una gloria, che pochi hanno eguagliato nel nostro tempo, avea un grande studio in Napoli, nel palazzo del Creso americano: uno studio sontuoso, composto di tre grandi sale, ch'egli stesso gli avea fatto addobbare con sfarzi orientali.

E il pittore stava eseguendo due quadri per il banchiere.

La principessa fu fatta entrare nel salotto del banchiere, ove già l'abbiamo una volta incontrata.

Poi, fu dato subito annunzio al Weill-Myot della visita di lei.

--Le avete detto che siamo a tavola?--domandò il banchiere al suo impiegato, poichè egli teneva alle più volgari ostentazioni e voleva mostrare dinanzi a un suo subalterno che anche la visita di una principessa non era per lui gran cosa, che anzi poteva riuscirgli importuna.

--Gliel'ho detto, e l'ho fatta entrare nel salotto....

--Oh.... ma che pensate.... ricevetela subito.... Che diavolo? Una donna e una gentildonna!--disse l'artista spagnuolo, con la cavalleria propria della sua nazione e de' veri artisti. Ma il Weill-Myot era il Weill-Myot.

Si alzarono subito da tavola: e si recarono nel salotto ov'era la principessa. Il banchiere immaginava ciò che essa avrebbe desiderato da lui; però avea tenuto a farsi trovare in compagnia. Era il modo migliore per avvilirla di maggiore spregio e per far sì ch'ella risentisse più cocentemente le umiliazioni, che le avrebbe inflitte. Benchè accigliato, malcontento, di pessimo umore, all'annunzio di quella visita, il banchiere si sforzò di sorridere. Finse subito, nel trovarsi al cospetto della principessa, una grossolana familiarità. Le mise una mano sopra un braccio, come avrebbe fatto in segno di cordialità ad un amico, e le disse:

--Siamo felicissimi della vostra visita!

Quel riceverla in due era già un'insolenza.

--Vi presento il famoso pittore....

--Oh, il signor Murcillo,--disse Enrica, con un sorriso divino,--chi non lo conosce!

Il pittore s'inchinò con molto rispetto, e con profonda ammirazione della squisita bellezza che aveva dinanzi.

--Voi siete artista, principessa,--continuò il Weill-Myot, che parlava sempre famillionariamente, secondo un notissimo avverbio, alla gentildonna.

--Volete entrar nello studio del nostro Murcillo.... veder i suoi capilavori?

Entrarono nelle stanze, che servivano di studio allo spagnuolo. La principessa gettò alcune piccole grida di stupore dinanzi alle varie tele, sparse qua e là con apparente negligenza, dinanzi a' due quadri, in parte abbozzati, in parte presso che terminati.

--La vostra fama è grandissima, e pure il vostro merito la supera!--disse la principessa al pittore. Egli eccelleva sopra tutto nel dipingere le nudità femminine.

Nacquero dispute sa la perfezione di certe linee, su la appropriatezza di certi scorci in questa o quella figura.

Il pittore, estatico dinanzi alla bellezza della principessa, ammaliato dall'incantevole suo sorriso, dalla dolcezza della sua voce, già subiva quel fascino, a cui nessun uomo, salvo il Weill-Myot, dopo il risentimento provato pe' disdegni di lei, avea saputo sottrarsi.

La principessa andava da un quadro all'altro, osservava, criticava con vero acume, specialmente lodava; rideva ella stessa delle sottili malizie, che metteva in certi giudizi, e che si riferivano a segreti della bellezza femminile.

Il pittore la divorava con gli sguardi; indovinava le forme elette, che ella non nascondeva molto, per la stessa foggia d'abiti, sempre da lei prediletti a tale scopo.

--So che facevate colazione,--disse la principessa al Weill-Myot, e gli rivolgeva uno sguardo di fuoco.

--Oh!--esclamò il Weill-Myot accompagnando la esclamazione con un gesto, che voleva significare:--Ma ciò poco importa....

--Mi dorrebbe molto, caro Weill-Myot, avervi disturbato,--replicò la principessa col tuono più vellutato della sua voce. Ella incominciava i primi attacchi, e con strategica finissima, per vincere la sua battaglia.--Tornate a mangiare... vi aspetterò qui se volete.... Non mi riguardate come un'intrusa, o come una importuna.... Trattatemi con la familiarità di una antica amica.--Tutto questo fu detto con disinvoltura adorabile, e con la massima grazia.

Un'idea infernale balenava nella mente del Weill-Myot.

--Già che voi... principessa... siete sì buona... e mentre venite a parlarmi de' vostri affari, degnate trattarmi, non come un servitore pronto a tutti i vostri cenni, ma come un amico... vi dirò che noi avevamo quasi finito di far colazione....

--E allora finite... andate, e subito!---ella disse, agitando in aria un guanto, che s'era cavato.

--Eravamo sul punto di bere un vino spumante, leggerissimo, delicato, che mi è stato spedito dall'America, che i buongustai americani preferiscono allo stesso _Champagne_ di miglior qualità... si chiama anzi _Jolly--Champagne_.... Lo farò recar qui: vorrete voi, principessa, degnar d'accettare che noi facciamo un brindisi alla vostra bellezza meravigliosa?... Non vorrei esser troppo ardito....

--Vi ho detto, caro Weill-Myot, che voglio mi trattiate come una vera amica: siamo nello studio di un grande artista; parliamoci d'arte, e trattiamoci da veri camerati.... Ve ne do l'esempio....--E la principessa si gettò su una larga ottomana, e vi cadde in modo che le sue tibie rimasero, in parte, scoperte. Volea dar al pittore un'idea delle sue perfezioni. Cedeva alla sua solita smania di far pompa di sè, di mostrare le sue bellezze.

Il Weill-Myot uscì per dar gli ordini opportuni, e stette un pezzetto a tornare.

Il pittore parlava con la principessa, che in quella posizione lo esaltava, gli mandava in fiamme il cervello.

--Felice l'artista,--egli mormorava,--che potesse condurre un'opera, studiandovi, avendovi a modello.... Egli lavorerebbe di certo per l'immortalità.

L'effetto, da lei prodotto sul pittore, le facea ben augurare dell'impresa, che era venuta a tentare sul Weill-Myot: sorrideva; ma, a dir vero, non avea mai dubitato seriamente che il Weill-Myot potesse resisterle.

Ammetteva gli uomini fossero sovente ingrati alla donna che li onora della sua predilezione; non ammetteva potessero esser ciechi, o non commovibili alla sua bellezza.

Arrivò un servitore maestoso, in ricchissima livrea: portava con sè un gran vassoio d'argento, con due bottiglie, e bicchieri infilati in custodiette d'argento.

Qualche istante appresso giunse il Weill-Myot. Egli facea versare alla principessa lo squisitissimo vino americano, di un nitido color d'ambra, vino riconfortante, di un gusto soave, di un delicato profumo. In una bottiglia il Weill-Myot avea gettato una sottilissima polvere, che dovea aver per effetto di suscitare nella principessa una sete inestinguibile, incitarla al bere, e darle un'ebbrezza assai forte, sebbene passeggera.

Il servitore, postosi dietro le ampie spalle della principessa, aprì le due bottiglie: versò il vino, secondo le istruzioni ricevute, ne' tre bicchieri.

Il Weill-Myot tolse dal vassoio un bicchiere e lo porse alla principessa: e tutti e tre in piedi fecero il brindisi.

--Il vino è davvero stupendo.... Si vede che il nuovo mondo, anche in questo genere, comincia a darci sublimi prodotti.

Il lettore sa già che la principessa beveva assai volentieri i vini molto generosi; non le occorrevano stimoli.

--Beviamo di nuovo!--ella disse tutta gaia. E il Weill-Myot fece un cenno al servitore, tenendo egli in mano il bicchiere della principessa. Ella bevve tre volte, in brevissimo tempo, di quel vino. Sentiva un benessere insolito, una vera letizia: e in quello studio, fra quelle forme di bellissimi corpi, carezzate dal pennello dell'artista, provava un fervore di sensualità, sempre in lei pronto a svegliarsi. Parlava un po' sconnessa, ma vivace, arguta, senza ritegni, con una libertà salace e raffinata. Si sarebbe detto che il suo scopo fosse l'eccitar que' due uomini alla più appassionata adorazione, alla più folle passione per lei.

Intanto, il principe smaniava nel suo palazzo e trascorreva le ore ne' dialoghi con Cristina e con Roberto.

--Vedete,--disse la principessa, accostandosi a un quadro,--l'anca di questa donna non è perfetta... in tale scorcio... in tal punto,--e l'indicava,--dovrebbe apparire più turgida....--Criticò il seno di un'altra figura di donna. Non v'era abbastanza colore: e l'epidermide d'una donna robusta, sia pur di finissima e bianchissima carnagione, ha un tessuto più vivo....--Qui,--continuava e indicava un altro punto,--c'è un errore....

Il pittore sorrideva: sorrideva la principessa. E si sforzava di sorridere il Weill-Myot.

Poi, risalendo col dito, la principessa indicava nel seno d'una figura di donna la fossetta in mezzo alle due collinette di rose e di neve, come le chiamavano un tempo i poeti.

--Qui, la linea,--disse al pittore, con il suo più furbesco sorriso,--è sbagliata.

--S'io potessi veder un modello, quale io lo sogno... mi accorgerei che tutto in questi quadri è sbagliato....

La principessa fece un piccolo gesto d'impazienza, come se volesse contradire il pittore.

--Sbagliato in questo senso: che non riproducono l'esemplare della vera, perfetta bellezza, sì raro a trovarsi.... Mi è permesso di parlar francamente?

Con un cenno Enrica gli dette ad intendere che a ciò l'invitava.

--La perfezione assoluta delle forme è propria soltanto di pochi, elettissimi esseri.... Si direbbe che la natura, nel produrre un corpo perfetto, faccia tali sforzi, che abbia bisogno di lunghi riposi.... La vita aristocratica, agiata, contribuisce alla perfezione delle forme.... Non è vero, ad esempio, che la ginnastica conferisca alla bellezza del corpo umano; essa dà lo sviluppo di alcune forme, a scapito di altre. Turba l'armonia.... Volete un modello assoluto di bellezza? Paolina Borghese: una dama aristocratica.... Felice il nostro Canova, che l'ha veduta.... Una donna bellissima, che cede allo scrupolo di non mostrar le sue forme, di tenerle velate anche all'occhio adoratore di un artista, sottrae al genere umano un vero tesoro.... Oh, se io potessi attuare un sogno, che ora m'agita la fantasia, un sogno forse troppo temerario... se potessi vedere la vostra bellezza divina....

La principessa era eccitata dalla spiritosa bevanda, dalla polvere inebriante, che il Weill-Myot vi avea gettato.

--Chi avrebbe scrupolo di mostrar ad un artista ciò che può dar ispirazione al suo ingegno, aumentare in lui l'idea della perfezione?...

--E poi la bellezza è passeggera.... l'anno, il giorno che corre, una malattia, possono sfiorarla, deteriorarla.... Un artista ha il potere di fissarla per sempre in una tela, nel marmo, nel bronzo, renderla immortale.

Vide un gesto della principessa; e pose su un cavalletto una gran tela.

Avea già in mano la tavolozza: tenea gli occhi fissi, estatici su la principessa, come se già scorgesse, o aspettasse di scorgere un'apparizione più che umana.

Ella guardava di sottecchi il Weill-Myot. Era per lui, che commetteva un tale ardimento.

Anche il banchiere avea gli occhi fissi su lei, ma i suoi sguardi non aveano la medesima espressione estatica di quelli del pittore. L'americano avea la febbre di vederla innanzi a sè, come si ammirano le statue, spoglia d'ogni indumento. Volea scrutare tutte le forme di lei: dirsi se avea desiderato veramente una donna nella sua struttura perfetta, e compiacersi nell'orgoglio di averla disprezzata.

Enrica era corsa dietro un magnifico paravento giapponese. I due udivano un fruscio di vesti.

Una mano frettolosa scioglieva nastri, strappava ciò che le era d'ostacolo.

Il pittore palpitava d'entusiasmo, poichè avea già indovinato la meravigliosa bellezza della principessa: il Weill-Myot era, per così dire, rovente di concupiscenza, e godeva nella coscienza della sua fierezza, nel pensiero della umiliazione a cui costei sarebbe fra poco discesa. Ella in quel mentre non pensava punto ad umiliarsi: la eccitavano due sentimenti: un sentimento di vaga poesia, che la consigliava a soddisfare l'artista, e la bramosia di veder riprodotti i suoi tratti, d'esser testimone dell'ammirazione, che avrebbero eccitato, dipinti maestrevolmente da un artista sì famoso. Poi, ripetiamo, la conquista del Weill-Myot, benchè tentata con tal mezzo, dovea provarle che, mercè la sua bellezza, ella poteva uscire facilmente da' passi più scabrosi.

--Oh, figuratevi,--diceva lo spagnuolo al Weill-Myot e la voce gli tremava,--se Tiziano non avesse trovato una vera patrizia, una gran dama, di forme sì squisite, che stesse dinanzi a lui perchè egli delineasse, colorisse quel quadro, cui danno il nome di Venere! Di rado un pennello di pittore ha reso con toni sì caldi e sì veri, la vita ch'è nel corpo umano, la vita dei pori, dei tessuti.... Non ostante certi lievi difetti, visibili solo a chi ha fatto dell'arte lo studio di tutta la vita, par che quel corpo si muova.... Tiziano avea goduto lo spettacolo della suprema bellezza poderosa, armonica, come è quella della principessa....

Già una gonna bianca, tutta trine, bene insaldata, era caduta fuori del paravento. Il bel fianco robusto vi avea lasciato il suo rilevato contorno.

A un tratto, la principessa uscì dal suo nascondiglio, seria, con un passo di Dea, e andò a porsi sopra una pedana, assai alta, e coperta di raso rosso.

I due uomini gettarono ciascuno una esclamazione.

Quella dell'artista dinotava un imparadisamento, una gioia fina, alta, estetica di tutto il suo essere: quella del Weill-Myot, un'ammirazione feroce e che si era espressa come un ruggito; era lo svegliarsi di tutti gl'istinti più brutali, che avviliscono l'uomo.