La Principessa

Part 2

Chapter 2 3,824 words Public domain Markdown

Talvolta, selvaggia com'era, gli dava uno schiaffo sonoro; con una frustata gli aveva fatto un grosso sberleffo sul viso: un giorno gli aveva fatto di toccare un ferro, che ella aveva tenuto al fuoco lungo tempo, e Roberto ne fu per varii giorni ammalato.

Egli sopportava; aveva un suo disegno: quella ragazza appariscente gli metteva addosso ben altro fuoco che i ferri arroventati.

Cristina non vedeva di mal occhio che la padrona si dilettasse della compagnia di Jannacone, per farlo disperare, tormentarlo in ogni modo.

Ella aveva così più il destro di veder il bel giovane, che, sottile politico, sebben altri avesse potuto averlo in concetto di rozzo, la secondava nel suo talento, e lasciava soddisfatta quella donna provetta, sapiente in certe arti.

Cristina sapeva che Enrica, orgogliosa, fastosa, disprezzava il giovane.

Enrica aveva preso con esso una insolita familiarità. Aveva inventato per lui una nuova maniera di torture.

Si faceva or vedere da Roberto negli atteggiamenti più provocanti; se gli mostrava discinta, le sue forme robuste in parte scoperte; bene inteso, sempre quando v'erano persone vicino, che potessero accorrere in suo aiuto; gli mostrava di trattarlo come un bruto, come un uomo senza considerazione.

L'altro s'invasava di tutta quella bellezza; accanto a Enrica si sentiva in un'atmosfera di grandi ardori.

Pensava, nella sua astuzia di contadino, che un giorno la sua forza avrebbe vittoria: e sarebbe si grato un trionfo, dopo tanti oltraggi, tante ripulse, tante ignominie.

Il giorno venne.

Enrica correva sola, una domenica, poco innanzi il crepuscolo, fra le alte erbe.... Non s'era accorta che qualcuno la seguiva da un pezzo. Due braccia di ferro l'avvinghiarono. Vi fu una lotta disperata. Enrica si difendeva con morsi, coi pugni, con le unghie, con uno stile, che aveva fra i capelli, infliggendo ferite nel braccio di Jannacone, che spargeva sangue. Ma costui sapeva quel che voleva, e lo voleva. Teneva una mano sulle labbra di Enrica e quasi la soffocava perchè non gridasse: fiero, risoluto, cercava di vincere ogni ostacolo.

Uscivano a sera di là.

Nel separarsi, Enrica, si gettava al collo del giovane, e gli dava due baci sulla fronte.

Quella passione ruggì per oltre un mese.

Enrica era delirante.

I suoi sensi eccitati, la triste educazione, la malvagità precoce non davan luogo alla riflessione.

Un bel giorno con Roberto Jannacone si recarono dal parroco, un vecchissimo prete, stretto da' bisogni, sempre perplesso su ciò che dovea fare, timido, anzi pauroso, infermo, e gli dichiararono voler essere marito e moglie. Enrica presentava, come dono alla chiesa, molti ducati d'oro.

Il parroco, secondo l'uso de' tempi, previe certe formalità, univa in matrimonio segreto la duchessa Enrica e il figlio del contadino _Ciccillo_ Jannacone.

Roberto fece subito a Enrica una promessa: rendersi degno di lei, prima che il loro matrimonio fosse palese; prima che essa ne parlasse al duca.

A Enrica tutto allora sembrava facile, anche il parlare a suo padre, appena fosse tornato.

Già apparivano le conseguenze della funesta passione, ch'ella non palesava ad alcuno, ma l'atterrivano.

Roberto si arruolava nella marina e partiva, tre settimane dopo il loro segreto matrimonio, per lunghi viaggi.

Cristina nulla seppe di questo matrimonio; combinato con ogni cautela, fra un prete debole e due giovani esaltati, e il cui atto rimase iscritto solennemente nell'archivio della parrocchia.

Enrica, per un pezzo, ricordò, con profonda commozione, la semplice scena di questo matrimonio: la chiesetta disadorna, il prete, tutto conturbato e pur compiacente, che mormorava con un peculiare accento le parole del rito; essa che stringeva convulsa la mano di Roberto.

E Roberto le metteva in dito un anello che ella stessa gli aveva dato.

Pochi giorni dopo la partenza del giovane, Enrica era tornata alla sua fierezza, al suo più schietto egoismo.

Provava un immenso, invincibil disgusto di ciò che avea fatto: inorridiva del legame, onde s'era unita a un uomo sì basso: arrivava persino, nell'orrore che le ispirava quanto era accaduto, ad augurarsi che a Roberto incontrasse qualche mala ventura: non tornasse più.

Nel giovane, invece, l'assenza raddoppiava, ingagliardiva l'amore.

Egli si faceva istruire da' suoi superiori: cercava prender in esempio i migliori: ne imitava i modi: affinava il suo parlare: imparava, in pochi mesi, a leggere e scrivere: il comandante della nave lo faceva suo segretario, lo prediligeva molto.

Nelle lunghe giornate di bonaccia, nelle notti tranquille, o fra lo scatenarsi delle tempeste, egli pensava sempre ad Enrica: a lei soleva riportare ogni sua azione: s'ispirava all'affezione per lei: sapea ripetersi quasi ogni parola che essa gli avea detto nella lunga loro dimestichezza: la rivedeva in tutti i suoi atteggiamenti capricciosi, in tutta la sua florida bellezza: l'amava, l'adorava, la vezzeggiava: la fantasia, come accade, gliela metteva innanzi più perfetta ch'ella non fosse.

Non potendo parlare ad altri, sempre pensava, sognava di Enrica. Aguzzava, affuocava ogni giorno la sua passione. Se un dubbio lo pungeva che altri potesse torgli la donna ch'egli amava, insidiargli il possesso di lei, quell'uomo robusto, indomito, di sbrigliate passioni, si sentiva rimescolare il sangue, gli pareva che una nube rossastra gli oscillasse dinanzi agli occhi, il cuore gli dava che sarebbe stato capace di tutto, anche di un delitto e di più che un delitto.

Ma quanta era la veemenza dell'amore da un lato, tanta era dall'altro la forza del disgusto.

Enrica ormai odiava Roberto: aveva paura del giorno in cui egli sarebbe tornato a rammemorarle la sua promessa: e cercava persuadersi che un tal giorno non sarebbe venuto mai.

Aveva dovuto confidarsi con Cristina dell'amore pel giovane, delle conseguenze della passione.

Cristina s'era detta in modo preciso:

--Un segreto come questo mi gioverà, mi arricchirà di sicuro!

Ella si preparava a sfruttar Enrica in tutte le condizioni della sua vita.

La sapeva generosa, prodiga del denaro pe' suoi fini: in piaceri, se non in opere buone: stava sicura di poterla liberare dal figliuolo del contadino, ch'ella stessa ormai, con singolare ingratitudine (o donne!), non avrebbe più voluto vedere: la immaginava sposa di un gran signore, riputata, stimata, invidiata da tutti: ma ella sempre sarebbe comparsa a turbar le sue gioie, a esigere da lei nuovi sagrifici, a spogliarla di ciò che avesse di più caro, de' suoi diamanti, de' ricordi della sua famiglia, sinchè la sua sordida cupidità non fosse paga.

Dopo, l'avrebbe torturata, ma soltanto per suo diletto.

Enrica, in certi momenti, era stata con lei assai altera e cattiva: e quell'animo triste dovea pensare a vendicarsene raffinatamente.

Per ora, si faceva umile; si era impadronita del grande segreto: la sventurata maternità di Enrica; avea accettato a ricettar la bambina, che dovea servire d'oggetto alle sue future minaccie, a' suoi lunghi ricatti, e che considerava già strumento della sua fortuna.

L'aveva affidata a Domenico e mandata per lui in luogo sicuro, fidando nella lealtà, nella onestà di esso, nelle prove di simpatia, in ardui servigi che ne avea avuto.

Ma la sorte, come vedremo, disponeva altrimenti.

--Sì,--continuava Cristina, parlando, stravolta come una furia, alla sua padrona, nella camera di lei,--bisogna tener celato a Roberto ch'egli è padre.... altrimenti sarebbe impossibile il dissuaderlo, l'allontanarlo....

Ma, per le ragioni che sa il lettore, ciò non quietava le angoscie di Enrica.

--Sei ben certa,--domandò languidamente,--che la bambina sarà stata condotta con ogni cura e sarà trattata con vero amore?

--Oh, per questo!--rispose ipocritamente Cristina, il cui pensiero volava sempre a' futuri guadagni, alla potenza che avrebbe acquistato sull'animo della padrona, giovandosi di tal segreto, e non contava punto sul forte carattere di lei.

Enrica piangeva, di quel pianto spasmodico, proprio de' malvagi, degli altezzosi, stretti dalla disperazione....

Il pianto la scoteva tutta: e, ad un tratto, come concludendo una serie di pensieri che la crucciavano, sospirò:

--È impossibile.... impossibile.... confessar tutto a mio padre!

E, alzandosi, divenuta ormai, per le smanie, i delirii, le sofferenze, quasi simile a uno spettro nella fisonomia, guardandosi tutta in un grande specchio, disse con uno de' suoi ghigni feroci:

--E, poi, per un istante di oblio... per la violenza di un mascalzone... io non voglio rinunziare al mio bell'avvenire.... Se la vita di costui è d'ostacolo alla mia, può essere annientata....

E si gettò fra le braccia di Cristina, ben degna di comprendere un tale pensiero.

Udirono un rumore alla finestra: un colpo secco, come se vi fosse stata lanciata una pietruzza.

La pietruzza, infatti, era ricaduta sulla terrazza nella quale si trovava il duca.

Il lume si era spento nel salotto e il duca che, sin allora, era rimasto meditabondo, si scosse, fece alcuni passi: e subito udì un fruscìo di foglie.

--Chi va là?...--gridò il duca.

Qualcuno correva nel parco.

I cani latravano.

E di lì a poco si udì uno sparo.

Il duca continuava a gridare;

--Chi va là?... Chi va là?...

Comparve sotto la terrazza una guardia con la lanterna.

--Eccellenza,--disse costui,--un uomo è entrato nel parco... l'ho inseguito... gli ho fatto fuoco contro... ma egli, per gli alberi, si è arrampicato, non so come, in vetta al muro in fondo al parco, e si è gettato di là com'uno scoiattolo.... Dev'essere certo un uomo del paese... La porticina è chiusa a chiave... non ho potuto inseguirlo. Ho raccolto a piè del muro, donde s'è gettato, un bottone nuovo che luccicava: un bottone di uniforme di marina.... E l'ha perduto, senza dubbio, l'uomo che fuggiva... poichè vi è un segno di sangue tuttora fresco.... Nel fuggire, egli si è forse squarciato le mani, a un vetro, a un arbusto.

--Vegliate, Emilio,--disse il duca,--non parlate con nessuno dell'accaduto, e domattina di buon'ora visiteremo insieme il parco: sapremo chi è il malandrino entrato qui, e con quale scopo....

Il duca richiuse, molto pensoso, la finestra.

Il colpo di fucile, sparato dalla guardia in fondo al parco, non aveva svegliato nessuno degli invitati. I servitori forse l'avevano udito, ma senza farvi caso. Emilio sparava a volte il suo schioppo, di notte, per semplice precauzione, perchè si capisse da' malvagi che egli vigilava.

Le due donne, Enrica e Cristina, dopo la pietruzza gettata sulla finestra, avevano udito tutto: le parole della guardia e quelle del duca.

--È lui,--aveva detto Enrica a Cristina, tremando, mentre se ne stavano con l'orecchio teso, accostate alle imposte della finestra.

--Quale ardire... tentare di venir qui... a questa ora... e a che scopo.... E a costo di essere ucciso come un ladro....

--È un gran male che il fucile di Emilio non lo abbia colto,--mormorò Enrica a denti stretti, sconvolta,--sarei stata libera....

Ci fu un breve silenzio: come se Cristina, la quale non peccava per eccesso di tenerezza, avesse avuto orrore di quella proposta.

--Se è stato trovato il bottone di uniforme... domani vi saranno ricerche.... Si scoprirà subito che è lui.... Che angoscia! Si crede egli, dunque, proprio molto desiderato?... Dovrò annunziare a mio padre,--continuava fra sè,--che sono la sposa del figliuolo di uno de' suoi contadini... del figliuolo di Berto Jannacone?... Ah!... mai!

Ed Enrica spasimava, si contorceva: era sopraffatta da una forte, acutissima convulsione.

III.

Il marchese Piero non aveva voluto trattenersi dal duca: e, allegando che gli urgeva tornar a casa a rivedere la moglie, e saper notizie sul grave stato di lei, si accomiatava dal cugino.

--Sono sicuro che avrete.... se già a quest'ora non l'avete.... un bel figliuolo maschio!--gli disse il duca.

Il marchese partì fra i lietissimi augurii di tutti gli invitati.

La sera era già molto innanzi, e il gentiluomo in una carrozzella, che guidava da sè, o, a meglio dire, il cui cavallo si guidava da sè, lasciavasi andare alla foga de' suoi pensieri.

Rifletteva al grande avvenimento, che dovea compiersi per lui in quella notte, se non s'era compiuto: lo turbavano la certezza del disonore, della rovina, s'egli non fosse già padre, o non lo doventasse fra poche ore.

Allo svolto di una strada, sentì chiamarsi nel buio.

Trepidò.

Poi riconobbe la voce di un uomo molto destro, molto temuto in que' luoghi: Marco Alboni, sul quale correvano tristi leggende; venuto dalla Marca, non si sapeva perchè, come non si sapeva di che vivesse, che arte esercitasse.

Era arrischiatissimo, soverchiatore; avea nervi d'acciaio.

Lo conoscevano tutti per un fido del marchese; mezzano delle dissipazioni di lui: adoprato dal gentiluomo in bassi servigi, di cui era sempre riuscito a ottenere la più larga rimunerazione.

Il marchese l'odiava e lo ricercava: lo fuggiva e gli era necessario: non l'avrebbe voluto vedere, ma gli era forza comportarlo: poichè tale è la lega che si forma di solito fra i tristi.

Marco, uscendo di dietro a un cespuglio, fermò il cavallo del marchese.

--Che c'è di nuovo?--domandò il gentiluomo che s'aspettava qualche importuna richiesta, e non era il momento in cui potesse soddisfarla. Poi gli balenò un'altra idea e domandò:

--Mia moglie?...

--Signor marchese, ho da dare a V. S. serie notizie,--disse con sicumèra Marco,--ci fermeremo qui in un casolare diroccato, che appartiene al duca, ed è a pochi passi, e parleremo a nostro agio.

Il marchese scese dalla carrozzella; Marco prese la briglia, e legava qualche minuto appresso il cavallo ad un albero.

Entrarono poi fra le rovine.

Nè l'uno nè l'altro si accorsero di un uomo, che vi stava appiattato, e che s'era tutto rannicchiato in sè, curvato, per sfuggire a ogni sguardo.

--La principessa ha partorito,--disse Marco,--ed è morta qualche minuto appresso.

--Ah!--esclamò il marchese, sinceramente addolorato.

Ma l'ansia de' suoi interessi vinceva il dolore.

--E la creatura?...--domandò.

--Una bambina.... morta anch'essa.

--Marco!--dimmi il vero,--esclamò il marchese--e se questo è il vero, io sono risoluto a bruciarmi le cervelli fra queste rovine.... Un gentiluomo non può affrontar la miseria, il disonore.

Il colpo era doppio: morta la moglie, la figliuola, era pur morta per lui ogni speranza di eredità, di aiuti dalle ricche parenti della principessa.

--V'assicuro,--insistè Marco nel tuono più fermo,--che v'ho detto il vero.... assolutamente.

Il marchese raccapricciva e cadde accasciato su un mucchio di macerie.

Marco lo lasciò alcuni istanti alle sue sofferenze.

--Ma,--soggiunse, toccandolo in un braccio e mutando l'intonazione della voce,--la fortuna anche questa volta vi ha aiutato; voi siete il suo beniamino!

--Come?--rispose il marchese che singhiozzava.

--Ero in un'osteriuola, aperta da poco, ad alcune miglia di qui.... Entra un uomo, che nell'oscurità non ho riconosciuto e che ora sceso alla porta da una carrozza.... Si trattiene.... Beve, ribeve: comincia a parlare. Ne racconta di ogni sorta.... Poi dice che ha una bambina da condurre a balia e che gli è stata affidata con tante raccomandazioni. Un mistero! Io non aspetto altro: mi slancio fuori o, mentre l'ubriaco continua a bere, prendo la bambina.... Monto nella mia carrozzella e mi dirigo verso la casa di V. S.... N'ero venuto via poco innanzi con l'incarico di portarle avviso della catastrofe accaduta.... E pure, io non sapevo risolvermi. Una voce mi diceva che, indugiando, qualche cosa di propizio mi sarebbe occorso.... Se vedesse la sua casa.... I servitori sono tutti nel maggiore sbigottimento, spaventati; non osano far nulla, senza l'ordine di V. S. Superstiziosi verso i cadaveri, non sono più entrati nella camera della principessa, dopo che il medico forestiere è partito.... A proposito, egli mi ha consegnato una lettera per lei.... Ma, tornando alla principessa; essa è stata abbandonata, subito, dai servi impauriti.... Essi hanno gettato una gran quantità di fiori sul letto e hanno acceso attorno alcuni lumi. Io sono passato dalla porta del giardino, che ho trovata socchiusa. Ho potuto appoggiare una scala al balcone della camera della principessa.... Sono entrato.... Ho posto la bambina viva ov'era il cadavere dell'altra: o ho preso il cadavere con me.... Sono ridisceso con ogni cautela... in un attimo... poi sono salito nella carrozzella e ho fatto una corsa, che si sarebbe detto proprio il diavolo tenesse le guide.

La voce di Marco era divenuta sinistra.

--Sono arrivato, di nuovo all'osteriuola: c'era sempre fuori la gran carrozza nera: l'ho aperta; vi ho riposto il cadaverino della bambina: l'ubriaco dormiva steso su una panca dell'osteria e russava... russava. Ne deve aver bevuto molto nella giornata....

--Oh,--disse il marchese,--tu mi salvi.... Quanto ti dovrò... e tu sarai ricco....

--Sarò davvero!--pensava Marco,--nè tu potrai impedirmelo!

--Io ti dimostrerò in ogni modo la mia riconoscenza.... Ti debbo la vita: ti debbo di più: un nuovo avvenire.

--V. S. è proprio fortunato!

--Sì, nell'esser servito con tanta devozione e tanta intelligenza!--soggiunse il marchese che sentiva una schietta, sincera ammirazione per il fatto compiuto da Marco.

--Chi altri, non secondato come V. S. da una buona vena,--insisteva il finto servitore,--avrebbe potuto uscire in tal modo da una condizione sì terribile?

--La tua prudenza, la tua prontezza....

--Ma bisogna tener conto anche della accortezza di V. S.--questo diceva Marco ironicamente,--nel metter a parte di tutti i suoi segreti un uomo onesto come me... e affezionato! S'io non avessi saputo nulla delle speranze di V. S., dei pericoli che la minacciavano....

--Oh,--.disse il marchese,--lasciami mi po' di raccoglimento. La morte della principessa mi contrista... essa fa sempre buona per me... una martire....

E concedeva un vero rimpianto alla memoria della gentildonna.

--Ma ch'io possa far credere al mondo che ho una figlia... ecco l'idea da cui sono tutto ravvivato, ecco il punto da cui muove per me una vita, la quale avevo spesso sognato. Tutte le mie speranze risorgono col fatto da te compiuto. Ma chi sarà quella bambina: e quali saranno, fra poco, le sue avventure nel mondo?... Non ci diamo, per ora, pensiero di nulla,--disse il marchese cui tornava la sua solita spensieratezza,--per ora il meglio è assicurato.... Non mi resta che a rendere l'ultimo tributo di onore alla mia cara moglie.

Si alzò, assai soddisfatto, dal mucchio di macerie sul quale era caduto sì sconsolato.

Ora gli pareva esser altr'uomo.

--Mi hai detto,--esclamò, rivolto a Marco,--che il dottore Krag ti aveva dato per me una lettera.... Egli è partito?

--Un telegramma l'aveva richiamato sin da ieri a Vienna per una cura importante.... Di più, il dottore deve prender parte a una spedizione scientifica, che si reca in Asia e vi si tratterrà varii anni.

Mia moglie volle questo medico ad ogni costo.... Egli ha già ricevuto, prima di muoversi da Vienna, una somma cospicua: farà intendere che vuole dell'altro.... Dammi la lettera.... La leggerò con comodo.

--Eccoci a un altro punto serio,--disse con piglio solenne Marco e, nel tempo stesso, toccava familiarmente in un braccio il marchese, anzi glielo stringeva in modo da rinnovargli l'idea della sua forza erculea.--Io dirò a V. S. una cosa, che non le parrà strana.... Noi siamo associati in un'impresa commerciale!... Il capitale vivo è rappresentato da una bambina.... Chi lo ha fornito? E che dobbiamo sfruttare con questo capitale?... I milioni delle parenti della defunta principessa....

E Marco si tolse il cappello in segno di rispetto.

--Ora, io sono particolarmente interessato in questo affare; non posso permettere che il signor marchese.... che V. S... dissipi la mia parte; o possa negarmela. Io ho usato, dunque, di un mio diritto di socio in affari: la ditta è; marchese Piero di Trapani e Marco Alboni. Non se n'esce!

E le sue dita stringevano come tanaglie il braccio del marchese.

L'uomo nascosto tra le rovine non udiva queste ultime parole perchè, nel pronunziarle; i due si erano spinti un po' innanzi nel casolare.

--Ho usato, dunque,--proseguiva Marco,--del mio diritto. Ho aperto la lettera del dottore....

--Eh!--sfuggì detto al marchese.

--Sì, sì; e la lessi accuratamente.... Il dottore Krag vi annunzia la morte della principessa e della vostra bambina. Di quest'ultima descrive alcuni segni particolari: nota alcune gravi imperfezioni con cui era nata: indica le ragioni irrefragabili della sua morte.... Vi è poi qualche altra cosa.... Questa lettera è, insomma, la garanzia che, negli affari della ditta, marchese di Trapani e Marco Alboni, la parte di questo ultimo sarà rispettata.

Io voglio esser ricco, fra pochi anni,--disse in tono reciso Marco,--al pari di voi: se occorre, più di voi!

--Ebbene, tu potrai far nascere i sospetti di una sostituzione di creatura: potrai nuocere a' miei interessi: potrai far sì che coloro, a cui la bambina fu rapita, e che l'ebbero sostituita con un piccolo cadavere, si risveglino, e vengano contro di me....

L'uomo nascosto strisciava fra le rovine come un rettile e facea sforzi incredibili per poter avvicinarsi a' due, senza che essi s'avvedessero della sua presenza.

E udì benissimo queste parole proferite dal marchese:

--Ma io ho sempre saputo custodire un altro segreto.... Io ti ho molto perdonato.... Non ho propalato che tu non ti chiami Marco Alboni, bensì Jacopo Scovatto e che sei stato condannato in Ancona a undici anni di casa di forza per una grassazione contro due operai, padri di famiglia.... Non ho mai propalato che tu sei fuggito; e ti rimangono a scontare alcuni anni della tua pena.

--Anche di questo bisogna tener conto,--interruppe, pensoso, Marco.--Però la lettera io non la restituisco.... I rischi della associazione così sono eguali. Tutt'e due abbiamo interesse a stare uniti....

E, a poco a poco, chiacchierando, si allontanarono.

L'uomo, sino allora nascosto, uscì dalle rovine. Aveva saputo abbastanza.

IV.

Il giorno appresso continuarono le feste nel parco del duca.

Enrica, mentre la mattina era nella serra, avea ricevuto una lettera, gettata nel grembo di lei da un fanciullo, che s'era poi dato a correre come un capriolo.

Sulle prime Enrica fu tentata di buttar via quella lettera senza aprirla: ma un forte presentimento la vinse.

La lettera era di Roberto Jannacone; egli le annunziava il suo ritorno; le dava convegno nel luogo più inaccesso del parco.

In quel luogo eravi un altissimo precipizio formato da due pareti rocciose, o in fondo di esse gorgogliava il mare.

Era stato gettato un ponte da una parete all'altra; un piccolo ponte di ferro leggero con bassa spalliera.

Molti e molti, a non dir presso che tutti, aveano paura di passar da quel ponte e preferivano di pigliar i viottoli più lunghi per arrivar dove voleano, anzi che andar da un luogo sul quale v'erano tante superstizioni.

Come luogo di convegno era scelto benissimo; nessuno avrebbe disturbato i due nel loro colloquio.

A Enrica, nel legger quella lettera, che conteneva espressioni di tanto amore, ed era nel tempo stesso sì imperiosa, avvampò il volto di sdegno.

Costui la credea proprio cosa sua; non nutriva ormai il menomo dubbio su' suoi diritti.

Ciò irritava la superbia di lei.

Parlò con Cristina e deliberò di andare al convegno; risoluta a ingannarlo, a perderlo, se occorresse, a far tutto, pur ch'egli rinunziasse a lei. L'altro vi si recava invece con l'animo che, magari il mondo dovesse perire, egli non avrebbe rinunziato ad essa.

Mentre le feste continuavano nel parco, Enrica e Roberto si trovarono presso il ponte, che era chiamato dell'_Inferno_: attorno a loro erano boschetti di alberi.

Si rivedevano dopo molti mesi.

Roberto era cresciuto di forza e di bellezza: aveva acquistato una certa eleganza.

Appena scorse Enrica, le mosse incontro tutto baldanzoso e soddisfatto.

Ma fu sorpreso di trovar Enrica in tale stato di abbattimento, d'aspetto sì cagionevole: sì fredda e altera.