La Principessa

Part 16

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--Pigliateli per meno, vi ho detto,--ribattè la principessa, che si era di nuovo seduta nella poltrona, e facea atto di avvilupparsi la magnifica veste attorno il suo bel corpo.

--Ma, Eccellenza, io non voglio esser lo strumento di un'usura, o di un affare che ne abbia le apparenze.... Prendiamo questo piccolo diadema: questo braccialetto.

--Aspettate, vi dirò io quanto valgono: di cotesti ho trovato una quietanza!

Sì alzò di nuovo e corse nella sua camera.

Il De Carlo la sentiva frugar febbrilmente in certi cassetti: poi ella tornò, tenendo in mano un'antica fattura scritta su carta ingiallita dal tempo.

--Eccovi.... venti.... trentacinque.... quarantaseimila....

--Va bene; e oggi valgono qualche cosa di più.... V. E. vuole disfarsene?

--Vi ho detto di sì; però vorrei serbare la montatura e mettervi altri diamanti.... falsi.

--Sta bene.... E io posso dar subito a V. E. lire centomila....

--Ah?--domandò Enrica, che si sentiva tolto un gran peso.--Ma voi mi date troppo.... Io voglio che abbiate un guadagno, per parte mia, di cinque, sei mila lire....

Il gioielliere aveva già pronta la moneta francese, datagli dal Weill-Myot, e metteva su la tavola, a uno a uno, i fogli da mille lire che aveva in mano.

Enrica respinse la somma, che aveva accennato, verso il gioielliere; ma egli la raccolse, con molta dignità, e la pose di nuovo innanzi alla principessa.

--Io sono qui,--disse,--come un servitore devoto di V. E., ben lieto di mostrarle la mia servitù, e tanto soddisfatto di questo che e non potrei cercare un'altra rimunerazione.... Poi, il mio affare, da onest'uomo, è già compiuto, con il prezzo offerto....

--Ma, allora, vendetemi questa statuetta, che avevate portato a farmi vedere,--disse la principessa, che non potea rattenere la sua folle prodigalità, che volea pagare tutti coloro che la servivano, secondando i suoi piaceri, nè le sembrava averli pagati mai troppo, pur che rispondessero al fine.

Il gioielliere prese in mano la statuetta e la pose di nuovo sott'occhio alla principessa.

--E quanto costa?---domandò Enrica.

--Seimila lire!--rispose impavido il gioielliere.

Essa gli spinse di nuovo innanzi tal somma.

Il gioielliere la pose accuratamente nel portafogli, e la principessa quindi lo accommiatò con la solita alterigia.

--Se V. E.--disse il furbo vecchietto con un sorriso maligno,--avesse qualche altra volta bisogno di me.... può contare su la mia discrezione, sul mio segreto.

E s'inchinava, salutava profondamente.

La principessa non gli rispose: innanzi ch'egli le avesse volto le spalle, essa era di già nella sua camera.

Con quel denaro in mano giubilava: le strettezze in cui si trovava da qualche tempo le riuscivano spinosissime, poichè non v'era abituata, nè avrebbe mai pensato di abituarvisi.

Toccando quel denaro, e guardandosi innanzi a uno specchio, come soleva, le venne pensato che essa ormai era ridotta una mendicante, una cortigiana, che ricorreva ad espedienti per soddisfarsi.

Su le prime fu urtata da tale idea: poi, siccome la corruzione la dominava, se non vi si compiacque, vi si adattò con un sorriso. Pensava:--domani verrà Cristina: e voglio mi si umilii come un tempo: qui ci ho denaro da comprarla: questo può appagare la sua avarizia!

La sera dopo, mentre la principessa aspettava il pranzo, giungeva Cristina.

All'annunzio della sua visita, la principessa si ritirò nella sua camera.

--Vieni, vieni!--disse a Cristina.

Le contò, dopo alcuni istanti, la somma che essa aspettava.

--Ecco assicurato il viaggio col mio guardacaccia: e voi lo pagate!--disse Cristina con un sorriso tra fiero e sensuale e in atto di sfida.

La principessa accostò le sue labbra alla larga bocca di Cristina.

--Se fossimo amiche come un tempo!...--le mormorò perfidamente.--Oh,--esclamò la principessa, a un tratto, come se inciampasse: e abbassò gli occhi. Cristina vide sul tappeto una bella giarrettiera dorata.

--Mi è caduta ora,--disse la principessa, e si pose a sedere in un divano, alzando un po' la ricca veste rosea, come per intimare a Cristina che la servisse, secondo era un tempo suo dovere.

Cristina, quasi non sapesse ciò che faceva, o vinta da un'abitudine più forte di lei, raccolse la giarrettiera e si pose in ginocchio dinanzi alla principessa per ricingergliela.

O che la principessa facesse un moto, o che Cristina alzasse la veste più del dovere, scoprì una gamba bianca come il marmo, massiccia nella sua perfezione, caldissima.

Un quarto d'ora dopo, le due donne entravano nel salotto.

La principessa, con aria trionfante: le ridevano gli occhi, e diceva a Cristina con piglio di beffa, e con una certa passione:

--Tu sarai sempre la mia serva.... Ti vorrei rivedere in ginocchio, come or ora, dinanzi a me!...

--E voi sarete sempre la più bella, la più cara delle donne: e io continuerò sempre a sfruttarvi, a perseguitarvi, a amareggiarvi.... Sarete sempre la mia vittima.... Può darsi che mi abbiate veduto più volte innanzi a voi, come un'umile ancella de' vostri sfrenati capricci, ma quanto vi costa?... Un patrimonio è passato dalle vostre nelle mie mani.... Per me son pagata e mi pagherò co' nuovi oltraggi, le nuove umiliazioni, che aspetto d'infliggervi.... Ma, per un altro istante, siate la mia padrona....

E le fece nuova scena, come a' tempi in cui gettava in lei i germi di quella infame corruttela, che, svegliando precocemente i sensi della principessa, dovea cagionarne la massima sventura.

Nell'accomiatarsi da Enrica, Cristina, mezza fuori di sè per un selvaggio fanatismo, le diceva:

--Ti odio! e pure, a volte desidererei star sempre con te.... È certo che una di noi due sarà causa della rovina dell'altra.... Addio, Enrica!

Così le parlava quando era giovinetta.

Enrica si rammentò subito di quella mostruosa familiarità. Aveva sentito presso la sua guancia il caldo alito di Cristina.

--Maledetta creatura!--mormorò.--E pure, se non l'avessi mai conosciuta, mi dorrebbe!

Pranzò sola; voleva andar presto al San Carlo, ove un grandissimo artista cantava il _Don Giovanni_.

Nel suo palco, durante la rappresentazione, fu visitata da molti. Sembrava a tutti più bella del solito, d'una bellezza diabolica. Aveva intorno a sè, a un certo punto, il Venosa, il marchese di Trapani, l'avvocato Costella, Hummanam pascià, arrivato, pochi giorni innanzi, da Tunisi: in abito nero, e col suo _fez_.

Sul palcoscenico si cantava il pezzo sublime, in cui rifulge tutta l'ispirazione del Mozart:

_Giovinetti, che fate all'amore...._

--Perchè,--finito il pezzo, disse la principessa,--non ci fu mai un poeta, un musicista, che pensasse a scrivere un lavoro, in cui fosse protagonista una donna, simile di carattere a _Don Giovanni_?... Ah, sarebbe stato delizioso!--e continuava col suo sorriso affascinante.--Che ne dite, Venosa? Non credete ci sia fra le donne un tipo come _Don Giovanni_, cioè una donna, assetata di piaceri, ardente, per cui la vita è nella varietà, nella leggerezza, nella mutabilità delle passioni; una donna che non conosca, o non voglia conoscere, se non il piacere, e per la quale esso divenga, con l'eleganza, col capriccio, l'unico scopo della vita?

Il Venosa tenea sempre gli occhi affissati su la scollatura amplissima, che facea l'abito della principessa. Guardava le spalle di lei, simili a quelle di un'antica Minerva, quel seno procace, che ella voleva tanto ammirato e discopriva sì facilmente, come se il credesse opera d'arte perfetta da non doversi tener celata. Ed era tale. Quando la principessa alzava gli occhi sul Venosa, egli, timido come un fanciullo, abbassava i suoi.

Essa sentiva sempre più l'ammirazione che gl'ispirava; sentiva che sarebbe bastato un suo cenno per attirarlo a sè, distrarlo da Diana, da Diana di lei più giovane, e di quanto!

Ecco i trionfi che la inorgoglivano, che ella cercava, e si appagava d'accertarsi di poterli sempre ottenere.

Voleva persuadersi ognora che la sua bellezza era una potenza, e che i più freddi, i più torpidi doveano subirne la seduzione, rimanerne soggiogati!

--Siamo dunque vicini alla vostra festa.... finalmente,--disse la principessa al marchese di Trapani.

Enrica era gaia quella sera; eccitatissima, parlava con una strana volubilità; si vedeva in lei la gioia che palesano tutti gli animali robusti, quando i loro appetiti sono soddisfatti.

--Una piccola festa,--rispose ipocritamente il marchese di Trapani,--ma non oso più contare sulla soddisfazione di vedervi in casa mia quella sera.

--E perchè?--domandò vivacemente la principessa.--Io ci voglio venire,--continuò con la sua solita impetuosità.

Infatti essa non si lasciava mai sfuggir la occasione, come quella di un ballo, per far vedere il più che poteva del suo corpo sfolgorante.

--No, no, non conto più di vedere in casa mia V. E.,--rispose il marchese di Trapani.--Ho avuto questa sera una notizia, che me ne fa disperare.... Or ora ero nel palco del ministro inglese, egli mi ha detto avere da' suoi dispacci ch'è imminente il ritorno del principe vostro marito....

--Lo so.... lo so.... io pure l'aspetto.... e dunque?...

--Due sposi, che non si vedono più da molto tempo.... Il principe vorrà la solitudine.... e avrà ben ragione!

--Sciocchezze!--disse sorridendo, tra ironica e sdegnosa, la principessa.--Ma chi sa.... forse avete ragione!--aggiunse maliziosa.--Mi dorrà molto di rinunciare al vostro ballo!

In quel momento il marchese di Trapani si volse verso un punto della platea donde due grandi occhi neri dardeggiavano sempre su lui. Era Marco Alboni, che vigilava su la sua vittima e indovinava dai moti del suo labbro, dalla espressione della sua fisonomia ciò che diceva. Vero è ch'egli stesso lo avea ammaestrato di quello che dovea dire: e aspettava ansioso un cenno che gli confermasse quello ch'egli desiderava.

S'era accorto che il marchese avea già cominciato a parlare con la principessa di ciò che a lui stava a cuore. Ad un tratto, il marchese fece un lievissimo cenno tra loro combinato. Marco Alboni gli rispose con uno sguaiato sorriso di compiacenza.

Con quel sorriso pareva dicesse al suo compare:

--Vedi, io sono più astuto di te!

Il marchese non potè dir altro, nè il desiderava, alla principessa, poichè entrava nel palco un nuovo visitatore ed egli colse il destro per ritirarsi.

Questo nuovo visitatore era il Weill-Myot.

--Buona sera, caro Weill-Myot,--gli disse la principessa in tuono di scherno,--ho aspettato oggi.... molto una vostra visita: ma voi vi fate desiderare.... Figuratevi mi fossi troppo annoiata a star sola, contando sulla vostra.... promessa, che colpa non avreste? Fortunatamente.... benchè siate tanto orgoglioso.... non siete indispensabile: mi sono accorta di poter far senza di voi e che è meglio non contare.... su la vostra parola!

Parlava con un garbo, con una finezza di accento, frametteva risa sì argentine a' suoi motteggi, solo intelligibili pel Weill-Myot, che il suo discorso, tutto epigrammi, alle altre due persone, che lo udivano, e che non sapeano nulla dell'incontro mattutino fra Enrica e il banchiere, sembrò che ella facesse all'americano complimenti più dolci dell'usato.

Ma chi rideva davvero in cuor suo di quella garrula arroganza era il Weill-Myot.

Poche ore prima egli si abbigliava nella sua camera per andar a pranzo dal principe di San Toldo, che voleva consultarlo sull'acquisto di certi titoli.

Gli fu annunziata la visita del De Carlo.

Egli l'aspettava da un momento all'altro, e s'infuriava di non vederlo arrivare.

Lo fece entrar subito nella camera, con la massima familiarità mentr'era in maniche di camicia, dinanzi a uno specchio, e s'infilava nella cravatta nera uno spillo di brillanti.

--E così?--domandò, senza voltarsi, appena sentì il passo del De Carlo nella camera.

Il De Carlo, uomo rigido negli affari, silenzioso quando occorreva, amante de' colpi di scena, e che avea spesso qualche cosa di teatrale, si accostò al banchiere e gli pose sott'occhio gli astucci, aperti, ov'erano i gioielli.

Un sorriso diabolico illuminò la fisonomia del Weill-Myot.

--Centomila franchi!--riprese il gioielliere,--e state sicuro che non ci rimetterete nulla....

--E tu non parlare, e che non si sappia mai....

Il gioielliere fece un gesto come per esprimere che era superflua ogni raccomandazione.

Il Weill-Myot accomiatò il De Carlo, dopo averlo ringraziato del suo buon ufficio: e, rimasto solo, prendeva i gioielli, li guardava di nuovo e li gettava in un cassetto nel quale, per ben richiuderlo, girava due volte la chiave.

--Sono soddisfatto!--mormorò fra sè.

E, sul tardi, era andato al teatro per gioire della principessa, che immaginava trovar esaltata dal fatto accaduto; e che pur prevedeva lo avrebbe insultato, or che si dava ad intendere non aver più bisogno di lui.

--La principessa sa,--così rispose a' suoi sarcasmi, trafiggendola un poco, ma non volendo andar tropp'oltre, affinchè ella, sospettando di lui, non sfuggisse, almeno in parte, alle sue vendette,--sa che io tengo a esser il primo de' suoi servitori.... Se ho mancato ad una visita, la principessa deve essere convinta che ciò può attribuirsi soltanto a motivi superiori di molto alle mie forze.... Ma, pur troppo, io so che alla principessa è indifferente di veder o no un sì umile servitore come sono io: un pover uomo d'affari, che non può distrarla, perchè manca di brio, e non può esserle utile in nulla.

La principessa credeva alla storia della povertà del Weill-Myot, e gli rispose col sembiante di una sovrana verso uno schiavo:

--Povero Weill-Myot, so quanti sono i vostri affari; so che non tutti sempre vi possono andar bene: e m'immagino che dobbiate avere spesso molesti pensieri, e gravi occupazioni, che empiano il vostro tempo... Nessuno vi compatisce più di me!--terminava con affabile degnazione.

Egli se la godeva.

Si accorgeva che nel teatro tutti guardavano la bella donna.

E pensava, quando essa fu di nuovo tutta intenta allo spettacolo:

--E dire che io la tengo in mio potere, che la spingo ogni giorno più verso una rovina.... irreparabile. Non è certo molto lontano il giorno in cui la mia vendetta sarà compiuta!

La principessa avea dato in un gran tranello, per la stessa sua avventatezza.

Nel lasciar scegliere i gioielli al De Carlo, ella non avea badato ch'esso sceglieva appunto antichissimi gioielli, che avevano appartenuto alla madre del principe, ed egli li teneva in casa come un talismano.

Se il principe glieli avesse richiesti?

Enrica continuava a sorridere, di tanto in tanto, a rivolgere alle persone che le stavano attorno argute domande.

In quella sera si sentiva più del solito felice, sgombra da ogni pensiero.

Chi avrebbe detto in tal momento che la donna, sì gaia, sì contenta, in sembiante così tranquilla, era la stessa ch'avea cagionato la morte del conte di Squirace, avea spinto con un'atroce calunnia, sì ben combinata, un innocente in prigione, e per tutta la vita, s'egli non fosse riuscito a salvarsi?

Era un pezzo che da un palco di terz'ordine, un uomo, rimasto sempre avvolto in un largo mantello e che si teneva nell'ombra del palco, la guardava, fissando in lei con insistenza il cannocchiale.

La principessa, alzando gli occhi, avea notato quell'individuo e la sua insistenza. Ma oramai ella era abituata a ogni specie di adorazioni: e non le spiacevano neppure, appunto per l'ammirazione che avea di sè stessa, le più importune e volgari.

Però, ad un tratto, dette in un piccolo grido.

L'uomo, che l'avea affissata per tanto tempo, si alzava nel palco di terz'ordine e, alzandosi, inavvertitamente, avea lasciato cader un po' giù il mantello.

--Che ha V. E.?--domandò il Venosa.

--Oh.... niente,--rispose la principessa.--Ma figuratevi che, da varii giorni, accostandomi qualche volta a' vetri delle finestre, mi vien fatto di veder nella strada un uomo che si direbbe passi lì le sue giornate.... Lo vedo sempre.... Qualche volta, tornando a casa in carrozza da una passeggiata, l'ho incontrato vicino al palazzo.... Sembra non si stacchi mai da que' luoghi.... e mi guarda con un'espressione sì strana, allorchè io passo accanto a lui.... Lo trovo per tutto.... Dev'essere un caso, poichè non ha i modi, nè l'aspetto di un corteggiatore, o di un semplice curioso.... Il bello è che mi par averlo conosciuto.... non so dove.... nè quando.... Ma mi pare....

Tutti aveano levati gli occhi verso il palco, ov'era l'uomo di cui parlava la principessa.

Egli voltava loro le spalle in quel momento; si tirava su il bavero del mantello e si mettea in testa un cappello a larga tesa.

Nessuno di loro lo conosceva.

--Mi piacerebbe di sapere chi è!--disse la principessa.

--Procurerò di seguirlo e d'informarvene!--esclamò il Venosa uscendo dal palco precipitosamente.

Già il palco del terz'ordine era rimasto vuoto.

Una mezz'ora dopo, il Venosa giungeva trafelato.

--L'ho seguito il vostro originale,--disse, non appena fu tornato nel palco.--Egli è entrato nel Caffè d'Europa.... vi si è trattenuto un dieci minuti, bevendo birra.... Non si è mai tirato giù il mantello.... S'è alzato, ed è uscito.... Io avevo fatto l'osservazione che parlava con un cameriere assai familiarmente.... Insomma, nessuno sa chi sia.... Solamente hanno detto che è un ingegnere.

--Ma, a proposito,--disse l'avvocato Costella, mentre la principessa, in piedi nel palco, si lasciava infilare la sua cappa di velluto,--sapete chi è morto, Eccellenza?

La principessa si voltò bruscamente.

--Quel ragazzaccio.... ora uomo d'età.... che vi fece una volta tanto spavento nel parco di Mondrone, e che era stato sì giustamente condannato per le vostre deposizioni, Roberto Jannacone!

Vi lascio pensare il colpo che ricevette Enrica.

Il Venosa guardò il vecchio avvocato come per dirgli che la notizia da lui data era molto inopportuna.

--Com'è morto?--domandò Enrica, impassibile per chiunque l'avesse osservata.

--Di quattro fucilate,--riprese l'avvocato, senza riguardi,--mentre tentava una fuga, di notte, scavalcando la finestra del suo carcere.

--Pover uomo!--mormorò Enrica e si calò la veletta sul volto.

--Intanto--pensava--sono sbarazzata del mio primo marito!

Per tutti, ormai, in fatti, Roberto Jannacone era morto. Viveva un uomo, cui era stata fatta la grazia di parte della sua condanna, e si chiamava l'ingegnere Amoretti.

Anche Cristina, pochi giorni dopo, avea saputo la morte di Roberto.

Ma, una sera, mentre se ne stava tutta raccolta, occupata in un lavoro di ago, le venne annunciata la visita di un signore, che non voleva nominarsi e domandava di parlarle.

E la principessa, tornata a casa la notte, dopo lo spettacolo del San Carlo, si dava a molte riflessioni.

--Alla fine sono libera di questo Roberto Jannacone.... Egli avea di sicuro cercato fuggire dal suo carcere per nuocermi.... Ed ora Cristina parli pure, se vuole.... Avrò sempre ragione!

XIII.

La festa data dal marchese di Trapani riuscì splendidissima.

Inutile dire che la principessa fu tra le prime ad accorrervi. Si era mascherata stupendamente: la foggia, da lei vestita, rifioriva la sua bellezza.

Sul cominciar della festa nessuno la riconobbe. Poi tutti cominciarono a domandarsi qual gran dama poteva aver in Napoli sì belle braccia e sì altri belli accessorii, e compiacersi tanto di mostrarli: quale fra le grandi dame di Napoli avesse quel modo provocante di sedersi e di far veder sempre una gamba: poco, ma quanto bastasse ad attizzar desiderii.

Subito il nome della principessa venne sulle labbra di tutti. Ella credea rimanere incognita e pigliarsi spasso degli altri. Aggirandosi qua e là, si avvicinò alle stanze di Diana. In un salottino vide due persone, che sedevano l'una accanto all'altra: riconobbe alle voci, che erano Diana ed il Re: essi le voltavano le spalle e la principessa si nascose dietro un paravento, volendo ascoltarli.

Uscì di là tutta infuriata; avea inteso, o avea interpretato certe parole di Diana come assentimento alle stringenti dichiarazioni del Re. Era egli dunque vero ch'essa aveva alla Corte una rivale?

In tal punto tutte le sue idee eran più che mai riconcentrate nelle frivolezze, nel piacere.

Finiti i denari ottenuti dal De Carlo, aveva già rimandato a chiamar il vecchio gioielliere: si consultava ormai spesso con lui: s'era posta in cuore di far ridurre in denaro da quell'astuto tutti i suoi diamanti, tutte le sue gemme.

Il De Carlo si prestava a secondar i capricci di lei, a sperimentarne i rabbuffi con la sottigliezza di un diplomatico, con la pazienza di un uomo che sa di poter cavare buon frutto dal sopportare.

E, senza che ella il subodorasse, conferiva sempre col Weill-Myot; ma il banchiere americano gli avea ripetuto che non desiderava sborsar altro denaro; disponesse egli come credeva di quei gioielli; a lui bastavano gli antichi, che già aveva acquistato.

--E vorrei sapere,--gli diceva anzi a volte il De Carlo,---l'uso che ne fate.... Non li avete regalati certo.... E tener lì morto un sì grosso capitale.... Comprendo che voi siete un ricco....

--Sono ricco, e sono solo!--ripigliava il Weill-Myot.--Centomila franchi!... Ne avrei gettati cinque volte il doppio.... un tempo.... per ottenere il contrario di ciò che ora voglio ottenere.... Con questi gioielli voglio riconciliare una moglie col suo marito.... Ma quante spiegazioni vi do!--avea detto un giorno interrompendosi e impazientandosi.

Ormai Enrica, da questo lato, stava tranquilla; non sentiva più le strette della penuria; vedeva un lungo avvenire in cui avrebbe avuto ogni mezzo d'ingolfarsi nelle sue dissolutezze.

Si sarebbe impoverita di tutto: ella, gentildonna, era ormai arrivata a truffare al principe suo marito i gioielli di famiglia, a lasciar nelle mani d'un mercante le gemme appartenute alla madre di lui, per cambiarle con gemme false. Ma ormai la sua coscienza non parlava più.

La notte stessa, in cui sorprese il colloquio tra Diana e il Re, divampò nel suo animo un vero odio per la giovinetta che, sin allora, avea tanto amato, e a solo vederla le parea sentirsi consolata.

Volle subito sfogare il suo odio.

S'imbattè nel Venosa che era anch'egli alla festa del marchese Piero. Gli parlò con volto ilare, preparando una delle sue scene di seduzione.

Ella dava il braccio al vecchio _balì_ di Cantadera; non volea lasciarlo bruscamente per un giovinetto: ma fece capire al Venosa che la seguisse.

Ogni tanto si voltava verso di lui; sorrideva, gli parlava.

Il vecchio _balì_ stanco, e non volendo poi servir di balocco, trovò un pretesto per allontanarsi.

--Voi sarete il mio cavaliere alla cena!--disse la principessa al Venosa.

Il giovane non domandava di meglio.

Entrarono nella sala delle cene: vi erano molte tavole apparecchiate. Diana li raggiunse mentre favellavano sotto voce: la principessa aveva sulle labbra il suo sorriso diabolico e il Venosa tremava, socchiudeva gli occhi come se facesse un sogno di voluttà.

Anche Diana fu colpita da gelosia della principessa e questa volta nel modo più vivo: si persuadeva esser proprio vero che costei le disputasse il suo fidanzato.

Chiamò subito il Venosa con un certo piglio d'irritazione. Egli si scosse: le andò incontro un istante per dirle molto turbato che non potea lasciare la principessa: e la risposta fredda, insidiosa, a Diana dette nel cuore. Non volle perder più di veduta que' due in tutta la durata della festa. Presso il mattino si accorse che essi erano nel salotto ov'ella era stata poco prima col Re.

La principessa, con un piacere maligno, avea voluto sedersi nello stesso punto, con accanto il fidanzato di Diana.

A Enrica era venuta un'idea: costringere il Venosa a chieder la mano di Diana. Se la giovinetta consentiva a sposarlo, voleva significare che fra lei e il Re non correva alcuna relazione, se non amichevole. S'ella si opponeva alla domanda, ella, che un tempo amava il Venosa, potea tenerla per sua rivale, per sua nemica; e pensare a sbarazzarsene come avea fatto di altri suoi nemici.