La Principessa

Part 15

Chapter 15 3,747 words Public domain Markdown

--Ah! Hai provato anche tu l'amore paterno? Quali torture devi avere qui sofferto: e io non ho mai indovinato i tuoi patimenti!...

Gli orologi della prigione sonavano le ore: si udivano rintronare da varii punti i rintocchi.

--Va', non c'è tempo da perdere.... La luce del mattino deve coglierti ben lontano di qui. Addio, Roberto; chi sa se noi ci rivedremo mai più!...

--Prendi,--mormorò il soprintendente, da' cui occhi sgorgavano le lacrime,--questo ti sarà utile, indispensabile anzi, ed è poca cosa a quanto io ti debbo! Gli dette una borsa piena di denari.

--Dio vi ricompensi di tutto quello che fate per me!--esclamò Roberto.

Commossi entrambi, non si potevano staccare l'uno dall'altro. Il soprintendente prese per mano Roberto, come se lo guidasse, e uscirono dalla stanza. Andarono innanzi: di cancello in cancello il soprintendente pronunziava certa parola d'ordine e soggiungeva: l'ingegnere Amoretti!

I custodi assonnati, desti a quel rumore, si alzavano, aprivano i cancelli, li rinchiudevano in fretta, e tornavano a cacciarsi a dormire. Le guardie aprivano appena gli occhi un istante.

La carrozza della prigione aspettava Roberto alla porta. Dal soprintendente aveva ricevute tutte le debite istruzioni, mentre facevano insieme il cammino per uscire. Il brav'uomo gli aveva detto: che salisse nella carrozza, senza dir verbo, e che arrivato a un certo punto la licenziasse e prendesse una vettura a conto suo: prendesse poi altre vetture in modo che si perdessero le sue traccie: e non parlasse con alcuno, fin che non fosse molte miglia lontano dalla prigione.

Il soprintendente lo accompagnò sino alla carrozza ed ebbe il sangue freddo, mentre egli vi saliva, di rivolgergli uno scherzo, che gli premeva fosse udito dalle due guardie a lui vicine e dal cocchiere.

--Signor Amoretti,--gli disse,--sono sicuro sarete rimasto poco contento dell'alloggio e del vitto ch'io v'ho dato per tanti anni.... Non fu tutta mia colpa.... buona notte!

E richiuse lo sportello.

Roberto sentì una stretta al cuore. Gli parve soffocare; quella facezia acquistava un non so che di lugubre: e capiva che doveva esser costata al soprintendente un intimo dolore.

Vide subito quanto, non ostante il lento lavorìo di tanti anni, avesse mal preparato la sua fuga: quanti ostacoli gli sarebbero rimasti a superare, se si fosse soltanto affidato a sè stesso. Ora, ogni grave difficoltà era scomparsa.

Mentre i cavalli correvano, guardando la campagna, che gli passava dinanzi appena illuminata per un certo breve spazio dai fanaletti della carrozza, egli si lasciava sopraffare da' suoi pensieri.

Ove sarebbe stata in quell'ora la principessa? Dormiva ella forse? Non sospettava che qualcuno venisse a turbare la sua tranquillità? O facea qualche brutto sogno? Perchè Roberto credeva che Enrica dovesse vederlo qualche volta ne' sogni, e non s'ingannava. Spesso da qualche tempo l'immagine di lui veniva a darle raccapriccio, a impedirle, amareggiarle il sonno.

XII.

La principessa voleva denaro. Aspettava, da un momento all'altro, Cristina, e le occorreva di comporre affari urgentissimi. Pensò effettuar il suo disegno di recarsi dal Weill-Myot. Egli le avea detto che andava alla sua Banca molto di buon'ora ogni mattina: che alle otto era spesso già al lavoro.

Circa le otto e mezzo, la principessa scendeva una mattina dalla sua carrozza dinanzi alla Banca.

Indossava un abbigliamento studiato con arte. Avea le sue braccia stupende coperte solo di trina e di una trina larga, che lasciava vedere tutto il nitore della pelle. La stessa trina copriva appena il nascere del suo bel seno. La gonna leggera, succinta sui fianchi, ne rivelava la solidità, la potenza.

Ella era, come donna, meravigliosa: gli antichi romani ne avrebbero fatta una dea. Era più appariscente delle loro Minerve, delle loro Giunoni, come almeno ci sono raffigurate.

Scese dalla carrozza, dopo che il portinaio le ebbe detto che il signor Weill-Myot era arrivato.

Salì una scala; spinse un uscetto, tutto imbottito di stoffa verde, salvo che nel mezzo, ove, entro una cornice di cuoio lustro, nero, era un vetro opaco, ovale, e sul centro di esso era scritto a lettere d'oro: W.-MYOT.

Entrò in un corridoio, poi in una stanza e in un'altra; per tutto vetrate opache, fisse e incorniciate su basi di legno in noce, dietro alle quali avrebbero dovuto essere gl'impiegati. Ma non c'era nessuno. Leggeva sulle vetrate: CASSA: SCONTI: ESPORTAZIONI: SEGRETARII: altre parole, ma non udiva il più lieve rumore; non si accorgeva che vi fosse alcuno in quel vastissimo locale. O dunque?

Le parve sentir muovere una sedia in una stanza vicina. Traversò un'amplissima anticamera; aprì la porta della stanza donde le era sembrato venisse il rumore, sperando che almeno vi sarebbe stato qualcuno per rispondere alle sue domande, dargli notizie del Weill-Myot.

Appena ebbe spalancato la porta, vide l'americano seduto, anzi sprofondato in una gran poltrona di pelle grigia, mezzo ricoperto da que' grandi giornali, che si pubblicano a New-York, a Londra: uno ne leggeva, il _Times_: gli altri avea gettato a destra, a sinistra, su le ginocchia.

La sala era elegantissima, severa: alle due maggiori pareti erano appesi due grandi quadri ch'egli avea commesso a un giovane pittore napoletano, Edoardo Nisieli, da lui protetto: uno de' quadri rappresentava la "Congiura de' Baroni" con molte figure; l'altro, "Colombo, che parte per scuoprire l'America".

I due quadri erano di tinte cupe, molto serii, di uno stile castigato.

Per tutta la stanza, alle pareti, alti stipiti in ebano: quattro scaffali, pure in ebano, di un lavoro squisito, con intagli di graziose figure, di fiori, di frutta, di colonnette: alcuni divani in raso nero, con filettature, nappe e frangie d'oro: su i tavolini, bronzi: il Mercurio di Gian Bologna, che stava lì sì bene; la Venere Callipige; varie piccole terre cotte di molto e molto valore.

Subito il Weill-Myot, sentendo aprire la porta, aveva alzato gli occhi dal giornale che stava leggendo.

Riconosciuta la principessa, si alzò di scatto: non ebbe neppur un sorriso di trionfo; il suo sangue freddo era stato uno de' segreti della sua immensa fortuna.

--Caro Weill-Myot,--disse la principessa, che voleva cominciare con le parole:--Caro Gustavo,--ma pensò di non scoprir troppo il suo giuoco.

Mentre da casa sua andava alla Banca, essa avea interrotto più volte una serie di strani pensieri, dicendo fra sè:

--Come il mondo si muta: noi gran signori, della più antica nobiltà, siamo tutti, o quasi tutti, in balìa di questi grandi avventurieri.... In certi momenti, essi sono la nostra unica speranza: noi dobbiamo ricorrere a loro, inchinarci, sottoporci magari a' loro capricci.... È una nuova aristocrazia, che sorge. Forse non è peggiore della nostra, che è nata da guerrieri prepotenti, o da trafficatori rapaci, come il Weill-Myot, e si è sfiaccolata, impoverita con l'ignoranza e col vizio.... La nuova aristocrazia ha almeno le due più cospicue forze del mondo, le due virtù che muovono tutto: l'intelligenza e il lavoro.

--A quest'ora, principessa?...--esclamò il Weill-Myot.--Qual affare vi conduce?...

E pronunziò la parola affare con un tuono, che non lasciò alla principessa illusione di sorta.

Il banchiere, vista specialmente la studiata abbigliatura della principessa, le facea intendere che egli non era disposto a sostener una scena di seduzione.

Non già che verso la principessa non le attirasse la sua passione, ma egli oramai volea vendicarsi di lei, volea parlarle dignitoso, burlarsi dei suoi imbarazzi, ridurla suo trastullo. La principessa ha motteggiato, schernito tutti?--pensava.--Io sono americano, uomo di carattere, e glielo proverò!

La principessa era venuta per sedurlo, per divertirsi di lui, strappargli il denaro, che contava restituirgli con tutti i suoi frutti: ma, quando egli fosse divenuto incalzante come altra volta, respingerlo. Sentiva verso quel bell'uomo, forse troppo bello, un'antipatia, una repugnanza inesplicabile.

--L'affare, che mi conduce,--riprese la principessa, tutta sorridente e ostentando il piglio più leggero,--non è molto grave....

--Ho piacere!--interruppe il Weill-Myot,--Da un pezzo non mi parlate della vostra amministrazione, ma il giovane, che vi ha dato forse qualche consiglio non molto pratico, m'assicurava, giorni sono, e n'ebbi molta soddisfazione, che voi, con la vostra energia, avete riparato a tutto.

--Oh!--rispose disinvolta la principessa, che sapeva la sua rovina: e il Weill-Myot la sapeva meglio di lei.--Siete però su una falsa strada: non crediate ch'io non abbia più bisogno del vostro aiuto. Io debbo domandarvi un altro piccolo favore!

--Ahimè, principessa,--soggiunse l'ipocrita Weill-Myot,--speriamo sia tale che mi sia dato l'onore, il piacere di soddisfarvi.... sapete quanto sia vostro amico!

--Vi ripeto, il favore è piccolo.... per voi,--disse freddamente la principessa,--m'occorrono in giornata sessantamila franchi!

Il banchiere finse di aver ricevuto un gran colpo.

--E vi occorrono proprio?--volle domandarle lentamente. Si compiaceva a torturarla.

--Altrimenti non sarei qui!--rispondeva la principessa con piglio di sovrana, che sa non poterlesi negar nulla e non è abituata, neppur può pensare, a un rifiuto.

--Non potete dunque farne a meno?...--insistè il Weill-Myot che, col secondare in lei la fiducia di averli, si preparava a gioire del suo profondo turbamento.

--No, no!...--ella ribattè un po' sdegnosa e impaziente.

La principessa non sapea che tra' suoi beni non le rimaneva più da garantire una tal somma. Al Weill-Myot, causa della rovina di lei, era ben noto: ma egli non era ancora contento. Il male fattole non gli sembrava sufficiente.

Stette alquanto pensoso: si alzò, stropicciandosi la fronte con una mano; andò qua e là per la stanza, tutto assorto, senza dir verbo, come se cercasse un espediente difficile.

Poi tornò a mettersi in piedi dinanzi alla principessa, e dominandola, divorandola con gli sguardi per non perdere alcuna mutazione del suo volto, mentre egli parlava, le disse:

--Non mi sono mai sentito così umile, così sventurato come oggi... debbo farvi una confessione... pur che tutto rimanga fra noi....

La principessa assentì.

--Io sono alla vigilia di un fallimento!

--Eh!--esclamò la principessa, scattando in piedi.--Non è vero!

--Una gran Casa di New-York, d'accordo con la più gran Casa di Parigi, ha giurato la mia rovina.... Mi combattono su tutti i mercati, anche qui. Da due mesi io combatto una guerra atroce: una guerra di milioni, intendete....

Non è a descrivere come rimanesse Enrica. Le sue speranze, le sue illusioni cadevano a una a una. Lasciò che il banchiere parlasse: essa lo ascoltava, guardando le punte de' suoi stivalini, che uscivano di sotto alla fimbria del suo abito: e, mentre nel cuore si rodeva, voleva aver sempre sembiante di spensierata.

--Oh, ma sessantamila lire sono un nulla per voi.... sempre: e anche per me, forse,--aggiunse negligentemente,--ma non in questo momento! Voi dovete trovarle!--concluse, tornando al suo fare imperioso, e riguardando, in tal punto, perfino il Weill-Myot, quest'uomo potentissimo, per ciò che ella solea riguardar tutti: suoi soggetti, o strumenti de' suoi piaceri.

--M'è impossibile, principessa!--rispose il Weill-Myot, in tuono che non ammetteva replica.

I begli occhi di lei si gonfiaron di lacrime.

Il banchiere vedeva lo sforzo ch'ella faceva per frenar la commozione, e involontariamente gli sguardi dell'americano corsero al forziere ove era chiusa una somma, fra denari e titoli, più che dieci volte maggiore di quella domandata da Enrica.

Sentì una gioia profonda; forse in quel momento egli era padrone di quella donna, potea dominarla; aprendo quel forziere, mostrandole tutta quella ricchezza, l'alterigia di lei si sarebbe piegata.... Egli la respingeva. Nella lotta di amor proprio, a non dire di odio, che le avea dichiarato, egli usciva trionfante.... Così, almeno, si dava ad intendere!

Ma Enrica non avrebbe mai ceduto: ella era pronta ad ogni capriccio, non sarebbe però mai discesa a tal punto. Aveva per il banchiere un disgusto insormontabile; gli domandava un favore, come si domanda a un servo quel che ci occorre: senz'annettervi alcuna importanza, e sicura che avrebbe potuto restituire quello che da lui aspettava, magari procurando a lui un grosso guadagno.

A tal segno s'illudeva, non bastandole l'animo di credere a tutta la sua rovina.

Un'idea corse alla mente del Weill-Myot. E subito, egli volle rompere il silenzio imbarazzante, che già regnava fra loro.

--Mi duole,---osservò il banchiere,--rispondere con un rifiuto. Ma,--e credeva così insinuare una idea,--io non posso più disporre neppure d'alcuni miei oggetti di gran valore.... Essi sono una garanzia, già acquisita, de' miei creditori.... Tenterò uno sforzo supremo: e, se riesco, principessa, fra poche ore sarò al vostro palazzo....

E la prese per mano, come a darle maggior sicurtà di ciò che le diceva, ma, infatti, per spingerla con un lieve moto ad alzarsi e liberarsene.

La principessa, che non era più in condizione di dirigere la sua volontà, cedette a quel moto, e si alzò: e, senza dir altro, s'accomiatava dal banchiere con il più scintillante sorriso sulle labbra.

Entrata nella carrozza, si mise a riflettere. Non volea darsi vinta così per nulla. Non era di quelle indoli che si spaventano a' primi ostacoli, e che sono sì numerose: era di quelle indoli rare che, fra gli ostacoli, si ritemprano, acquistan gagliardia, ne vivono, se non li spezzano, o ne sono esse stesse accasciate, infrante.

Di queste indoli si trovano specialmente nelle donne appassionate e negli uomini politici.

--Finalmente,--pensava,--l'americano non m'ha detto di no....--E si appigliava a tale speranza.--Se non riuscisse?--si diceva.---Io non mi posso rivolgere ad altri!...

Non avrebbe mai domandato a un gentiluomo della sua classe ciò che avea domandato al Weill-Myot. Quell'americano poteva ben rendere un servizio a una gran dama: non era nato per altro! Essa l'avrebbe ringraziato, rimunerato: ecco tutto. Con un gentiluomo, sarebbe discesa, si sarebbe avvilita al cospetto di esso! E sentiva sempre questa specie di singolare fierezza.

--Se il Weill-Myot mi manca?...--e si torturava il cervello per sapere in che modo avrebbe trovato il denaro di cui aveva urgente bisogno. Non le veniva all'animo per allora di domandarlo al marito.

Se ne tornò a casa e aspettò per lunghe ore nelle sue stanze l'arrivo del Weill-Myot.

Era una giornata piovosa, malinconica. Ogni tanto ella sentiva brividi di freddo e si avviluppava nella sua gran veste di velluto color granato, con ampie rivolte di raso bianco.

Nessuno quel giorno venne a trovarla, ed essa aspettava una visita, palpitando.

Appena la principessa aveva lasciato l'americano, egli, chiamato un commesso, allora allora giunto alla Banca, gli avea ordinato di andar a chiamare, perchè venisse da lui, il gioielliere De Carlo, uno dei primi di Napoli.

Era un vecchietto molto furbo, di aspetto signorile, e legato d'affari con l'americano.

Il ricco gioielliere, un'ora dopo, si recava dal Weill-Myot. Parlarono un po' insieme.

--Ma, ditemi,--interruppe a un tratto il gioielliere,--quello che debbo fare, ditemelo con chiarezza, senza i vostri soliti viluppi....

--Avete in riparazione qualche gioiello della principessa, Gorreso; vi ha dato essa commissione di qualche lavoro?

--No.

--Ma allora non avreste un pretesto per andare da lei, per parlarle!

--Ne ho quanti volete.... Andar a mostrarle un bel diamante, una bella collana, un qualche lavoretto fino, originale.... Essa compra molto spesso oggetti, soltanto perchè io glieli offro.... È la miglior cliente che abbia in Napoli, migliore anche della Sovrana.

--E vi ha sempre pagato?...

--Sempre!

Il banchiere fece una breve pausa: pensò al denaro che quella donna dovea aver prodigato.

Chiedendo a lui sessantamila lire, essa dovea credere di domandargli a pena un servizio ed esser sicura che glieli avrebbe, in pochi giorni, restituiti. Che erano sessantamila lire per lei?

--Dovete,--riprese l'americano, parlando al gioielliere,--presentarvi oggi alla principessa.

--Se non fossi molto occupato!--rispose il De Carlo, i cui occhietti scintillavano di malizia.

--Trovate ad ogni modo il tempo di andarvi.

--Lo troverò.... E che desiderate ch'io faccia?

Il gioielliere fu meravigliato della proposta, che gli svelava il Weill-Myot. Egli s'aspettava che lo pregasse di offrire alla principessa un oggetto di gran valore: invece il banchiere gli avea detto:

--Anderete dalla principessa Gorreso e le addurrete in scusa che volete mostrarle un gioiello finissimo, testè da voi ricevuto.... Ne avrete?

--Oh,--rispose il gioielliere, alzando una mano, se ne ho.... Forse --troppi!

--Con bel modo,--continuò il banchiere, il quale tenea gli occhi socchiusi, come se si raccogliesse in una meditazione profonda--voi cercherete trarre la conversazione sul gran prezzo che hanno oggi i diamanti.... Citerete esempii.... di grandi dame, che si disfanno de' loro diamanti, per mezzo di persone oneste, fidate.... di voi, per esempio, alla cui segretezza, osserverete, si può stare.... e sostituiscono gioielli di sì alto valore con falsi diamanti, sì ben lavorati, che anche un intelligente.... direte.... vi può rimanere ingannato....

--E poi?...

--La principessa, vedrete, vi proporrà di vendere alcuni diamanti: i diamanti della sua famiglia ducale e di quella del principe....

--Ma io non ne ho bisogno....

--Voi ne accetterete quanti crediate possano avere un valore approssimativo di centomila franchi.... Siate piuttosto largo nel computare questo valore.... Vi consegnerò subito le centomila lire; e voi mi porterete i diamanti.

--Sta benissimo,--ripigliò il De Carlo,--si tratta di salvare una gran dama da un pericolo, da una condizione disastrosa, e voi, come gentiluomo dell'antico stampo, venite in suo soccorso e non volete farvi un merito della vostra liberalità; non volete trarne vantaggio.

--No, no, io non sono tanto generoso!... Ma non vi occupate di quello ch'io creda di fare.... Attenetevi a ciò che vi ho detto: seguite i miei ordini con puntualità; e che non vi esca mai dal labbro il mio nome.....

--Sia come volete!--concluse il De Carlo, dopo essere stato un po' perplesso. E, di lì ad alcuni minuti, era tornato nel suo sfarzoso magazzino.

La principessa, come sappiamo, aspettò per molte ore la visita del Weill-Myot. Già si faceva tardi, e ormai ella disperava che si recasse da lei. Si sentiva intorpidita, quasi sbalordita, non pensava più a nulla, aspettando il meglio da una congiuntura impreveduta, secondo è proprio delle persone di un certo carattere.

Il Weill-Myot contava su questa attesa, sulle trepidazioni che le avrebbe date, però si era appigliato al partito di lasciarle una speranza.

Ad un tratto, fu annunziata alla principessa la visita del famoso gioielliere.

--Quale ironia,--ella diceva fra sè,--costui verrà certo a propormi di spendere una grossa somma!

Lo fece passare: la conversazione con quell'uomo, che tenea commerci con lontani paesi, che le parlava sempre di oro, di diamanti, di zaffiri, della gran quantità di gemme, da lui vedute, l'ammaliava.

Il De Carlo mostrò alla principessa una statuettina d'argento: un lavoro mirabile: e le disse esser un'opera del secolo XV. La principessa non si saziava di guardarla.

--È un oggetto per V. E.,--insinuava il De Carlo.

--Inutili le vostre offerte,--rispose la principessa,--ho deliberato non comprar più gioielli: ne ho già troppi, e non so che farne....

--Tanto più,--disse il De Carlo,--che V. E. è di una bellezza sì grande che non ha bisogno d'adornamenti....

--E, in fatti, avrete veduto.... non porto mai gioielli....--disse la principessa, tutta sorridente.

Quell'elogio, così inatteso, dopo una giornata di torpore, di tristezza, l'avea scossa: avea stuzzicato il sentimento in lei più forte: la vanità, la supremazia dell'orgoglio. E, d'un tratto, come le accadeva, era tornata alla sua spensieratezza.

--Altre signore non portano più gioielli.... da qualche tempo, come V. E...., sebbene non possano resistere al paragone di lei.

Abbiamo già visto, in altro punto del nostro racconto, che l'elogio alla sua bellezza, fosse pur grossolano, le venisse pur da persone umili, le riusciva gradito. S'inuzzoliva, quindi, sempre più.

--Vi sono, anzi, grandi dame.... anche a Napoli, le quali hanno venduto i loro gioielli, di nascosto alle famiglie, e li hanno sostituiti con pietre false, legate nel più puro oro....

La principessa ascoltava ansiosa.

--Ne conosco due che, a un tratto, si sono sbarazzate, di trecento, quattrocentomila franchi.... di diamanti....

--E chi sono?...

--Debbo custodire il segreto, Eccellenza: anche i gioiellieri hanno il segreto di professione, come gli avvocati, non si può costringerli a palesare tutto quello che sanno.... Posso però dire a V. E. che le persone da me citate, sono fra le più belle, le più eleganti, le più allegre di Napoli.

--Nessuno si accorse di queste sostituzioni di diamanti?--domandò la principessa mezzo febbricitante.

--Ripeto a V. E., che sembra trovar una distrazione, un divago ne' miei discorsi.... nessuno se ne accorse! Lo stesso intelligente, se non abbia molta pratica, può restarvi preso... Le imitazioni sono di una tale finezza!

La principessa si alzò: la sua larga vestaglia di velluto facea con lo strascico un gran rumore sul tappeto. Si sentiva il rumore delle sue gambe robuste, che battevano su le tele onde era cinta: il rumore che facea il peso della sua florida, prestante persona.

Entrò nella sua camera e tornò alcuni istanti appresso, tenendo fra le sue braccia varii astucci coperti di raso bianco, turchino, rosso, di pelle scura.

Li gettò sulla tavola alla rinfusa. Poi li aprì in fretta un dopo l'altro; e alzata la sua testa seducentissima da que' diamanti, che sfavillavano innanzi a lei, guardò il vecchio gioielliere con un sorriso ineffabile, uno di quei sorrisi che hanno i fanciulli, quando arrivano inopinatamente a possedere una cosa da essi agognata.

--Che valore dareste voi a tutti questi diamanti?...

Il vecchietto si tolse i suoi occhiali, cavò da un taschino un astuccetto di cuoio rosso, da cui levò fuori una grossa lente. Con una mano teneva la lente all'occhio destro, con l'altra alzava a uno a uno i gioielli verso l'occhio: esaminava attentamente i diamanti.

La principessa, un ginocchio appoggiato ad una poltrona, i gomiti su la tavola, gli occhi affissati nel gioielliere, aspettava, nella massima trepidanza, ch'egli parlasse.

--Sono tutti diamanti,--disse dopo aver frugato astuccio per astuccio,--d'un immenso valore, e per la loro grossezza e per la loro acqua.... Questa sola collana può valere duecentomila franchi.... oltre cinquantamila ducati....--E bene, De Carlo, voglio venderla.... e serberete il segreto a me, come alle altre,--interruppe la principessa con una familiarità, che non le era consueta.

--Venderla.... ma a chi, Eccellenza?--riprese asciutto asciutto il gioielliere.

Enrica ricevette un colpo; subito però si riebbe; immaginò che il mercante non volesse darle tutta quella somma e avesse già la mira a cavare dalla collana il più vistoso guadagno.

--Non vi chiedo mica la somma a cui l'avete stimata....--rispose.

--Oh, io non acconsentirei di comprarla ad una somma minore.... Tengo alla mia delicatezza, Eccellenza: e ci tengo con tutti, ma sopra tutto con la principessa Enrica, a cui debbo tanto.... Vostra Eccellenza ha contribuito alla mia prosperità.... Ho detto: a chi venderla? perchè è difficile trovar subito una persona, che possa disporre d'una tal somma.... Io sono ora abbastanza, anche troppo fornito.... Però, diamanti di questa qualità potrebbero servire a una gran dama forestiera ch'io conosco per completare una sua acconciatura.... Ma essa non vorrà spender tanto....