La plebe, parte IV

Part 8

Chapter 83,705 wordsPublic domain

In questo stato di cose il marchese figliuolo ebbe l'infelicissima ispirazione di credere che il vecchio padre non avrebbe voluto scendere nella tomba senza riparare, quando ciò si potesse, al soverchio dolore dato alla figliuola, alla barbara ingiustizia usata verso l'innocente di lei creaturina, se pur era vero che il bambino vivo fosse stato strappato alle braccia della madre, e condannato al disonore ed alle miserie del trovatello. Aspettò un di in cui parve tornato qualche poco più di forza all'infermo, e chiamando in aiuto tutto il coraggio ond'era capace, entrò risolutamente nel discorso, e disse a suo padre dei sospetti di Aurora, del passo ch'egli aveva fatto presso Nariccia, dell'ambiguo contegno di costui onde ancor egli aveva sentito qualche dubbio cui prima non avrebbe accolto mai, e finì colle più calde suppliche e deprecazioni affinchè, se tanta crudeltà era stata veramente commessa, non si tardasse oltre a rimediarvi, non volesse il malato tenere sotto il peso di sì grave risponsabilità la sua vecchiaia. Il marchese padre al discorso del figliuolo rimase in apparenza perfettamente insensibile, da un vivo lampeggiar d'occhi all'infuori che alle prime parole udite gli accese lo sguardo e poi tosto si spense. Quando il fratello d'Aurora si fu taciuto, il vecchio volse verso di lui un sogghigno ironico ed una faccia beffarda.

— E tu credi a codeste fandonie? diss'egli. Un diplomatico tuo pari, un uomo d'ingegno, come ti ho sempre creduto!... Va, lasciami tranquillo, e non venire altrimenti a turbare la mia quiete con simili fiabe.

Ma rimasto solo, il vecchio marchese fece venire a sè il suo servo di confidenza e gli comandò senza indugio, andasse in cerca della Modestina e glie la menasse il più sollecitamente possibile, facendola passare per la segreta scaletta del palazzo e in ora tale che i figliuoli di lui non potessero non che vederla, ma neppure avere il menomo sentore della sua venuta. Fu egli prontamente obbedito, e poche ore dopo, quella che doveva poi essere sopranominata la _Gattona_, trovavasi presso al letto del vecchio marchese. Questo esigeva da lei gli raccontasse la verità, ma proprio e tutta la verità di quello che era accaduto alla nascita di quel bambino, cui egli aveva voluto e voleva per l'affatto smarrito; e lo esigeva in quel modo con cui sapeva imporre a chiunque l'ubbidienza ed a cui non c'era caso di resistere. Modestina disse tutto dal principio alla fine; e il marchese ascoltò colla massima attenzione.

— Come segni di riconoscimento: disse il vecchio di poi, come per confermare viemmeglio nella sua memoria la cosa; egli ha seco il rosario d'agata della mia defunta, un bottone di livrea di vostro marito e la carta scritta dalla vostra mano?

— Sì, signor marchese.

— Sta bene. Andate e non parlate con anima viva di quanto avete detto, e sia per tutti, anco per voi, come se qui non foste oggi venuta, come se questo colloquio non avesse avuto luogo mai.

Modestina giurò il più assoluto silenzio e se ne fu a' fatti suoi. Il marchese meditò tutto quel giorno profondamente e non volle veder nessuno nè della famiglia nè dei conoscenti tranne il fidatissimo suo servitore. Alla sera diede a quest'esso il comando di andar a prendere e condur seco al palazzo messer Nariccia. Con costui, del quale erasi fatto ora mai un giusto concetto, per riuscire sicuramente nel suo disegno, il vecchio marchese aveva pensato usare un inganno. Gli disse che vedendosi avvicinare ogni di più il fine della sua vita, il rimorso lo aveva assalito di aver tolto alla figliuola il suo bambino ed un gran desiderio gli era nato di restituire a quella poveretta suo figlio, parendogli che dopo ciò più tranquillamente avrebbe potuto avviarsi verso la tomba; aver udito con molta soddisfazione che al bambino erano stati posti certi contrassegni per cui riconoscerlo e poter riaverlo, Nariccia saper egli dove questo bambino si trovasse, glie io dicesse perchè si fosse in grado senza ritardo, di provvedere pel ricupero del medesimo.

Nariccia, con tutta la sua accortezza, cadde compiutamente nella rete. La cosa era troppo naturale perchè non si avesse da crederla, chi non sapesse qual provvista d'odio avesse continuato a rammontarsi, invece che diminuire, nell'anima fiera e crudele del marchese contro il morto Valpetrosa e il rampollo del sangue di lui. Attonito che il marchese sapesse così bene ogni particolare della cosa, l'ex-intendente non osò negar nulla; ma quando il suo antico padrone volle svelasse il luogo dove il bambino era stato posto, fu egli l'uomo più impacciato del mondo, e per torsi d'imbarazzo fini per dire:

— A S. E. non importerà gran che il sapere ch'e' si trovi in questo o in quell'ospizio, purchè la conclusione sia ch'Ella riabbia il bambino. Di qualcheduno Ella avrà pur sempre bisogno il quale vada a prenderlo; chi può far ciò meglio di me che conosco appuntino i contrassegni, e so il giorno e l'ora precisi in cui venne il neonato deposto? Affidi dunque a me siffatto còmpito, ed io fra quindici giorni le prometto di presentarle il bimbo con tutti quegli oggetti che, come S. E. conosce, ne stabiliscono l'identità.

Il marchese guardò ben fisso un istante il suo interlocutore, e poi disse:

— Sia pure.... fra quindici giorni la cosa deve esser fatta, e conto aver nelle mani il bambino ed i contrassegni.... Se ci mancate, guai a voi!... Non comparitemi più dinanzi che per annunziarmi il giorno e il momento in cui potrete farmi la consegna di quel che voglio. E di tutto questo sopratutto, assoluto silenzio con mio figlio e con Aurora.... Siamo intesi!

Nariccia si curvò in un profondo inchino.

— Andate.

I quindici giorni non erano ancora trascorsi quando Nariccia introdotto furtivamente presso il marchese dicevagli a bassa voce:

— Eccellenza ho nelle mie mani il bimbo.

Uno strano lampo passò negli occhi del vecchio, il quale, con impeto che pareva indicare tornato in lui tutto il primitivo vigore, si levò a sedere sul letto.

— Dove ce l'avete?

— A casa mia.

— Proprio desso?

— Signor sì.

— E i contrassegni?

— Ancora nel sacchetto che cucì e gli appese al collo l'Eugenia.

— Sta bene.

Successe un momento di silenzio.

— Ho da portarglielo qui io stesso quel bambino; domandò poscia Nariccia: o che cosa ne debbo fare?

— Stassera, a mezzanotte, siate sveglio in casa vostra e pronto ad accogliervi chi si presenterà. Verrà alcuno, a cui consegnerete ogni cosa.

— Come si farà egli riconoscere per inviato da V. E.?

— Lo riconoscerete.

L'antico intendente non aggiunse più verbo.

Un anno o poco più era allora trascorso dalla morte di Maurilio; anche allora si era in una fredda notte invernale come quella in cui vedemmo cominciare il nostro racconto, e Nariccia, mentre battevano le dodici ore al non lontano campanile della parrocchia, andava e veniva nella fredda stanzuccia da lui abitata a quel tempo, fermandosi di quando in quando innanzi ad una tavola sovra cui, avvolto in povere ma pulite fascie, stava un bimbo di pochi mesi d'età, il quale dalla pallidezza del piccolo viso, dagli occhi chiusi, dai guaiti di dolore che mandava tratto tratto, pareva più presso a morire che non altro. L'antico intendente non era per nulla contento dei fatti suoi, e volgendo lo sguardo a quel fanciullo, i suoi occhi avevano un'espressione di rincrescimento, di dispetto, di disappunto che impossibile il descriverla. Dalla presenza di lui, Nariccia aveva sperato un momento nuovi guadagni, maggiori di quelli che glie ne avrebbe dati il vecchio marchese il quale non aveva promesso nulla. Dalla marchesina Aurora e da suo fratello avrebbe egli osato domandare quel più che gli piacesse e le sue esigenze sarebbero state subìte: dal marchese padre non poteva pretendere nulla. Andava egli mulinando seco stesso con rabbia di questa sua disavventura e pensando se non avrebbe potuto trovar modo per cui raggirare il mandatario dell'antico suo padrone (e ancora non sapeva egli tampoco chi sarebbe), quando un picchio nell'uscio lo avvertì che la persona aspettata era giunta.

Nariccia aprì e vide entrare due uomini imbaccuccati nei mantelli, uno, che pareva camminare a stento, sorreggendosi all'altro. Nel secondo riconobbe tosto il servo fidatissimo del marchese, e nel primo, quando abbassò la falda onde si copriva la faccia, dovette ravvisare con infinita meraviglia il marchese medesimo, a cui una specie di febbre che gli faceva lucicchiare gli occhi, unita ad una energica volontà, aveva data la forza di sorgere e di venirsene segretamente fin là egli stesso.

— Lei Eccellenza: esclamò inchinandosi Nariccia che vide ogni possibilità di ulteriore inganno affatto svanita.

Il marchese non rispose; andò dritto, diviato alla tavola su cui stava il bambino e lo guardò — la similitudine è vecchissima, ma è l'unica che si attagli — come falco che guarda la preda cui ha da ghermire. Serrò al petto le braccia e stette un istante immobile; tutta la sua vitalità, avreste detto, raccolta nello sguardo. Intorno a lui regnava un silenzio di morte.

Volse di poi la faccia verso Nariccia e domandò bruscamente:

— È desso?

La sua voce aveva una vibrazione metallica che le dava un carattere più imperioso ancora e più aspro.

Nariccia s'inchinò profondamente in segno di affermazione.

— Le prove? Ridomandò col medesimo accento il marchese.

L'antico intendente si accostò al bimbo, levò di intorno a lui un sacchettino di tela che, appiccatogli per un legaccio al collo, stava nascosto in un risvolto delle fascie e lo porse al marchese senza aprir bocca.

Il padre d'Aurora aprì quella tasca e ne trasse fuori gli oggetti che vi si contenevano; erano quelli che sappiamo: il rosario, il bottone e la cartolina scritta dalla Luponi. Esaminò ben bene ogni cosa; poi come se quegli oggetti gli bruciassero le mani li depose sulla tavola. Si accostò vieppiù al fantolino, gli passò intorno al collo il cordone del sacchetto che allora era vuoto, e si chinò su di esso a fisarlo ancora di meglio. Cercava con avido sguardo una rassomiglianza che non riusciva a trovare.

— È strano, disse poi, quasi parlando a se stesso: nulla vi ha in questi tratti che ricordi quelli di _colui_... nè quelli pur di mia figlia.... Ed e' mi par molto piccino....

Si volse al servo che era sempre rimasto in un angolo con riserbatissima discrezione:

— Venite un po' qua: gli disse. Guardate questo bambino. Vi par egli che abbia un anno di età?

Il domestico s'appressò e guardò.

— Veramente è assai piccolo: disse.

Il marchese teneva gli occhi fissi su Nariccia, il quale stava impassibile.

— Ma, soggiunse il servitore, di bambini a quel tempo è difficilissimo poter giudicare a vista i mesi che hanno.

— Egli è deboluccio, a quanto pare, disse allora Nariccia, è da un po' di giorni ch'è separato dalla nutrice, ha sofferto.

Il marchese tornò a prendere in mano e ad esaminare l'un dopo l'altro gli oggetti che dovevano certificare la identità del figliuolo di Maurilio. Non v'era cosa da opporvi, erano proprio dessi: il rosario che il marchese ricordava aver appartenuto a sua moglie, il bottone collo stemma a lui ben noto dei de Meyrand, la scritta col carattere di Modestina. Stette ancora un poco in silenzio: non una fibra del suo cuore palpitò di tenerezza, nè di compassione per quel povero infante, che seguitava di quando in quando a gemicolare; poi si volse in là, come se gli fosse uggioso il vederlo e disse a Nariccia:

— Rimettetegli addosso quella roba.

Fu caso o fu volere della Provvidenza? Mentre il marchese intendeva che quegli oggetti fossero riposti entro la piccola tasca cui egli stesso aveva rimessa al collo del bambino, Nariccia non fece altro che ficcarli in mezzo ai risvolti della fascia che lo cingeva, lasciando pendere vuoto il sacchetto al collo di lui.

— Nariccia, disse poscia il marchese con quel suo accento che era da incutere timore a chicchessiasi: voi mi avete disubbidito, e ciò non dimenticherò mai più. Quel bambino non aveva da trovarsi mai, e voi stesso dovevate smarrirne le traccie: eccovelo invece innanzi agli occhi... Ora me ne impadronisco e ne dispongo io stesso.... Stolto voi se poteste credere ch'io mi lasciassi vincere da debolezza d'animo fiacco e rimpiangere e voler mutare quello che ho fatto. Il figliuolo di quel miserabile ho condannato alla sorte che gli spetta, e non ne avrà altra nel mondo.... Voi, voi non mi comparirete più dinanzi, eccetto che un mio ordine espresso vi richiami.

L'antico intendente non trovò parole da rispondere: era furibondo nel suo intimo contro se stesso per esser caduto nella pania; s'inchinò profondamente innanzi al marchese che passava più fiero che mai dirigendosi all'uscio per partire.

— Prendete quell'involto: comandò il padre d'Aurora al servo, accennandogli con un moto della testa il bambino: e seguitemi.

Se ne uscirono così tuttedue. Il vecchio, come se gli fosse tornata tutta la vigoria della salute, camminava diritto della persona, colla sua mossa superba e l'aspetto pieno d'autorità; il domestico lo seguiva in silenzio. Si avviarono verso una delle strade le peggio rinomate della vecchia città; e quando furono alquanto inoltrati per essa, il marchese si fermò; il suo fidato servitore s'arrestò del pari, interrogando collo sguardo, colla parola non osava, il padrone su ciò che si dovesse fare.

Non v'era anima viva in quella fredda oscurità della notte; una brezza sottile e ghiaccia soffiava alle cantonate. Il marchese additò il mezzo dell'acciottolato della strada, dove un rigagnolo fangoso tutto congelato rendeva ronchioso il terreno.

— Deponetelo colà: comandò al servitore.

Questi, fosse pietà che lo assalisse, o non potesse credere a tanta barbarie nel suo padrone, esitò.

— Avete capito? disse il marchese con quell'accento che non permetteva indugio all'obbedire.

Il servo si chinò a terra e depose pianamente su quella fanghiglia gelata il suo fardello.

— Poverino! pensava egli: domattina lo troveranno tutto un ghiacciuolo.

Mentre stava per rialzarsi, la voce del padrone gli diede un altro comando:

— Toglietegli quel sacchetto che gli pende dal collo e riponetelo nelle vostre tasche.

Il domestico ubbidì; poi si volse al padrone per vedere se altro ancora avesse da fare; ma in quella nel marchese parve venir meno ad un tratto tutta quell'energia che fino allora lo aveva sostenuto: egli si appoggiò alla muraglia della casa presso cui si trovava, e disse con voce appena se intelligibile:

— Ah! mi sento mancare.

D'un balzo il servitore gli fu presso e lo sorresse nelle sue braccia.

— Glie l'avevo detto io, Eccellenza, che non si avventurasse a tanto sforzo.

— Conducetemi a casa: mormorò il vecchio, abbandonandosi nelle braccia del servo, il quale recandoselo quasi in braccio, s'affrettò verso il palazzo, vi penetrò per la porticina e la scaletta, e senza che alcuno avesse pur sentore della loro uscita, lo guidò nel suo appartamento e lo coricò, mentre i denti del vecchio battevano dalla febbre.

Due ore dopo, il marchese alquanto riconfortato, disse al servo che non s'era mosso dal suo fianco:

— Datemi qui quel sacchetto.

Il domestico se lo trasse di saccoccia e lo porse al giacente; ma questi lo ebbe appena tocco colla sua mano che mandò un'esclamazione di rabbia e disappunto: il sacchetto era vuoto.

Il marchese credette ad un inganno di Nariccia e mandò tosto da costui quel suo servo fidatissimo perchè ne tornasse ad ogni modo con quegli oggetti che aver voleva in poter suo. Il domestico fu di corsa in casa l'usuraio, ma non potè ottenerne che le più vive proteste, aver egli rimesso addosso al bambino quei contrassegni: e il mandatario del marchese s'affrettò allora verso quel luogo dove il fanciullo era stato abbandonato. Era presso l'alba e un pallidissimo chiarore già spuntava sopra la collina all'orizzonte: qualche passo di cittadino mattiniere incominciava a suonare per le strade ancora oscure, in cui venivano spegnendosi i lampioni municipali; alcuni carri di ortolano e di lattaio dei dintorni facevano saltare le loro ceste e le loro bigoncie correndo sull'acciottolato al trotto dei loro ronzini sollecitati dal chioccare importuno della frusta. Giunto a quel luogo dove il fanciullo era stato deposto, il servo non vide più nulla; invano percorse tutta quella straducola, il fantolino era scomparso. Dovette ritornare con queste novelle al suo padrone, che ne rimase assai poco soddisfatto. Pareva al marchese che il suo proposito di volere affatto smarrita quella creaturina, corresse così pericolo di non venire ottenuto, e un giorno o l'altro potesse ripresentarsi innanzi alla nobile sua famiglia quell'essere che a suo vedere ne incarnava una disgraziata vergogna.

Ma, tra le emozioni di quella notte, la rabbia del non compiuto successo, lo strapazzo fisico che la sua volontà aveva imposto al corpo affaticato ed infermo, avvenne che la malattia del marchese il giorno dopo s'aggravò notevolmente, ed una settimana non era ancora trascorsa che un mesto corteo accompagnava a Baldissero, per seppellirla nel fastoso sepolcro de' suoi maggiori, la salma del padre di Aurora.

Questa un anno dopo acconsentiva a sposare il conte di Castelletto, il quale l'amava tuttavia, e del quale essa ignorava compiutamente la parte avuta in quel funesto duello che le aveva tolto il primo marito. Che ogni ulteriore ricerca del figliuolo fosse inutil cosa, le nuove asseveranze di Nariccia congiunte colle parole del defunto marchese avevano finito per mandare persuasi tanto Aurora medesima quanto il fratello di lei. Da questo maritaggio nasceva poscia Virginia; ed era questa giunta appena ai due anni, che un fatalissimo destino la orbava del padre e della madre, e questa, morendo, la raccomandava al fratello, a cui finalmente aveva perdonato di tutto l'animo.

Di questa lugubre storia narrava il marchese a Virginia quelle cose soltanto ch'egli sapeva e che potevano conferire all'assunto ch'egli s'era proposto: di far vedere alla fanciulla come un amore per uomo che non appartenesse alla sua classe non potesse avere altro risultamento che di dolori e sventure. Quali fossero le impressioni di Virginia sarebbe stato difficilissimo giudicare dal suo aspetto: tanto ella aveva ascoltato e tanto rimase anco di poi immota, senza un accento, senza uno sguardo, senza un atto che ne rivelasse l'intimo sentire. E se avesse dovuto dire quali fossero queste sue impressioni, non avrebbe manco saputo ella stessa, poichè le si affollavano intralciate, confuse, poco meno che inestricabili.

Superiore ad ogni altra era una grande compassione per la povera sua madre. Dapprima però la sua era stata come una delusione: la madre, di cui ella non ricordava nulla, di cui non conosceva che la mite fisionomia dall'aria dolorosamente rassegnata, la quale le volgeva un mesto sorriso dal ritratto ch'ella teneva appeso a capoletto come un quadro di Madonna, la madre era per lei qualche cosa di sopraterreno, di superiore a tutte le cose e le passioni del mondo, ed udire parlare di cosa che poteva dirsi fallo di lei, tornava a Virginia quasi una profanazione. Poi tosto la somiglianza del suo coll'affetto di sua madre le destò un più ardente trasporto di simpatia verso la memoria di quell'estinta che tanto aveva sofferto; sentì un subito moto di repulsione verso lo zio che aveva tal dolore inflitto alla povera donna, verso quello zio che pure era stato così buono per lei sempre, e ch'ella s'era avvezza ad amare e venerare come padre. La barriera fra sè ed il giovane ch'essa amava, già sapeva quasi insuperabile, il racconto dello zio le dimostrava che era tale senza rimedio: non aveva ella mai nutrito lusinga di speranze, ma ora più chiaro di prima le appariva l'assoluta impossibilità d'ogni ventura.

Quand'ebbe finito il suo racconto, lo zio le prese fra le sue tuttedue le mani e le disse con accento di amorevolezza infinita:

— Se io non fossi stato assente, Aurora, mi avrebbe confidato l'amor suo, come tu hai fatto or ora del tuo; e sai tu quello che io le avrei detto? «L'amor tuo è una follia: se tu vi resisti potrà esserti un dolore, ma se ti abbandoni ad esso, sarà una colpa. Sul dolore il tempo sparge a poco a poco pur sempre il suo balsamo infallibile, la colpa non si cancella mai più. Tutti nella vita possono trovarsi nella cruda lotta del dovere e della passione: per noi, classe privilegiata, questa lotta può aver luogo più facilmente, in più frequenti occasioni, perchè sono molti più i nostri doveri; e dobbiamo trovare nell'animo nostro tanta forza che basti a tutti i doveri, anche quelli speciali della nostra casta. Una fanciulla del nostro sangue non può sposare un plebeo, non deve dunque amarlo, deve soffocare ad ogni costo l'amore che per esso abbia imprudentemente lasciato nascersi in cuore...»

Virginia interruppe con un'esclamazione, e si levò pallida in volto, risoluta nell'aspetto.

— Come io non isperi nulla di codesto amore, già glie lo affermai, zio; già lo dissi al signor Benda medesimo. Viva o muoia quell'infelice, noi siamo separati per sempre, lo so, non mi ribello a questo decreto del nostro destino, non ripeterò l'errore della mia povera madre.... S'_egli_ vive non le prometto di cancellarmelo dal cuore. Non amerò altri più sulla terra. Ma non lo rivedrò mai. S'_egli_ muore, voglio, zio, vederlo un'ultima volta, dargli un ultimo addio; ed Ella non deve negarmelo.

Il marchese fece un atto che pareva d'assentimento: e la nobil fanciulla con mossa dignitosa e severa partissi; allora osò entrare nello studio del padrone il cameriere, che recava: Padre Bonaventura essere venuto lungo la giornata per parlare al signor marchese che trovavasi assente dal palazzo, essere tornato la sera, ed averlo rinviato i domestici dietro il preciso ordine di S. E. di nemmanco annunziarle chiunque si fosse di persone estranee alla famiglia, aver quindi il gesuita mandato testè una letterina pel marchese che si veniva a presentargli.

Baldissero prese quella lettera e la lesse. Era concepita ne' seguenti termini:

«Eccellenza.

«Un gravissimo motivo mi spinge a domandarle l'onore d'una conferenza con Lei, quanto più presto Ella voglia degnarsi d'accordarmela.

«Si tratta d'un importante scoperta, d'un avvenimento da non credersi, se non ci fossero le prove materiali e palpabili, d'un vero miracolo della divina Provvidenza.

«Esso riguarda un fatto doloroso, pur troppo, della sua famiglia, al quale Iddio volle che ancor io avessi una parte; e per quanto io senta pena e ripugnanza a venirla ad intrattenere di quel funesto argomento, a rievocare fatalissimi ricordi, in presenza della gravità della cosa, sento il debito di farlo.

«Quando V. E. mi abbia inteso, mi perdonerà, e sarà persuasa che altro non mi muove che l'interesse, l'affetto e la reverenza che ho sempre avuta e che ho per la nobile di Lei casa e con cui mi protesto

«Suo Umil.mo e Devot.mo Servo

«Padre BONAVENTURA _della Compagnia di Gesù_.»