La plebe, parte IV

Part 58

Chapter 583,767 wordsPublic domain

Parlò a lungo in cosiffatta maniera; parlò della virtù del pentimento; parlò del riscatto possibile di ogni colpa coll'espiazione e colla volontà; cercò tutte le fibre del cuore umano per farne vibrar una in quello del condannato; si commosse fino alle lagrime, fino a quel trasporto onde pare che un'anima effonda il più intimo di sè nell'anima d'un altro; aspettò con quell'intensità di desiderio che è tanta da farci credere impossibile venga delusa, che un cenno, un cenno solo si manifestasse del ridestarsi dello spirito in quella massa di carne caduta al di sotto dell'umanità.

_Stracciaferro_ aveva appoggiato un braccio all'inginocchiatoio presso cui stava seduto e sul braccio aveva reclinata la testa; poteva la sua mossa esser creduta quella d'un uomo cui le cose udite fanno profondamente meditare. Maurilio si chinò palpitante su di lui. Il miserabile, al suono delle parole di suo figlio, cui non aveva riconosciuto, cui non avrebbe riconosciuto, s'era riaddormentato. Anche questo massimo dolore era riserbato a Maurilio: percuotere su quel masso e non poterne sprigionare pur una scintilla della divina fiaccola; cercare in quella corrotta macerie d'uomo l'anima e non trovarla; e quello era suo padre! Provò uno spasimo così acuto che minore certo giudicò dover essere quello della morte; strinse le mani con atto convulso, torcendosi le dita da rompersele, e levò verso il cielo gli occhi ardenti di febbre con uno sguardo disperato che pareva un'accusa.

— Madre mia! Madre mia! Esclamò egli come un'invocazione, come un rimprovero, come uno sfogo.

— Da bere! ripetè l'ebbro, facendo un movimento per cui ebbe a destarsi.

Maurilio voleva parlare ancora; ma erano tornati nella cella e stavano sulla soglia i fratelli della _misericordia_, il sacerdote ed un uomo dalla faccia pallida e mesta che teneva in mano una corda a nodo scorsoio.

Maurilio sentì agghiacciarsi il sangue. Il condannato vide que' nuovi personaggi e si riscosse; fermò la sua attenzione su quell'uomo pallido, dalla faccia mesta, che teneva la corda in mano, e conobbe chi fosse ed a quale scopo venuto, perchè lo saettò di uno sguardo che pareva quello d'un infelice che tutto è invaso dal veleno della rabbia canina, e si drizzò di scatto, come per fuggire, o per opporre resistenza al fero atto che veniva a compiere presso di lui quel ministro della umana giustizia.

Il primo di quegli uomini che giungesse accosto al condannato fu il sacerdote.

— Coraggio! gli disse. Il momento fatale si appressa. Nulla più di bene o d'aiuto avete da sperare nella terra: rivolgetevi a Quel di lassù che accoglie ogni sincero pentimento, che perdona a qualunque peccatore a Lui di cuore si raccomandi.

_Stracciaferro_ guardò il prete che gli parlava, mandò un grugnito soffocato, e dall'espressione di ferocia la sua faccia e il suo sguardo passarono a quella d'una stupidità bestiale che non capisce. Il fugace baleno d'intelligenza, che era corso nella sua mente ottusa, erasi già dileguato, ed egli ricaduto nella tenebra. L'uomo dalla corda gli si era accostato e dicevagli con voce sommessa e priva affatto d'ogni sonorità:

— Perdonatemi, fratello mio, se io vengo a compiere questo doloroso uffizio presso di voi; ma il mio dovere me lo comanda.

Ed alzò le mani e le braccia per fargli passare dal capo intorno al collo il laccio fatale.

Maurilio a quella vista mandò un gemito e fece un passo innanzi, senza sapere pur egli che si volesse fare.

— Lasciateci: gli disse il sacerdote arrestandolo: ora non tocca più che a me lo star presso a quell'infelice a compire il debito del mio ministero.

Maurilio si nascose la faccia tra le palme delle mani, e fu preso da un tremito universale. Il condannato aveva tentato levar le mani per allontanare da sè la corda che gli si alzava sul capo; ma la _camicia di forza_ gli aveva impedito tal mossa; allora, come affranto di colpo, s'era lasciato ricader seduto colà dove stava dapprima, e non aveva mostro più che una completa apatia. Suo figlio, sollevando dalle mani il viso, lo vide colla ignominiosa corda pendente dal collo, il corpo accasciato in uno svigorito abbandono, e vicino a lui il prete che gli susurrava parole cui il misero non pareva udire nemmanco. Non resse a quella vista: uscì barcollando di quella cella, e sorreggendosi alla fredda parete umidiccia, venne lungo quei cupi corridoi in cui densa era la tenebra entro la quale appena parevan macchie rossigne i fumosi lucignoli di rade lanterne che stavano per ispegnersi. Aveva egli tracannato sino alla feccia del suo calice; aveva tutta consumata la sì gran parte dei dolori assegnati all'anima sua nella vita terrena; aveva il cuore infranto; sentiva esser compita la sua infelice giornata: camminava come il gladiatore antico che aveva ricevuto il colpo mortale e andava cercarsi un angolo nella sanguinosa arena, in cui sdraiarsi e morire.

Ad un tratto udì a pochi passi innanzi a sè un accorrer di gente, un susurro di persone, un agitato scambiarsi di domande, di risposte e d'interiezioni; vide un venire, un aggrupparsi, un muoversi irrequieto di lumi. Era giunto presso la cella in cui era stato posto a passare le ventiquattr'ore d'agonia il _medichino_. Maurilio non ebbe bisogno di chiedere che fosse avvenuto: le parole che udiva incrociarsi nel capannello raccoltosi sulla soglia di quella cella ebbero pure la forza di penetrare sino alla sua mente, richiamarne l'attenzione ed apprenderle la causa di quella emozione: il _medichino_ era caduto a un tratto come colpito da un fulmine; la subita, misteriosa morte lo aveva salvato dal patibolo.

Il figliuolo di _Stracciaferro_ si spinse innanzi entro la carcere che era divenuta la camera mortuaria del suo compagno d'infanzia, e contemplò tremando lo spettacolo che gli si offerse alla vista. Gian-Luigi giaceva lungo e disteso per terra, le braccia larghe, le mani mollemente ripiegate, la testa un po' tirata all'indietro e quindi la faccia volta verso il soffitto: nei suoi lineamenti v'era una placidità, a cui però faceva contrasto la ruga caratteristica della fronte che era disegnata nettamente nella pallidezza d'avorio, ma che andava via via spianandosi, come se a poco a poco scancellata dalla mano della morte. Era forse la traccia dell'ultima lotta di quell'organismo contro la volontà, e forse meglio, di quell'anima contro l'idea; dell'ultimo cozzo dei pensieri, in mezzo a cui quello spirito inquieto e superbo, si era violentemente sottratto ai dubbi della vita per fuggire l'ignominia, per precipitarsi avidamente nel mistero della tomba, ansioso di trovarci il motto dell'enimma.

Maurilio stette mirandolo alquanto. Ad ogni momento cresceva la calma nelle sembianze del cadavere: e con questa calma veniva fuori agli occhi del giovane che lo contemplava una rassomiglianza di quei lineamenti con altri che gli erano impressi da lungo tempo nell'animo: il dolce viso leggiadro di Virginia. S'inginocchiò presso di lui, e depose un bacio su quella fronte che già era diventata ghiaccia.

— Addio per sempre, corpo che hai chiuso quella misera anima combattuta; ritorna i tuoi elementi al gran serbatoio della natura, e possa fin la memoria distrursi della tua vita. Tu spirito, che ora te ne sei sciolto, possa arrivare nella nuova esistenza immateriale a tanto progresso da essere poi, in altra prova terrena, oltre che un intelligente, un onesto.

Quanto più s'avvicinava l'alba e tanto più cresceva nel _medichino_ l'agitazione ch'egli aveva dapprima dissimulata, ma cui ora non poteva nascondere più. Se la Zoe mancasse all'assunto impegno e fosse in qualunque modo impedita di recargli, come aveva promesso, la morte! Gli toccherebbe percorrere le strade della città sull'infame carro, coll'infame accompagnatura, in mezzo all'infame curiosità del volgo; gli toccherebbe salire gl'infami scalini del patibolo e pendere dal legno infame, ignominioso spettacolo ad una vil turba che ne prenderebbe codardo diletto. Questo pensiero tanto lo tormentava da toglierlo quasi di senno, sentiva sfuggirgli il dominio che aveva conservato sino allora su sè stesso; la volontà pareva sul punto di cedere travolta dall'impeto della passione e dell'istinto. Guardava intorno a sè con occhio smarrito, come per cercare un mezzo di morte, poichè quello invocato e sperato non gli giungeva; aveva già entro sè maledetta e sacrata al demone della vendetta la cortigiana da cui si credeva ora abbandonato. Quando udì all'orologio d'una chiesa vicina suonare le cinque ore, ogni speranza fuggì da lui: digrignò i denti, si morse le mani, e guatò intorno con tanta ferocia che i fratelli della _misericordia_ se ne allontanarono impauriti. Due ore appena lo separavano dal supplizio; anche presentandosi tuttavia la Zoe, egli temeva che non le sarebbe più stato concesso giungere sino a lui. Ma allora appunto ch'egli si riteneva perduto, la salvezza arrivava. Un uomo dalla faccia scialba, con una strana espressione di stanchezza nelle sembianze, che parevano d'infermo, si presentò, accompagnato da una donna velata, alla porta del _confortatorio_ e disse con accento di comando:

— Lasciate penetrare questa signora presso il condannato.

Si ubbidì al sotto-ispettore delle carceri; e quella donna entrò dove stava il moribondo. Questi udì il fruscio delle vesti e sollevò il capo; benchè velata la riconobbe; sorse di scatto con un'esclamazione di gioia e le mosse vivamente all'incontro.

— Sei tu, Zoe? Sei tu pur finalmente?

La cortigiana levò il velo dalla faccia.

— Sono io! rispose con voce cupa, sorda, stentata.

Ah! quanto era ella diversa dalla _Leggiera_ che vedemmo lieta e procace nel palchetto del teatro! Come l'aveva cambiata quella notte trascorsa, stendendo sulla sua bellezza il pallore dell'angoscia, incavandovi le rughe della vergogna! Il _medichino_ medesimo ne fu sovraccolto.

— Che hai tu? le chiese prendendola per le mani che strinse forte fra le sue.

— Ho comperato il diritto di venirti a recare la morte; rispose sommessamente la Zoe: e l'ho pagato molto caro.

Gian-Luigi non domandò pure spiegazione di queste parole.

— Tu hai dunque teco la mia libertà? disse con vivace èmpito di gioia.

— Sì: rispose essa tremando tutta ed atterrando quasi impaurita gli sguardi.

— Quale io te la chiesi?

— Sì: ripetè la donna.

— Che tu sii dunque benedetta! L'ultimo favore e l'ultima gioia mi verranno da te..... Solleva la fronte, Zoe, e guardami bene entro gli occhi.

Ella tremava sempre più forte e le sue pupille non potevano staccarsi dal suolo.

— No, no: disse; non son degna di guardarti.

Ma egli, stringendo nuovamente quelle mani che teneva ancora fra le sue:

— Noi siam degni l'un dell'altra, oh va!... E tu almanco avrai amato!... Mi vai innanzi per ciò..... Guardami, Zoe, perchè tu possa leggere ne' miei occhi la mia riconoscenza, perchè ti possa stampare un'ultima volta nella mente le mie sembianze. Fu una vita scellerata la mia, di cui devo desiderare si disperda presso tutti ogni memoria; ma è una strana passione dell'uomo che, a dispetto di tutto, lo attacca a questa miserabile esistenza terrena. Mi è di una folle dolcezza, anche in questi momenti, il pensiero che, morto, vivrà ancora nell'anima tua lo sparito esser mio, mercè il ricordo. Guardami adunque!... Presso te sola vo' riviver così; da tutti gli altri non domando che oblìo: presso te sola!... Per quanto tempo?...

— Sempre, sempre, per tutta la vita: esclamò la Zoe che affondava i suoi negli occhi di lui, e gli pendeva palpitante dal labbro.

Gian-Luigi sorrise mestamente.

— Non ti domando l'impossibile: riprese a dire. Finchè nuove impressioni abbastanza forti e vaste per occupar tutto il tuo animo non me ne avranno scacciato. Non voglio che tu faccia il menomo sforzo per ritenere la mia immagine quando accenni a dileguarsi. Obliato dai viventi in questo mondo, chi sa che non abbia anch'io allora tutte dimenticate le cose terrene!... E ciò avvenisse pure sollecitamente!..... Zoe, noi abbiamo sbagliato la vita..... Auguro anche a te di morir presto, prima che la vecchiaia t'abbia raggiunta, prima che anche quel piccolo carbone acceso d'amore che ti rimane nell'anima si sia spento... Ora addio!... Bisogna che io m'apra le porte del sepolcro... Sento un palpito in me che rivela le riluttanze della natura; ma la mia volontà è impaziente; l'anima anela di slanciarsi nell'incognito mare. Prendi fra le tue labbra la morte, e porgimela nel tuo ultimo bacio. Questo sacro bacio mortale cancellerà l'onta dei baci menzogneri e brutali che abbiamo dato, che ci siamo scambiati.

Zoe si torse le mani con disperazione.

— No, no; disse: darti io la morte, non posso... Vederti cadere innanzi a me!...

— Non mi vedrai. Aspetterò a rompere l'involto in cui è rinchiuso il veleno quando tu sarai partita di qui.

Uno di quegli impeti di generoso affetto, a cui sono aperte le impressionabili anime delle donne, anche le men nobili, assalse allora la cortigiana.

— Piuttosto, esclamò ella, moriamo insieme: rompi la fragil crosta, mentre le nostre labbra si toccano, e beviamo tuttedue la morte.

— No, Zoe: perchè vuoi tu accrescere il mio delitto? Lasciami morir solo.

Un'ombra nera comparve in mezzo ai fratelli della _misericordia_ che s'erano ritirati presso la porta: era fra' Bonaventura che, secondo i presi accordi, veniva per essere compagno in quelle ultime ore al condannato.

— Il tempo preme: soggiunse Gian-Luigi che vide il gesuita, e gli fece colla mano cenno di aspettare un momento: coraggio, Zoe.

Questa si recò la mano alla bocca e vi pose una pillola grossa come una piccola nocciuola. Gian-Luigi afferrò la donna con un impeto che pareva di passione; la strinse al petto con abbraccio furibondo; ne cercò avidamente colle sue le labbra e le tenne suggellate in un bacio lungo, tenace. Nel silenzio di quella stanza e di quell'ora, si sentiva il palpito del cuore della Zoe; tanto era forte. Quando il _medichino_ la sciolse dal suo amplesso, ella indietrò per alcuni passi vacillando, come se stesse per cadere: la pillola mortale dalla sua bocca era passata in quella di Gian-Luigi.

Successe un istante di silenzio.

— Addio! addio! gridò poi il _medichino_. Ora va... Tutto è finito.

Padre Bonaventura s'avanzava colla sua faccia ipocritamente dolcereccia. La _Leggera_ parve voler parlare, ma la voce non uscì dalle sue labbra allividite, due lagrime le colavano giù delle guancie; agitò le mani, poi si premette il cuore, un penoso singhiozzo eruppe dalla sua gola, ed abbassato il velo, uscì vacillando. Gian-Luigi l'accompagnò con un ineffabile sguardo di compassione.

— Figliuol mio: disse il gesuita al condannato: in questa notte che oramai è trascorsa, Dio ha egli parlato al vostro cuore?

Gian-Luigi guardò il frate con una occhiata fissa, da cui era sbandita ogni espressione della primitiva ironia.

— Sì: diss'egli seriamente: e di quella sua parola me ne odo ancora entro l'anima l'eco che risuona.

Fra' Bonaventura credette opportuno il momento di spacciare un'edizione delle sue solite esortazioni che teneva in pronto per queste circostanze: Gian-Luigi pareva ascoltarlo, ma in realtà non faceva al sermonante ned alle sue parole la menoma attenzione. Egli ravvolgeva nella sua bocca la mortifera pallottolina; era di gomma con entrovi una goccia di acido prussico; e intanto pensava:

— Appena morto io, se il mio spirito non muore, come mi sono indotto a credere, in quale condizione si troverà? Con quali attinenze ancora con questo mondo, colla materia, colla luce, collo spazio, col tempo?... Sì, questo è uno spaventevole abisso. Questa è tale curiosità che pure sgomenta... Esito forse?... Ho io forse paura?... No.... Perchè dunque mi trattengo innanzi a quell'attimo che deve tutto decidere, che deve lanciarmi nell'eternità?

Guardò la faccia grassa e rubiconda del gesuita, il quale, gli occhi a mezzo socchiusi, dipanava con una certa voluttà i periodi della sua eloquenza da predicatore.

— Appena costui interrompa la sua onda di parole per prender fiato, disse a se stesso sorridendo, morderò in questo chicco di morte.

Il sermonante non tardò a fare una piccola pausa necessaria ai suoi polmoni; e Gian-Luigi si tenne parola. S'udì un lieve rumore: quello della crosta di gomma rotta dai denti; e di botto la vita cessò come per incanto in quel corpo giovane, robusto, nella più ricca e piena espansione della sua vitalità. Non diede un grido, nè un gemito, nè nulla: cadde improvviso quant'era lungo; nè la menoma convulsione gli agitò le membra, gli contrasse i lineamenti. Padre Bonaventura, stupito, spaventato, si chinò sopra un cadavere.

— Ah! questa è l'opera del marchese: pensò egli, e da buon gesuita stimò opportuno consiglio tacere ed allontanarsi senz'altro.

La Zoe presso all'uscir della carcere vide appoggiato alla parete un uomo che pareva un'ombra; suo primo impulso fu passar ratta senza badargli; ma poi ravvisatasi gli si avvicinò. Stettero tuttedue l'uno innanzi all'altra, senza parlarsi, senza guardarsi, tremando. Fu la donna finalmente che ruppe il silenzio.

— Quello che tu hai fatto è infame; quello che mi hai obbligato a fare è infame. Questa infamia che per altri sarebbe cagione di odio e innalzerebbe fra loro una insuperabil barriera, noi invece accomuna. Ora ci siamo ritrovati e ci apparteniamo; tu hai da essere strumento per le mie passioni, come io fui per la tua. Ti servirò ancora, ma tu mi servirai... La mia passione ora è una vendetta... Mi aiuterai a compirla[4].

[4] Vedrassi in un altro romanzo in cui ricompariranno parecchi dei personaggi di questo, qual fosse questa vendetta, e come coll'aiuto di Barnaba la Zoe l'ottenesse.

Barnaba non rispose parola; ma promise con uno sguardo. La cortigiana partì. Lungo le strade che ella percorse trovò già frequenti i gruppi de' curiosi che s'affrettavano prima di giorno a recarsi sul luogo dove avevano da essere giustiziati i rei. Senza sapere di avere questo voto scellerato comune con Nerone, la cortigiana desiderò poter tenere in una testa sola tutte le teste di quella folla crudele per ischiaffeggiarla e sputarle sul viso. Giunse sino in Piazza Castello che quasi non sapeva quale strada avesse percorsa e perchè fosse colà venuta. In fondo si drizzava in una massa scura l'imponente Palazzo reale. Zoe tutta la sua ira, tutto il suo odio, tutta la ferocia del suo dolore concentrò in un punto e volse ad una persona sola. Tese la destra stretta a pugno verso il Palazzo reale e disse coi denti serrati:

— Principe! Principe! Tu me la pagherai!

Sino al luogo in cui ella si trovava, pel queto aere della notte cui non rompeva ancora il menomo raggio dell'alba, venivano i lenti e gravi rintocchi della campana che suonava l'agonia degl'infelici che stavano per morire per mano del boia.

CAPITOLO XXXIII.

Maurilio sta sul suo letto di morte. La ragione della vita è cessata per lui. Ogni forza di vitalità in quegli ultimi così crudeli tormenti s'è affatto consunta. Egli non ha dimenticato Virginia. Domandò un colloquio al marchese, e perorò la causa dell'amore di lei. Alla forza de' suoi argomenti, al calore della sua eloquenza aggiungeva efficacia e solennità la sua morte che tutti vedevano vicina. Parlò della parte dell'aristocrazia nella nuova fase della civiltà che s'annunziava: quella che era stata sostenuta un giorno era irrimediabilmente finita: una nuova parte doveva la nobiltà assumersi, o perire come inutile, peggio che inutile, come inciampo. Bisognava quindi chiamasse a sè nuovi elementi, si risanguasse coll'operosità del ceto medio, si avvicinasse mercè l'intrammezzo della borghesia al gran serbatoio popolare. Il marchese, già proclive a siffatte idee, subì l'influsso dei ragionamenti e delle esortazioni del moribondo; diede la promessa, che, appena opportune le circostanze, non avrebbe contrastato al matrimonio di Virginia di Castelletto con Francesco Benda. Maurilio sapeva che una promessa del marchese era una immanchevole verità nell'avvenire.

Si ricordò di _Gognino_, del povero fanciullo da lui trovato una sera, piangente ed affamato, nel fango della strada, cui la sorte gli aveva menato innanzi per aggruppare e sciogliere il più rilevante episodio del dramma della sua vita, e col quale aveva comune non che il destino, ma il sangue. Abbandonato a sè, coll'educazione ch'ei poteva ricevere dalla sua nonna, la sorella di _Stracciaferro_, non era egli da temersi per sicuro che quel bambino sarebbe riuscito quale era stato _Stracciaferro_ medesimo?

Maurilio lo raccomandò al marchese, il quale disse avrebbe tolto quell'infelice dalle unghie della vecchia, infame venditrice di _abitini_ e di rosarii, e fattolo allevare un onest'uomo.

Tutti coloro che avevano avuto attinenza con lui, che in qualche modo gli erano stati cari o che lui avevano avuto caro, Maurilio volle ancora vedere: anche il signor Defasi, cui volle far noto non esser egli altrimenti il figliuolo della nobil dama, quale si era creduto un istante, ma quello dell'assassino, morto sul patibolo, quasi a togliere con ciò, o scemare almeno il rammarico che il buon libraio aveva tuttavia di averlo sospettato reo d'un delitto.

Pregò Don Venanzio gli conducesse eziandio la povera Margherita. La vecchia contadina, quando uscita dalla carcere in cui il suo diletto Giannino aspettava l'ora della morte, era vissuta in una specie di stupidimento che pareva insensibilità, ed era invece eccesso di spasimo, fino al mattino vegnente, pochi minuti prima che cominciasse i suoi rintocchi la campana dell'agonia. Allora s'era riscossa ed aveva tormentate colle mani convulse le sue chiome canute, come persona che risensi ad un tratto e si ricordi subitamente di cosa che prema oltre misura. Erasi sferrata dal luogo ove si trovava, ed era corsa alla carcere, appostatasi alla parete proprio dirimpetto alla porta e rimasta lì cogli occhi fissi su quella soglia fatale, immobile che forza nessuna sarebbe stata capace di trarla viva di là. Voleva vederlo ancora una volta, gettargli ancora un saluto ed un bacio mentre passava, fare che in mezzo ai ceffi ostili e curiosi che lo avrebbero con crudele avidità contemplato, trovasse almeno uno sguardo amoroso, una faccia benigna, un labbro che lo benediceva.

Quando le pesanti imposte s'aprirono, ed al dubbio lume d'un crepuscolo invernale appena incominciato, cominciarono ad uscirne gli sgherri di scorta, Margherita si aggrappò colle mani macilente alla parete della casa contro cui s'appoggiava, per non cadere, tanto fu il commovimento di tutto l'esser suo, vedendo due carri pesanti venir fuori dalla cupa vôlta del portone e scantonar nella strada. Oh con quale ardore fisse le sue pupille inaridite dal pianto sulle faccie di quegli sciagurati che, le braccia legate dietro le reni, stavano seduti in mezzo ai preti su quei carri sobbalzanti!... Ma nel primo il suo Giannino non c'era. Sarà dunque nell'altro. Drizzò, per dirla con Dante, tutto il nerbo della sua facoltà visiva su quel secondo carro che ad una certa distanza del primo veniva fuori dall'oscurità del portone alla luce grigiastra del mattino; — e neppure in esso non iscorse la bella figura del suo diletto. Stette attonita da principio, e non seppe neppur rallegrarsi. Non le venne idea nessuna a spiegare questo fatto. Credette non aver visto bene; quantunque sentisse impossibile che suo figlio essendoci, gli occhi suoi non l'avessero di presente trovato. Volle correre dietro i carri che s'allontanavano lentamente nello scuriccio della strada, per vederli anche una volta; ma la folla raccolta per vedere quello spettacolo ne la impedì. Ebbe dalle ciarle di quella folla, le quali si fecero alte e vive di subito, la conferma, ch'ella non s'era sbagliata, che aveva veduto bene, che il suo Giannino colà non era.

— E perchè non c'è il _medichino_? diceva la gente. Oh che non aveva da essere giustiziato anch'egli cogli altri questa mattina?